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“In luce fredda”

Cover500di Gabriele Ottaviani

Carlos provò l’impulso di toccarlo: più profondo di tutti gli impulsi da cui si era lasciato guidare quella sera, più reale e cosciente. Chinarsi di fronte a lui e stringerlo tra le braccia, accarezzargli i capelli sul serio, solo per tenerezza; coprirlo dal freddo, non per ringraziarlo ma perché era giusto. Si chiuse la cerniera, invece, riallacciò la fibbia della cintura. In bocca, il senso di nausea aveva raggiunto tali proporzioni che temeva di vomitare a ogni movimento. «Dovremmo rientrare,» disse, e la sua voce risuonò dura e asettica. Da terra, Viv sollevò lo sguardo aggrottando le sopracciglia. «Tutto okay?» chiese. Carlos girò in fretta la testa. In fondo al vicolo la luce del lampione sfrigolava. Lui non si era accorto fino a quel momento dell’alone che creava, come stratificato: tante sfumature di chiarore che si facevano più tenui a ogni centimetro. Guardarle gli fece aumentare la nausea, strinse gli occhi per non vedere. Si portò una mano alla tempia, ma era ancora umida e sapeva di sperma; sussultò, soffocando un conato, se la pulì in fretta sulla maglia. «Carlos, stai bene?» «Non mi toccare,» sibilò, con una violenza che non si sarebbe aspettato. Con la coda dell’occhio, vide l’altro bloccare il movimento a mezz’aria e corrugare le sopracciglia. L’istante dopo la sua espressione si rasserenò, come una maschera indossata di colpo; puntò un ginocchio a terra, si alzò lentamente e con grazia. «Capisco,» disse, il tono leggero. «Adesso che non ce l’hai più duro, puoi tornare a fare lo stronzo. Avrei dovuto aspettarmelo. Sempre uguali, voi repressi del cazzo.» «Mi hai fatto un pompino in un vicolo. Che ti aspettavi, un anello?» «Forse solo che mi guardassi in faccia dopo,» sbottò Viv, allungando la mano a spingerlo.

In luce fredda, Micol Mian, Sabrina Romiti, Triskell. Carlos, nel momento in cui, per studiare legge, si trasferisce dall’altra parte del paese, in Massachusetts, vuole dimenticare la povertà, l’Arizona, il passato, sogna un avvenire ricco e prestigioso, un grande studio legale, una moglie. Non immagina nemmeno lontanamente, per assurdo, che si innamorerà, certo, ma di un ragazzino, che rivoluzionerà tutta la sua vita, che cerca il sesso per punirsi, per un’assurda brama di abiezione, di scendere perversamente agli inferi, nel gorgo di un deflagrante squallore, pur di espiare colpe che non ha, che ha dei segreti che lo devastano, delle ferite che non si riescono a rimarginare. Ma, nonostante tutto… Intenso, esplicito, duro, potente, coinvolgente.

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“Vocabolario sentimentale”

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Deprestagno. Depressione + stagno. La depressione è acqua stagnante di un pensiero o di molti pensieri. Un buco nero bel cuore. L’habitat migliore per far crescere le paure. Tutti noi lo possediamo…

Vocabolario sentimentale – Le parole che non ti ho detto, Momusso, Giunti. Il lessico delle emozioni racconta la mancanza, la tristezza, il coraggio, la speranza, l’amore, spesso inventando lemmi nuovi, perché non basta il conosciuto per descrivere le ragioni del cuore, che la ragione non conosce. E così nascono parole come confusembre, diversia, pigiamenica, nostralgia, attesare, ricuplanare, cioccole… Testi bellissimi, disegni meravigliosi, una veste grafica curatissima e un grappolo di passioni: un regalo perfetto, un libro che fa bene all’anima.

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“Tinder and the city”

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La strada di Tinder a volte è lastricata di preservativi aperti a vuoto. Chissà se almeno è diventato storie manager…

La tecnologia viene usata anche per incontrarsi. In fondo è solo un mezzo, non è né buona né cattiva, è una situazione come un’altra. E in certi casi, per esempio se si è omosessuali in una società omofoba, può essere quasi l’unica strada per non restare soli. Tinder è una dating app delle più note, e quindi naturalmente anche un ricettacolo di disavventure, spesso esilaranti. Tinder and the city – Avventure e disagi nel mondo delle dating app, di Marvi Santamaria per Alcatraz, è una commedia degli equivoci e una sinossi di casi umani frizzante ed esilarante. Da leggere.

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“La mia autobiografia”

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– Io credevo che i socialisti fossero contrari alla monarchia.

Churchill rise.

– Se lei vivesse in Inghilterra le taglieremmo la testa per questa affermazione.

La mia autobiografia, Charles Chaplin, Mattioli 1885. Traduzione di Vincenzo Mantovani. Che fosse un genio si sa, e per chi ancora incredibilmente non lo conoscesse è sufficiente osservare anche solo un fotogramma a caso di una qualunque delle sue pellicole per rendersene conto: la sua formidabile vena artistica e intellettuale rifulge cristallina nell’opera, monumentale, in cui, a suo modo, dal suo punto di vista, scegliendo con accuratezza le parole con cui ricordare, ricordarsi e farsi ricordare, si racconta, tratteggiando anche il ritratto del mondo che ha attraversato. Persona e personaggio che rifugge ogni schema, Chaplin, tra queste righe, è più scintillante che mai: da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

 

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“A 1000 km dai ricordi”

L'Eruditadi Gabriele Ottaviani

Theodore aveva sollevato lentamente la parte superiore della valigia. Un foulard, messo a copertura del contenuto, aveva liberato nella stanza un forte odore di gelsomino. Con Matilda si erano guardati per un attimo, inebriati dal profumo, per poi rituffare lo sguardo nella valigia. Theodore aveva tolto il foulard, scoprendo una decina di vecchi vestiti, ben piegati, ma molto malridotti dal tempo e dall’umidità.

A 1000 km dai ricordi, Silvana Turchi, L’Erudita. Suo marito è morto. La malattia non gli ha lasciato scampo. Rachele, originale ritrattista di chiara fama, resta sola e dunque disperata in un romito borgo francese. Si sente svuotata, nulla pare avere più senso, il rumore dei ricordi è un rombo tonante e incessante, la memoria è una zavorra, il rapporto coi figli non riesce a darle motivo per proseguire il suo cammino esistenziale. Sente di non avere alternativa, se non quella di andare. Via. Lontano. Di fare finta che niente sia successo. Non ha meta, è un’anima nuda di fronte al mondo, porta con sé solo la sua capacità di immortalare chi altrimenti svanirebbe dimenticato da tutti e come tutti. Finisce tra i cosiddetti ultimi, gli emarginati: è lì che ritrova la sua coscienza, è lì che rinasce, è lì che guardando gli altri rivede sé, e le possibilità che ancora la attendono. Delicato e profondo, il romanzo di Silvana Turchi, che concede molto di sé ai suoi lettori attraverso la dimensione confessionale, salvifica e terapeutica della scrittura, è un’opera ben confezionata, credibile, mai retorica, intensa ed emozionante.

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“Il guardiano della morte”

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Lo scontro del giorno prima era stato senza scopo…

Il guardiano della morte, Ambrose Bierce, Mattioli 1885. A cura di Livio Crescenzi e Tonina Giuliani. Il suo trapasso, a settantadue anni ancora da compiere, all’inizio del millenovecentoquattordici, presso Chihuahua, in Messico, laddove era andato per prendere parte alla rivoluzione, è avvolto in una coltre di mistero, tanto che alcuni hanno finanche pensato che sia stato nientedimeno che l’alter ego di B. Traven, pseudonimo di uno scrittore che si presume di madrelingua tedesca e che, attivo nella prima metà del Novecento, ha saputo dissimulare alla perfezione la propria identità. Quel che è certo è che Ambrose Bierce, militare, giornalista, aforista, scrittore, una delle voci più autorevoli della San Francisco della sua epoca, noto soprattutto, ma non esclusivamente, per il Dizionario del diavolo, è un narratore formidabile: in quest’antologia di brevi, lapidarie, fulminanti storie ambientate durante la guerra di secessione, cui partecipò come topografo rischiando più volte di rimetterci le penne, dà prova di mirabile sapienza nel tratteggiare la vita e la sua innata assurdità: una deflagrante delizia.

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“Come diventare newyorkesi”

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A che serve provarci?

Come diventare newyorkesi, O. Henry, Mattioli 1885. A cura di Silvia Lumaca. All’anagrafe William Sydney Porter, vissuto a cavallo tra la seconda metà del diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo, O. Henry non è stato soltanto, ammesso e non concesso che si possa utilizzare questo termine, uno scrittore statunitense, ma anche, per non dire soprattutto, un vero e proprio maestro della forma breve, autore di centinaia di racconti caratterizzati da giochi di parole sapidissimi, e dunque assai ardui a tradursi, però certo impareggiabili, e finali a sorpresa letteralmente mozzafiato. Questo agilissimo volume, come sempre realizzato con cura sopraffina, dà un saggio della sua grandezza di indagatore inesausto dei meandri dell’esistenza: imprescindibile.

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