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“Il museo dell’innocenza”

downloaddi Gabriele Ottaviani

La mia separazione da Sibel aveva avuto come conseguenza, fra le altre, quella di allontanarmi da Nurcihan: quindi vedevo molto meno anche Mehmet. Zaim lo frequentavo da solo perché, col passare del tempo, aveva iniziato a uscire con loro sempre più spesso: insomma, un po’ alla volta stavo perdendo i contatti con questa compagnia di amici. Quindi, più nella speranza di placare la mia malattia che per sincero divertimento, iniziai a uscire con altre persone. Tra cui Tayfun e Hilmi il Bastardo che, fregandosene allegramente del fatto che fossero sposati o fidanzati e impegnati con una promessa di matrimonio, non si negavano nulla di ciò che la vita notturna di Istanbul poteva offrire: dalle più costose case d’appuntamenti della città, alle hall degli hotel frequentati da ragazze che si definivano eufemisticamente «universitarie» (e che, in effetti, erano più educate e istruite della media). Ma era tutto inutile: l’amore per Füsun, da un cantuccio oscuro della mia anima, aveva pervaso tutto il mio essere. Certo, ogni tanto mi distraevo facendo quattro chiacchiere con gli amici – ma mai, mai!, riuscii a spingermi oltre una passeggera distrazione, a dimenticare completamente i miei problemi. Di solito restavo a casa la sera, mi sedevo accanto a mia madre con un bicchiere di raki in mano e guardavo le trasmissioni dell’unico canale televisivo pubblico. Mia madre passava la serata a criticare tutto ciò che vedeva in Tv e a ripetermi di non bere così tanto – proprio come faceva quando mio padre era vivo –, e dopo un po’ si addormentava in poltrona. Allora, a bassa voce, scambiavo due parole sui programmi televisivi con Fatma che, a differenza dei domestici nei film occidentali, non aveva la Tv in camera. Da quando quattro anni prima la televisione turca aveva cominciato a trasmettere e noi avevamo comprato un televisore, ogni sera Fatma si sedeva nel punto più lontano del salotto, su quella che ormai era diventata «la sua sedia», e guardava la Tv da lì. Quando si emozionava per delle scene particolarmente commoventi giocherellava con il nodo del suo velo e talvolta interveniva nelle conversazioni. Dopo la morte di mio padre era toccato a lei il compito di sostenere gli interminabili monologhi di mia madre, per cui adesso aveva anche più voce in capitolo. Una sera, dopo che mia madre si era addormentata, io e Fatma guardavamo la diretta televisiva di una gara di pattinaggio su ghiaccio – senza peraltro avere la minima cognizione delle regole, come tutta la Turchia del resto – con le sue bellezze norvegesi e sovietiche dalle lunghe gambe, e conversavamo della situazione di mia madre, dei primi caldi, dei crimini politici che venivano commessi ogni giorno per le strade della città, del marciume della politica, di suo figlio che dopo aver lavorato da mio padre era emigrato in Germania, a Duisburg, e aveva aperto un locale di kebab, quando spostò il discorso su di me. “Bravo, artiglio, non buchi più le calze!… Kemal, caro, l’altro giorno ho visto che hai finalmente imparato a tagliarti le unghie dei piedi. E io ti darò un regalo.”

Kemal è un rampollo di una ricca famiglia di Istanbul, e come gran parte dell’alta borghesia della città turca sembra essere continuamente indeciso, in bilico così come lo è la stessa metropoli, fra Oriente e Occidente. Per ipocrisia, per quieto vivere, per avere la comodità di tenersi sempre una porta aperta, un piano B valido all’occorrenza: così festeggia il suo fidanzamento con una ragazza del medesimo ceto in un lussuoso albergo, e invita al party anche la lontana e povera cugina con la quale intrattiene un’appassionata relazione carnale. Ma tutto è destinato a finire, e il corso della vita lo porterà ad affrontare in altro modo l’amore, e quando in seguito sarà costretto a fare i conti con una nuova e dolorosa sorpresa costituirà un museo che ne immortali il ricordo, raccogliendo tutti gli oggetti che sono appartenuti alla donna amata, quella giovane commessa che è diventata il centro del suo cuore, di cui sente di riuscire a ritrovare il sorriso e la presenza persino in un mozzicone di sigaretta, in un vestito usato per le lezioni di guida o in un cagnolino di porcellana. Fluviale, elegantissimo e denso, come è sempre lo scrivere di Orhan Pamuk, è edito in Italia da Einaudi e tradotto da Barbara La Rosa Salim, e al Festival del Cinema di Venezia di quest’anno c’è il documentario da esso ispirato: Il museo dell’innocenza è un romanzo da non perdere. Perché racconta la vita, la storia, il mondo e la felicità attraverso la descrizione di un’ossessione d’amore.

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2 risposte a "“Il museo dell’innocenza”"

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