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“La carezza della mantide”

di Gabriele Ottaviani

Lasciami qui: è il modo vostro di prepararmi al distacco…

La carezza della mantide, Carlo Turati, Solferino. Tutti i genitori, prima o poi, se ne escono con questa frase, che i figli non vogliono sentire, e infatti di norma loro hanno cura di pronunciarla tra sé, quando altri non possono ascoltarla: adesso me ne posso anche andare. Come se la vita fosse un compito da portare a termine, una staffetta col testimone da passare in consegna, e dopo che quelli che un tempo sono stati pargoli ma per certi occhi non cessano d’essere bambini sono, come si suol dire, sistemati, viene quasi naturale non avere la hybris di pretendere di più. La realtà però è che non c’è un momento giusto per scivolare, direbbe il poeta, nella stanza accanto: semplicemente è inevitabile, e benché lo si sappia dall’inizio, non ci si pensa – altrimenti forse non si vivrebbe affatto – né ci si abitua mai: Marco ottiene l’affidamento di entrambe le figlie, ma forse non le vedrà crescere, poiché, stando alle statistiche, a meno che non vada bene un trapianto, non gli restano molti anni. Che fare? Come cercare, lui, solo, di non lasciarle sole, né di sentirsi solo? Turati dà alle stampe un libro che commuove ed emoziona soprattutto attraverso la credibile potenza delle sue parole d’amore, che si manifesta nella sconclusionata quotidianità di tutti noi, che abbiamo l’angoscia di essere bravi quando probabilmente dovremmo solo preoccuparci di esserci, per quanto ci è possibile e dato.

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“Capannone n. 8”

di Gabriele Ottaviani

Janey ascoltava in silenzio. Sapeva che senza di loro non poteva farcela, ma sperava di non aver commesso un errore. Stavano prendendo il controllo, la sua autorità era scemata. Aveva messo la sua visione nelle loro mani, ma per lei restava ancora pura e fragile. La sera prima era rimasta a casa con suo padre. Alzando gli occhi dal portatile le era sembrato di vederlo invecchiare di minuto in minuto davanti alla tv. Aveva pensato a quanto l’avrebbe sconvolto se fosse finita in galera. Si sarebbe sentito in colpa. «Cos’ho, i baffi di cioccolato?», le aveva chiesto. Si era strofinato la bocca con il dorso della mano. Per cui sì, Janey voleva dare il suo contributo (anche se quel sogno era prima di tutto il suo). Certo non avrebbe dovuto offrirsi per i camion. Aveva lavorato nel trasporto merci per tre anni, ma era anche stata licenziata con una sfilza di nemici e giuste cause.

Capannone n. 8, Deb Olin Unferth, SUR, traduzione di Silvia Manzio. Janey e Cleveland sono due ispettrici degli allevamenti intensivi di galline ovaiole in quell’Iowa da cui anche Meryl Streep, se avesse avuto solo un po’ di coraggio, sarebbe scappata ben volentieri assieme a Clint Eastwood in uno di quei rari casi in cui il film supera in qualità il libro da cui è tratto, fermo restando che si tratta di mezzi di comunicazione niente affatto paragonabili, Dill è l’ex capo di un’associazione ambientalista, Annabelle la rampolla, non esattamente entusiasta della sua condizione, di una famiglia di allevatori: i quattro hanno una cosa in comune, la frustrazione. E così diventano i protagonisti di questa geniale narrazione, trascinante e profondissima, e di un’impresa al limite dell’impossibile: tentare di liberare di nascosto tutte le novecentomila galline di un allevamento industriale in una sola notte, con l’aiuto di trecento indisciplinati volontari e sessanta camion. Orwelliano, filosofico, magnetico: irresistibile.

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“Il viaggio premio”

di Gabriele Ottaviani

Sai, generalmente l’aria marina e iodata mi porta fortuna. Breve, effimera come uno degli uccelli che scoprirai anche tu e che accompagnano la nave per un tratto, qualche volta un giorno, ma che finiscono sempre per perdersi. Non mi è mai importato che la felicità durasse poco, Paulita; passare dalla felicità all’abitudine è una delle armi migliori della morte.

Il viaggio premio, Julio Cortázar, SUR, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini. Scrittore, poeta, saggista, drammaturgo, critico nato in Belgio da genitori argentini e morto in Francia, vissuto fra il millenovecentoquattordici e il millenovecentoottantaquattro, uno tra i massimi esponenti dell’arte della narrazione, tanto da guadagnarsi la stima e l’apprezzamento del divino Borges, Cortázar, con la sua inconfondibile cifra, che supera d’un balzo il labirinto delle consuetudini per regalare al lettore squarci di compiutezza, dà vita in queste pagine a un’allegoria della condizione umana e del vivere sociale di rara brillantezza, policroma e caleidoscopica: un ristretto gruppo di cittadini di Buenos Aires ha avuto la fortuna di acquistare il biglietto di una nuova fantomatica lotteria nazionale che li ha resi vincitori di una crociera di tre mesi completamente spesata e con destinazione sconosciuta per beneficiare della quale è sufficiente presentarsi nella data prestabilita al caffè London: lì verranno date ulteriori spiegazioni, e inizierà l’avventura. Che è molto di più di un semplice viaggio, è un periplo delle proprie ossessioni. Magistrale.  

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“Figli della furia”

di Gabriele Ottaviani

Alloggiavo in un luminoso appartamento con tre stanze nella Kaiserstraße, quartiere di Schwabing. Hub, Ev e la piccola Anna abitavano poco lontano da lì. Anna la incontravo appena potevo. Le davo lezioni di disegno così come in passato mio padre m’aveva impartito lezioni di disegno (sempre col succo di mela nei pressi, una cosa sacra). Tratteggio, rilevazione della forma, prospettiva, luci, ombre, costruzione del disegno e un sacco di cavalli. Cavalli di fronte, cavalli da dietro, cavalli con cavalieri in groppa, cavalli che ridono («I cavalli non ridono, tesoro»), quindi cavalli felici, cavalli meno felici – li si riconosceva dalla lingua penzoloni –, cavalli fermi, cavalli al galoppo, cavalli al trotto mai perché il trotto è brutto, cavalli grandi, cavalli piccoli mai, perché i pony sono una roba da fifoni a parte quelli islandesi, che sono carucci. Nella Kaiserstraße avevo allestito un piccolo atelier e là mostravo a mia figlia come si costruisce la prospettiva, cosa sono i punti di fuga, e le facevo disegnare le sue stesse dita, dita sotto la pioggia, queste dita le ho ancora ma le ho chiuse da qualche parte, scavano ancora dentro di me, queste piccole dita immerse nella pioggia. L’Accademia di Belle Arti non era lontana e si stupirono non poco quando alla fine del 1950 iscrissi Anna, che aveva otto anni, a un corso di disegno di nudo. Ci volle un’autorizzazione speciale, in quanto una bambina non poteva osservare degli adulti svestiti. Ma per un gallerista non fu difficile farsi amici i professori, che avevano tutti bisogno di un gallerista. Così lo scorbutico professor Grobl alla fine accettò la mia Anna poiché era, lo si può affermare senz’alcun dubbio, straordinariamente dotata. Lei poi prese il corso molto sul serio e maturò l’abitudine di mordersi la lingua quando si concentrava nel dipingere o ascoltava il professore. Una volta chiese alla modella davanti a tutti gli studenti se potesse magari cambiare posizione. «Ma come, ancora?» domandò l’odalisca belloccia. E Anna disse, con gentilezza: «Come se fossi un cavallo, per cortesia».

Figli della furia, Chris Kraus, SEM. Traduzione di Simone Aglan-Buttazzi. Hub e Koja Solm non sono semplicemente due fratelli fra loro molto legati, sono letteralmente inseparabili, oltre che uniti viepiù dall’affetto immenso per Ev, la sorella adottiva. Hub, il fratello maggiore, è carismatico ed estroverso, mentre Koja sogna l’arte come il padre ma le difficoltà economiche e i mutamenti politici non solo gli tarpano le ali, lo spingono, nei primi anni Trenta del secolo ventesimo, addirittura, trascinato dall’irruenza sempre ribollente di Hub, nel movimento nazionalsocialista, prima in Lettonia, tra i più fedeli alleati del Reich (gli unici in tutta Europa contenti di essere invasi dai nazisti, i lettoni, scrive l’amica residente tra gli arabeschi liberty sulla riva della Daugava…), poi a Berlino, tanto da diventare tenente delle SS: da ufficiale, però, la sua situazione diverrà ancora più complicata nel momento in cui le origini ebraiche di Ev non potranno più essere nascoste, e… Attraverso il tempo e lo spazio, con respiro epico, basandosi su eventi realmente accaduti, fra Riga, Mosca, Berlino, Monaco, Tel Aviv, i servizi segreti e la guerra fredda, Kraus regala al lettore un magistrale e monumentale affresco del secolo breve e della natura umana. Sublime.

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“L’influenza delle stelle”

di Gabriele Ottaviani

Bisogna imparare anche dai nemici…

L’influenza delle stelle, Emma Donoghue, SEM. Traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini. Scrittrice, drammaturga e sceneggiatrice irlandese naturalizzata canadese, pluripremiata, finalista al Booker Prize, vincitrice del Premio Alex e nominata agli Oscar per Room, Emma Donoghue torna in libreria con una storia vibrante, bruciante, travolgente, intensa, potente, commovente, che parla di morte, di vita, di disperata speranza, della specifica capacità di raccontare e di amare incondizionatamente propria delle donne, di resilienza e coraggio e delle imperscrutabili trame del destino in un tempo difficile, che, cambiando quel che dev’essere cambiato, non manca di mostrare punti di contatto con l’incubo che da mesi e mesi ormai stiamo vivendo: nella Dublino del millenovecentodiciotto devastata dalla guerra l’infermiera Julia gestisce da sola un minuscolo reparto ospedaliero dove sono ricoverate e poste in quarantena donne in stato interessante e affette dai sintomi della spagnola. Un giorno arrivano un’aiutante, una giovane orfana che non conosce nemmeno la propria età, e una dottoressa – ispirata a Kathleen Lynn – ricercata dalla polizia per la sua attività nel movimento indipendentista irlandese, e… Impeccabile, imperdibile, necessario.

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“Endecascivoli”

di Gabriele Ottaviani

Aveva permesso che il tempo si annullasse, che quei baci lontani arrivassero prima.

Endecascivoli, Patrizio Zurru, Miraggi. Icastici, brillanti, intelligenti, vividi, schietti, i racconti di Patrizio Zurru sono gemme liriche che indagano senza retorica e con freschezza impareggiabile la condizione umana in tutta la sua gamma di colori, dalle tinte più tenui a quelle più fosche, tra le fragilità più inconfessabili e gli improvvisi e irresistibili slanci di forza, vitalità e resilienza, facendo conoscere, tra realismo e magia, un festoso assembramento di caratteri al lettore, che in loro riconosce e il sé, e non si sente più solo. Un gioiello.

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“Lessico della dignità”

di Gabriele Ottaviani

L’estrazione più radicale dell’omofobia e della transfobia si sta manifestando oggi nella richiesta esplicita – di segno completamente opposto – di tornare a non considerare diritti umani quelli delle persone omosessuali e trans.

Lessico della dignità, Forum. A cura di Marina Brollo, Francesco Bilotta, Anna Zilli. Animale, anziano, anziana, bambino, divorzio, donna, essere umano, famiglia, flessibilità, identità, inclusione, libertà, matrimonio, omofobia, pena, persona, politica, potere, principio, professionalità, prostituzione, responsabilità, salute, schiavitù, scuola, straniero, tecnologia, valore: sono questi i lemmi del glossario del nostro tempo cui numerosi autori dedicano i saggi raccolti in questo prezioso volume che induce alla meditazione sulle fondamenta della nostra società. Per conoscere, riflettere, capire: da leggere, rileggere, far leggere.

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“La disputa sul raki e altre storie di vendetta”

di Gabriele Ottaviani

Aveva capito il tipo: quello era un uomo che guadagnava su tutto. Aveva messo radici e adesso aspettava i connazionali per indirizzarli, d’accordo coi tedeschi, che gli lasciavano un po’ di elemosina a cose fatte. Così viveva Fredi, ne era sicuro. Come gli aveva consigliato il ruffiano, per le tre di quello stesso pomeriggio prese appuntamento con una certa Franziska. Breslauer Strasse 25. Tanto Enrieta era al lavoro e come al solito non sarebbe rientrata prima dell’ora di cena. C’era tutto il tempo per cancellare le prove con una doccia, nessuno doveva pensare male. Gli aprì una ragazza in sottoveste nera. Il seno straripava, coperto a malapena dalla seta; come se avesse paura di metterlo in mostra gratis, teneva la porta socchiusa con una mano. Sporse più avanti soltanto la testa, nascondendo subito quanto aveva fatto vedere. Gli piacque quella premura. Aveva la capigliatura giovane delle ragazze che non hanno malattie e il profumo di chi si fa lo shampoo almeno una volta al giorno. Una cute pulita, folta di ciocche castano chiare. Parlava soltanto tedesco. Volle verificare la sua età e prima di farlo entrare mostrò più volte con le dita sollevate la cifra otto, chiedendo: it’s ok, it’s ok? Poi lo portò in camera, invitandolo a spogliarsi. La sua gestualità era lenta, ma al tempo stesso era evidente che scandisse nella mente la durata di ogni fase della prestazione, per non regalare niente in più rispetto agli ottanta euro richiesti. Vedendo che non succedeva niente, provò a scendere con la bocca senza chiedergli il permesso, e questa iniziativa lo inibì definitivamente. Arti pagò comunque e uscì tornando subito a casa, per masturbarsi nel buio del letto e delle imposte abbassate.

La disputa sul raki e altre storie di vendetta, Fabio Rocchi, Besa. Al suo esordio nella narrativa Fabio Rocchi, toscano da qualche tempo stabilitosi a Tirana, dove insegna, all’università, Letteratura italiana, indaga con questa raccolta di racconti il tema complesso, articolato, poliedrico e policromo della vendetta, un desiderio spesso bruciante che vibra nell’anima degli esseri umani, inducendoli a compiere talvolta azioni che non avrebbero mai pensato nemmeno di poter considerare come possibili in una fase diversa della propria vita, senza dolori o frustrazioni a presentare il conto con protervia e insistenza, una seduzione che si tende, almeno in apparenza, a rifiutare, come un istinto troppo ingovernabile per poter fungere da solida guida nei meandri turbinosi dell’esistenza. La vendetta si fa quindi inoltre allegoria dell’alienante straniamento dell’altrove di chi ravvisa nella realtà che lo circonda, in cui si rispecchia e con cui si relaziona, contraddizioni e differenze, in tutti gli ambiti, che lo inducono alla riflessione, esaltata da una prosa scabra, evocativa, potente. Da non perdere.

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“Ombre sullo Hudson”

di Gabriele Ottaviani

Anita era rintanata come sempre in camera sua…

Ombre sullo Hudson, Isaac Bashevis Singer, Adelphi, traduzione di Valentina Parisi, a cura di Elisabetta Zevi. Scrittore e traduttore polacco naturalizzato statunitense, nume tutelare della letteratura in lingua yiddish, premio Nobel nel millenovecentosettantotto per, così recita la motivazione ufficiale, la sua veemente arte narrativa che, radicata nella tradizione culturale ebraico-polacca, fa rivivere la condizione umana universale, Singer, scomparso a Miami nel luglio di trent’anni fa, in quest’opera monumentale che torna in libreria in una veste elegantissima e sontuosa, come la solenne prosa alla cui sapiente fonte ci si può abbeverare nel flusso di queste pagine cesellate magistralmente, in cui, tra solennità e abiezione, si incontra la fragilità dell’uomo contemporaneo in tutte le sue contraddittorie e innumerevoli sfaccettature, nella completezza di una gamma espressiva ampia e policroma, racconta qui, nella New York della fine degli anni Quaranta del Novecento, che per un emigrante esteuropeo di quel tempo è praticamente la terra del latte e del miele, i grovigli sensuali e amorosi e il dissidio interiore connotato da un forte senso di colpa e dalla frustrazione per un’aspirazione al trascendente che non si riesce a concretizzare di Hertz Grain, affamato di vita e di sesso, in un contesto di disperate speranze e desideri ardui ad appagarsi. Impeccabile e imperdibile.

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“La coppa dell’amore”

di Gabriele Ottaviani

Sono stato via troppo tempo per sapere quali dannati piani hai in mente…

La coppa dell’amore – La saga di Poldark, Winston Graham, Sonzogno, traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni. Arrivata al decimo volume, la saga a episodi di Poldark non smette di appassionare, avvincere, convincere, coinvolgere e conquistare: le storie sono ben scritte, i personaggi caratterizzati nel dettaglio, gli ambienti pieni di fascino, le dinamiche sentimentali ed emozionali credibili, tali da toccare, in ciascuno dei lettori, le corde dell’anima, con vibrazioni sempre nuove, diverse e originali. Geoffrey, il cugino di Ross, dopo anni di guerra in giro per l’Europa finalmente, nel milleottocentotredici, torna a casa, in Cornovaglia, là dove in una grotta giace abbandonata, assieme ad altri oggetti rubati, una coppa in argento, con un’evocativa iscrizione latina. Ma non è che l’inizio… Come sempre, una delizia.

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