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“La passione di Santa Teresa d’Avila”

41rqe4z4SAL._AC_US218_ (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Le opere di Santa Teresa sono autobiografie psicologiche di concezione vigorosa e precisa, senza tracce di psicologismi.

La passione di Santa Teresa d’Avila, Christian Rancé, Arkeios. Traduzione di Pasquale Faccia. Santa Teresa d’Avila è stata una religiosa e mistica spagnola che ha attraversato pressoché tutto il sedicesimo secolo, è venerata sia dai cattolici che dagli anglicani, è stata beatificata nel milleseicentoquattordici e canonizzata nel milleseicentoventidue, si festeggia il quindici di ottobre, data della sua morte, è dottore della Chiesa come Santa Caterina, ha scritto numerosi testi, è stata fondamentale all’epoca della riforma cattolica, a lei si deve l’ordine dei carmelitani scalzi, ha fondato numerosi monasteri, è patrona di Spagna e Croazia e di scrittori, persone malate nel corpo, cordai, orfani, persone in cerca di grazia, membri di ordini religiosi e di tutti coloro i quali vengono ridicolizzati per la loro pietà. Christian Rancé ne fa un ritratto dettagliatissimo che non manca di dipingere minuziosamente anche il contesto: Interessante.

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“Lo zen e l’arte della ribellione”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Trova l’amore e incontrerai la magia!

Lo zen e l’arte della ribellione – A bordo di un sidecar nella fantastica storia di Arianna, Selene Calloni Williams, Biblioteca Contemporanea Edizioni Studio Tesi. Al di là del genere, tra narrativa, filosofia e psicologia, il volume, agile e interessante, racconta la storia di Arianna, e sin dal nome della protagonista è evidente come la stesura sia piena di riferimenti simbolici. Arianna del resto è colei che dipanando un filo seppe guidare un eroe smarrito al di fuori di un labirinto di dolore e morte, per riceverne in cambio, dato che, com’è noto, la gratitudine non è di questo mondo, e forse nemmeno di questa galassia, un abbandono. La Arianna di cui però leggiamo non ci sta affatto a essere piantata in (N)asso, anzi: è una ribelle, che affronta l’esistenza con animo puro. Esattamente con la stessa disposizione con cui un vero appassionato si accosta alla lettura. Diverte e fa pensare.

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“Attraverso i miei occhi”

41A-lg+CUpL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dove ritiene sia meglio infiltrarsi?

Lucifer’s legacy – Attraverso i miei occhi, Aurelio Arnaldino, Giovane Holden. Lord Novak è il capo dei licantropi, Vlad sovrintende i guardiani: Aurelius, invece, è un vampiro centenario,e  certo non gli mancano i sodali. Queste fazioni sono l’un contro l’altra armate, perché il mondo ormai non è più quello di una volta, quello che si è abituati a conoscere: e in tutto questo Rose Salinger dà la caccia a un killer che non ha pietà di nulla e di nessuno, e che forse è addirittura stato generato da una mutazione genetica dagli effetti terribili e devastanti. Rose, che è giovane. Rose, che guida l’unità anticrimini paranormali. Rose, anche lei una vampira… Simbolico e non scontato, ha un ottimo ritmo. Intrigante.

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“Occhi di marrone”

41dLQg8OXNL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Lui stilava l’Elenco.

Occhi di marrone, Iacopo Maccioni, Giovane Holden. Nella prima metà degli anni Quaranta del ventesimo secolo a Terezín si ritrovano moltissime persone, tra le quali un gran numero di intellettuali provenienti dai territori europei che in quel periodo sembrano non poter resistere in alcun modo all’orribile avanzata delle squadracce armate fino ai denti del Terzo Reich. Un tratto sostanziale accomuna gli individui che sono lì radunati: sono ebrei. Come Tsvi, Dvora, suo padre e Zeev, creature verosimili ritratte vividamente in questo affresco struggente che amalgama pienamente testimonianza e invenzione. Tsvi cerca gli occhi di Dvora tra gli uomini e le donne che fanno parte di uno degli ultimi convogli che lasciano Terezín, prima della liberazione. Tsvi, a Terezín, non ha preso, due anni prima, il treno per Auschwitz. Perché grazie ad altri occhi è stato baciato dalla salvezza. Dvora invece è giunta in quella che sin dal primo istante ha saputo incontrovertibilmente riconoscere come un’illusione e un inganno, una falsa città ideale, insieme al padre, sventuratamente sicuro per tutta risposta di essere viceversa divenuto proprietario di un appartamento in un’amena località di villeggiatura. Dvora è bella. È colta. Canta benissimo. Entra a far parte del coro che sta preparando un’esibizione per i gerarchi. E… Intenso.

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“Michelangelo”

61Q+Dp4sIpL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Io sono in gran disperatione…

Michelangelo – Mito e solitudine del Rinascimento, Giulio Busi, Mondadori. È stato in assoluto uno dei massimi geni della storia, non solo per quel che concerne meramente, ammesso e non concesso che sia lecito utilizzare un simile avverbio di modo, le discipline artistiche propriamente dette. Ha fatto del suo intelletto e della sua abilità uno strumento per regalare magnificenza all’universo. Ma era anche un uomo. Dalla vita lunghissima, specie per la media dell’epoca in cui è esistito. E pieno di fragilità. Generoso con chi aveva di meno, ascetico, trasgressivo, moderno, all’avanguardia, indipendente, libero, insofferente, indomabile, desideroso di riscatto, attaccatissimo a ogni singolo centesimo, lontano mille miglia da ogni spreco, essendo ben consapevole di cosa significasse soffrire la fame, capace di tenere testa a tutto e tutti, copiato, detestato, glorificato, strapagato. Solo. Spesso. Per vari motivi. Giulio Busi fa un ritratto semplicemente eccezionale di vita, opere e ambienti, minuzioso e coinvolgente. Da non perdere.

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“Alla scoperta dei segreti dell’antico Egitto”

61TVD7cAi4L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nella sala 37 del Museo egizio del Cairo, inserita in una teca e alta sette centimetri e mezzo, si può a malapena notare una statuina, che potrebbe in effetti sfuggire all’occhio del visitatore se non vi fosse riportato uno dei nomi più celebri della storia antica. La piccola scultura, infatti, rappresenta i tratti di Cheope, il faraone che fece costruire la Grande Piramide di Giza, una delle strutture più impressionanti del mondo antico, il cui fascino e la cui perfezione ancora oggi non smettono di ispirare le più stravaganti teorie. Ma chi era Cheope? Khnum-Khufu, “Il dio Khnum mi protegge”, era il suo vero nome, abbreviato poi in Khufu e trascritto dai greci come Cheope. Per ironia della sorte, a parte alcune iscrizioni e qualche papiro, il suo ricordo passa da un manufatto in avorio della dimensione di un palmo alla sua maestosa realizzazione in pietra di circa 147 metri di altezza, l’unica delle sette meraviglie del mondo rimasta ancora in piedi. Per Erodoto non c’erano dubbi: Cheope era stato per gli egizi il tiranno più odioso. Un re megalomane che li aveva condotti alla «più squallida miseria», costringendoli a interrompere tutte le loro attività, persino le pratiche religiose, per lavorare per lui, e per il solo capriccio di ergersi il più grandioso sepolcro a memoria d’uomo. Di certo Cheope crebbe in una corte ossessionata da questi monumenti, se si pensa semplicemente che fu il figlio di Snefru, l’artefice di tre piramidi. La mania di grandezza fu un tratto comune dei primi faraoni della IV dinastia. Una grandezza che fu poi mitizzata dai posteri. Ne emerge un’immagine contrastante di questo sovrano. Nei racconti popolari del papiro Westcar, Cheope amava sedersi tra i suoi familiari e i suoi amici e deliziarsi con le storie favolose dei suoi figli, tra cui Chefren, l’autore della seconda delle tre piramidi di Giza. In questo ritratto idilliaco, tra maghi e prodigi, in un’ambientazione da Mille e una notte, è difficile ritrovare le linee autoritarie di un semidio carismatico e potente quale egli fu. Probabilmente l’opera maestosa che ammiriamo a Giza è il suo simulacro…

Alla scoperta dei segreti dell’antico Egitto, Stefania Bonura, Newton Compton. Si tratta di una delle civiltà più antiche, importanti e prestigiose della storia, caratterizzata da numerosissime peculiarità. E da moltissimi misteri, che la rendono ancora più interessante e intrigante, stimolando la fantasia e l’immaginario collettivo di chiunque si accosti alla loro grandezza. Stefania Bonura, in modo semplice e chiaro, non lesina nessun dettaglio, regalando una lettura divertente, piacevole, dotta, intelligente, brillante, stimolante e istruttiva, adatta a tutti.

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“L’ultima madre”

51LLbtG6jZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Hanno liberato Pilade”: la strada tuona di queste parole. Pilade è già nella sede, con Sandra, Elettra e Oreste. Oreste ha ancora addosso la colpa e pian piano comincia a sentire anche il dolore per sua madre. Non s’erano più parlati, lui e sua madre, non sapeva niente di lei, perché si era sposata, perché aveva avuto dei figli, insomma qualunque domanda sarebbe andata bene per sapere chi fosse sua mamma. Ogni giorno sembrava quello giusto per presentarsi l’un l’altra, ma poi si rimanda perché la vita in fondo ha il volto dell’eternità, così stagliata com’è sotto lo stesso cielo e affianco delle solite montagne. E infine accade: la donna forte, energica, dotata di quella cattiveria che le fa odiare il marito ed è il segno del potere, d’un tratto s’affloscia, la testa le cade di lato ed ella diviene come un fantoccio, che mai per nessuna concessione divina sembra essere stato in grado, un giorno non molto lontano, di partorire un figlio. E così Oreste non è mai nato, non almeno da quella massa informe che s’atteggia a mamma. Oreste sente di odiare quell’essere che ha tentato, con l’ultimo sforzo della sua vitalità, di proteggere il mostro che aveva fatto uccidere Agamennone. Una vita sprecata, quella della mamma, che pure aveva tre figli da proteggere e invece li aveva buttati nella spazzatura. E che ora lo fa sentire in colpa e gli dà un dolore sordo in mezzo al costato. Oreste fa l’atto di pulirsi, si strofina le maniche della camicia, spazzola i pantaloni, c’è un po’ di follia nei suoi gesti e tutti lo stanno a guardare. «È importante che tu stia ad ascoltarmi», gli sta dicendo Pilade. Oreste strabuzza gli occhi, non incontra compassione allora? Lui, figlio tutto sporco?

L’ultima madre, Roberto Bertoldo, Mimesis. O tu che vegli, Ermète sotterraneo, / del padre mio la sorte, a me che imploro / dà tu salvezza, al fianco mio combatti: / ché a questo suolo io giungo: io sono qui. / E lancio un bando al padre mio, sul clivo / di questa tomba, ch’ei m’oda, e m’ascolti. / L’Inaco il primo mio ricciolo s’ebbe, / che nutrito m’avea: questo secondo, / segno di lutto, io qui recido, o padre, / ché lungi, alla tua morte, ero, e non piansi, / né le man sovra la tua spoglia io tesi. / Che cosa scorgo? Quale accolta avanza / vêr noi di donne, in negri manti avvolte? / E quale evento io debbo indurre? Forse / su la casa piombò nuova sciagura? / O penserò che libamenti, quali / molciscono i defunti, al vecchio rechino? / È questo il vero? – È questo: Elèttra io vedo / che muove qui, la mia sorella, chiusa / in luttuosa doglia. – O Giove, oh!, ch’io / vendichi il padre! E tu benigno assistimi. / Stiamo in disparte, o Pilade, ch’io veda / chiaro quale corteo di donne è questo. Così Oreste dinnanzi alla tomba del padre Agamennone nell’incipit delle Coefore, capitolo secondo dell’Orestea di Eschilo, nella traduzione di Ettore Romagnoli. Agamennone era il fratello di Menelao. La guida della spedizione di Troia. Colui che si imbarcò per lavare nel sangue l’onta subita dall’imbelle e cornificato fratello. Colui che fa adirare Achille. Colui che agisce con sicumera. Che ha il cuore nero. Che viene ucciso dalla moglie e dal di lei amante. Lui, che aveva ucciso la figlia, sacrificata per porre rimedio a un suo atto di hybris, per fare in modo che la bonaccia si interrompesse, che le navi potessero partire alla volta delle porte Scee. Clitennestra è la moglie. Clitennestra è la vedova. Clitennestra è madre. Clitennestra è assassina. E l’elemento materno è ciò che tutto genera, ciò a cui ogni cosa si deve. Per cambiare bisogna in qualche modo ucciderlo. Ed è per il tramite di quest’allegoria che Bertoldo costruisce la sua ardita e appassionante narrazione, intrigante, interessante, raffinatissima e gravida di chiavi di lettura: la politica, dunque, l’arte del fare il bene comune, almeno in teoria, è vista come una sorta di matricidio, perché altrimenti, se non ci si libera dell’antico, il nuovo non avrà mai spazio. Da non perdere.

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