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Non solo “30 Rock”…

download-1Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Nuovi contenuti arricchiscono la piattaforma di streaming on demand Infinity che anche a Febbraio torna ad offrire al pubblico una scelta ampia tra serie tv, capolavori cinematografici e i titoli più recenti attraverso Infinity Premiere, disponibili con una finestra molto ridotta rispetto all’uscita in sala, anche in lingua originale, SuperHD e UHD.

Dal 1 febbraio al via la prima stagione della comedy “Crowded” con l’attore e doppiatore Patrick Warburton (“Perfetti… ma non troppo”, “Le regole dell’amore”) e Carrie Preston, attrice e regista statunitense nei panni di una coppia da tempo sposata che dopo aver ritrovato la libertà e sistemato le figlie al college, dovranno riabituarsi ad averle in casa visti gli incerti piani futuri di entrambe. Creata da Suzanne Martin, la serie è stata prodotta dalla Hazy Mills Productions in associazione con la Universal Television.

Infinity ripropone il cofanetto completo di una tra le serie teen più seguite degli ultimi quindici anni, “The O.C”, creata dal produttore e sceneggiatore Josh Schwartz (“Gossip Girl”). Tutti gli episodi delle quattro stagioni saranno disponibili dall’8 febbraio, da quella data gli spettatori potranno rivivere le storie, ambientate ad Orange County, di quattro giovani problematici protagonisti interpretati dagli allora esordienti Benjamin Mckenzie – noto successivamente per la sua interpretazione di Jim Gordon nella serie “Gotham” -, Adam Brody e Rachel Bilson, protagonisti di numerosi film e serie tv dopo questa avventura di successo e Misha Barton, che ha mantenuto la notorietà anche a causa di delicati avvenimenti giudiziari.

Con ottantasei premi vinti – tra cui sei Golden Globe, quindici Emmy, dodici Screen Actors Guild Awards – e oltre trecento nomination ai più importanti riconoscimenti cinematografici e televisivi internazionali, la comedy “30 Rock” sbarca su Infinity dal 15 febbraio con una sorpresa: il cofanetto completo compreso della settima stagione, i cui episodi sono ancora inediti in Italia. La serie, ambientata a New York, racconta in modo realistico il mondo dello spettacolo e lo fa servendosi di volti noti al pubblico: oltre all’apprezzata Tina Fey, che ha anche creato il serial, troviamo Alec Baldwin, Tracy Morgan, Jane Krakowski, Jack McBrayer e Scott Adsit.

La serie sci-fi “Containment” arriva dal 22 febbraio; basata sulla serie belga “Cordon”, creata da Carl Joos e sviluppata da Judie Plec, il drama racconta di una potente e improvvisa epidemia che mette in ginocchio la città di Atlanta uccidendo in pochissimo tempo diverse decine di persone e costringendone altre a rimanere in quarantena così da evitare il contagio.

Infinity Premiere presenta per il mese di febbraio cinque sorprendenti pellicole: il nuovo capitolo The Conjuring 2 (dal 3 al 9 febbraio) co-scritto, co-prodotto e diretto da James Wan; The Legend of Tarzan (dal 10 al 16 febbraio), la celebre storia del personaggio creato da Edgar Rice Burroughs, interpretato questa volta da Alexander Skarsgård e diretta dall’apprezzato David Yates; dal 17 al 23 Febbraio sarà disponibile anche in qualità 4K e 4K HDR Trafficanti, con la regia di Todd Phillips e interpretato da Jonah Hill e Miles Teller, nei panni di due trafficanti di armi impegnati per volontà governativa con una fornitura di armi per le truppe statunitensi in Iraq. Inoltre, in occasione del Carnevale, dal 24 febbraio al 2 marzo, Premiere offre due lungometraggi di animazione, adattamenti cinematografici di due graphic novel Dc Comics, Batman Return of the Caped Crusader, in cui i più famosi Joker, Pinguino, l’Enigmista e Catwoman ordiscono un piano per prendere il controllo di Gotham e del mondo intero avvalendosi di una nuova e potente tecnologia, e Batman: The Killing Joke, storia controversa in cui l’iconico personaggio di Joker e la sua personale criminalità saranno ampiamente trattate.

Varia anche la programmazione di film disponibili su Infinity dal 1° febbraio, tra gli altri: Ritorno a l’Avana di Laurent Cantet in cui un gruppo di amici cubani si ritrovano, dopo alcuni anni dal loro ultimo incontro, su una terrazza de L’Avana e passeranno in rassegna ricordi, bugie ed anche segreti; la storia della party girl, eterna festaiola felicemente single interpretata da Amy Schumer, Un disastro di ragazza, che dovrà fare i conti con nuovi sentimenti e la sua solitudine; il thriller State of Play in cui Russel Crowe è il reporter Cal McCaffrey che si ritrova a risolvere un mistero di delitti e collusione che coinvolge alcuni dei politici e degli uomini d’affari più promettenti del paese; Everest, film d’apertura della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, diretto da Baltasar Kormákur con Josh Brolin, John Hawkes, Jake Gyllenhaal, Jason Clarke; ancora Straight Outta Compton, lungometraggio su quei cinque ragazzi di Compton che grazie alle loro abili doti formarono il celebre gruppo hip-hop N.W.A.; Il mistero del gatto trafitto, comedy thriller di Gillian Greene in cui l’inetto protagonista dovrà trovare il colpevole della morte del suo amato gatto, morto perché trafitto da una freccia.

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studio universal

Dream is destiny

download.jpgPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

IN PRIMA TV: “RICHARD LINKLATER – DREAM IS DESTINY”

Chi è Richard Linklater, l’acclamato regista di Boyhood?

Studio Universal, presenta mercoledì 25 gennaio alle 21.15 in Prima TV: “Richard Linklater – Dream is destiny”, diretto da Louis Black e presentato all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Il film documentario traccia il percorso e la maturazione artistica di uno registi americani più straordinari, dalle sue radici in una piccola città in Texas fino alla calda accoglienza nel circuito dei festival internazionali. Già molto tempo prima di dirigere Boyhood, Richard Linklater ha sempre voluto lavorare restando fuori dal “sistema hollywoodiano”. Piuttosto che lasciare il Texas, ha scelto di girare film a basso budget con piccolissime produzioni. La sua capacità di rappresentare personaggi realistici e raccontare storie veritiere e oneste risultò evidente sin dai suoi film e presto in molti si accorsero del suo talento. Questo ritratto di un regista originale e innovatore, celebra uno dei rari talenti cinematografici dei nostri tempi.

A seguire alle 22.50, il film Prima dell’Alba (1995) di R. Linklater con Ethan Hawke e Julie Delpy.

Intervista al regista Louise Black:

Perché questo film su Richard Linklater?

Vivo ad Austin, in Texas, e da 35 anni che dirigo una rivista settimanale. Nel 1985 ero in un club rock che si chiamava Liberty Lunch. Rick Linklater mi viene incontro, ero un ragazzino, non sapevo chi fosse. Io avevo scritto un necrologio per il regista Sam Peckinpah e lui inizia a parlarmi di Sam Peckinpah e 32 anni dopo siamo ancora nel vivo di quella conversazione. Io e Rick siamo amici da allora, e ho ammirato i suoi film già da Slacker, avevo persino due battute in Slacker, ma comunque ho sempre ammirato i suoi film. Circa 10 anni fa mi ricordo che all’improvviso ho pensato: anche se non lo conoscessi, comunque sarebbe il mio regista preferito tra tutti e forse a volte l’ho dato per scontato, nel senso che ho sempre saputo che era bravo, ma lo conoscevo così bene che non ho mai fatto quel passo indietro per dire: “Questo è un lavoro di qualità straordinaria.”

Lui ha messo in atto una specie di rivoluzione, perché ha usato il tempo come un effetto speciale. È questa una delle cose che ammira del suo modo di fare film?

Il modo in cui usa il tempo è molto importante, ma usa una vasta gamma di strumenti. I suoi film sono reali, estremamente reali proprio perché hanno una specifica collocazione temporale. Slacker si svolge in 24 ore, Prima del tramonto parla di 90 minuti. Inoltre il livello di intimità e complicità che sviluppa con il cast e le loro storie fondate sulla vita che viviamo tutti, non si tratta di vite passate in ville di lusso, o a volare su jet privati, tirando cocaina. Si tratta di persone reali che hanno a che fare con la realtà e per questo penso che il tempo sia un elemento fondamentale. Il suo punto forte è che i personaggi sono reali.

Qual è il film di Linklater che preferisce?

Ah! Ogni volta che mi si chiede qual è il film di Linklater che preferisco, finisco sempre per nominarli praticamente tutti. Ma, in tutta onestà, penso che Prima del tramonto sia uno dei film più straordinari che abbia mai visto. 90 minuti, e i film che sono così romantici e così reali di solito non finiscono bene, invece quello è uno dei finali più belli mai visti al cinema. Di sicuro anche Me and Orson Welles, che è rimasto un po’ nell’ombra, trovo sia un film meraviglioso, School of Rock, il suo più grande successo, è un altro film eccezionale. Poi Slacker, Prima dell’alba, Waking Life sono tutti film che amo molto. Boyhood deve essere citato perché non c’è niente di simile, è davvero straordinario, e anche il suo ultimo film Tutti vogliono qualcosa mi è molto piaciuto. Però per molti versi, Prima di mezzanotte è uno dei film più dolorosi che abbia mai visto, perché è uno dei più verosimili. Nel documentario abbiamo una clip di Julie e Ethan che litigano. Lo abbiamo dovuto guardare in continuazione e ogni volta sto male, alle proiezioni, perché io quel litigio l’ho fatto, quasi con le stesse parole. Non è una storia d’amore astratta, non è un film di Hollywood che finisce con gli archi e i fuochi d’artificio. Si parla di svegliarsi con una persona con cui si è realmente ed intensamente coinvolti da molto tempo e che per questo si odia da morire, ma allo stesso tempo si ama da morire. I due sono l’uno nella vita e nel sangue dell’altra, ed è così reale, è davvero straordinario.

Che cosa significa per lei essere stato con questo film alla Festa del Cinema di Roma 2016?

A tratti mi fa impazzire di gioia, è meraviglioso. Quando abbiamo girato questo film… Karen Bernstein, che lo ha co-diretto e coprodotto con me, mi ha detto “Facciamo un film su Rick” e io ho risposto “Certo!”. Quindi per un anno e mezzo ho vissuto in questo film. Mentre lo giravamo, onestamente non ho mai pensato a come lo avrebbe accolto il pubblico e neanche Rick. Nella mia testa dovevo solo lavorare per fare una cosa fatta bene. Portarlo a Roma, di tutti i posti possibili, è molto importante e molto significativo. Soprattutto perché con Rick molto spesso ci troviamo a parlare… non parliamo di lui, parliamo di Bertolucci, Leone, Antonioni, Rossellini, pensiamo al cinema italiano e trovarsi in uno dei luoghi sacri del cinema, per me… e Fellini, l’ho dimenticato, devo punirmi! Insomma, nella patria di tanti grandissimi registi. Per cui mi sento come un ragazzino, sono un impostore, non dovrei avere il permesso di parlare di cinema o di fingere di essere un regista nella patria del grande cinema!

Quale influenza ha avuto il cinema americano su di lei e quali autori in particolare?

Una volta, a nove anni, ero da mia nonna e sono entrato nella sua camera da letto. In Tv c’era Orizzonte perduto di Frank Capra. Sono salito sul letto a guardarlo e mi ha cambiato la vita, sul serio. A dodici anni ho fatto amicizia con un ragazzino, Leonard Maltin, che poi è diventato un critico televisivo, ha scritto quei libri sui film Tv, un famoso storico del cinema. / E così a dodici anni… io sono cresciuto fuori da New York, e a dodici anni abbiamo iniziato ad andare a New York a vedere i film muti, Charlie Chaplin, Buster Keaton, Stanlio e Ollio, (nome incomprensibile), D.W. Griffith, tutti loro, per cui sono appassionato di cinema praticamente da tutta la vita, in particolare del cinema classico europeo. In tutto quello che faccio, mi piace pensare di fare politica con la mia rivista e di fare cultura con South By Southwest, però l’impronta del cinema e del fare cinema è sempre molto presente.

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Libri

“Cremlino”

download.jpegdi Gabriele Ottaviani

Nonostante il nuovo livello di interesse, il Cremlino non era esattamente un’istituzione pubblica, e di certo non un museo. Il suo destino dipendeva da decisioni prese a corte, a San Pietroburgo, e dal budget che quella amministrazione poteva stanziare. Per fortuna, tre dei cinque imperatori della Russia nell’Ottocento avevano un debole per Mosca, e persino il riformatore Alessandro II, nato nel 1818 al palazzo di Nicola al Cremlino, chiamava la città (che non gli piaceva) «la mia terra natale». Gli anni dell’abbandono sotto le erbacce stavano finendo. «Come Mosca è il cuore della Russia, così il Cremlino non è soltanto il cuore e l’anima della nostra Mosca di pietra bianca, ma anche il seme da cui è nato il nostro zarismo russo», spiegava solennemente una guida del 1856. La devozione era autentica, ma stava diventando in fretta anacronistica. L’Europa stava cambiando, e persino la Mosca di pietra bianca non sarebbe rimasta in disparte. Il 1856 fu l’anno in cui la nuova lavorazione dell’acciaio di Henry Bessemer avrebbe rivoluzionato la produzione industriale in tutto il mondo. Si stava riscrivendo la storia stessa dell’umanità.

Cremlino, Catherine Merridale, UTET, traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana. Il sottotitolo è assai chiaro: Dalle origini all’ascesa di Putin: il cuore politico della Russia. Il Cremlino è difatti il palazzo – di stupefacente bellezza, come del resto la gran parte degli edifici dei centri storici delle metropoli che chiunque abbia letto Tolstoj, Gogol’, Dostoevskij e tanti altri ha imparato ad amare e a sognare senza nemmeno averle mai prima viste – del potere per eccellenza nello stato più esteso del mondo, la superpotenza che ha vissuto una lunghissima storia zarista, ha conosciuto fino al milleottocentosessantuno, mentre l’Italia finalmente diveniva unita, la servitù della gleba, ha visto sbocciare una rivoluzione che ha fatto epoca e ha contrastato l’Occidente fin quando il regime illiberale di travisata ispirazione socialista sotto il quale aveva aggiogato l’Europa dell’est e non solo non è crollato finalmente, miseramente e con fragore insieme al muro di Berlino, lasciando campo libero a rivendicazioni nazionaliste, oligarchi senza scrupoli e faccendieri di dubbia, per non dire assente, moralità. Una facciata di ordine impeccabile, in definitiva, che nasconde però, e nemmeno troppo bene, drammatiche carenze per quel che concerne il settore dei diritti umani. Il volume di Catherine Merridale è una magnifica, dotta, ampia e interessantissima esegesi di quello che è la Russia, partendo, come da tradizione retorica, dall’artificio della metonimia per raccontare il tutto spiccando il volo da una sua parte. Da non perdere.

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Cinema, dvd

“Il lutto si addice ad Elettra”

8023562010272.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dire l’opposto a quanto prima io dissi

   per opportunità, non è vergogna.

   Come, se no, chi contro ai suoi nemici

   che gli sembrano amici, un danno trama,

   tale una rete di sciagure tendere

   potrebbe mai, che nessun balzo valga

   a superarla? Da gran tempo già

   questa riscossa dell’antica lotta

   m’era prevista – e fosse pur da lungi. –

   Ed ora, dove il colpo vibrai, sto:

   e ordii la trama, non lo nego, in guisa

   ch’egli né fuga né difesa avesse.

   Gli stringo intorno, come a squalo immensa

   rete, la pompa di funerea veste:

   lo colpisco due volte: e con due ululi

   abbandona le membra: sul caduto

   il terzo vibro, e all’Ade sotterraneo,

   protettore dei morti, il voto sciolgo.

   Cosí piombando, l’alma esala: fuori

   soffia una furia di sanguigna strage,

   e me colpisce con un negro scroscio

   di vermiglia rugiada, ond’io m’allegro

   non men che per la pioggia alma di Giove,

   nei parti della spiga, il campo in fiore.

   Questi gli eventi. E voi, dunque, allegratevi,

   se allegrar vi potete, o vegli d’Argo:

   io m’esalto! Libar sopra il cadavere,

   deh!, si potesse! Giustizia sarebbe,

   piú che giustizia! Costui nei suoi tetti,

   colmò una coppa d’esecrandi mali:

   egli stesso, al ritorno, la vuotò.

Così Ettore Romagnoli, grecista di chiarissima fama, traduceva ormai decenni e decenni or sono l’Orestea di Eschilo, che nella produzione tragica dell’autore che viene ricordato insieme a Sofocle ed Euripide come padre e nume tutelare di un genere che è poi diventato pietra di paragone, modello e punto di riferimento per tutte le narrazioni successive, al di là delle modalità proprie dei mezzi utilizzati di volta in volta, eguagliato forse solo da Shakespeare molto più avanto nel corso dei secoli, assume un ruolo di enorme importanza. Le colpe delle generazioni precedenti ricadono su quelle successive: Agamennone per far sì che la spedizione verso Troia, dove deve recuperare la moglie fedifraga del fratello, sacrifica sua figlia Ifigenia. Clitemnestra, la moglie, che resta a casa, non glielo perdona (e del resto come potrebbe). Lui assente, intreccia una relazione con un giovane amante: al ritorno del marito, ovviamente accompagnato da una schiava, non può che essere perpetrato un delitto. Il quale, a sua volta, grida vendetta. Se Oreste, il figlio di Clitemnestra e Agamennone appare a tratti finanche comprensivo, per quanto gli possa essere concesso dalla mentalità del tempo, è Elettra, che ha dato non a caso il nome a un complesso psicanalitico, la più furente e decisa a non farla passare liscia alla madre. Cambiando quello che deve essere cambiato, in primo luogo l’ambientazione, che viene contestualizzata in quella che è stata per l’America la sua guerra di Troia, quella dalle cui ceneri e macerie si è rinnovata la sua civiltà, è emersa la sua visione del mondo, ossia il conflitto fratricida tra Nord abolizionista e Sud schiavista, la guerra di secessione che nelle scuole italiane si studia troppo poco (ma per fortuna esistono la letteratura e il cinema), è questa la trama anche di questo straordinario film che finalmente è disponibile in dvd grazie ad A&R: Il lutto si addice ad Elettra. Tratto da una trilogia teatrale del millenovecentotrentuno di Eugene Gladstone O’Neill, autore di rara potenza e dalla profonda e solida impronta psicanalitica, è del millenovecentoquarantasette, ha fatto ottenere premi e nomination ai suoi interpreti, è curato in ogni dettaglio, magnifico, poderoso, maestoso. Diretto e scritto da Dudley Nichols (sceneggiatore anche fra l’altro di Susanna, Il traditore, Ombre rosse e Dieci piccoli indiani), ha un cast straordinario, in cui spiccano Rosalind Russell (La cittadella, Donne, Mia sorella Evelina, La signora mia zia) e Michael Redgrave (E le stelle stanno a guardare, Addio Mr. Harris, Un americano tranquillo, Il magnifico irlandese). Imperdibile.

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Libri

“Tango”

9788898119936_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

«La mia libertà mi ama e tutto l’essere le dono. || La mia libertà apre il carcere delle mie ossa. || La mia libertà s’offende se son felice con paura. || La mia libertà nuda mi regala l’amore perfetto. || La mia libertà mi spinge verso ciò che non oso. || La mia libertà mi ama con i vestiti che indosso. || La mia libertà mi assolve se qualche volta la perdo || per cose della vita che non riesco a comprendere. || La mia libertà non conta gli anni che ho, || pastorella che non vacilla dei miei eterni sogni. || La mia libertà mi abbandona ed io sono un povero spettro, || la mia libertà mi chiama e ritorno con vesti alate. || La mia libertà comprende che io mi senta prigioniero || dei miei errori senza pentimento. || La stella senza riposo e l’atomo prigioniero || vorrebbero che la mia libertà fosse senza costrizioni, che mistero! || Essere liberi. Già nel suo ventre mia madre mi diceva || “la libertà non si compra né è un regalo o un favore”. || Io vivo del bel segreto di questa orgia: || se polvere fui e polvere diverrò, sono polvere di allegria || e nel latte dell’anima nutro la mia libertà in fiore. || Da bambino la adorai, crebbi desiderandola, || la mia libertà, donna di tempo e luce, || la amo fino al dolore e fino alla solitudine. || La mia libertà mi sogna con i miei amati morti, || la mia libertà adora chi in vita amo. || La mia libertà mi dice, di tanto in tanto, dentro, || che siamo tanto felici quanto desideriamo esserlo. || La mia libertà conosce colui che uccise ed il corvo || che strozza e tormenta la libertà del buono. || La mia libertà viene colpita da ipocriti e sciocchi, || la mia libertà trascorre la notte con santi e gitani. || La mia libertà è tango di coppia in coppia aperto || ed è blues ed è cueca e choro, danzón e romancero. || La mia libertà è tango, giullare di città in città, || ed è murga e sinfonia ed è coro in bianco e nero. || La mia libertà è tango che danza in diecimila porti || ed è rock, malambo e salmo ed è ópera e flamenco. || Il mio libertango è libero, poeta e della strada, || tanto vecchio quanto il mondo, tanto semplice come un credo. || Da bambino la adorai, crebbi desiderandola, || la mia libertà, donna di tempo e luce, || la amo fino al dolore efino alla solitudine ||» [Libertango (1990); parole: Horacio Ferrer; musica: Ástor Piazzolla].

Francesca Auteri, Tango – Storia e corpi di una cultura migrante, prefazione di Fernando Gioviale, Villaggio Maori edizioni. Nasce nei locali più bui e fumosi di Buenos Aires, metropoli di destini incrociati, approdo da ogni parte del mondo, quel ballo che è sintesi e quintessenza di ribellione, sensualità, passione, seduzione, speranza, desiderio di libertà, di abbandono a un piacere che sappia lenire le ferite dell’anima. È il tango, un vero e proprio genere persino letterario e musicale, in cui i corpi si intrecciano e sprigionano pura energia: tecnica, tradizione, identità, pur nella multietnicità e nella molteplicità (anzi, verrebbe da dire a maggior ragione proprio grazie a esse), cultura sociale, artistica, politica, luoghi comuni da cui sgombrare finalmente il campo e una autentica filosofia di vita che con grande chiarezza e sentimento Francesca Auteri esprime e comunica efficacemente. Intrigante.

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