Libri

“Mela zeta”

Bompiani_MelaZ_coverdi Gabriele Ottaviani

I cibi erano buoni e scorrevoli, i vini prelibati, la conversazione fu soprattutto fra noi due, con tranquilli interventi della moglie, del padrone di casa, del suo amico, di solito esibito e aggressivo, quella sera gentile quinta di contorno. Verso la fine della serata mi invitarono a cena a casa loro due sere dopo. E feci il grande imperdonato errore. Tornavo l’indomani in Italia e non mi sembrò possibile ripartire il giorno dopo sorvolando l’università. Con la solita illusione, pensai che ci sarebbero state altre occasioni. Ma non ci furono. La malattia prevalse. Era già malato. Io lo invitai a venirmi a trovare a Siena e a cena da me a Parigi. Rispose che a Siena la sua salute non glielo consentiva ma che a Parigi sarebbe venuto. La moglie intervenne dolcemente: “Non dire così, non mettiamo dei limiti, potresti stare meglio in primavera..”

Mela zeta, Ginevra Bompiani, Nottetempo. Mela zeta non è uno strano nome, una varietà ortofrutticola esotica o costruita a tavolino in laboratorio oppure chissà cos’altro: è una sequenza di passi, un comando che consente sui computer caratterizzati dall’icona del frutto che ha costretto Adamo ed Eva a traslocare dal paradiso terrestre senza passar dal via, come nemmeno quando si va in galera a Monopoli (intendendo il gioco e non la città pugliese, va senza dirsi), di compiere un’operazione semplice ma fondamentale. Tornare indietro di un passo. Il che, ripetendo la mossa, risalendo la catena, conduce verso monte fino al principio, al momento in cui tutto è cominciato. Una sorta di riassunto delle puntate precedenti, di rewind, scalino dopo scalino, istante dopo istante, incontro dopo incontro, rivissuto rivangando nella memoria avendo contezza anche di quanto è avvenuto più tardi, il che può rendere più consapevoli. Ginevra Bompiani ripercorre con garbo, tenerezza, schiettezza, bravura e dolce malinconia gli incontri con gli illustri personaggi (tra cui, solo per fare qualche nome, Elsa Morante, Gilles Deleuze, Giorgio Manganelli, José Bergamin e Anna Maria Ortese) che ne hanno segnato la vita, regalando ritratti intimi ed emozionanti.

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Libri

“La vedova”

download (13).jpegdi Gabriele Ottaviani

  • Oh porca miseria, sei stata convocata dal preside! – esclamò Terry appena il capo fu fuori portata. Tornata alla scrivania e al suo pane tostato ormai freddo, Kate si mise sulle tracce della fantomatica notizia migliore. In circostanze normali le sarebbe bastato fare una telefonata a Dawn Elliott o a Bob Sparkes, ma ultimamente era un po’ a corto di soluzioni facili. Dawn aveva cambiato campo, e Bob era misteriosamente sparito dal radar: non lo sentiva da settimane. Secondo il collega della Nera c’erano stati problemi a seguito di sue ingerenze nel riesame del caso Bella, e il suo cellulare sembrava perennemente spento. Decise di fare un altro tentativo ed esultò in silenzio: questa volta suonava. – Ciao, Bob, – disse, quando finalmente l’ispettore rispose. – Come stai? Sei tornato al lavoro? Avrai visto l’«Herald», immagino? – Ciao, Kate. Sí, l’ho visto. Una mossa coraggiosa da parte loro, dato il verdetto del tribunale. Spero che abbiano dei buoni avvocati. E comunque mi fa piacere sentirti. Sto abbastanza bene. Mi ero preso una piccola pausa, ma sono già rientrato. Adesso lavoro in città, con la polizia metropolitana. Riordino alcune cosette. Siamo vicini d’ufficio, in effetti. – Be’, e allora cosa fai oggi per pranzo?

La vedova, Fiona Barton, Einaudi, traduzione di Carla Palmieri. Bella è una bimba. Gioca nel giardino di casa. Da lì sparisce. Accusano della scomparsa Glen Taylor. Un ex bancario. Un autista. Dicono che sia lui il rapitore, capace di chissà quali ulteriori nefandezze. Tutti lo segnano a dito. È il mostro sbattuto in prima pagina. Tutti sono certi che sia lui il colpevole. Le prove sono insufficienti, nonostante il rinvenimento di materiale pedopornografico. Viene rilasciato. Un autobus in corsa lo ammazza. La verità muore con lui. Sempre che Jean, sua moglie, o meglio la sua vedova, non voglia parlare, magari al microfono di Kate, una reporter indomabile. Perfetto da ogni punto di vista, non si può perdere per nessuna ragione: non è un libro, è uno squarcio nella notte.

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Libri

“Nuvole”

download (7).jpegdi Gabriele Ottaviani

Era una notte senza stelle. Il cielo era illuminato dalla luna. Il volto argenteo era butterato di crepe e di profondi crateri. I raggi lunari sembravano lame taglienti. I piccoli pipistrelli sfrecciavano sopra la superficie dell’acqua lasciando nell’aria un sibilo sinistro. Michael aveva camminato tutto il giorno a cercare Rania. Era ritornato nel luogo dove l’aveva vista in mezzo alla folla, Non aveva mai visto un volto così bello e sofferto. Provava un sentimento di colpa per aver violato la sua privacy e aver scoperto i suoi segreti, le sue lettere e i suoi versi. La sua poesia era il fuoco della sua anima tormentata dal dolore. C’era nella sua vita un uomo che lei aveva amato, qualcuno con il quale sarebbe stata felice. Rania non aveva raccontato tutto nel suo diario. Forse nella sua vita c’erano dei capitoli che ancora avrebbe dovuto scrivere. La luce fioca dei lampioni stradali illuminava i volti dei passanti e lasciava sull’asfalto le ombre delle loro figure mentre frettolosi camminavano in direzioni diverse. Era contento che Haisha fosse di nuovo nel suo cast. Si sentì soffocato dall’ impegno del lavoro teatrale. C’era però qualcosa che lo rendeva sereno. I suoi attori erano dei bravi professionisti. pensò a Julie e sentì una profonda malinconia.

Nuvole, Salvatore Maiorana, Tracce. Salvatore Maiorana è personalità eclettica e dai molteplici interessi, come del resto si addice a chi voglia essere sul serio un intellettuale degno di questa abusata ma sempre affascinante qualifica. Già docente all’università di Firenze e ispettore per conto del Ministero dell’Istruzione, ha tra le sue principali passioni il teatro inglese contemporaneo, il polimorfo mondo delle neuroscienze e la glottodidattica, ossia la disciplina che concerne l’insegnamento delle lingue straniere secondo criteri scientifici, fondati sulle acquisizioni della linguistica e dell’antropologia. Ha inoltre collaborato con la televisione pubblica e con varie testate: con questo libro è entrato nella longlist del prestigioso premio Comisso. La sua opera sfugge a una classificazione tassonomica o schematica, perché ha mille sfaccettature, e il suo andamento mostra una precisa coerenza fra titolo e struttura: multiforme come i cirri che si rincorrono nel cielo, il testo indaga la molteplicità dell’animo umano e delle relazioni che intercorrono tra gli individui. Ogni uomo è un’isola, ogni uomo è una nuvola, foriera di mutamenti. Da leggere.

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Intervista, Libri

Il tempo sospeso secondo Alexis Bétemps

download (7)di Gabriele Ottaviani

Con Le temps suspendu ha condotto tutti i suoi lettori in un mondo affascinante fatto di tradizioni e riti: Convenzionali ha il grande piacere di intervistare Alexis Bétemps.

Che cosa rappresenta nella civiltà contadina e di montagna la religione? Nella fattispecie, che valore hanno il Natale e l’Epifania?

In Valle d’Aosta, il sentimento religioso è sempre stato molto vivo, anche se, al giorno d’oggi, le vocazioni al sacerdozio sono quasi nulle e la frequenza nelle chiese scarsa. Come un po’ dappertutto, nelle Alpi e altrove, credo. Restano comunque vivi alcuni valori cristiani: il rispetto, in particolare. Rispetto per il prossimo, per le regole sociali, per la natura e per gli animali. Ovvio che i trasgressori sono numerosi, sempre più numerosi. Ma chi trasgredisce lo sa che ha mancato.

Natale, come le altre festività del ciclo dei 12 giorni o comunque del calendario liturgico, ha perso molto in contenuti religiosi sebbene la messa di mezzanotte sia pur sempre frequentata, anche da chi si professa laico o ateo. Resta, per il Natale, la sensazione diffusa di vivere un momento particolare dell’anno, dove la bontà deve regnare, la pace fra gli uomini è comunque ricercata e la famiglia è al centro di tutte le attenzioni. L’Epifania, invece ha perso molto di più: i Re Magi non ci sono più e la Befana non è mai stata ben digerita da noi.

Certo, in  molti comuni sono ancora vive usanze antiche che caratterizzavano i 12 giorni. Penso alla sacra rappresentazione dei pastori alla messa di mezzanotte, alle questue rituali dei bambini a Capodanno o alle previsioni del futuro all’Epifania. Tutto ciò si fa ancora ma con uno spirito ben differente e i protagonisti, più che interpreti di antichi rituali sono diventati attori per uno spettacolo proposto agli spettatori. Più teatro che rito.

Da cosa è scandito il tempo della vita sui monti?

Per molto tempo si è cercato da noi di rallentare l’abbandono dei monti per la città senza neanche immaginare che sarebbe stata invece la città a salire nei monti per portare la propria mentalità e modo di vivere. I grandi cambiamenti si sono affermati a partire dagli anni 70 del ventesimo secolo, quando la civiltà contadina alpina è entrata nell’ultima fase della sua disgregazione. Oggi molto è cambiato, ma molti frammenti di usanze antiche sono ancora vivi.  Chi è rimasto in montagna vive di turismo, anche quando ha mantenuto un certo attaccamento alla terra e la coltiva ancora, più per rispetto che per convenienza. I rari agricoltori “professionisti” sempre attivi, gestiscono grandi aziende (grandi per la tradizione alpina) e sfruttano le terre di chi ha rinunciato o se ne è andato, con mezzi e metodi moderni. Gli antichi ritmi, ispirati al tempo ciclico, quello che ritorna sempre seppur un po’ differente, ogni anno allo stesso momento, sono un ricordo ancora vivo presso le persone anziane. Ma è un ricordo. Questo patrimonio culturale, in Valle d’Aosta è stato in parte raccolto e studiato ed è, spesso, più o meno correttamente, riproposto ai turisti che sembrano apprezzare. In fondo, si alimenta l’esotismo casalingo, ma ciò permette a qualche famiglia in più di vivere sui monti.

Quali sono i punti di contatto e le differenze fra le varie comunità montane che lei conosce?

Credo che esista un fondo culturale alpino comune al di là delle parlate e delle vicende storiche di ciascuno e ciò, anche se alcuni tratti culturali alpini si possono trovare nelle comunità delle pianure adiacenti. Quando si parla di tradizioni, nulla è mai unico o esclusivo. Nel mio libro, come in altri del genere, credo che questo fatto sia stato messo in evidenza: la civiltà agropastorale alpina è una ma con migliaia di sfaccettature, di variabili.

Un esempio clamoroso è la sopravvivenza nelle Alpi del sistema delle proprietà comuni indivisibili e inalienabili. Il diritto latino neanche riesce ad immaginare un sistema simile! Proprietà che non si può vendere e nemmeno spezzettare? Impossibile!

So che da certe parti non sono ben viste dagli amministratori pubblici che le considerano una complicazione inutile …  E penso che la tendenza sia di trasformarle in proprietà comunali (divisibili e alienabili). Peccato.

Cosa rappresenta per lei il tempo? E la natura?

Il tempo? Non saprei. Per me il tempo è la vita che scorre, quindi è memoria. E la memoria è indispensabile per vivere in società. Non c’è futuro senza memoria. Uno dei grandi problemi dell’umanità attuale è che sembra sempre più perdere la memoria.

E, per quel che è per me, la natura è tutto ciò che esiste, che è materiale. E penso che l’uomo, fatto di spirito e materia, è il re della natura. Un po’ retro, vero? Certo un re avveduto, come lo erano i montanari di un tempo che sapevano che la natura era la loro grande ricchezza e che andava preservata, per la sopravvivenza sua e della sua comunità.  I prati dovevano essere concimati, irrigati e falciati, i campi coltivati e protetti, i boschi gestiti con attenzione, i corsi d’acqua rispettati perché da benefici possono trasformarsi in catastrofici, ecc. ecc. . Gli animali domestici dovevano essere trattati bene, nutriti, senza mai farli soffrire inutilmente; quelli selvatici cacciati ma solo per necessità. Il selvatico e il domestico erano due mondi ben distinti, ma amici e anche complementari. Ora, talvolta ho l’impressione che tutto quello che si faceva non va più bene. Mi pare che tutto sia un po’ confuso e contraddittorio: si fanno dei parchi per introdurvi i lupi poi vi multano se ci portate a passeggio il cane!

Ho talvolta l’impressione che i montanari ancora esistenti siano per qualcuno l’ultimo ostacolo per il ritorno alla natura selvaggia, quella che tanto piace a una certa élite. Mi irrito quando leggo o sento dire che sono le scorregge delle mucche la causa del buco dell’ozono (di cui, tra l’altro, non si parla quasi più). Le cause principali mi sembrano ben altre! E non vengono sicuramente dalla montagna …

Personalmente, amo la natura disegnata dall’uomo consapevole e responsabile. Quella inselvatichita mi fa paura e mi intristisce perché svilisce il lavoro millenario dei montanari. Non ho alcun rapporto estetico con la natura che mi circonda e ho paura di certi misticismi da quattro soldi, del tipo: ”quando sono su in alto, sulle cime, mi sento migliore!”

Ho nostalgia del giallo delle messi che d’estate copriva i versanti delle vallate alpine. Era il colore del lavoro degli abitanti delle Alpi. Ma sono fra gli ultimi a ricordarlo: oramai, la montagna è il bianco delle nevi, il blu dei laghi alpini, il verde delle praterie e il bruno delle rocce. Tutto più semplice. Il giallo è passato di moda. Come il montanaro. E forse il lavoro …

Perché scrive?

Scrivo perché  vorrei che  almeno il ricordo della vita quotidiana delle comunità alpine, i valori, la cultura materiale e immateriale, la memoria di questa civiltà ( che ha scritto poco delle sue cose, ma che ha lasciato innumerevoli tracce sul territorio) rimanga ed entri nel patrimonio storico delle generazioni future. E scrivo anche perché mi piace.

Che valore hanno le tradizioni nella contemporaneità?

La parola tradizione deriva dal latino tradere, trasmettere. Si parla quindi d’un patrimonio ricevuto dai predecessori. Va dunque conservato con rispetto, ma non imbalsamato: sarebbe la sua fine. Ogni generazione ha il diritto e il dovere di contribuire con innovazioni e adattamenti all’attualità. Le tradizioni sono  vive quando si muovono, seguendo però un filo che le lega al passato. Sono il risultato di sedimentazioni successive che si possono ancora riconoscere: per esempio nei carnevali alpini tradizionali sono ancora presenti tratti che sono  testimonianze di epoche remote: alcuni culti prelatini,  i saturnali dei Romani, l’affermazione del cristianesimo, i conflitti sociali del medio evo, le dominazioni straniere, la formazione delle comunità di villaggio, ecc. ecc. Il cambiamento è dunque normale e benefico e le tradizioni ancor vive sono la sua storia. Storia di cambiamenti.

Il pericolo che ci viene dalla contemporaneità sono, per me, altri: oggi, spesso i cambiamenti non sono più frutto di riflessione, dell’inventiva della gente. Sono condizionamenti,  adattamenti pedissequi di messaggi diffusi dai media (e sovente ripresi anche dalle istituzioni), che portano ad una omogeneizzazione culturale che è uno dei maggiori pericoli per la nostra libertà futura. Tutti uguali, in marcia, in fila per due!

Inoltre i cambiamenti si susseguono ad una velocità sconosciuta dai nostri padri e sono funzionali al consumismo indiscriminato che fa sì che tutto invecchia rapidamente e tutto va sostituito. Le culture europee non sono minacciate dai migranti africani o asiatici, ma dalla globalizzazione.

Nella mia infanzia, come già per papà e per i nonni,  erano i Re Magi che portavano i regalini; per i miei figli, è arrivato Gesù Bambino ed ora, complice anche la scuola, i miei nipotini hanno Babbo Natale con la sua Coca Cola. Così anch’essi possono sentirsi normali ed allineati col mondo intero.

Tre donatori diversi nell’arco di vita di un uomo mi sembrano un po’ troppi!

Per ragioni ancora da chiarire sul piano scientifico (e che non sono l’isolamento o l’arretratezza), le Alpi hanno conservato fino a tempi relativamente recenti un mosaico di differenze culturali che sono un vero patrimonio dell’umanità. La grande ricchezza delle Alpi sono dunque le differenze all’interno della loro unità d’insieme. Differenze di lingua, di dettagli delle tradizioni, di tecniche, di organizzazione sociale, ecc.  Le differenze, se non sono gerarchizzate e strumentalizzate, sono il sale della cultura, il fermento per le trasformazioni successive, momenti unici di stimolo e di confronto. Questo è il valore delle così dette tradizioni e tutta questa ricchezza va tutelata perché possa efficacemente resistere alle fortissime tendenze globalizzanti. Ma per essere tutelata, deve essere conosciuta: un’ulteriore ragione del perché io scrivo di tradizioni popolari alpine.

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Cinema

Sotto le stelle dell’Austria

fileID4339359316Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Divenuto uno degli appuntamenti dell’estate romana più amati dai cinefili, SOTTO LE STELLE DELL’AUSTRIA festeggia quest’anno la sua quinta edizione, continuando a proporre al pubblico alcuni dei titoli migliori del cinema austriaco contemporaneo presso gli splendidi giardini del Forum Austriaco di Cultura di Roma (Viale Bruno Buozzi 113), come sempre a ingresso gratuito. Il programma di questa edizione si presenta in nome della trasgressione, fatto di storie fuori dal comune e di persone che nel bene o nel male hanno sfidato le regole, come dimostra il film che inaugurerà la rassegna martedì 27 giugno alle 20.30Egon Schiele: Tod und Mädchen (Egon Schiele: la Morte e la Fanciulla): questo biopic sensazionale dedicato a uno degli artisti più controversi del Novecento sarà introdotto al pubblico dal regista Dieter Berner e dalla sceneggiatrice Hilde Berger, che hanno saputo raccontare come pochi altri luci e ombre della carriera e della vita di Schiele. Emblema stesso della trasgressione e della provocazione, anche il cinema di Ulrich Seidl torna protagonista con l’anteprima del suo acclamato e scioccante Safari (martedì 4 luglio), documentario sugli europei in cerca di emozioni forti nell’Africa della caccia grossa.

Un’altra figura decisamente controcorrente è quella dello scrittore Stefan Zweig, a cui è dedicato lo splendido Vor der Morgenröte (mercoledì 12 luglio), candidato austriaco all’Oscar e grande successo internazionale, ma è tutta la storia del ventesimo secolo, con i suoi segreti inconfessabili, a rivivere (letteralmente) nell’irresistibile commedia grottesca Die Nacht der 1000 Stunden, di Virgil Widrich (martedì 11 luglio). La trasgressione torna anche nelle vicende quotidiane delle studentesse di Siebzehn (Diciassette anni, mercoledì 28 giugno), opera prima della giovanissima Monja Art incentrata sulle scoperte sessuali di un gruppo di ragazze della provincia austriaca, accolta con scalpore e già premiata con il prestigioso Max Ophüls Award, nonché negli intrecci sentimentali di Liebe möglicherweise (mercoledì 5 luglio), in cui la prima vittima dell’amore è quella sicurezza borghese a cui è impossibile non rinunciare per inseguire la felicità.

PROGRAMMA COMPLETO

MARTEDÌ 27 GIUGNO, ore 20.30
EGON SCHIELE: TOD UND MÄDCHEN
(2016, Egon Schiele: La morte e la fanciulla, durata: 110’) di Dieter Berner
con Noah Saavedra, Maresi Riegner, Valerie Pachner
All’inizio del ‘900, Egon Schiele è uno degli artisti più innovativi e provocatori di Vienna. Diviso tra il rapporto quasi morboso con la sorella Gerti e l’amore per la giovane Wally, affronterà il carcere per i suoi dipinti scandalosi prima di raggiungere il successo. Vincitore di 4 premi Romy, gli Oscar austriaci, il film restituisce in pieno la complessità umana e la forza creativa di un gigante dell’arte moderna.
Presentano il film il regista Dieter Berner e la sceneggiatrice Hilde Berger

MERCOLEDÌ 28 GIUGNO, ORE 21.00
SIEBZEHN
(2017, Diciassette anni, durata: 109’) di Monja Art
con Elisabeth Wabitsch, Anaelle Dézsy, Alexandra Schmidt
In un piccolo paese austriaco, Paula, studentessa diciassettenne di grande intelligenza e sensibilità, non riesce a dichiarare il proprio amore a una compagna di classe, Charlotte. Al tempo stesso, Paula si sente provocata e attratta dalla dissoluta Lilly, che vuole spingerla a sfidare i propri limiti. Un racconto sull’adolescenza che tiene insieme tenerezza e trasgressione, indagine psicologica e scoperta sessuale in un equilibrio luminoso.

MARTEDÌ 4 LUGLIO, ORE 21.00
SAFARI
(2016, durata: 91’) di Ulrich Seidl
documentario
Nel film che ha sconvolto l’ultima Mostra di Venezia, Ulrich Seidl si conferma un maestro della provocazione, ma soprattutto un autore capace come pochi di scandagliare i lati più oscuri della natura umana. Seguendo con stile distaccato alcuni appassionati di caccia grossa in Africa, il regista mostra senza censure un mondo di violenza paradossale, che i protagonisti riescono a integrare senza problemi nella routine di un hobby. Un film beffardo, ambiguo e imperdibile.

MERCOLEDÌ 5 LUGLIO, ORE 21.00
LIEBE MÖGLICHERWEISE
(2016, L’amore, possibilmente, durata: 86’) di Michael Kreihsl
con Devid Striesow, Silke Bodenbender, Otto Schenk
Il fotografo Roland e la sua compagna, Leila, incontrano per caso un vecchio amico di lui, Michael. Tra quest’ultimo e Leila nasce una passione travolgente che spinge Michael a mettere in crisi il suo matrimonio e l’amicizia con Roland, ma l’imprevedibilità dell’amore ha in serbo molte sorprese per tutti. Kreihsl firma un ritratto di solitudini urbane intenso e partecipe, in cui la ricerca di un contatto duraturo e realmente profondo resta una chimera.

MARTEDÌ 11 LUGLIO, ORE 21.00
DIE NACHT DER 1000 STUNDEN
(2016, La notte delle mille ore, durata: 92’) di Virgil Widrich
con Laurence Rupp, Amira Casar, Johann Adam Oest
I membri della dinastia Ullich si riuniscono per discutere il destino dell’attività di famiglia, ma proprio in quell’occasione la matriarca Erika passa a miglior vita. Nel corso di una lunga notte, però, sia Erika che tutti gli antenati scomparsi fanno ritorno dall’aldilà, riportando a galla uno sconvolgente segreto del passato. Una commedia sorprendente e esilarante, che riesce però a rendere con vividezza lo spirito e i drammi di un’intera epoca.

MERCOLEDÌ 12 LUGLIO, ORE 21.00
VOR DER MORGENRÖTE
(2016, Prima dell’alba, durata: 106’) di Maria Schrader
con Josef Hader, Barbara Sukowa, Aenne Schwarz
Nel 1936 lo scrittore austriaco Stefan Zweig, all’apice del successo, decide di lasciare definitivamente l’Europa, trascorrendo il suo esilio nelle Americhe tra conferenze e incontri, mentre lo spettro della guerra si fa sempre più vicino. Impersonato alla perfezione dal grande Josef Hader, Zweig rivive nel film di Maria Schrader in tutta la sua dolente umanità e in quell’indipendenza di pensiero che lo ha reso una figura leggendaria.

FORUM AUSTRIACO DI CULTURA
Viale Bruno Buozzi 113, 00197 Roma
tel.: 06 360837-1
www.austriacult.roma.it
Tutti i film saranno presentati in versione originale con sottotitoli in italiano

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Cinema

“2:22”

222-movie-teresa-palmer-michiel-huismandi Gabriele Ottaviani

Dylan è giovane, intelligente, brillante e portato per le scienze. Riesce a vedere nella realtà che lo circonda i pattern, ossia gli schemi ricorrenti che a suo dire la regolano. Controlla il traffico aereo del JFK di New York, un aeroporto che il padre pilota – lui invece teme il volo – ha frequentato infinite volte e dove transitano ogni anno quasi sessanta milioni di persone. Un incidente, ancorché solo sfiorato, ne sospende l’avviata carriera. Ma ciò che è peggio è che una ridda di ripetitive e per lo più inquietanti coincidenze, sempre di norma al medesimo orario, le due e ventidue pomeridiane, comincia da quel momento in poi a condizionare, instaurando una strana relazione con un fenomeno astronomico in atto in quei giorni d’aprile duemilasedici e con una tragedia di trent’anni prima, in maniera sempre più drammatica la sua esistenza e quella di chi nel frattempo ha scoperto di amare​. In sala dal ventinove di giugno 2:22 – Il destino è già scritto (sottotitolo giusto, ma svela troppo la trama…) è un film onesto, interessante, non pretenzioso e non fatto né recitato male, ma un po’ esile e banale. Di Paul Currie, è con i bellissimi Teresa​ Palmer e Michiel Huisman e Sam Reid.

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Libri

“Atene, cannella e cemento armato”

Layout 1di Gabriele Ottaviani

In questo, Pireo è davvero il cuore nevralgico della Grecia. Qui si incrociano tutte le sue anime, ed è qui che arrivarono in gran parte i profughi dell’Asia Minore con le loro culture, tra cui quella musicale e di vita del rebetiko. Non è certo un caso che proprio al Pireo sia ambientato uno dei film più celebri mai girati in Grecia, Mai di Domenica di Jules Dassin. Con la leggendaria interpretazione di Melina Merkouri, che proprio in questa pellicola canta la canzone greca più celebre al mondo, Τα παιδιά του Πειραιά (I ragazzi del Pireo). Scritta da Manos Hatzidakis (1925-1994), uno dei più celebri compositori greci, la canzone vinse l’Oscar come migliore canzone originale nel 1960.

Atene, cannella e cemento armato, Patrizio Nissirio, Giulio Perrone. Atene è la culla della civiltà, eppure ormai è diventata poco più che un luogo di mero transito in direzione di qualcuna a caso fra le innumerevoli e meravigliose isole che costituiscono la punteggiatura bianca e blu e profumata di bougainvillea di una porzione di Mediterraneo che fa palpitare il cuore al solo pensiero. Certo non è più la città di Pericle, il Partenone è stato spogliato da secoli e secoli di gran parte delle sue bellezze, le vie sono per lo più diversamente pulite, ma sempre più che a Roma, la crisi economica morde come un cane rabbioso, ma il fascino profumato e ammaliante di questa sensuale e splendida fanciulla violata da una lunga stagione illiberale e dalla speculazione che ne ha ricoperto le candide membra con colate e colate più che proterve di cemento armato è irresistibile e immutato. Patrizio Nassirio prende il lettore per mano e con l’aiuto di alcuni Virgili d’eccezione, su tutti il grandissimo – è per la città del Pireo, cambiando quel che si deve, quello che Montalbán è stato per la meravigliosa Barcellona – Petros Markaris (Ultime della notte, Difesa a zona, Si è suicidato il Che, La lunga estate calda del commissario Charitos, La balia, Io e Kostas Charitos, Prestiti scaduti, L’esattore, Resa dei conti, Titoli di coda, L’assassinio di un immortale, Il prezzo dei soldi, Il labirinto di Atene), riesce attraverso le pagine a far respirare l’aria della Grecia.

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