Libri

“Sei giorni”

41Ok7LHkPbL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi ritrovai in ginocchio, le palpebre serrate, le mani a tappare le orecchie. Per non vedere. Per non ascoltare.

Sei giorni, Stefano Valente, Graphofeel. La guerra è il male, si sa. E dietro l’angolo, a un attimo da casa nostra, in un passato non remoto, dato che i decenni sono granelli di sabbia nella clessidra della storia, se n’è combattuta una fra le più feroci. Connotata da una pulizia etnica aberrante i cui segni sono ancora evidentissimi, veri e propri marchi a fuoco sulla pelle e nei paesaggi: Stefano Valente, con prosa potente, colta, scabra e avvincente, racconta, come da sottotitolo, di Iacopo, l’Educatino che tornò a piedi insieme al violento e crudele Gabro, compagno di trincea, attraverso un paese devastato, l’immaginaria Češnekia dove si parla una sorta di fittizio serbo-croato-sloveno che combatte con un’altra terra mai nominata e di pura invenzione anch’essa. Ma si può parlare ancora davvero in questi nostri tempi di pura invenzione? E di fine della guerra? Da leggere.

Annunci
Standard
Intervista, Libri

“Sei giorni”: l’uomo non impara…

41Ok7LHkPbL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Stefano Valente ha scritto l’intenso Sei giorni: Convenzionali ha il grande piacere di intervistarlo per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Dal ’91 al ’95 abbiamo vissuto fianco a fianco con uno dei conflitti più atroci di sempre, quello della guerra civile nella ex Jugoslavia alla quale Sei giorni è liberamente ispirato. Un conflitto vicino, eppure remotissimo per noi italiani – distaccati, disinteressati. Accidiosi vorrei dire. È stata quasi una scelta di non sporcarsi, non mettersi in moto contro l’orrore che avevamo dietro la porta di casa. Follia e colpa, credo, la nostra. Irresponsabilità civile, potrebbe chiamarla qualcuno. La pulizia etnica con i suoi massacri sono stati l’aspetto più orrendo. In me si erano sedimentate immagini, sensazioni, ombre, echi dolorosi di eventi che a un dato momento non ho potuto più far tacere. Dovevano venir fuori. Anche un senso di colpa, sì, per il non aver cercato di comprendere, per il non aver agito di tutti noialtri, a tutti i livelli…

Cosa rappresenta la guerra nella nostra società?

La Storia, con la s maiuscola, insegna che l’uomo non impara dal passato, dimentica, ricade diabolicamente negli stessi drammatici errori. La guerra civile nella ex Jugoslavia lo testimonia in pieno. Accaduta ieri, identica alle atrocità del passato prossimo o di quello remoto. La guerra è il tempo durante il quale l’uomo si confronta per necessità con i suoi bisogni e i suoi istinti basilari, più primitivi. La fame, il freddo, l’odio, per dirne alcuni. La lotta per la sopravvivenza, che consideriamo una dimensione tipica del mondo animale, diventa di colpo umana in senso drammaticamente peculiare. Come non ci fosse stato mai spazio per altro. Un azzeramento totale delle coscienze accecate e rigonfie del veleno che le scaglia contro l’altro, contro chi ora è giudicato diverso, ma fino a ieri era nostro fratello. La guerra di Sei giorni è un po’ la metafora di tutte le guerre. E alla fine c’è sempre un dio da invocare, temere, maledire, nominare invano. Dio in qualche modo dà giustificazione all’odio, l’uomo se ne serve per trovare un motivo profondo, impossibile da mettere in discussione, alla guerra – di per sé ingiustificabile. Il tema del jihad, della guerra santa, qualunque vessillo esso agiti, di fatto non cessa di marcare le violenze umane…

Cosa le è interessato maggiormente mettere in risalto nei suoi personaggi e nella vicenda che ha scelto di raccontare?

Forse la scoperta, la rivelazione di noi stessi. O del nostro lato nascosto, più oscuro, inimmaginabile. Mi intrigano i risvolti nascosti del reale, le molteplicità delle “facce” e delle anime dell’uomo… I protagonisti principali di Sei giorni sono un non-eroe e il suo esatto contrario. Neppure questo un eroe: il tempo degli eroi è finito con la crudeltà, con una Storia che ha messo al bando definitivamente i numi, gli dèi, e li ha sostituiti con gli istinti più bassi – forse anche i più elementari – dell’umanità. Iacopo è “l’Educatino”, il Gabro che lo accompagna è la violenza e l’amoralità. Tuttavia il Gabro è necessario a Iacopo, vitale, gli serve per farcela – per tornare “a piedi” attraverso un mondo che brucia ancora, non smette. E forse anche l’Educatino è essenziale per il suo compagno…

Qual è il messaggio che desidera trasmettere?

Probabilmente Sei giorni è un romanzo che vuole spingere il lettore a porsi delle domande fondamentali – quesiti che, per ignavia, mancanza di coraggio o semplice pigrizia, noialtri, fortunati cittadini di un mondo pacificato ma circondato ovunque da guerre, continuiamo a evitare. C’è un limite? Fino a che punto può spingersi l’essere umano? Lo stesso concetto di “umano” ha ancora un senso? Ritengo che chi scrive non possa altro che proporre una ricerca, la sua propria, ma non debba mai avere la presunzione di sciorinare verità. Lavorando a Sei giorni io credo – o forse mi illudo – di aver sfiorato il cuore doloroso, ma anche tenerissimo, del limite della dignità umana. Una linea di demarcazione, o magari un muro di filo spinato, che corre là dove le esistenze sono davvero a contatto, spalla contro spalla, con le altre vite, e in nessun altro luogo…

Lei è glottologo e studioso di letterature iberoromanze: che strumenti ci danno proprio la glottologia e la letteratura per analizzare, interpretare, conoscere il mondo?

Conoscere altre lingue è poter disporre di diversi punti d’osservazione, di interpretazione della realtà. Grazie al portoghese, la mia “lingua dell’anima” – nella quale spesso mi capita di pensare, o parlare fra me e me, e anche di scrivere –, ho a volte l’impressione di cogliere aspetti “altri” del vero, o dell’immaginario. Come glottologo, cioè studioso delle lingue (in senso storico – diacronico – e non solo), non smette ad esempio di entusiasmarmi quanto la struttura della nostra lingua madre condizioni anche i nostri processi mentali. Il nostro pensiero è articolato in frasi che necessariamente obbediscono alle strutture della lingua con cui comunichiamo abitualmente. Siamo convinti che il tessuto della realtà sia uno e uno solo per tutti gli esseri umani; ma non è affatto così. L’esempio dei colori è emblematico: mentre noi sappiamo bene a quale colore ci riferiamo parlando del cielo, in greco antico non esisteva un termine per ‘azzurro’, e in gallese glas contempla l’intera la gamma dei verdi e dei blu. Quasi come la parola giapponese ao, che vale sia per azzurro che per verde (e infatti in Giappone la luce verde dei semafori è decisamente tendente al blu). Insomma: la lingua finisce per “plasmare” il modo nel quale vediamo il mondo. Questo non può che arricchire la scrittura, la letteratura o meglio le letterature, che io intendo proprio come il tentativo di raccontare la complessità, il veicolo della molteplicità di cui sono intessute delle esistenze.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Scelta nient’affatto facile, ho tanti titoli in testa… Come libro dico La notte dell’angelo di Luca Desiato. Uno dei massimi autori viventi della letteratura italiana, per me un maestro – che ho avuto la fortuna di conoscere e che mi onora con la sua amicizia ed i suoi consigli. Ne La notte dell’angelo, senza ombra di dubbio il maggior romanzo storico mai pubblicato su Caravaggio – quello che meglio riesce a trasmettere il senso di inquietudine violenta, della lotta interiore tra materia e anima dell’artista –, Desiato ci stordisce e ci ammalia con la sua lingua ricchissima, immaginifica, piena di invenzioni e lirismo, all’interno di una narrazione che esprime una maturità stilistica e strutturale incomparabile. Come film, resto senza dubbio in ambito storico con Il mestiere delle armi del purtroppo recentemente scomparso Ermanno Olmi. È una pellicola che ricostruisce la vita di Giovanni dalle Bande Nere, e lo fa con un’attenzione filologica spettacolare che, pure, nulla toglie alla drammaticità della storia, ma al contrario la esalta. L’ascesa e l’ineluttabile declino delle fortune di un condottiero segnati dal passaggio cruciale dalla guerra “antica” a quella “moderna”, quando le armi da fuoco iniziano a soppiantare l’acciaio delle spade. Ecco, ritorna prepotentemente il tema della guerra. Inseparabile dall’essere umano attraverso i secoli…

Standard
Libri

“Paradise Falls”

ParadFalls-Paradiso.jpgdi Gabriele Ottaviani

Presa dalla fame, un pomeriggio di settembre, Queenie, la vecchia e consunta cagnetta spitz di proprietà del reverendo Edwin P. Rathbun (rettore della chiesa episcopale) e della sua signora, divora tutte le pagine dei libri di Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia della Bibbia di famiglia che si trova nel salotto di casa Rathbun. Mrs Rathbun è sconvolta. Cattiva, le dice. Ohi. Ohi. Cattiva Queenie! Mrs Rathbun abbraccia la cagnetta e le scuote un dito davanti al muso. I Rathbun non hanno figli. Amelia Burkhart è sposata con Christian Soeder. Il fratello Wilhelm ha regalato a Christian cinquanta acri di terreno pianeggiante vicino al lago Paradise, e Christian Soeder costruisce una casa su questa terra. Il matrimonio si svolge a fine agosto e forse due settimane dopo Amelia rimane incinta. Un fatto sconvolgente è accaduto a Christian Soeder: si è innamorato della pallida e piccola moglie. Per la prima volta nella sua vita dissoluta si accorge dell’esistenza di cose come le foglie e le nuvole. Il nostro non è un semplice accordo, dice ad Amelia, sarà più che un accordo. La nostra vita, intendo. Ti renderò orgogliosa di me. Amelia annuisce. Cucina torte eccezionali, mantiene la loro nuova casa linda come uno specchio. Non ha mai accennato a Ferd Purvis con Christian. Nemmeno una volta. (La madre e il padre di Amelia sono al colmo della gioia. Naturalmente li rincresce il fatto che Oliver P. Purvis se ne sia andato all’altro mondo sul pavimento della loro cucina, ma quello sfortunato incidente non ha minimamente mitigato la gioia per il matrimonio. Christian è un bravo ragazzo e sanno che ora metterà la testa a posto.

Paradise Falls – Il paradiso, Don Robertson, Nutimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Lo scrittore preferito di Stephen King, il cronista nato a Cleveland, Ohio, vissuto tra il millenovecentoventinove, l’anno della grande depressione, e il millenovecentonovantanove, il cantore formidabile della solennità della disillusione e il poeta che esalta i mille rivoli delle fragilissime anime umane, perennemente contese fra opposte aspirazioni, fra squallido e sublime, ambienta, nel tempo liquido e precario della guerra di secessione appena conclusa un affresco epico e vividissimo, di cui è ora finalmente edita, e la notizia è gioiosa, la prima parte. Paradise Falls è un villaggio dello stato del grande fiume, stando al significato del suo nome, che viene dall’irochese, laddove la comunità ha una salda guida e tutto pare procedere nel solco della tradizione. Ma… Imprescindibile.

Standard
Libri

“Sogni e altiforni”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

Mare di sabbia e sassi. Scogliere e arenile, piccolo golfo d’un’isola dove soffia il vento polveroso della storia. Palme nane mediterranee, piccoli lecci, abeti di mare e piante grasse. Vegetazione da terra arida bruciata dal sole. Ficus Beniamino alto e svettante, banani imponenti, fichi, olivi, iris dai fiori rosso fuoco, rocce rupestri riarse, montagne e altopiani da spaghettiwestern, pure se qui li chiamerebbero feta-western. Paesaggio troppo simile al luogo natio per renderlo straniero agli occhi, luogo dove trovare consonanze più che dissonanze. Casa sul mare, terrazza affacciata tra tamerici salmastre e arse, pitosfori, oleandri e barba di Giove. Larici, conifere di mare, non pini marittimi, ma un modo cretese d’esser tali. E il fico degli ottentotti non ancora fiorito, forse ormai sfiorito, bruciato dal sole, confuso dal vento. Piccola strada notturna tra venditori di mare, i soliti cinesi, identici kebabbari, luogo dei luoghi del mondo, e mercanti che vendono Creta ai turisti formato ricordo. I viburni fioriti, come farfalle crepuscolari, il profumo intenso del mare sospinto dai venti del Peloponneso. Isola tra le isole che ricorda la mia penisola affacciata su un’isola. Campetti sterrati e bruciati dal sole. Creta è una gigantesca Isola d’Elba con identici profumi. Acqua che manca e il sintetico ancora non è arrivato, non fa parte della tradizione. I ragazzi si difendono bene, nonostante tutto.

Sogni e altiforni – Piombino – Trani senza ritorno, Sinfonia d’autunno, La voce di Debora, Gordiano Lupi, Cristina De Vita, A. Car. Edizioni. La nostalgia è il dolore del ritorno, ma è anche, per non dire soprattutto, una tenerissima e straziante dimostrazione e dichiarazione d’amore. Per quello che si è. Per quello che si è stati. Per il passato, che certo non torna ma altrettanto sicuramente non se ne va mai via del tutto. Per quello che poteva accadere e invece non è accaduto. È dolceamaro il sapore della frustrazione, della paura del futuro, delle occasioni perdute, dei treni passati, dei valori dimenticati e soffocati dalla realtà ferocemente contraddittoria che tutto fagocita e mercifica, lento e inesorabile lo sciabordio delle onde delle rimembranze, che in quest’opera in cui in maniera potente come di rado avviene due voci diverse si amalgamano per raccontare è esaltato con tono quasi fiabesco. C’era una volta, verrebbe da dire, un ex calciatore, che… Da leggere.

Standard
Libri

“Rinascimento”

COVER Matteo Strukul. Rinascimentodi Gabriele Ottaviani

Poche battaglie della Storia sono ammantate di mito e leggenda come quella di Anghiari. Probabilmente perché, nel tempo, venne definita come la battaglia che salvò il Rinascimento, o perché, a dispetto di quel che accadde, Machiavelli sostenne che si trattò di uno scontro marginale, con un solo morto o, ancora, perché rappresentò il soggetto per un dipinto di Leonardo da Vinci poi andato perduto ma arrivato fino a noi, almeno in parte, attraverso una copia realizzata da Pieter Paul Rubens. Insomma, si tratta di certo di un incredibile fatto storico, controverso, rappresentato per giunta da uno dei massimi geni della storia dell’Arte.

Rinascimento – Il genio e il potere dai Medici ai Borgia, Matteo Strukul, Mondadori Electa illustrati. Romanziere, sceneggiatore, dottore di ricerca in diritto europeo, uomo di multiforme ingegno e dai variegatissimi interessi, scrittore dalla bella prosa, Strukul, che ha evidentemente uno spirito divulgativo particolarmente sviluppato, conduce con mano sicura il lettore in un percorso nel tempo e nello spazio che attraversa la storia dell’arte e al tempo stesso quella delle sorti umane e progressive, inducendo una riflessione generale su molteplici aspetti e regalando un’intensa rappresentazione della bellezza, esaltata dal pregio dell’edizione, splendida sia per quel che concerne i testi che in merito all’amplissimo e affascinante corredo di immagini che la connota, e del suo salvifico potere.

Standard
Libri

“La moglie coreana”

41i73k1t9RL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dokhee mi prendeva in giro perché non sapevo affettare bene le cipolle…

La moglie coreana, Min Jin Lee, Piemme, finalista al National Book Award, traduzione di Federica Merani. Sunja è incinta. Sono gli anni Trenta del secolo ventesimo. Sta lasciando la Corea per il Giappone. Osaka, per la precisione. Non sa nulla di ciò che l’aspetta. Non sa che in questo modo cambierà incontrovertibilmente il proprio destino. E non solo, anche quello di chi verrà dopo di lei. Non dimenticherà mai la sua Corea. Dove c’è la locanda di sua madre, su cui è ricaduta la vergogna che l’ha investita, tradita da un uomo che l’ha sedotta e abbandonata perché, come da pessima e inveterata tradizione, era già sposato. Dove ci sono le sue radici. Anche perché in quell’epoca essere coreani in Giappone è un po’ come essere dei paria: e invece lei è disperatamente alla ricerca di un posto da chiamare casa… Monumentale.

Standard
Libri

“Un evento assolutamente straordinario”

51KdlGw1odL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anche i miei amici mi vedono come due persone diverse…

Un evento assolutamente stroardinario, Hank Green, Harper Collins, traduzione di Beatrice Masini. I mezzi di comunicazione di massa, e in particolare i social network e i social media, rivestono, com’è noto, un ruolo fondamentale, un’importanza capitale, e anche, con ogni probabilità, eccessiva, specie se si valica la giusta misura, che è propria di tutte le cose. E così basta un filmato che diventa virale per modificare un’intera esistenza: ma con quali conseguenze? Che società è la nostra? E soprattutto che cosa sono i giganteschi Carl, robot comparsi dal nulla in giro per il mondo? Brillante, simbolico, interessante, ben scritto, ben congegnato, fluente e piacevole.

Standard