Libri

“Arabesque”

51ygK+-lUuL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Frantz dichiara il suo amore per Coppelia. Il giocattolaio gli offre del vino che in realtà è avvelenato. Cosa vuol fare? Una magia, per far passare la vita da Frantz alla sua bambola inanimata. Swanilda sta al gioco. Veronica, lo sguardo fisso, con piccoli passi meccanici, gli fa credere che ciò sia possibile. La scena diventa quasi buffa mentre quella furbetta di Swanilda ripete le mosse del giocattolaio. Coppelius è felice, la sua bambola è viva! Sembra un po’ come Geppetto, ma più morboso. Swanilda lo ha incantato, ma anche beffato. Sveglia Frantz, gli racconta l’accaduto e insieme scappano dal laboratorio di Coppelius. Toh, Swanilda, e tu te lo riprendi dopo che lui era pronto a rimpiazzarti con un manichino? C’è ben da riflettere. È tutto un tripudio di amore e rinnovate promesse e a Coppelius non resta che consolarsi con il suo manichino inanimato. Segue una Danza delle Ore in cui quattro file di ballerine in tutù gialli, rosa, glicine e neri dimostrano che la perfezione può essere di questo mondo. Poi il finale, tutto di Swanilda/Veronica, sulle cui braccia alzate e sul cui volto felice si chiude il sipario. Ma attraverso la lama aperta delle tende, per un istante, intravedo quelle braccia che si afflosciano, il volto che perde qualunque sembianza di vita. Frantz la sorregge per evitare che cada, e poi il sipario si chiude del tutto. Non può esser parte dello spettacolo.

Arabesque, Alessia Gazzola, Longanesi. C’è una gamba allungata all’indietro mentre le braccia sono distese in direzioni opposte. È l’arabesque, una delle figure principali del balletto classico. Un mondo di arte. Di bellezza. Di duro lavoro. Di sacrificio. Di competizione. Senza arrivare alle perversioni del Cigno nero, certo è che tutto ciò che sembra etereo e fluttuante come una nuvola rosa d’aria e tulle nella realtà dei fatti è il risultato di una inossidabile disciplina. La stessa che aveva la maestra di danza, ex stella dei più prestigiosi palcoscenici, che ora è morta. E non pare che il decesso sia naturale. E chi può indagare meglio di Alice, che ormai è a tutti gli effetti specializzata in medicina legale? È diventata anche una diva del piccolo schermo, vista la fiction di buon successo di cui è stata protagonista, incarnata da Alessandra Mastronardi, l’eroina di Alessia Gazzola, qui pronta ad affrontare una nuova sapida avventura. Da leggere.

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“Ritorno a Riverton Manor”

512PIQKK9vL._SX330_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Io cerco un altro genere di ricchezza. Voglio arricchirmi di esperienze. Il secolo è giovane, e anch’io lo sono.

È novembre. È il millenovecentonovantotto. Ursula Ryan è giovane. È una regista, ha scritto un film, che si intitola Ritorno a Riverton Manor. È una storia d’amore, il resoconto della relazione tra le sorelle Hartford e il celebre poeta Lord Robert S. Hunter, che nel millenovecentoventiquattro, nonostante la vita sembrasse sorridergli incredibilmente, si uccise. Ursula vuole fare bene il suo lavoro, con cura: compiendo delle ricerche, si è resa conto che c’è una testimone di quell’epoca ruggente ancora viva. Così il ventisette di gennaio del millenovecentonovantanove, all’incirca tre quarti di secolo dopo gli eventi che le stanno a cuore, scrive da West Hollywood una lettera – non la prima, ma non ha ricevuto risposta alla precedente missiva – a Grace Bradley, che vive al 64 di Willow Road, Saffon Green, Essex. Una centenaria che di quegli eventi tragici, leggendari e misteriosi non vuole proprio parlare. E ha le sue buone ragioni. Ma… Ritorno a Riverton Manor, undici anni dopo la sua prima deflagrante comparsa nelle librerie, torna in Italia: è il bestseller planetario che ha rivelato al mondo il talento di Kate Morton, da Brisbane con furore. Sa cavarsela più che alla grande con le caratteristiche del genere, intreccia la trama con sapienza, caratterizza tutto nel dettaglio, coinvolge, intriga, convince e conquista. Da leggere. Edito da Sperling & Kupfer, è tradotto da Massimo Ortelio.

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“La bambina con il cappotto rosso”

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Per favore venite a prendermi se potete.

La bambina con il cappotto rosso, Kate Hamer, Einaudi. Traduzione di Cristiana Mennella. Carmel ha otto anni. Per il suo compleanno vuole andare a vedere un labirinto. Non sa che ci precipiterà dentro. Ha un lungo e bellissimo cappotto rosso. Ha i capelli ricci che vanno in tutte le direzioni. Ha un lessico particolarmente sviluppato. Non vede il mondo come tutti gli altri. Ha un’incredibile fantasia. Ha la testa fra le nuvole. Troppo. Ha una mamma che si chiama Beth e le vuole un mondo di bene. Vorrebbe comprarle un paio di scarpe d’oro. Ha un papà che si chiama Paul che lavora insieme alla mamma, hanno un negozio di tè e ginseng. Poi improvvisamente avviene l’irreparabile. Lei crede a tutte le storie che le raccontano. Un pomeriggio un signore le dice di essere il nonno che non ha mai conosciuto e che si occuperà di lei per un po’ perché la mamma ha avuto un problema. La mamma però la sta cercando. Non può smettere. Perché Carmel è stata rapita. Ma non ne è consapevole. Beth, invece, in quel labirinto fisico e mentale che la figlioletta voleva tanto vedere inizia a vagare incessantemente, freneticamente, disperatamente… Perfetto e devastante, l’esordio narrativo come dovrebbero essere tutti, classico, nuovo, universale, geniale.

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“Il posto che cercavo”

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Mentre blateravo mentalmente su quei pensieri, la mano di Davide si posò sulla mia e lentamente avvolse le nostre dita. Sentii come delle piccole scariche elettriche attraversarmi il corpo. Non sapevo cosa mi stava succedendo, ma Davide come al solito aveva il brutto vizio di prendermi alla sprovvista, nei momenti in cui ero più vulnerabile e facile da plagiare.

Il posto che cercavo, Navi Altealuna, Triskell. Non è facile perdonare. Specie quando il legame è forte. Perché è ancora più straziante e presente e vivo il ricordo del dolore patito, della ferita che non si rimargina, dell’ingiustizia che genera rancore, del tradimento di quanto di più sacro esiste, la fiducia. Eltan, come si fa chiamare da tutti e come tutti lo chiamano, anche se il suo nome, dalle chiare sonorità cirilliche, è un altro, ben più complicato, non ce la fa proprio a mettere una pietra sopra a quello che è successo con Davide. Il suo amico. Il suo migliore. Il suo unico. Poi però la vita nel suo gigantesco organizzatissimo e grottesco caos si diverte a scompigliare le carte, tra un viaggio, una seduta di laurea e un evento che sarebbe stato meglio non fosse mai accaduto. E che però costringe Eltan a dover di nuovo fare i conti con Davide. Con i suoi gesti. Le sue parole. Il suo sguardo. Il suo profumo. Perché quando una persona fa parte di te, è una delle trame della tua storia, farne a meno da un momento all’altro non è mai semplice. Anzi… Scritto con linearità, tratteggia in maniera credibile i moti dell’animo, i personaggi e le ambientazioni quotidiane: si legge con piacevole souplesse.

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“Sativi”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Ed io, che sono uomo, posso dare

alla vita il dolore che si merita, se io

quel dolore lo porto vivo a me, se

dalla vita cerco amore, io posso dire

che sono stato uomo, e me lo merito.

Ma entrando nella vita da una porta

senza dolore, non esiste che poi sia

concesso amore a chi lo merita. Perché

le porte sono tutte chiuse, e se si

aprono tu vedi in loro la tua stretta

via di fuga, ma tu la vedi e non vi entri

perché sei uomo e sei dolore, e poi

sei vita se il tuo amore si concede

una sola volta, se apre tutte le porte,

tu te lo meriti di vederti senza volto

a te concesso, tu meriti questa metà,

amando di te solo la solitudine

Sativi, Antonio Bux, Marco Saya editore. Sativo sta per seminabile, seminativo, coltivabile, coltivo, fertile: nelle sue varie forme latine è un attributo che definisce nella classificazione di Linneo vegetali comuni come il coriandolo, l’aglio, il frumento, il miagro, il ravanello, lo zafferano, la cicerchia, il cetriolo, l’erba medica, il riso e finanche la cannabis. E proprio questo fa Bux con la sua raccolta di compnimenti, divisa in varie sezioni: rende fertile la parola. La coltiva. La nutre. La fa crescere, forte e salubre. Non c’è maggese, non c’è riposo, mai requie nella ricerca inesausta del senso cui Bux dà voce con toni lirici, delicati e insieme potentissimi, autentici, profondi, intensi, mai una ripetizione sterile, benché coerente sia in assoluto lo sviluppo poetico. Si penetra l’inconnu per ricavarne il frutto della sapienza. Ora sentenzioso, ora ampio e narrativo, lo stile, ricco di suggestioni, riferimenti e citazioni, sottolinea l’unità del molteplice e alternando con perizia e maestria la luce all’ombra, il suono all’eloquente silenzio, la speranza alla preghiera, fa riverberare sulle pareti specchiate del labirinto dell’anima la brama di saper comunicare per saper e poter condividere. Affini sono per natura le cose e le creature del mondo, perché in esso e di esso esistono. Elogio ed esegesi della fragilità e del giusto tempo perché ogni cosa maturi e gemmi la policroma raccolta, suddivisa in più sezioni, varie e variegate, fa della concretezza un’esperienza eterea, umile, necessaria.

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“Onda sonica di tragicomiche disavventure”

MOROZZI Onda Sonica (1)di Gabriele Ottaviani

Onda sonica di tragicomiche disavventure, Gianluca Morozzi, Skira. Musicista, conduttore radiofonico, scrittore prolificissimo e valido, sempre brillante, originale, fresco, frizzante, irriverente, intenso, intrigante, capace di guardare al di là delle convenzioni, Gianluca Morozzi narra in quest’occasione con intelligenza e divertimento la storia del nostro mondo, in cui The Who, la rock band londinese la cui storica formazione è composta da Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle e Keith Moon, è un’amatissima compagine, mentre i Despero hanno un destino più simile al loro nome. In una realtà parallela, però, The Who sono addirittura dei supereroi, cui toccherà inseguire attraverso uno specchio distrutto, come se fossero delle novelle Alice in un universo delle meraviglie, un temibile antagonista. E… Semplicemente, un’impetuosa ventata d’aria fresca.

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“Il mistero dell’angelo perduto”

Vodret Mistero angelo perdutodi Gabriele Ottaviani

Il mistero dell’angelo perduto, Paolo Jorio, Rossella Vodret, Skira. Al tempo degli antichi greci le guerre si bloccavano quand’era momento di olimpiadi. Vigeva la tregua. In tempi moderni, purtroppo, non è più stato così. Il barone Pierre de Coubertin ha voluto, e che Dio gliene renda sempre immenso merito, perché di rado ci si emoziona di più come nel vedere qualcuno tentare con le sue sole forze di andare oltre il limite e realizzare un sogno, ripristinare queste leali competizioni in cui i valori universali dello sport sono sublimati al massimo livello: ma ogni grande evento, si sa, è anche efficace veicolo per la propaganda. Fortunatamente la sorte è ironica, e quindi i giochi dell’era moderna che dovevano celebrare la superiorità della razza ariana in verità si sono ritorti contro Hitler e i suoi perfidi sodali, visto che la ribalta del palcoscenico è stata tutta per Jesse Owens, che certo alto e bello come un eroe omerico lo era, ma non altrettanto biondo: ed è proprio nella Berlino del millenovecentotrentasei che un uomo e due donne si incontrano. Amano l’arte, sono studiosi, e attorno a una tela di Caravaggio si dipana un vero e proprio, avvincentissimo, intrigo internazionale… Da non perdere.

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