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“Vicolo dell’Immaginario”

31RHZb75UVL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Amalia si fida della donna, ma tutto quel parlare e la penombra della stanza le stringono lo stomaco. Si guarda attorno come se uno spirito dovesse spuntare da un angolo oppure affiorare dall’acqua dei catini. Ma decide di tacere, osservare e ascoltare. Tia Marga chiude gli occhi. Improvvisamente nella stanza si sente una nenia, non si sa da dove provenga. È una voce profonda, di viola e di oboe. Un soffio di vento in una valle profonda, il suono di mille uccelli che volano bassi. Poi capisce: è Tia Marga a cantare, a bocca chiusa. Le sembra che l’acqua, nei tini, s’increspi. La pelle del pesce si fa iridescente, luminosa. La cuoca prende una boccetta e fa cadere una goccia di liquido in ciascuna vasca. Poi dice parole strascicate, in una lingua sconosciuta, ed è come se la voce raggrumasse l’acqua in piccoli gorghi disuguali. Dai bacili si alzano sussurri e si mescolano a quelli della Tia. Ci sono grida, pianti e alcuni singhiozzi soffocati. Lei annuisce e sembra rivolgersi a loro, a ciascuno con un tono diverso. Alcuni li consola, altri li vezzeggia, oppure rivolge un pacato rimprovero. Di tanto in tanto, lascia cadere altre gocce. Amalia si inginocchia accanto ai bacili. Minuscole creature sembrano staccarsi dalla polpa del pesce e vengono risucchiate da vortici, o forse i riflessi delle squame, la poca luce e la suggestione, le fanno vedere ciò che non c’è. Tia Marga le prende le mani e le immerge nell’acqua. «Aiutami a rimescolare, fa’ che si abituino a te».

Vicolo dell’Immaginario, Simona Baldelli, Sellerio. Lisbona è una montagna di sale, un mosaico di squame bianche attraversato dai tram e bagnato da quel fiume che ad Amalia, che ha trentasei anni, due ombre e viene da vicino Milano – o almeno così dice a chi, avendo un’idea solo sommaria dell’Italia per quello che arriva per il tramite dei mezzi di comunicazione di massa, che in quegli anni carichi di promesse parlano per lo più di terrorismo, glielo domanda, perché da quella distanza tutto sembra più insignificante, anche se in realtà tra la sua città, da cui è venuta via appena morto il marito, e quella del Duomo distano cento chilometri – per assistere un’anziana signora che cammina incipriata e impettita per la sua magione in una piazza che le ricorda la nobiltà che ha nel sangue e che le marcisce dentro come l’inesorabile decadenza del tempo che tutto fagocita ed erode, sembra impossibile che sia fatto d’acqua dolce, perché è tanto grande che le pare il mare. Clelia invece è della Bassa, presso Reggio Emilia, ha appena cambiato reparto in fabbrica – la ditta produce giostre – perché un operaio del settore delle cinghie ha perso una mano sotto alla cucitrice, ed è lì che, priva di quella malizia che ha invece Marisa, che, nonostante abbia nove anni di meno, è scaltra e furba, e compensa con la testa quel che le gambe le impediscono di fare, dopo alterne e squallide vicende ha conosciuto Dario, e quelle pietre che da tempo le opprimono il ventre hanno fatto un sobbalzo: ogni sabato sera vanno a ballare a Monticelli, con la 600 di lui… Simona Baldelli ha il dono di saper emozionare autenticamente con una scrittura travolgente e dalla cifra raffinata e inconfondibile che definire formidabile è decisamente riduttivo, e dà alle stampe un romanzo incantevole che danza con grazia fra Tabucchi, Pessoa, Borges, Márquez, Vittorini e non solo, ricchissimo di livelli d’interpretazione, riferimenti, suggestioni e chiavi di lettura, perfetto in ogni dettaglio.

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“Un cuore tuo malgrado”

41zlee8iagl._ac_us218_di Gabriele Ottaviani

Mia sorella telefonava quasi tutte le sere…

Un cuore tuo malgrado, Piero Sorrentino, Mondadori. Eternamente in bilico tra essere e dover essere, tra quello che si vuole e quello che si può: è la peculiarità, più o meno marcata, della natura umana. Bianca è giovane. È una brava ragazza. È una persona perbene. Ha un lavoro. Lo stesso di suo padre. È una conducente d’autobus. Una guidatrice giudiziosa. Un giorno, però (e qui la mente, cambiando quel che dev’essere cambiato, va a molta altra letteratura e anche a una certa cinematografia) provoca un terribile incidente. Stravolge numerose esistenze. In primo luogo la sua. Al suo fianco la sorella, all’altro estremo del canale di comunicazione che viene a instaurarsi un uomo con cui, intessendo un dialogo, si ritrova ad affrontare le sue ferite, che nascono da lontano, proprio dalla morte del padre, e dunque il senso di colpa, la determinazione a distruggersi confondendola con l’espiazione… Piero Sorrentino scrive con classe un romanzo importante e denso: da non perdere.

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“Corpo a corpo”

413-vVoaypL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quel giorno è un brutto giorno per parlare.

Corpo a corpo, Silvia Ranfagni, e/o. La verità va guardata in faccia. Specialmente se è sotto gli occhi di tutti. E non si può negare il fatto che tantissime persone, uomini e donne, avrebbero dovuto pensarci non una, non due, non tre, non dieci, non cento, non mille ma miliardi di volte prima di riprodursi. Perché se non sei risolto non puoi risolvere, se non ti ami non puoi amare, se non sei responsabile non puoi trasmettere la responsabilità. E invece, poiché lo stadio della consapevolezza per molti è un vero e proprio miraggio, c’è chi pensa di colmare la voragine che ha dentro mettendo alla luce un figlio, condannato a generare e a provare infelicità. Un figlio che non sa crescere, e che dunque affida a un altro da sé, con cui il rapporto non può che scivolare verso la perversione… Finalmente la maternità affrontata senza le nuvole di zucchero filato della retorica stucchevole e falsa che fa sentire colpevoli e inadeguati i sensibili e i fragili, in un libro che trascende i generi.

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“Il fuoco e la polvere”

51jYtl1qOCL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

E adesso, cosa avrebbe fatto?

Il fuoco e la polvere, Mauro Garofalo, Frassinelli. L’Italia è stata appena unita, e per giunta nemmeno del tutto, visto che Roma e il Veneto sono ancora terre straniere ed estranee, eppure la protervia del potere che impone i suoi schemi anche laddove se ne sono sempre adottati degli altri comincia già a farsi sentire. La Maremma del milleottocentosessantadue è stupenda e fascinosa, perigliosa e selvaggia, aspra, dura, feroce e ribelle, è luogo di contadini, di mezzadri, che tirano avanti tra le mille vessazioni dei padroni: c’è chi vuole togliere loro letteralmente il pane di bocca, zolla dopo zolla, per costruire la ferrovia, e il bandito-eroe, il capitano Bosco, che ama la bella Elena, che per far dispetto a lui viene rapita, li aiuta a resistere. Ma… Garofalo dà alle stampe una travolgente storia di passioni, convincente e coinvolgente.

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“L’umanità in tempi bui”

41SUZ0mCNDL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La gioia, per dir così, si dà il tono. Ciò che la rende impossibile è l’invidia…

L’umanità in tempi bui – Riflessioni su Lessing, Hannah Arendt, Raffaello Cortina editore. Edizione italiana a cura di Laura Boella. Il ventotto di settembre di sessant’anni fa, in occasione del conferimento, da parte della libera città anseatica di Amburgo, tradizionale roccaforte della SPD in Germania, del prestigioso premio Lessing, Hannah Arendt, storica e filosofa tedesca naturalizzata statunitense, migrante e apolide perché perseguitata in quanto ebrea durante gli anni del nazismo, pensatrice tra le più importanti, influenti e significative del cosiddetto secolo breve, pronunciò un discorso che è anche un’efficace sintesi della sua Weltanschauung, e un ritratto del concetto stesso di umanità, vessillo dell’illuminismo sventolato a viva forza anche in tempi che di umano non avevano nulla. Da questo punto, e dalla sopravvivenza di quest’idea, al di là di tutto, prende le mosse questo saggio intenso e importante: da leggere.

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“Fabrizio De André e i pellegrini sulla cattiva strada”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Se fosse solo una questione locale ce la risolveremmo alla nostra maniera, poche chiacchiere e via. Ma De André è stato anche un bene nazionale, conosciuto da due generazioni almeno. E al suo apice è stato anche internazionale, proprio col suo lavoro più criptico, Creuza de Mà, celebrato da gente come David Byrne. Ascoltare Creuza de Mà è davvero un’esperienza. Quel cavolo di disco è persino olfattivo. Tu senti l’odore di Genova in ogni nota, provare per credere. È gioco facile citare le influenze musicali di uno così. È come fare un’autopsia culturale per scoprire le radici di quel genio zeneise e cercare di ricreare una formula irripetibile. Ma un genio è sempre irripetibile per definizione. E comunque a noi biografi (e ai fan, a dirla tutta) tutto questo non importa. Dobbiamo sapere tutto e dobbiamo mettere giù tutto quel che sappiamo per una sola terribile ragione: l’oblio è sempre in agguato. Passare la conoscenza alle nuove generazioni è un lavoraccio ma risale all’alba dei tempi e continua tutt’ora. Quindi in un qualche modo funziona. A me tocca parlare di un principesco connubio musicale. Il periodo è quello di Canzoni (quello con la copertina rosa, per capirci), considerato come uno dei lavori minori del Nostro. Effettivamente non è uno di quei dischi a cui pensi immediatamente quando tiri in ballo il buon Faber, eppure racchiude uno dei momenti di svolta della sua carriera. Nel 1974 De André ne viene dalle stroncature pesanti di Storia di un Impiegato. Beata Italietta, sempre prodiga di elogi per i servi e sempre agra per i liberi. Adesso quel disco è considerato un classico (e come tale forse reso inoffensivo), ma all’epoca fece ribaltare dalle sedie tutti quanti…

Poeta, artista, musicista, cantautore, letterato, intellettuale, coscienza critica, sociale, cultuale, etica, politica, morale del Paese e non solo: questo è stato ed è Fabrizio De André. E non solo. In libreria per Chinaski l’opera accurata, brillante, densa, profonda, precisa, puntuale e intelligente di Sara Boero, giovane e brava scrittrice, racconta non soltanto lui, ma anche tutti coloro che, per così dire, sono stati suoi compagni d’avventura lungo i dossi, le discese ardite e le risalite di quell’impervia strada da percorrersi sempre in direzione ostinata e contraria rispetto al conformismo acritico: Fernanda Pivano, Brassens, Villon, Lee Masters, Cohen, Dylan, De Gregori, Villaggio, Mannerini… Fabrizio De André e i pellegrini sulla cattiva strada: da leggere. Per conoscere, comprendere, riflettere, migliorare, costruire un mondo migliore.

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“Il candore”

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Quando Mario si addormentava, si risvegliava subito di soprassalto, vedeva la sua cameretta e lì nella notte, solo, si accorgeva di essere cresciuto: gli avevano sempre detto tutti che non si sarebbe accorto di niente, invece, nel brivido che lo prendeva alla nuca e che lo svegliava così spesso, rintracciava tutto il suo corpo che cambiava, vent’anni come un secondo, braccia e gambe che si allungano, capelli che crescono, peli sul petto, il sesso ingrossarsi. Alle tre e mezza il silenzio è totale, sente solo il battito del suo cuore. Si sforza con gli occhi nel buio finché non vede una fioca luce… la sua porta è socchiusa ed entra (se fosse un suono sarebbe un ottavino) una luce che arriva da lontano… dalla stanza della mamma, ancora sveglia, la notte le è amica… tutti gli altri possono dormire.

Il candore, Giovanni Peli, Oedipus. Scrittore di racconti, romanzi e poesie, bibliotecario e musicista, Peli è con ogni evidenza uomo dal multiforme ingegno e dalla raffinata sensibilità, che gli consente di delineare senza retorica né ridondanze e con tratti precisi, puntuali, intensi, accurati, avvolgenti, mediante le numerose sfaccettature di una prosa alta ma mai ostica, ricca di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, profonda nell’esegesi, i vizi, le virtù, le debolezze, le fragilità, le paure e soprattutto l’innocenza, il candore nitido che sempre si annida nelle anime umane, perennemente travagliate tra dover e voler essere. Attraverso brevi capitoli che prendono le mosse dalle carte dei tarocchi che la protagonista femminile, personaggio piacevole a leggersi e a cui è facile affezionarsi, volta pagina dopo pagina, Peli mette in scena un’aggraziata e delicata commedia umana che conduce per mano il lettore nei brumosi sentieri della mutevolezza della storia e della memoria, dell’Italia del nord e non solo: da leggere.

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