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“Stirpe”

cover500.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un uomo massiccio entrò nell’atrio, con un coltellaccio in pugno. Griffin fece un balzo indietro e il coltello fendette l’aria davanti a lui, a pochi centimetri dalla sua pelle. Io lanciai un grido d’allarme, mentre Griffin strappò la mia giacca dal gancio e la scagliò contro l’aggressore. L’uomo schivò la giacca, ma diede a Griffin abbastanza spazio da permettergli di ritirarsi verso il salotto, dove il suo revolver era custodito nel cassetto della scrivania. Il bruto gli corse dietro e io balzai in avanti, pronto a saltargli sulla schiena, se avessi dovuto, per impedirgli di raggiungere il mio compagno. Una seconda forma scivolò attraverso la porta aperta; tentacoli contorti e denti di squalo. Gli occhi inquietanti del ketoi incontrarono i miei e sibilò come un gatto inquietante. Scappai verso le scale. Il suono dei suoi artigli sul pavimento di legno segnalava i suoi progressi alle mie spalle. Era lo stesso orrore che aveva cercato di uccidere mia madre, o qualche altro? I gradini stretti non erano fatti per i piedi insolitamente lunghi dell’essere, rallentandone la corsa. Io quasi volai verso lo studio. Sul divano c’era una coperta, che afferrai prima di tornare verso il pianerottolo. Il ketoi scoprì le sue file di denti aguzzi dalla cima della scala. Io gli lanciai addosso la pesante trapunta, coprendogli la testa e le spalle. L’essere si mosse a fatica sotto al tessuto, ondeggiando pericolosamente. Io lo colpii al petto più forte che potevo e quello cadde all’indietro, ringhiando e agitandosi nelle pieghe della coperta, sbattendo contro i bordi duri degli scalini. Si fermò ai piedi delle scale. Gli corsi subito dietro, senza dargli il tempo di rialzarsi. Balzando dal sesto scalino, atterrai sulla creatura con entrambi i piedi. Qualcosa cedette con uno schiocco bagnato e io mi lanciai in avanti, scivolando con i palmi contro il tappeto del corridoio. Sentii lo sparo di un revolver. Non riuscivo a respirare: chi aveva sparato? Griffin aveva raggiunto in tempo la pistola?

Stirpe, Jordan L. Hawk, Triskell. Traduzione di Caterina Bolognesi. Che i problemi familiari siano una costante nella vita di Percival è un annoso e niente affatto inaspettato problema: pertanto è decisamente restio a lasciarsi coinvolgere dalle richieste della sorella, che si presenta ex abrupto alla sua porta con un enigma da risolvere. Nonostante le sue resistenze iniziali però la perseveranza della donna ha il sopravvento, e dunque si ritrova catapultato in un’avventura il cui racconto è avvincente e ben congegnato. Intrigante.

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“Tiatru”

tiatrudi Giuseppe Mario Tripodi

Nino De Vita, Tiatru, Mesogea, Messina 2018.

 

Parlai r’a luna

Èramu una ricina,

‘n terra aggiuccati,

a ggiru, nnô jardinu.

Parlai r’u bbiancu

R’a luna;

r’i maculi nnô bbiancu

r’a luna; r’a luci

chi scoppa ri nna luna.

Ascutavanu  a mmia taliannu a luna.

Cc’era Martinu,

‘u picciriddu ch’avia

l’occhi astutati, nzèmmula

 

cu ‘nniatri:

stava cu’ ‘a testa calata,

‘i manu ncapu l’erva

chi spuntava.

Parlai r’a luna,

Tunna e a fauci;

r’a mezzaluna

r’u jocu r’a luna   

chi s’ammuccia nnê  nèvuli

e s’affaccia …

A ccorpu Martinu mi firmau-

«E’ bedda»

rissi, «’a luna!».

Con questa poesia, Martinu, letta da Alessandro Fo ad una conferenza sulla poesia al liceo classico di Tivoli nell’autunno dell’anno 2002 (poi diventata libro, Il cieco e la luna (un’idea della poesia), Arezzo 2003) inizia la mia conoscenza del poeta Nino De Vita (Marsala 1950): da allora ho letto Cùntura, Nnòmura, Òmini, A ccanciu ri Maria, nonché, da qualche settimana, Tiatru, tutti usciti presso la casa editrice Mesogea di Messina.

De Vita è poeta solitario  che ama mischiare nei suoi versi storie di animali e di uomini, per lo più infragiliti dalla povertà o dalle malattie; non mancano uomini di cultura come Sciascia o come Ignazio Buttitta, principe dei poeti dialettali siciliani del Novecento,  che compare anche in quest’ultimo libro.

Versi in dialetto, dunque, con a fronte la traduzione italiana che dà modo di apprezzarne la ricchezza lessicale, i nomi composti, le perifrasi, la  musicalità.

In Tiatru ci sono tredici storie sotto forma di dialoghi tra due persone: in genere una di esse, nonostante trovi ospitalità nella poesia, vive nella marginalità e nella stravaganza:

1) a cominciare dal bimbo poverissimo che, in prossimità della festa dei morti, si vede offrire da un interlocutore i «morticeddi», frutti fatti di pasta di mandorla, perché ne scelga qualche pezzo; l’offerta è fatta a malucori, cioè con l’aspettativa che l’invitato scelga dei frutti di piccola taglia: «U voi» cci rissi «un fruttu? / Zicchia tu: una nuci, una cirasa, / un’oliva … ». / «Mi piaci a mmià st’aranciu» / m’arrispunniu  …  Con questa premessa si capisce perché, quando lo sfrontato sembra pretendere qualcosa anche per la sorella, il donante si inalberi: «Ora bbasta» cci rissi / «un dumannari cchiù. / I morti sunnu i mei, /e ammia mi purtaru / i cosi. … Tu vattinni»   (p. 9-11).

2) In L’arena ri spagnola c’è una storia da Nuovo cinema paradiso con uno spettatore che, essendo cieco di un occhio, Bigghiettu nni vulia paari mezzu /  picchì putia assistiri / ô cinima ricia / chi sulu pi mità … » (p. 25).

3) U  Mammaddau: la nonna di De Vita invitava il nipotino stare lontano da Pasquale che aveva fama di lupo mannaro; il bambino, cui il malfamato sembrava come gli altri (gli scompigliava affettuosamente persino i capelli quando lo incontrava),  fu incredulo fino a quando, una sera di luna piena, non lo incontrò «cu ‘a facci stracanciata» che lo minacciava: «Vattinni, ‘un ti ncustari, / chi sugnu mammaddau, / scoffa, chi sta surgennu / a luna» (p. 43).

Di grandezza e miseria della poesia si parla si discorre in 4) ‘U rrimitu ove un poeta povero e solitario infligge all’autore l’ascolto di alcuni suoi componimenti e, quando costui confessa di essere anche lui scrittore di versi, chiede che gli declami qualcosa: al diniego (« A mmenti eu ‘unn’i sacciu», p. 33) l’eremita, prima di andare via, sbotta: «E chi pueta sì» mi rissi «i mei / cci l’haiu tutti cca, / cca» rintra e  si chiantau / una pocu ri botti / cu ‘a manu ncapu a frunti» (p. 33-35).

Sempre di poesia, e di chi la insegna a chi, si parla in A chissu Nazzarenu ove il protagonista, poeta improvvisato anche lui, va girando con una busta giallognola «vunciata, misa stritta / mpettu …» e dal vestito e dalla faccia si capisce «chi havi a vita / carrica, ch’assicuta (insegue) u pani».

La scena si svolge a casa di Ignazio Buttitta ove Nazzarenu si era intrufolato cercando consensi alla sua estemporanea produzione poetica. Ma il bardo, con classica azione di contropiede, gli affibbia alcuni libri  di sue poesie perché, leggendoli, impari a esporre meglio i suoi versi. Il petulante «s’arricogghìu / i fogghi, i libra, e si susiu» e fece per andarsene. A quel punto Buttitta lo arpionò perentoriamente: «Eu bonu / sugnu, ri cori ranni / eu t’ha scutatu senza fari bicchi , / ‘u scuntu t’u fazzu, / ma tu i libbra a mmia mi l’ha paari. …». Il romito pretende la dedica e il poeta gliene fa una appropriata: «A chissu Nazzarenu, / chi  voli abbrazzari ‘u munnu / tinennu ‘i manu nne / sacchetti». Incassata la dedica il Romito fa contropiede a sua volta dichiarando di non aver portato soldi con se: «sordi cu mmia ‘u cci n’haju, / dumani tornu e u pacu, / stassi ‘n paci vossia / chi ggheu ritornu e u pacu». Su quella promessa De Vita e Buttitta hanno opinioni contrapposte: «‘Un torna cchiù» eu rissi. / «Torna» mi rissi Gnaziu». (68-69).

L’ultimo atto del «teatro» (pp. 91-109) narra di un abboccamento tra Bberengariu, un uomo «sporcato dai prepotenti», dai falsi, dai debosciati (p. 92) che, però, ha il dono di conoscere le  parole antiche, difficili e in via di estinzione (I palori chi si / pèrsiru chi si stannu / pirdenuu) che interessano al poeta(101): ma l’uomo vive questa richiesta come un’intrusione nel suo mondo, come se così gli si volesse succhiare il sangue: «Ma tu chi veni cca / cu sta siccantaria, / e addumanni, e ‘un finisci, / tu veni a scippuniari, / tràsiri nna me’ vita, /  si comu un miccimmiscu, / una sanguetta» (101).

Dunque la risposta all’interpello non può essere lineare: la personalità allucinata del protagonista, che dice e non dice, sfida il poeta ad annotare sui suoi scartafacci (Ti purtasti cu ttia / stu cartularu / e annunca scrìvicci ddocu rintra, 101) le parole inusuali; ma poi si accorge che sono le stesse che lo inchiodano alla sua condizione di emarginato, che incidono le sue carni provocando il dolore lancinante che è compagno assiduo della sua fragilità; donde l’invito perentorio a smammare: «Ora ri ccà vattinni / pòrtati tri palori … / … e smarca. / Lassami. ‘I cosi mei su mei, ‘un scavuliari». (p. 109)

Ma di queste parole vecchie erano intessuti gli uomini (… un omu  / è fattu ri palori, p. 99) e quindi chi, come il poeta, vuole apprenderle deve trattarle coi guanti gialli, deve impararne i difetti, deve stare sorvegliato perché esse « ti cercanu pi fàriti nfuscari, / straviàriti, appagnari» (99).

C’è in questi ultimi due versi una dichiarazione di estetica a cui ogni poeta bilingue dovrebbe attenersi: le parole del dialetto sono univoche e devono essere rese nella lingua italiana con altrettanta precisione, onde evitare l’affuscamentu (affoscamento, l’uso cioè di termini ambigui in accezioni non completamente rispettose del significato originario) e lo straviamentu, l’andare «fuori strada» con l’uso di parole chiaramente errate rispetto all’originale.

Ma De Vita, nonostante abbia percepito con esattezza questi pericoli esiziali nella traduzione del dialetto in italiano, è incorso con tale frequenza, soprattutto in Bberengariu, in entrambe le deviazioni tanto da far dubitare che egli padroneggi adeguatamente il lessico della lingua-madre.

Ecco un florilegio sommario di vere e proprie distorsioni sia di parole che di espressioni dialettali, con particolare attenzione all’ultima parte del libro:

  1. 21, rigo 6, si parla di un cinema all’aperto per spettacoli estivi ove, tra altre cose, vi sono sedie arrugginite e posate sulla nuda terra, «ncapizzati / ntra r’iddi»; letteralmente andrebbe tradotto «incavezzate fra di loro», che è una bella similitudine: le sedie sono legate tra di loro, forse da una corda, come gli asini lo sono dalla cavezza; il poeta ha optato per «e le sedie incastrate / fra di loro» tirando in ballo l’incastro, cioè, leggiamo dallo Zanichelli, «cavità o intaglio per cui un pezzo può inserirsi perfettamente in un altro». Quell’«incastrate» fa pensare alle pile di sedie di plastica usate negli spettacoli musicali i teatrali all’aperto, ma il tempo della poesia è risalente e le sedie non sono impilate ma «posate sulla terra nuda»(p. 20).
  2. 45, si parla di un folle che zappava ossessivamente nei giardini, nelle conche di aranci, meli e cotogni (le conche erano dei solchi circolari intorno alle piante perché vi si trattenesse l’acqua di irrigazione) ove crescevano, dice il poeta, «acetosella, erba nocca, colza»; si tratta di piante alte anche un metro che crescono per polloni fitti ma delicati che cedono facilmente alla zappa.  La versione dialettale dice che Giovannino il folle «annittava, sciurbava» (rigo 9) e il testo a fronte traduce: «nettava, scerbava». Il secondo verbo è palesemente assonante con «sciorbava» e può aver indotto in errore:  «scerbare» infatti in italiano significa genericamente «togliere l’erba dalle colture» mentre il dialetto ha «sciurbava», che significa «accecava». Ora i contadini indicano con «sciurbari» l’attività di «spampinare, sciorbari, togliere le gemme a un albero» (G. Rohlfs, Supplemento ai vocabolari siciliani, München  1977, ad vocem,  ora anche on-line); il significato traslato si giustifica col fatto che ogni gemma esce da una fessura della scorza, come la pupilla dalla fessura della fronte: da qui quindi, con l’abbattimento delle gemme, l’accecamento della pianta. Quindi il folle non toglieva l’erba ma accecava, sciurbava, i polloni delle piante da frutto e quelli dell’acetosella, oppure gli steli dell’erba nocca e della colza.
  3. 61, righi 17-19, Buttitta dice che vuole essere chiamato compagno d«’a ggenti / ru populu, i cumpagni, / i puviredda, chiddi scapizzati» perché così lui si sente uno di loro. L’ultimo verso, dopo la menzione della gente del popolo e dei compagni, connotati positivamente agli occhi di un comunista come Buttitta, fa riferimento ai «puviredda», a «chiddi scapizzati», cioè i sottoproletari senza organizzazione, perché la capizza (cavezza) è sinonimo di organizzazione e di ordine. De Vita traduce in italiano con «disprezzati» che solo indirettamente può essere riferito ai «puviredda» che sono i poveracci e, forse per questo ma non da tutti, «disprezzati».
  4. A p. 93, rigo 9-10, Berengario, per sottolineare la sua mascolinità, dice tra l’altro che «Culostra / ri nne minni, si spremu, no mi nni spunta». De Vita rende «culostra» con l’italiano «latte». Ora esiste anche in italiano la parola «colostro» che indica il liquido ricchissimo di grassi e nutrienti che esce dalle mammelle dei mammiferi nelle prime ore dopo il parto; il termine specifico andava preferito al generico.
  5. 99, rigo 5 «cacciatina» viene resa impropriamente con «trebbiatura» mentre, probabilmente, la parola indicava la quantità di spighe che entravano nell’aia quando si trebbiava con i buoi o con gli asini; dopo che la «cacciatina» veniva trebbiata la si ventolava con i tridenti per separare la paglia dal grano e si ricaricava l’aia con una nuova «cacciatina». Anche qua la parola dialettale ha un significato preciso mentre quella italiana vuol dire tante cose. Ai righi 12 e 13 «a purìa, / chi venaddiri nnicchiu» viene tradotta con «l’orlo della veste, che vuol dire sgabuzzino»; probabilmente per spiegare la parola «nnicchiu» il poeta ha pensato all’italiano «nicchia» che viene dal latino parlato «nidiculare», fare il nido, e vuol dire piccola apertura in un muro, cavità per depositarci qualcosa o per ripararsi. «Sgabuzzino» viene dal «medio olandese kabuys ‘cambusa’, … stanzino, bugigattolo che funge da ripostiglio» (Zanichelli). La traduzione, completamente fraintesa, dopo aver spiegato cos’era la «purìa», orlo della veste, la ha associata a una parola estranea al siciliano e che si riferisce ad uno spazio, ad una stanza o stanzino che nulla hanno a che fare con la veste femminile. Ma Bberengariu ha fornito al poeta una parola dialettale (che, come dice Rohlfs, Supplemento citato sopra, ad vocem, indica il «lembo a piè della veste di donna» ed è da collegarsi a «podia», dalla radice greca pod- piede) per rimandare ad una bellissima  metonimia: una parola, la «veste», per ciò che copre, «u nnicchiu»; anzi la parte bassa, vicina al piede, perché quando la parola si era formata le vesti erano lunghe fino ai piedi per nascondere in modo pertinace «u nnicchiu» che stava molto più sopra. Una cosa, le pudende femminili, che solo offensivamente e molto iperbolicamente può essere definita «sgabuzzino». Giustamente Costantino Nigra, molto tempo prima, ha collegato la parola siciliana (Note etimologiche e lessicali. in «Archivio Glottologico Italiano», 15, 1901, 119-20, pensa a nidiculu– ‘piccolo nido’, cf. fr. nicher.)  al «piccolo nido» (mai allo sgabuzzino) che è metafora composta e diffusa in tante accezioni ed in ogni luogo. Ma in Calabria, dopo la metà del Novecento, circolava una cantilena che sarebbe appropriata alla traduzione approntata da De Vita: «Me figghiu Pascaleddhu / quantu lu vogghiu beni / quando si faci grandi / nci ccattu lu magazzeni», «Mio figlio Pasqualino (nomignolo per il membro dei bimbi) / quanto lo voglio bene / quando si fa grande / gli comprerò un magazzino», che fa anche rima con sgabuzzino.
  6. 101, rigo II, «s’annaca» viene reso con «si trastulla» che è parola generica, mentre la voce dialettale rimanda al greco «nake-es» e all’indeuropeo «naq-no», pelle lanosa, con cui una volta venivano fatte le culle dei bambini; ora l’«annacarsi» in siciliano e in calabrese è un verbo che indica chi si pavoneggia, incedendo con falcate vistose proprie di chi o vuole sembrare molto sicuro di sé: per cui «chiddu s’annaca» significa quello è un mafioso o uno ndranghetista. E Bberengariu questo voleva dire della parola, che è «vuccaranni» che si sarebbe potuta rendere con l’aggettivo «smargiassa», «spacciata», «pagghiazza», da tradurre compiutamente con «pagliaccia», e che «s’annaca» cioè cammina dondolandosi come una culla.
  7. 103, righi IV e V, «Anchiananu ‘i palori / cosi chi su’ nno trùbbulu», viene reso con «Portano le parole / fatti che sono nell’oblio». Ora «anchianari» è un verbo intransitivo da tradurre con «salire» mentre «trùbbulu», dal francese «troubler», intorbidare, indica appunto l’acqua o altra cosa liquida che può essere intorbidata. In calabrese si usa «Non ti ntrubbuliari a pisciazza», non ti intorbidare l’urina», per «Non agitarti!». Ora il senso dei due versi dialettali e, semplicemente e letteralmente, questo: «Le parole, cose che sono nell’acqua torbida, vengono a galla, risalgono». Così si sarebbe rispettata la forma intransitiva del verbo senza rendere «trùbbulu» con «oblio», che non è una cosa intorbidata ma qualcosa che è scomparsa dalla memoria.
  8. 105, rigo settimo dalla fine, troviamo il verbo «sbagnari», reso in italiano con «festeggiare», la parola «rizzutedda» resa con «ginestra»; evidentemente De Vita ha presente il fatto che l’inaugurazione di una negozio, la laurea appena conseguita, l’acquisto di una autovettura, la vittoria di una gara sportiva, vengono festeggiati mediante champagne, vengono cioè «bagnati». Ma il testo dialettale è «s-bagnati» che è cosa diversa dal festeggiamento mediante champagne. Se prendiamo un dizionario siciliano reperibile anche on-line, Nino Pomilio Vocabolario siciliano – Italiano ad vocem, sotto s-bagnari reca inumidire il bucato, inaugurare; quindi si mantiene il senso di bagnare gli indumenti anche se come secondo significato troviamo aggiunto l’«inaugurare» collegato al festeggiamento. Ma se cerchiamo un dizionario risalente come quello di Michele Pasqualino (Vocabolario siciliano etimologico, Palermo 1790) manca di qualsiasi riferimento all’inaugurazione ed ai festeggiamenti (a quei tempi se ne facevano pochi): «bagnare i panni, da bagnari con la s che fa la forza della ex latina»; quindi s-bagnari non è semplicemente il bagnare ma è ex-bagnari ove la preposizione indica un’azione, un bagnari, che si è svolto in un tempo originario (ex introduce anche il complemento di origine) più o meno remoto. E siamo arrivati al senso specifico dello s-bagnari che si riferisce non genericamente al «bagnare i panni» ma ad un bagno originario, al primo bagno dei tessuti usati per cucire gli indumenti: infatti i tessuti venivano s-bagnati  prima del taglio perché se avevano da restringersi al contatto con l’acqua lo avrebbero fatto prima della confezione.  Anche la traduzione di «rizzutedda» con «ginestra» è errata, se non altro perché la ginestra è uno degli alberi più lisci della flora mediterranea: la parola è un diminutivo di «rizzuta» che deriva da rizzu-a, riccio-riccia, pianta alta circa mezzo metro che cresce nei mesi estivi in mezzo ai campi coltivati a grano e mantiene il colore verde. Leggiamo Rohlfs: «rizzuta: f. iperico, cal. Rizzuta id; Hypericum crispum » (Supplemento cit. ad vocem).
  9. 107 righi 14, 15, 16 e 17: prima si parla delle parole e dei danni che recano, dei tumulti che provocano ad esempio tra due fidanzati che si lasciano: «E doppu, quannu mi / lassau, quannu squagghiau, / tuttu ddu nguirringuarri ch’abenta». Quando lei lo ha lasciato tutti i tumulti si sono placati, tuttu ddu nguirringuarri ch’abenta. Sentiamo la versione di De Vita: «E dopo, quando lei mi /lasciò, quando sparì, / tutta quella confusione che avventa», quindi c’è una confusione che «avventa», viene scagliata con forza, dice lo Zanichelli. Anche qui l’esito in lingua italiana di De Vita viene condizionato dalla scelta di tradurre «abenta» con l’assonante «avventa», si scaglia. Ma da dove viene quella parola fraintesa così malamente? «Abentari» viene dal latino ab-ire, cessare, ed è un verbo che risale alle origini della lingua italiana: Cielo, o Ciullo, d’Alcamo in un suo celebre contrasto così si rivolge alla sua donna: «Tràggene d’este focora, se t’este bolontate / per te non ajo abento notte e dia / pensando pur di voi madonna mia». Il senso è chiarissimo: l’innamorato si sente in mezzo ai tizzoni ardenti per amore della donna e soffre notte e giorno; per questo le chiede di corrispondere quell’amore e di dargli così tregua «abento», di farlo «abentare». Al rigo 21, «nchiaccatu», da «chiaccu», cappio, quindi «incappiato» viene tradotto con «incastrato».
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“Sesso, droga e lavorare”

unnameddi Gabriele Ottaviani

«Ti va di scopare un po’?» «Non credo sia il caso, stai bene?» «Vedo tutto rosa e giallo.» «Ti piacciono come colori?» «Eh?» «Lascia stare, vuoi che chiami qualcuno? Vuoi dell’acqua?» «Acqua, sì.» Le lasciai la mia bottiglietta, la salutai e me ne andai, non sapendo che altro fare. Diventammo quasi amici nel corso del primo anno di università, si chiamava Claudia e aveva un’importante passione per le droghe chimiche, il sesso occasionale e il suo telefono. Non credo che diede mai un esame, ogni tanto la si vedeva a qualche corso, in ultima fila china sul suo iPhone a cercare qualcuno con cui sfogare i sui istinti chimici. Una volta andai a lezione di Economia aziendale ancora ubriaco, fatto e in dritta dalla sera prima, con una gran fotta. Se non ricordo male, quella volta Claudia mi fece un pompino nel bagno della facoltà. Poi non so che fine abbia fatto. Quello è l’ultimo ricordo che ho di lei.

Sesso, droga e lavorare, Lo Stato Sociale, Il saggiatore. Uno dei gruppi musicali più di successo degli ultimi anni declina stavolta attraverso la pagina scritta con ironia, brillantezza, intelligenza e schiettezza il romanzo di formazione della nostra società precaria e precarizzata, in cui si corre forsennatamente per restare sempre nello stesso punto, per tentare di vincere le proprie paure, per sperare di poter fare progetti e cercare di edificare qualcosa che duri, di comprendere un senso più profondo e autentico delle cose, di riempire le giornate di vita e non solo di impegni. Da leggere.

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“Vittoria Accorombona”

41XEIFch6-L.jpgdi Gabriele Ottaviani

Questo ben studiato discorso irritò Vittoria nel suo intimo, ma non aveva il coraggio di dare sfogo alla sua rabbia… 

Vittoria Accorombona, Ludwig Tieck, Bompiani. Nuova traduzione dell’opera (con cui si cimentò anche Walter Scott), per la prima volta in edizione integrale, ambientata nel sedicesimo secolo, pietra miliare del secolo decimonono in terra tedesca nonché testamento artistico e spirituale all’interno della produzione dell’autore vissuto a cavallo fra Settecento e Ottocento, di Francesco Maione, a cura di Stefan Nienhaus. Vittoria è bella e nobile. È piena di carisma. È una donna indipendente. Intelligente. Incute timore. Soggezione. Il mondo le è ostile. È intrepida. Romantica. Appassionata. Rincorre il vero amore, e per questo inesorabilmente pagherà un salato prezzo. Imprescindibile.

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“Taccuino di una donna timida”

613XSg6+47L._AC_UY218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il celeste raggio, scendendo nella palude, suscita mostri. 

Taccuino di una donna timida, Orsola Nemi, Bompiani. La delicatezza, il pudore, la sensibilità in persona: così la definì Giuseppe Prezzolini. Vissuta fra il millenovecentotré e il millenovecentoottantacinque, all’anagrafe Flora Vezzani, schiva e indipendente come una parte del suo pseudonimo testimonia (l’altra, invece, è dedicata al padre, ufficiale di fanteria nonché medaglia d’oro al valore perito sul Carso nel corso delle prime fasi della grande guerra il quindici di ottobre, in cui ricorrono i festeggiamenti proprio in onore di Sant’Orsola), colpita bambina dalla poliomielite, moglie di Henry Furst, amica di Montale e Longanesi, traduttrice, tra i compilatori del Dizionario delle opere e dei personaggi, attiva su moltissimi fronti, fra il millenovecentocinquantacinque e il millenovecentosessantacinque Orsola Nemi raccoglie uno zibaldone fatto di grandi case e giardini, libri, gatti e fantasia: un vero incanto. Splendido sin dalla copertina.

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“Ci vorrebbe un sassofono”

91X0INcOAcL._AC_UY218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando suona un sassofono le guerre si scordano di scoppiare… 

Ci vorrebbe un sassofono, Pino Roveredo, Bompiani. Claudia è giovane ma si sente vecchia. È bella ma si sente brutta. Potrebbe avere una vita felice, e invece no. È il destino di chi ha senso del dovere, del resto: ci si dedica con abnegazione all’arte mai riconosciuta del sacrificio. Per amore e insistenza della figlia Giada resta inchiodata al capezzale di Enrico, marito solo sulla carta, con cui ha condiviso un’esistenza fatta di poche gioie e molti dolori, la cui colonna sonora è triste e malinconica. Lei invece sogna una melodia diversa, quella di un sax, che muti la stanza d’ospedale in qualcosa di più bello, nel suo riscatto. E non è detto che ciò non accada, come racconta, con dolce e sferzante empatia, Pino Roveredo, sensibile cantore delle umane fragilità.

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“Gli affamati e i sazi”

714MhPUtvGL._AC_UY218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il presidente della riunione non è ancora arrivato, per questo l’atmosfera ricorda quella di una classe quando l’insegnante è in ritardo.

Gli affamati e i sazi, Timur Vermes, Bompiani. Traduzione di Francesca Gabelli. Siamo nel futuro, ma non pare affatto che si sia andati troppo lontano, anzi. La ricca Germania ha introdotto un tetto massimo per i richiedenti asilo, tutta l’Europa ha serrato le frontiere e al di là del Sahara nascono enormi lager in cui milioni di migranti aspettano tanto che, se non fosse un suicidio annunciato, pur di porre fine all’attesa attraverserebbero il deserto a piedi. Un giorno però Nadeche Hackenbusch, splendida diva del piccolo schermo teutonico, visita il più grande di questi campi di concentramento, e il giovane Lionel pensa che avvalersi della grancassa mediatica possa essere la sua grande occasione: con altre centocinquantamila persone intraprende la lunga marcia, un cammino che entusiasma il pubblico e l’emittente. È subito record di ascolti e di introiti pubblicitari: ma che farà il ministro dell’interno Leubl, li accoglierà o li rimanderà indietro? Potente, duro, imperdibile. Non a caso dall’autore di Lui è tornato.

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