Libri

“Quattro madri”

quattro-madri-673x1024di Gabriele Ottaviani

Sarah cercò di fermarla, ma la follia della madre divampò ancora di più. Urlando, Sarah corse fuori per chiamare le vicine. Le donne coprirono la salma con un telo e diedero acqua zuccherata e sale inglese a Mazal per farla tornare in sé. Piangendo a dirotto e cercando appoggio nella vicina Rivka, Mazal barcollava e sillabava frasi indecifrabili. Nel momento in cui vennero a portare via il cadavere per il lavaggio purificatore, non voleva lasciarla andare. Si aggrappava al corpo che si raffreddava lentamente, con le unghie che penetravano la carne, e non permetteva di consegnarla alle inservienti. Itzik, un omone grande e balbuziente, responsabile del bagno maschile, fu chiamato d’urgenza a casa della defunta. Districò delicatamente le mani di Mazal, tirò all’indietro le dita e poi estrasse anche le unghie. Appena riuscì a liberare una mano, l’altra si allungò, attaccandosi al corpo avvizzito e imprimendo profondi semicerchi nella pelle. Furono chiamati anche Haim il droghiere e Moussa il cocchiere: con braccia forti strinsero le mani della donna che si dimenava e strillava e solo allora riuscirono a condurre il corpo al cimitero per la purificazione. Chini sotto il peso di Gheula, incapaci di sollevare i piedi immersi nella fanghiglia scura che avvinghiava loro le caviglie e minacciava con schiocchi umidi e bramosi di risucchiarli nelle viscere della terra assieme al loro silente carico, i portatori della lettiga si facevano strada per il cimitero. Le teste coperte da pesanti e inzuppati sacchi grigi, procedevano ansimanti sotto lo scroscio della grandine lanciata dal cielo, fino alla fossa, scavata in fretta e furia. La trovarono piena d’acqua, come un piccolo mikveh, e per quanto velocemente cercassero di svuotarla con secchielli e pentole, l’acqua tornava a traboccare dal ciglio del sepolcro…

Quattro madri, Shifra Horn, Fazi, traduzione di Sarah Kaminski. Sublime sin dalla copertina azzeccatissima, in un secolo di storia racconta le vicende strepitose, commoventi, entusiasmanti, emozionanti, strazianti, potenti, credibili, empatiche, intensissime di quattro generazioni di donne in quel di Gerusalemme, città santa e dunque martoriata. Amal è la quinta generazione: ed è disperata. Ha appena partorito e suo marito si è dato alla macchia. Cosa che rende entusiaste viceversa madre, nonna e bisnonna: la nascita di un maschio sano significa, infatti, che la lunga maledizione che pesava sulla loro stirpe è finita e non ci sarà più nessuna figlia femmina a ereditarla. E dato non c’è nulla di più potentemente consolatorio di un racconto, e poiché il mondo, si sa, non finirà mai proprio perché ci sono e ci saranno sempre le donne a raccontarlo, le sue progenitrici iniziano la narrazione… Sorprendente.

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Libri

“Daniel Deronda”

51OzW5481rL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Attraversarono un cortile verde passando su un vialetto coperto di ghiaia. La neve formava ancora delle isolette nell’erba, si ammucchiava sui rami del grande cedro e sulla sommità merlata dei muri di pietra. Raggiunsero un cortile più ampio, con un altro cedro, e si trovarono di fronte il bel coro da molto tempo convertito in scuderia, inizialmente forse per una moda estemporanea scoppiata tra i soldati, i quali provavano una pia soddisfazione nell’insultare i sacerdoti di Baal e le immagini di Astarte, la regina del cielo. L’esterno – l’estremità occidentale, tranne la porta della scuderia, chiusa con mattoni e ricoperta di edera – era molto rovinato, menomato dei pinnacoli cruciformi e delle gargolle, e la fragile pietra calcarea grigio chiaro, sbrecciata e corrosa, cedeva a un lichene scuro e impalpabile. Le alte finestre erano murate fino al piano d’imposta degli archi, mentre quelle ampie del lucernario erano coperte dove con rete metallica, dove con lamelle di ventilazione. Illuminata dal basso sole invernale del pomeriggio, che allungava le ombre sui rami del cedro e faceva brillare la poca neve rimasta su ogni sporgenza, la costruzione serbava ancora quasi intatto il suo antico aspetto solenne, con un effetto piuttosto sorprendente all’interno; tuttavia, escludendo l’indignazione ecclesiastica o reverenziale, gli occhi non potevano che indugiare con piacere su quella scena pittoresca e provocante. Le cappelle dal bel soffitto a volta erano state trasformate in poste; nelle vetrate polverose delle finestre scintillavano il rosso, l’arancio, il blu e il viola pallido, a chiazze; quanto al resto, il coro era stato sventrato, il pavimento livellato, lastricato e dotato di canali di scolo secondo i criteri d’igiene più diffusi. Al centro era stata collocata una fila di recinti. Una luce tenue si riversava dalle finestre più alte sul lucido mantello grigio o bruno dei cavalli, su fianchi e cosce, sulle narici che fremevano, sui musi mansueti che facevano capolino sopra i cancelletti di legno verniciato di marrone; sul fieno che pendeva dalle rastrelliere dove una volta i santi contemplavano il mondo dalle pale d’altare…

Daniel Deronda, George Eliot, Fazi, traduzione di Sabina Terziani. Una vasta pianura, dove la Floss, allargandosi, si affretta al mare tra le verdi rive, e l’innamorata marea, precipitandosi ad incontrarla, le sbarra il corso con un abbraccio impetuoso. Portati da questa marea possente, i neri bastimenti – carichi di tavole d’abete dall’odore fresco, di semi oleosi in sacchi ricolmi, o di carbon fossile cupo e lucente – risalgono verso la città si St. Ogg’s, che scopre i suoi vecchi tetti rossi a scanalature e le ampie gettate dei suoi scali tra una bassa collina boschiva e il margine del fiume, tingendo l’acqua di un lieve color di porpora sotto il fuggitivo occhieggiare di questo sole di febbraio. Il mulino sulla Floss è uno dei romanzi più belli che esistano nella storia della letteratura mondiale. Senza se e senza ma, da ogni punto di vista. Si deve a George Eliot. Cui si deve anche Daniel Deronda. Monumentale. E non certo da meno. Racconta la vicenda di un giovane che ha molti tratti in comune con l’Idiota dostoevskijano, un giovane bello e ricco che si trova spesso nei guai perché altruista. Da piccolo è stato affidato a un aristocratico ricco più di Creso, sa poco delle sue origini, poi entra in contatto con una famiglia di ebrei di cui inizia a sospettare di essere un membro e in seguito conosce Gwendolen Harleth: bella, viziata, egoista, sposata con un uomo che non ama ma è assai abbiente. E… Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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Libri

“Folco sotto il letto”

514wbyl-6NL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Come ti dicevo, stavamo ballando,» spiega a Tiziano, senza riuscire a capire se il tono della voce suoni più indispettito o affascinato. «E ballavamo in un certo modo, capisci? Perché lui fa tutto in un certo modo: ti guarda in un certo modo. Ti parla. Ti sfotte perfino, in un certo modo. Per non parlare di quando canta, o cammina. O si muove. Insomma, l’hai visto. Era chiaro che non potesse solo ballare, ma che dovesse fare anche quello in un certo modo…» L’altro annuisce, un po’ confuso. «E io ero… Non so. Perso, credo,» continua lui, senza alcun imbarazzo. «Lo stesso effetto che ti fa uno spinello, per intendersi. Quel senso di rilassatezza estrema, e allo stesso tempo l’adrenalina che brucia nel sangue. Uno sballo.» «Uno sballo,» ripete Tiziano, con l’aria di chi non ha la più pallida idea di cosa si stia parlando. «Poi lui ha strusciato l’inguine contro il mio, ha osservato attentamente la faccia da coglione di uno che sta quasi morendo lì, sulla cazzo di pista del cazzo di Nowhere,» prosegue. «E se n’è andato.» Per qualche istante, l’amico lo guarda soltanto. «In che senso se n’è andato?» chiede infine. Lui solleva le mani, poi le lascia ricadere stancamente lungo i fianchi. «Nel senso che mi ha mollato lì come un idiota. Ed è sparito.»

Folco sotto il letto, Micol Mian, Sabrina Romiti, Triskell. Sovviene d’immediato alla mente una sequenza di Un uomo, una donna di Claude Lelouche: sulla spiaggia, baciati da una luce soffusa e trasversale, un cane e il suo padrone passeggiano insieme, e pare evidente che fra di loro esista una sorta di reciproca somiglianza. Del resto è un luogo comune, e si sa che alle leggende non manca un fondo di verità, che è possibile che ognuno di noi abbia sperimentato: similis cum similibus facillime congregantur, non è certo una novità. Anche per Mattia e Folco vale questo principio: il primo è un ragazzo giovanissimo col cuore infranto che non sa cosa sarà del suo futuro, il secondo un cucciolo di chihuahua che diffida dell’universo mondo e per questo se ne sta sempre sotto il letto. Ma dall’altro lato del pianerottolo, nel condominio dove vivono, nella sempre suggestiva Torino, c’è Bruno. Che ha trent’anni. Fa il fotografo. E non ha intenzione di arrendersi dinnanzi alla corazza di dolore che il vulnerabile Mattia ha edificato intorno a sé. E… Coinvolgente e convincente.

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Intervista, Libri

Paul Hoover: “La poesia punge e guarisce”

Paul Hooverdi Gabriele Ottaviani

Paul Hoover, straordinario autore di Saigon, Illinois, che sarà presentato sabato ventitré di giugno per Massenzio Off – il programma del Festival delle Letterature in periferia – presso la Biblioteca Cornelia di Roma in Via Cornelia 45 insieme a Nicola Manuppelli e Luca Dresda (ore 18), risponde alle domande di Convenzionali: siamo onorati.

Cosa significa la parola guerra per lei?

Mi ricorda la canzone del gruppo degli anni ’60 WAR: “A cosa serve? Assolutamente a niente.”

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

Avevo una storia da raccontare sulle mie personali esperienze sul “fronte interno” della guerra del Vietnam. Avevo pubblicato libri di poesia ed ero conosciuto come poeta. Ma poi ho comprato un computer e ho iniziato a scrivere molto velocemente, quindici pagine solo nel primo giorno. Cinque mesi dopo il libro era finito. Inoltre, ero vicino a persone che avevano combattuto in guerra. Il mio compagno di ufficio come professore era Larry Heinemann, che in seguito vinse il National Book Award per Paco’s Story.

Cosa rende umani uomini e donne?

Amore e perdono.

Perché è necessaria la pace?

Senza pace, il mondo è come il dipinto di Goya in cui il nudo dio della guerra mangia un uomo come una baguette. La guerra distrugge, la pace costruisce.

Cosa pensa della nostra società?

Negli Stati Uniti ci troviamo in un guaio disperato a causa dell’elezione di Donald Trump. La ragione è il razzismo profondamente radicato in varie parti del nostro paese. Il razzismo è la fonte di tutti guai politicamente.

Qual è il ruolo di un poeta nella nostra società?

Risvegliare la mente verso la sua vita migliore. Dal punto di vista politico, pungere e guarire.

Qual è il problema più serio della nostra società?

Il ruolo terrificante delle grandi corporazioni e della classe dell’oligarchia. Quello e, naturalmente, il razzismo.

Qual è il significato della letteratura?

Riflette il mondo così com’è e anche come avrebbe potuto essere. Ha la funzione, come diceva Horace, di deliziare e istruire. Per il lettore che soffre, può aiutare a piangere il dolore.

Reagan disse: “Sono stati fatti degli sbagli”. Che tipo di errori fa l’umanità ogni giorno e ovunque?

Atti di vendetta e avidità che vengono commessi ogni giorno e gettano un sudario sul mondo. Ad esempio, basti pensare a ciò che il “padre della TV ideale”, Bill Cosby, ha fatto a delle giovani donne.

Cosa rappresenta ancora il Vietnam nella società statunitense?

Pensavamo che avrebbe messo fine all’interferenza degli Stati Uniti con gli altri paesi. Ma questo non si è dimostrato vero. Pensavamo che potesse esserci una letteratura postcoloniale e anche una società di quel tipo. Ma questa idea è presto scomparsa.

Cosa pensa di Donald Trump e della sua presidenza?

Minaccia di distruggere la nostra società e anche lo stato di diritto come stabilito dalla Costituzione degli Stati Uniti. Va contro ogni istintiva buona intenzione, e come demagogo sta stabilendo la regola della non verità.

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Intervista, Libri

Paul Hoover: “Poetry stings and heals”

Paul Hooverdi Gabriele Ottaviani

Thanks to Paul Hoover for this marvellous interview.

What means the word war to you?

It reminds me of the song by the 60s group WAR:  “War, what is it good for? Absolutely nothing.”

Why did you decide to write this book?

I had a story to tell about my own “home front” experiences of the Vietnam War.  I had published books of poetry and was known as a poet.  But I bought a word processor and began to write very quickly, fifteen pages in the first day.  Five months later the book was finished.  Also, I was close to people who had fought in the war.  My office mate as a professor was Larry Heinemann, who later won the National Book Award for Paco’s Story. 

What makes men and women human?

Love and forgiveness.

Why is peace necessary?

Without peace, the world is like the Goya painting in which the naked god of war eats a man like a baguette.  War destroys, peace fulfills.

What do you think of our society?

In the U.S.  we are in desperate trouble because of the election of Donald Trump.  The reason is a deep-seated racism by parts of our country.  Racism is the source of all woe politically.

What is the role of a poet in our society?

To awaken the mind to its better life.  Politically, it is to sting and to heal.

Which is the most serious problem of our society?

The terrifying rule of the large corporations and the oligarch class.  That, and of course, racism.

What is the meaning of literature?

It reflects the world as it is and also as it might have been.  It has the function, as Horace said, of delighting and instructing.  For the reader who suffers, it can help to cry away the pain.

Reagan said, “Mistakes were made.”  Which kind of mistakes does humanity do every day and everywhere?

Acts of vengeance and greed are committed everyday that cast a shroud over the world.  For instance, what the “ideal TV father,” Bill Cosby, did to young women.

What does Vietnam still represent in US society?

We thought it would bring an end to the US interfering with other countries.  But that didn’t prove to be true.  We thought there might be a post-colonial literature and also society.  But this idea soon disappeared.

What do you think about Donald Trump and his presidency?

It threatens to destroy our society and also the rule of law as set out by the US constitution.  He goes against every well-meaning instinct, and as a demagogue he is establishing the rule of untruth.

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eventi, Intervista, Libri

La salute viene anche leggendo…

image (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

Convenzionali intervista con gioia Fulvia Filippini, direttore affari istituzionali di Sanofi, che cura il premio Leggi in salute.

Chi era Angelo Zanibelli?

L’ingegner Angelo Zanibelli è stato il Direttore Comunicazione e Relazioni Istituzionali di Sanofi italia per molti anni, purtroppo prematuramente scomparso. Proprio per il suo grande impegno, Sanofi ha voluto istituire un Premio Letterario in Suo nome con l’obiettivo di  premiare le opere letterarie che contribuiscono ad una corretta e utile informazione sui temi sanitari. Per il secondo anno il vincitore della sezione inediti, per la quale i testi in linea con le tematiche del premio devono essere inviati entro il 30 luglio, verrà pubblicato e promosso da Cairo Editore.

Quanto fa bene leggere?

Leggere e scrivere è considerato ormai una forma terapeutica di sostegno a molte terapie, soprattutto per l’aspetto emotivo che molti pazienti sono costretti ad affrontare.

Quanto è importante la ricerca in ambito sanitario?

La ricerca è un aspetto fondamentale del futuro del mondo salute, senza l’investimento da parte delle aziende farmaceutiche in tanti campi ancora da investigare sarà impossibile evolvere nelle terapie, sarà difficile garantire quel progresso della scienza che oggi permette a malattie quali ad esempio il diabete di vivere una vita normale, a pazienti con sclerosi multipla di permettere un lento regredire della mobilità e forse un domani addirittura di bloccare e sconfiggere l’avanzamento della malattia. Come anche l’HIV che un emblema simbolo di vittoria della ricerca.

Quanto sono pericolose le cosiddette fake news?

Il fenomeno delle fake news poggia su meccanismi psicologici ben noti agli studiosi del comportamento e dei quali siamo tutti, più o meno consapevolmente, vittime. Le persone tendono a cercare informazioni che confermino le proprie ipotesi iniziali su determinate tematiche. Ciò significa che, se le idee di partenza risultano distorte, tenderanno a trovare conferma. È facile comprendere come nell’era digitale chi sviluppa per diverse ragioni opinioni contrastanti con la realtà dei fatti troverà con molta facilità conferma nel web e questo è estremamente devastante nell’ambito sanitario. I social purtroppo sono spesso casse di risonanza per messaggi sbagliati che portano a veri e propri drammi sanitari nazionali. Fondamentali dunque chi sono le fonti ufficiali a dettare conoscenza e informazione sulla salute.

In che modo occupazioni che danno piacere intellettuale e che costituiscono il tessuto della nostra quotidianità permettono di affrontare al meglio la malattia?

Scrivere è un piacere intellettuale che sta assumendo un grandissimo rilievo nel campo della medicina, definita come medicina narrativa, una vera e propria metodologia che stimola la narrazione, da parte del paziente, del proprio stato di malattia, nell’intento di dare senso e quindi sollievo alla sofferenza, di favorire la creazione di un rapporto di fiducia e comprensione tra malato e personale medico e di capire il quadro patologico individuale. In questo modo i pazienti non si sentono più un semplice codice identificativo di una corsia, ma persone in grado di far comprendere il proprio percorso e metterlo a disposizione di altri che debbano affrontare la stessa malattia.

C’è un libro che in un particolare momento della sua vita è stato per lei una cura? E qual è il libro del suo cuore?

In realtà un libro che per me è stato più un compagno di viaggi è “La ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, mentre sicuramente il mio libro del cuore è “Il piccolo Principe”.

Cosa spera di leggere nelle opere che parteciperanno al premio?
Anche quest’anno i libri sono moltissimi e questo è un’ulteriore conferma di come il Premio Zanibelli sia ormai diventato un appuntamento importante nel mondo letterario dedicato alla salute.  Quest’anno spero di poter leggere libri scritti da pazienti o caregivers che riversano nella pagine spaccati di vita reale che fanno emozionare e fanno riflettere più di mille testi scientifici cosa significhi combattere una malattia perché questo è il vero significato del premio Zanibelli, trasmettere esperienze ed emozioni che possano aiutare a comprendere situazioni o che possano aiutare altre persone che affrontano le stesse problematiche a vedere alcuni aspetti in modo diversi, a trovare la grinta e la forza per andare avanti.

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Cinema, Intervista

Alessandro Zoppo e la commedia della convivenza

alessandro-zoppo.jpgdi Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha la grande gioia di intervistare Alessandro Zoppo, uno dei direttori artistici del Karawan Fest 2018, che si tiene a Roma, dal 20 al 24 giugno 2018, giunto alla settima edizione. Il festival porta il grande cinema nei cortili dei quartieri Tor Pignattara e Pigneto, proponendo visioni non convenzionali per trattare i temi della convivenza e dell’incontro tra culture in tono non drammatico. Proiezioni di lungometraggi, tra cui due anteprime, laboratori, incontri, una mostra fotografica, reading di poesia, un tour per il quartiere, musica e ogni sera dalle ore 20.00 il Karawan Bistrot, aperitivo e dj set, in una delle aree più multietniche della Capitale, per il secondo anno consecutivo sostenuto dal Mibact con il bando MigrArti. Programma completo e mappa delle location al link ufficiale: www.karawanfest.it

Qual è l’obiettivo di questo festival? 

L’obiettivo di Karawan è raccontare con la chiave della commedia le tematiche della convivenza, dell’identità, dell’incontro tra culture diverse. Le differenze sono una ricchezza e più ci integriamo con altre culture, più le comprendiamo. Karawan non a caso nasce e vive nel territorio di Tor Pignattara, laboratorio della società italiana di domani, con numerose comunità straniere residenti che ne fanno una sorta di piccola “Babele” a un passo dal centro storico di Roma. L’evento è inoltre site specific: ci spostiamo ogni sera in un cortile diverso, trovando ospitalità in condomini privati così come in spazi pubblici e mettendo in relazione le energie più positive nel territorio. Karawan è movimento, convivialità, sorriso, la periferia come giardino e non come deserto.

Cosa rappresentano i concetti di centro e periferia e qual è la dialettica che intercorre fra di loro?

Fin dagli esordi, uno dei nostri obiettivi è proprio quello di stimolare una riflessione sui concetti di centro e periferia. Per noi la periferia è entrata e non uscita. Non vogliamo vederla come sobborgo del centro, ma come punto di preparazione allo stesso. Vogliamo contribuire a costruire, attraverso il cinema, una discussione divertente, avvincente, mai scontata, su concetti come margine, spazio pubblico e partecipazione attiva. Tanto da sentirci noi “nativi” degli stranieri e da far diventare i cosiddetti “stranieri” ambasciatori della cultura del luogo dove vivono, lavorano e crescono i propri figli. Anche questo è un ribaltamento di prospettiva tra centro e periferia.

Cosa significa ‘essere migrante’? 

In ore di inquietanti censimenti e tolleranza zero, ti rispondo con le parole di Fabrizio De Andrè: «I dizionari di psicologia definiscono il continuo spostarsi senza altra meta che non sia lo stesso movimento “dromomania”, attribuendole il significato di fuga dall’angoscia. Posso accettare la definizione, se per ‘angoscia’ si intende il timore della morte, ma ben vengano popoli che la esorcizzano con il viaggio eterno intorno al mondo. Senza armi. Certo, è vero, gli zingari rubano. Neanche loro possono sottrarsi a quell’impulso di saccheggio che è nel DNA della razza umana. Però non mi è mai capitato di leggere o sentire di uno zingaro che abbia rubato tramite banca».

Quali spunti di riflessione sperate che il pubblico ricavi dalla visione dei film del festival? 

Considerare la città e le periferie come un habitat aperto e inclusivo; aprirsi all’altro senza timore; ridere, perché sul dramma bisogna anche saperlo fare.

 

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