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“La scrittrice che decise di voltare pagina”

51T+M-er2OL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sospirai ma riflettei comunque sulla risposta. Ora che Simone mi ci faceva pensare, mi rendevo conto di aver fatto poco caso all’aspetto fisico di James, e di averne scritto ancora meno. A parte qualche accenno al suo sguardo inquietante, i commenti su di lui riguardavano tutti il fatto presunto che fosse un personaggio losco, e senza dubbio questo aveva offuscato il mio giudizio. Ma ora che ero uscita dall’errore e avevo scoperto la sua preferenza per la monogamia, era impossibile negare che fosse un tipo piuttosto attraente sia fisicamente sia caratterialmente. Soprattutto, ripensando al suo volto mentre gli stavo davanti impalata al Racked senza sapere come salutarlo, mi resi conto che aveva un bel sorriso, una volta che aveva completato il lungo, lento viaggio dal cervello ai muscoli facciali.

La scrittrice che decise di voltare pagina, Jo Platt, Corbaccio, traduzione di Elisabetta De Medio. Ognuno è artefice del suo destino. Uno scrittore è artefice anche del destino di altri. I suoi personaggi, nella fattispecie. Quantomeno. Il destino di Grace però sembra puntare dritto verso il fondo di un baratro: il suo ex si è decisamente rifatto una vita e la sua ultima prova letteraria è, per usare un eufemismo, abominevole. È giunto il momento di darsi una scrollata, dunque: e l’occasione gliela dà Rose. La sua colf. La sua amica. La sua confidente. La sua protettrice. La sua ancora al reale. È in partenza per la Spagna, ma quella che avrebbe dovuto essere la sua sostituta al lavoro le dà buca all’ultimo secondo: così nella testa confusa di Grace si accende una lampadina. Sarà lei a prendere il posto di Rose: e… Lieve ma niente affatto superficiale, fresco, brillante, divertente.

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“Replica di un omicidio”

51ALDkMFToL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Solo a quel punto si accorse di lui…

Replica di un omicidio, Christi Daugherty, Corbaccio, traduzione di Rita Giaccari. Harper ha dodici anni. Va a scuola. Un giorno torna a casa. Entra in cucina. Sul pavimento c’è un corpo. Nudo. Ferito a morte. Accoltellato. Era sua madre. Il colpevole? Nessuno lo scoprirà. Mai. Nel frattempo diventa la più brava giornalista di cronaca nera che ci sia a Savannah, in Georgia, località più volte citata anche dalla settima arte, che si tratti di Via col vento o Forrest Gump, ha un poliziotto per mentore ed è molto attratta da un investigatore piuttosto ambiguo. Un giorno si imbatte in un delitto che è l’esatta replica di quello della sua genitrice: e allora… Semplicemente impeccabile: mozzafiato.

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“Giovani, carine e bugiarde”

51Ig0ACLVeL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Grazie mille», disse Emily tremando per la contentezza. Poi il signor Lowry si girò e uscì dalla porta sul retro. Emily si aspettava che il signor Roland lo seguisse, invece rimase lì. A fissarla. «Fantastico, eh?» «È davvero, davvero incredibile», rispose Emily. «Non so come ringraziarla». Il signor Roland inarcò un sopracciglio. Un sorriso d’intesa gli comparve sulle labbra. L’aspra luce fluorescente rendeva la sua pelle spaventosa. All’improvviso, Emily si sentì come uno di quegli animali che percepiscono il pericolo prima ancora di vederlo. Il signor Roland si avvicinò. Emily sentiva il suo respiro caldo sulle guance. «Be’, mi vengono in mente un paio di idee…». Cominciò ad accarezzarle delicatamente la pelle del braccio umido. Emily si ritrasse. «Signor Roland…». «Va tutto bene», mormorò il signor Roland, avvicinandosi ancora di più e intrappolandola contro il muro. Profumava di shampoo Head & Shoulders e di detersivo Tide, due profumi innocenti. Con le dita passò sotto la spallina del costume, facendo un orrendo grugnito quando premette il suo corpo contro di lei.

Giovani, carine e bugiarde – Perverse, Sara Shepard, Newton Compton. Traduzione di Andrea Russo. Pretty little liars è una serie di considerevole successo – nonostante il gran numero, che spesso rappresenta un rischio in termini di fidelizzazione e soprattutto di tenuta narrativa e credibilità, di stagioni, per un totale di centosessanta episodi – che ha ancora adesso, benché di fatto si sia conclusa – ma è ancora disponibile pure su varie piattaforme digitali e non mancano gli spin-off –, moltissimi, e per lo più assai giovani, appassionati, di cui ha tenuto e tiene ben desta, grazie all’intreccio ben congegnato, l’attenzione: è la storia, interpretata da un cast corale in cui spiccano Troian Belisario, Lucy Hale, Shay Mitchell, Ashley Benson, Sasha Pieterse, Holly Marie Combs, Ian Harding e Chad Lowe, di un gruppo molto affiatato di amiche di Rosewood, Pennsylvania, che però la misteriosa scomparsa di una di loro disgrega. Finché non arrivano dei messaggi contenenti dei segreti che solo una persona poteva conoscere. Anzi, due: lei o il suo assassino… La base della serie sono i romanzi di Sara Shepard: come questo, in cui, quando il caso della sparizione sembra ormai essere finalmente solo un retaggio del passato, nuove rivelazioni si palesano all’orizzonte… Intrigante.

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“Pizzeria Vesuvio”

51Pr60EiUJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Io ho annuito e lui se n’è andato. Nella mezz’ora successiva, ho meditato su come avevo gestito male il caso di Natalia. Avrei dovuto prevedere che sarebbe successo qualcosa di simile. Probabilmente, non l’avevo mandata via nel modo giusto. Mi davo la colpa e, ogni tanto, davo la colpa a lei. A un certo punto, mi sono accorto che avevo paura. L’indignazione mi aveva impedito di percepirlo subito.

Pizzeria Vesuvio, Walter Riso, Newton Compton. Traduzione di Marta Lanfranco. Sessantasette anni fa un vagito squarcia la tersa azzurrità del cielo di Napoli in cui si staglia la mole del vulcano che nel settantanove dopo Cristo ha distrutto in un sol colpo Ercolano e Pompei: nasce Andrea. Che però in men che non si dica è insieme ai suoi genitori al di là dell’oceano, a Buenos Aires, dove la famiglia Merola è attesa dallo zio Giovanni, che promette un futuro migliore, fatto certo di lavoro, ma anche di soddisfazioni: la pizzeria Vesuvio è una splendida, profumata, chiassosa, coloratissima realtà, piena, in tutte le accezioni del termine, di sapori. Non è facile però trovare il proprio posto nel mondo, e Andrea lo sa bene… Un’epopea emozionante e commovente, un apologo impeccabile della nostalgia. Una vera delizia.

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“Il sangue dei draghi”

51uihcyLGdL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«A nessun drago piace essere dipendente, e perfino gli Antichi erano giunti a rendersene conto.»

Il sangue dei draghi, Robin Hobb, Fanucci, traduzione di Annarita Guarnieri. I draghi, che hanno imparato a usare le ali e a gestire i propri riconquistati poteri, accompagnati dai fidi custodi, sono finalmente giunti nella leggendaria città di Kelsingra. Ma la guerra non è ancora finita, sono creature magiche in lotta per non essere annientate, sia dentro la città che al di fuori di essa. Hanno bisogno di abbeverarsi ai pozzi d’argento, ma non si riesce a trovarli, e i loro ricordi sono in pericolo, la loro stessa esistenza rischia di svanire inesorabilmente… L’ultimo volume delle cronache delle giungle della pioggia è avvincente, coinvolgente, convincente e ad alta tensione. Da non perdere.

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“Il cucchiaio d’argento”

51VOrZN1huL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Andò a casa, più leggero di cuore e di mente. Si sentiva sempre un peso piuma, e ciò lo infastidiva. Non gli si avrebbe mai prestato attenzione. Ricordava il triste episodio del deputato di Cornmarket. Egli, invece, era stato abbastanza intelligente da troncare il suo discorso, quando aveva visto che la Camera mostrava segni d’impazienza. Si sentiva accaldato, e aveva fame. I cantanti lirici ingrassavano, usando la loro voce; i deputati al Parlamento evidentemente, non ne traevano alcun beneficio. Intanto, avrebbe fatto un bel bagno. S’era già quasi rivestito, quando Fleur entrò nella camera da bagno. «Sei stato splendido, Michael! Quel brutto scimmione!» «Chi?» «Si chiama Mac-Gown». «Sir Alexander Mac-Gown! E che cosa ha fatto?» «Leggerai domani. Ha insinuato che tu eri interessato nella vendita del libro di Foggart, essendone uno degli editori». «È il colmo, questo!» «E tutto il resto del suo discorso è stata una stroncatura, orribile anche come tono. Lo conosci?» «Mac-Gown? No, non personalmente. È deputato d’un Collegio della Scozia, mi pare».

Il cucchiaio d’argento – La saga dei Forsyte V, John Galsworthy, Landscape Books. Traduzione di Guido Del Duca (per Un idillio silenzioso) e Maria Martone Napolitano (per Il cucchiaio d’argento, riveduta e corretta dall’edizione Corbaccio 1932). Michael Mont è diventato deputato e vuole portare avanti una nuova politica sociale, aiutato in un certo senso anche da sua moglie Fleur, che ha il desiderio di inserirsi in maniera appropriata nella società londinese del millenovecentoventisei e quindi si organizza per aprire il salotto della propria casa alla società che conta, sostenuta in questo progetto pure dal padre, nonostante le perplessità per un mondo che non gli appartiene: Soames Forsyte. Che un giorno, per difendere l’amatissima figlia e la sua reputazione, interviene in una discussione che innesca un vero e proprio scandalo… Godibilissimo, geniale, divertente, ironico, brillante, ulteriormente impreziosito dalla presenza di Un idillio silenzioso, interludio di rara grazia, è un volume da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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“Ombre sulla rocca”

51KQ9WuqdpL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I Pommier erano vecchi coloni. Il padre di Noél era stato il calzolaio del Conte durante il suo primo governatorato, una ventina d’anni prima. Proprio al tempo in cui la salute della signora Auclair aveva cominciato a declinare, la Pommier era caduta sulla salita ghiacciata davanti alla sua porta, e s’era rotto il femore. Il buon chirurgo Gervaise Baudoin l’aveva curata, l’osso s’era saldato, ma malamente, e le era rimasta una gamba molto più corta dell’altra. Auclair le aveva fatto una gruccia, e attiva e leggera com’era, ella aveva potuto presto muoversi per casa e attendere ai propri lavori. Più d’una volta Cécile l’aveva trovata vicino alla stufa, la gruccia sotto il braccio sinistro, mentre maneggiava abilmente le pentole e le casseruole, come se non fosse stata sostenuta da un bastone. Qualche volta nell’inverno andava anche a Messa: suo figlio aveva fissato un seggiolone su dei pattini, e la spingeva sulla neve per la salita fino alla cattedrale. Dopo aver preso e notato le sue misure, il calzolaio riprese il lavoro, e cominciò a cacciare la lesina nel cuoio, per infilar poi nel foro il grosso ago col filo incerato. Gli arnesi di ogni sorta erano un’attrattiva per Cécile: le piaceva guardare un calzolaio o un falegname al lavoro. Jacques, che non aveva mai visto prima d’allora nulla del genere, seguiva con stupore le dita nere di Pommier. Tutti e due i fanciulli sedevano quieti, e la vecchia signora si univa a loro nell’ammirata contemplazione dell’abilità del figlio. D’un tratto ella si ricordò di qualche cosa, e indicò con la gruccia un piccolo scaffale coperto da una tenda. Si tenevano là le scarpe delle signore, mandate per riparazioni o fatte su misura, ritenendole troppo personali per essere esposte sugli scaffali aperti con le scarpe degli uomini.

Ombre sulla rocca, Willa Cather, Landscape Books, traduzione di Gino De Negri dall’edizione IPL del 1942, riveduta e corretta. Cécile ha dodici anni e Québec, la principale città, in quel milleseicentonovantasette, della colonia francese in Canada, è la sua casa. È la figlia di Euclide, che di mestiere fa il farmacista. Trovandosi, com’è noto, assai a settentrione, in prossimità dei ghiacci, la terra della foglia d’acero, quando l’inverno si approssima, inizia a spopolarsi: le navi transalpine fanno rotta verso la madrepatria, torneranno, come rondini, a primavera, e nel frattempo la colonia resta isolata nel suo candore, che ammanta tutta la selvaggia e bellissima natura circostante. Willa Cather, con la sua prosa indimenticabile, racconta un anno di vita di una giovanissima, costruendo un delicato e solidissimo Bildungsroman che ha il respiro dell’epica, che tratteggia in maniera vivida ed efficace sotto ogni aspetto e angolazione lo spirito pionieristico di coloro che migrarono in cerca di un’esistenza migliore. Attuale più che mai.

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