Cinema

“Classe Z”

1classezdi Gabriele Ottaviani

La scuola si chiama dell’obbligo perché è un obbligo per gli studenti andarci, per i genitori mandarci i figli, per gli insegnanti dare a tutti i ragazzi le opportunità per crescere e diventare buoni cittadini. Questo nella teoria. Che dalla pratica, in Italia, dista quanto Venere dalla nube di Oort. Sono ragazzi fatui o presunti tali, con vari problemi, che non hanno voglia di studiare e non sono affatto stimolati a farlo quelli che sono stati piazzati dal preside, che si è avvalso delle opportunità concessegli dalla riforma, nella sezione H. Un parcheggio per gli indesiderabili, di fatto. Sono considerati né più né meno che una grana da tutti i docenti. Da tutti, tranne uno. Che ne paga il fio. Però, forse… Classe Z, in sala dal trenta di marzo, di Andrea Chiesa, che scrive insieme a Renato Sannio e Alessandro Aronadio, con Andrea Pisani, Greta Menchi, Enrico Oetiker, Alice Pagani, Luca Filippi, Armando Quaranta, Francesco Russo, David Zheng, Johnny Zheng, Il Pancio, Roberto Lipari, Simonetta Cartia, Giuseppina Cervizzi, Giorgio Consoli, Valentina Ghetti, Cinzia Mascoli, Antonio Catania, come sempre un fior di professionista, e Alessandro Preziosi, è una commedia che supera le aspettative e al netto di qualche generale e grossolana ingenuità in realtà onestamente si lascia guardare. Certo, non è un film perfetto né particolarmente brillante da nessun punto di vista, ma strappa ogni tanto qualche sonora risata ed è di pura, purissima evasione. Fermo restando che chi scrive non tornerebbe al liceo nemmeno per tutto l’oro, l’argento e le sale da tè del mondo, e che quindi già il suono della campanella fa virare subito il mood verso l’horror. Altro che Popular, direttamente Carrie – La figlia di Satana

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Intervista, Libri

Chiara Marchelli e “Le notti blu”

9788860044396_0_0_1580_80di Gabriele Ottaviani

Chiara Marchelli ha scritto il bellissimo Le notti blu, e noi di Convenzionali abbiamo ora il piacere di intervistarla.

Com’è nata l’idea del suo romanzo, Le notti blu?

Le notti blu racconta una storia che ho incontrato, con fisionomie diverse ma lo stesso centro, e che ha sedimentato dentro di me, fino a quando ho voluto raccontarla.

Cosa ci insegna il dolore? E come si supera?

Talvolta il dolore insegna, altre no. Dipende da molte cose: dalla sua entità, la sua origine, la nostra robustezza, la possibilità di trovare un insegnamento. Ci sono dolori naturali, che insegnano a procedere; altri smisurati e spietati, che non si potranno mai capire, e tanto meno superare. Quello di cui parlo nel romanzo è feroce: la morte di un figlio. Ma, appunto per questo, non ho voluto indugiare in una sofferenza che non guarirà mai. Ho invece provato a sfidarla, discuterla, minacciarla nell’unico modo possibile: attraverso l’irruzione della vita. E quindi della possibilità rinnovata e insperata di scegliere.

Quando si può dire che ci si conosce davvero in una coppia?

Credo che in qualsiasi legame affettivo ci si possa conoscere profondamente, ma sempre e soltanto fino a un certo punto. C’è un limite nella nostra natura, io credo, oltre il quale l’altro non può andare. Non per opposizione o chiusura da parte nostra, ma perché a un dato momento si incontra il mistero della natura umana, l’inesplorato, l’inspiegato, la sorpresa, le pulsioni e le energie che rimangono magari nascosti persino a noi stessi. E credo che questo sia molto bello: ci sarà sempre qualcosa di chi abbiamo accanto che rimarrà da scoprire. Certo, il mistero non ha connotazione: la scoperta può essere positiva o negativa. O entrambe le cose, come spesso accade nella vita, e come ho cercato di raccontare nel romanzo.

In cosa si somigliano e in cosa sono diverse l’America e l’Italia?

Sono due Paesi molto diversi per storia, cultura, conformazione, carattere. Per quello che riguarda la mia esperienza, si compensano: in uno trovo il dinamismo, il presente, il respiro rapido; nell’altro, gli affetti, la memoria, il passo più lento. Ma questo ha anche a che fare con il fatto che negli Stati Uniti lavoro e vivo il mio quotidiano, mentre in Italia vengo con tutto un altro spirito, che è quello del riposo, del ritrovo.

Qual è il valore della tenerezza nella quotidianità?

Enorme. Per me gentilezza, ascolto, tenerezza sono diventati nel tempo elementi essenziali del vivere. Soprattutto in un’epoca come questa, in cui sembra che abbiamo perso completamente il senso della direzione civile e politica. Ma anche nei rapporti tra le persone, perché, d’altronde, la politica vera è qui che nasce: dalle persone. Quanto ai rapporti d’amore e d’affetto, ho imparato che la tenerezza è un segno di forza, e non di debolezza.

Che ruolo riveste la memoria nella nostra vita?

La memoria ha, o dovrebbe avere, un ruolo centrale. Non soltanto la memoria personale, che ci permette di ritrovarci e capire chi siamo come individui, ma anche quella collettiva, che raccoglie le identità di un popolo, delle sue appartenenze, della sua storia. Facciamo troppo poco affidamento su quest’ultima, e finiamo per non imparare nulla ripetendo, nel caso migliore, gli stessi errori. In quello peggiore, aggravandoli. Penso invece che quando siamo in grado di imparare dalla memoria, e non annegarvi con malinconia per un tempo che tanto non torna, abbiamo in mano uno strumento eccezionale di comprensione della vita.

Convenzionali si occupa anche di cinema: quali sono i film che ha nel cuore, e perché?

Molti, e diversi tra loro. Ne dimenticherò certamente qualcuno, ma direi Les amants du Pont Neuf, per la bellezza della storia e la visionarietà di Carax, A piedi nudi nel parco, perché mi proietta in un’epoca romantica e perfetta che forse non è mai esistita (e poi mi fa ridere ogni volta che lo guardo), Dead Poets Society, perché ero un’adolescente piena di sogni e poesie, la Trilogia di Kieslowski, per il viaggio intellettuale e umano che mi ha offerto, She’s been away, per la delicatezza. Ma poi molti altri che, ne sono certa, mi verranno in mente appena chiuderemo questa conversazione.

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eventi, Intervista, Libri

Premio Città di Castello – Intervista a Francesco Venier

logopremiodi Gabriele Ottaviani

Che cos’ha significato per lei il Premio Città di Castello?

Considerando la serietà dell’organizzazione e la competenza della giuria direi che è stato un grande onore vincerlo, oltre al fatto che si è svolto in una bellissima città. Inoltre, questo premio, essendo apparso in un momento critico della mia vita affettiva, è diventato anche un segno. Una domanda che la vita mi ha posto, e a cui sto cercando di dare una risposta.

Com’è nata l’opera che l’ha portata alla vittoria, Essere un essere umano?

È nata dal desiderio di dare un senso alla complessità e contraddittorietà dell’esistenza umana. Troppo poco usiamo il termine “essere umano”, questo vocabolo così importante che appianerebbe le differenze che ci dividono e che, proprio per la mancanza di una visione universale unificatrice e aggregante, farebbe sentire ognuno di noi cittadino della Terra. In primis, noi non siamo soltanto ebrei, musulmani o cristiani, alti o bassi, disabili o abili, neri o gialli, eterosessuali o omosessuali, sani o ammalati, ecc.; noi siamo innanzitutto esseri umani. Tuttavia, presi dai condizionamenti culturali, sociali, ambientali, sanitari, climatici, politici, biologici ed economici ci dimentichiamo di esserlo e di vivere appieno questo regalo. Con quest’opera ho voluto riconoscere la nostra comunanza di destino, in modo che ognuno di noi possa agire pienamente la propria individualità, il proprio essere un essere umano. Decidere di essere un essere umano fino in fondo conduce inesorabilmente alla piena libertà, e il riconoscere le nostre similitudini non potrà che condurci a sviluppare le nostre specificità, il dialogo e il confronto.

Per lei scrivere vuol dire…

Per me la scrittura è ricerca disciplinata. È una riflessione costante sul come trovare quel giusto equilibrio che consenta alla parola di dispiegarsi nel suo intrinseco valore. La parola è comunicazione, è relazione. Ed è proprio perché ne riconosco il valore, sia come mezzo di relazione che di comunicazione, che ne misuro il peso, e credo che nella scrittura si realizzi appieno il suo senso. Nella scrittura, a differenza del parlato, la parola viene pensata, confrontata, soppesata, misurata. Non subisce quel processo inflattivo tipico del nostro tempo, in cui si dice di tutto per non dire niente.

Qual è il compito della letteratura?

La letteratura per me non ha un compito. Il compito è invece insito nell’uomo che si serve della forma letteraria per comunicare il suo mondo interiore, e questo mondo, alla fine, si riflette in quello dell’umanità intera.

Che consigli darebbe a chi volesse iniziare a scrivere?

Gli direi che la scrittura che sgorga dalla passione deve essere alimentata, indipendentemente dal fatto che poi se ne potrà trarre un qualche profitto. La scrittura è un’arte, e come diceva San Francesco: “Chi lavora con le mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani, la sua testa ed il suo cuore è un artista”. Quindi, io consiglierei di seguire la via del cuore, poi sarà la vita a darci una risposta.

Quali sono i suoi libri e i suoi film del cuore, e perché?

Di solito sono sempre gli ultimi che ho letto, oppure che ho visto, ma alla fine non mi attacco a nessuno di loro. Se non si lascia aperto il cuore, si fissa lo spazio e il tempo, e il tutto si irrigidisce in una posa statica e immutabile. Se lascerò il cuore aperto, ogni buon libro e film saranno i miei maestri. Infatti, se amassi un libro, non potrei più amare gli altri.

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eventi, Intervista, Libri

Premio Città di Castello – Intervista al Presidente Antonio Vella

logopremiodi Gabriele Ottaviani

Com’è nato il Premio Città di Castello?

Il Premio è nato nel 2007 anche se l’idea era quella di iniziare già qualche anno prima: abbiamo però ritenuto di lanciare la manifestazione soltanto quando si sono verificate tutte le condizioni necessarie, in primo luogo la composizione di una giuria prestigiosa. Come ogni buon progetto crediamo infatti che anche un Premio Letterario si possa qualificare a partire da solide fondamenta e su questo aspetto lavoriamo e investiamo molte risorse ed energie.

Qual è l’obiettivo di una manifestazione come la vostra?

L’obiettivo principale che ci siamo prefissati fin dalla prima edizione è quello di andare a scovare nuovi talenti letterari, il che non significa soltanto giovani. Nel corso delle prime dieci edizioni infatti abbiamo scoperto piacevoli sorprese anche di autori non più giovanissimi ma con Opere primae in grado di distinguersi con straordinaria efficacia nel panorama letterario italiano.

Quali sono di solito gli aspetti maggiormente presi in considerazione dalla giuria?

Indubbiamente l’originalità. Ma anche e soprattutto la buona arte della scrittura e il rispetto rigoroso delle regole stilistiche e grammaticali. La giuria, che ricordo è presieduta da Alessandro Quasimodo, ha infatti sempre privilegiato la proposta di testi che abbiano una intrinseca valenza letteraria ma anche le caratteristiche della freschezza e della imprevedibilità dei contenuti.

Quanto e perché è importante portare la cultura nei centri più piccoli? Per esempio, a livello turistico e di immagine?

Noi operiamo in una città che tradizionalmente si è sempre distinta per la proposta culturale e per le grandi manifestazioni, che hanno coinvolto l’arte e la musica. Mancava un tassello, quello della letteratura e crediamo fermamente che il premio sia anche un enorme veicolo d’immagine per il territorio di Città di Castello, ed è questo uno dei motivi che nel 2007 ci spinsero a dare alla manifestazione appunto il nome della città.

Quali sono le principali difficoltà del settore culturale italiano? E quali le potenzialità, anche dal punto di vista economico e sociale?

Come si può immaginare le difficoltà sono moltissime e in primo luogo perché siamo comunque in un periodo di grande recessione, e questo ha causato grandi difficoltà per le famiglie che ormai troppo spesso escludono dai loro budget gli investimenti culturali in genere. Lo stesso discorso infatti vale non solo per l’acquisto dei libri ma anche per l’arte, il cinema, il teatro… tutto quello che è erroneamente considerato superfluo ma che in realtà è alla base della crescita e della formazione di una società realmente consapevole.

In che modo la politica potrebbe e/o dovrebbe intervenire per sostenere la cultura nel nostro Paese?

La politica a mio avviso ha una enorme responsabilità su quanto stiamo vivendo soprattutto a livello culturale e sulle difficoltà che coinvolgono tutti gli operatori culturali, siano essi associazioni o editori o altro. Si assiste infatti da anni a continui tagli di finanziamenti alla voce “cultura” di ogni amministrazione, soprattutto a livello di enti locali. Dimenticando, in maniera del tutto miope, che ogni cittadino, ogni individuo si forma nello studio del suo passato e del suo presente, per poter essere elemento attivo per contribuire al futuro della collettività. E maggiormente un Paese come l’Italia, unico e straordinario esempio in tutto il mondo per la maestosità del proprio passato, non può non comprendere che l’arte e la cultura, la storia e il paesaggio sono le nostre uniche armi che possono fronteggiare la globalizzazione che ci sta divorando.

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