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“Lei non sa chi sono io”

download (5)di Gabriele Ottaviani

Fino ad allora, l’America non era stata un posto facile: e non lo fu per Patricia Highsmith, scrittrice subito acclamata e donna dal carattere, dicono i biografi, tremendo; litigiosissima e aggressiva. Imprevedibile e non certo timida, viveva la sua omosessualità in modo bulimico ma contraddittorio. Non fece mistero di avere avuto “tante donne quanti sono gli orgasmi dei topi”, ma il romanzo che dedicò alla sua relazione più importante, anche letterariamente, uscì nel ’52 firmato con lo pseudonimo di Claire Morgan.

Lei non sa chi sono io, Mario Baudino, Bompiani. Gary, Le Carrè, Austen, Banville, Barnes, Grunberg, Natalia Ginzburg, Bassani, Rabelais, Folengo, Voltaire, Conrad, Carroll, Lu Xun, Moravia, Saba, Svevo, Malaparte, Collodi, Aleramo, Liala, Fortini, Campo, Carducci, Deledda, Gérard de Nerval, Cendrars, Stendhal, Twain, Orwell, Ann Radcliffe, le sorelle Brontë, Agatha Christie, Mary Anne Evans, George Eliot, George Sand, Karen Blixen, Pauline Réage, E. L. James, Apollinaire, Mérimée, Gore Vidal, Walter Scott, Joyce Carol Oates, Nabokov, P. D. James, A. S. Byatt, Sà-Carneiro, Pessoa, Macpherson, J. T. LeRoy, Elena Ferrante: questi, e molti altri. Non solo scrittori. Non solo personaggi celebri. Anche, banalmente, personaggi da chat, tanto per dire. Sono in tanti ad aver usato almeno una volta nella vita uno pseudonimo. Per pudore. Per vergogna. Per ribellione. Per decenza. Per sentirsi più liberi. Più sicuri. Più autentici. Per i più disparati motivi. L’identità è per eccellenza uno dei temi fondamentali della vita. Della cultura. Della società. Della morale. Della politica. Della letteratura. Così come la verità. E il modo attraverso il quale ci si rapporta a essa, viene affrontata. Mario Baudino, poeta, saggista, giornalista, compie un’interessante e felice – sin dal titolo, che fa riferimento alla classica frase efficacissima sintesi del malcostume molto italiano di farsi forte con i deboli e debole coi forti – esegesi del fenomeno, partendo dall’arte e giungendo a veleggiare altrove, che soddisfa molte curiosità, istruisce e invita alla riflessione, con uno stile semplice, piano, elegante, lieve, comprensibile, avvincente.

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“Io e il Che”

download (3).jpgdi Gabriele Ottaviani

Ernesto aveva addosso un’inquietudine irrimediabile.

Io e il Che, a cura di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini, Nova Delphi. Non mancano molti giorni, in effetti, al cinquantesimo anniversario della morte di quello che è stato ed è tuttora, anche se certo in misura diversa rispetto a qualche anno fa, poiché tutto è cambiato, in primo luogo la società medesima, per molti un mito, un simbolo, un esempio, un modello. Medico. Guerrigliero. Politico. Teorico. Rivoluzionario. Un faro nella notte dei diritti civili, un luminoso astro nel firmamento della giustizia sociale. Attraverso la forma del dialogo, della confessione, della confidenza, della conversazione, venticinque uomini e donne (Luciana Castellina, Erri De Luca, Pepe Mujica, Massimo Carlotto, Piergiorgio Odifreddi, Valerio Evangelisti e molti altri, finanche suo fratello Juan Martín Guevara) lo raccontano, ognuno a suo modo. Interessante.

 

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“Atti umani”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

Quella fu l’ultima volta che vidi Jin-su vivo. Lessi il suo necrologio sul giornale quello stesso anno. Non avevo idea di cosa gli fosse successo nel frattempo, durante quei tre mesi che avevano visto l’autunno cedere il passo all’inverno. Una volta mi lasciò un messaggio all’ufficio della compagnia di taxi, ma non ci era permesso fare chiamate personali mentre eravamo in servizio e quando lo richiamai a fine turno lui non rispose.

Atti umani, Han Kang, Adelphi, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. Gwangju, Corea del Sud, maggio, millenovecentoottanta. C’è appena stato il colpo di stato. Il caos è totale. La legge che vige è quella marziale. La normale amministrazione della giustizia è controllata dai tribunali militari. E quando i soldati sparano su dei manifestanti esplode la rivolta. Cui segue, ovviamente, un’ondata di rappresaglie. È un massacro, un eccidio, una carneficina, una strage. Una pagina di storia rimasta per lo più sepolta, tra torture, sevizie, percosse e una lunga scia di sangue: ora, finalmente, dopo troppo silenzio, varie voci si levano… Lacerante, doloroso, splendido.

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“Il codice dello scorpione”

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Guarda lentamente, pungi veloce e scappa ancora più veloce.

Il codice dello scorpione, Arturo Pérez-Reverte, Rizzoli. Traduzione di Bruno Arpaia. Spagna, tempo di guerra civile. Tempo di doppio gioco. Lorenzo è un donnaiolo. È un uomo giovane e affascinante. È elegante. È un trafficante d’armi. Non ha scrupoli. È una spia. Lavora per i franchisti. Non si fa problemi. Di nessun genere. Esegue gli ordini, presto  e bene, punto e a capo. E ora lo attende una nuova missione… Tra storia e invenzione narrativa Il codice dello scorpione mozza il fiato: la tensione è alle stelle, il ritmo perfetto, i personaggi caratterizzati con cura sorprendente. Perfettamente nei canoni del genere, e al tempo stesso originale, è un libro che è già un classico. Avvincente e convincente.

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“Dove ti ho perso”

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Il solo pensiero di te mi dà la nausea.

Dove ti ho perso, Ruth Hogan, Rizzoli. Traduzione di Marinella Magrì. Therese, la fidanzata di Anthony, è morta in un incidente. Quarant’anni fa. Anthony, da quel giorno, colleziona e custodisce oggetti smarriti, testimonianze e frammenti di storie, di affetti che vanno ben al di là del valore materiale delle cose. Perché il giorno in cui Therese è morta Anthony ha perso il ciondolo che lei stessa gli aveva regalato. Piccole cose, forse di pessimo gusto, che come le abitudini però danno conforto, rassicurano, edificano e connotano l’ambiente che circonda ognuno di noi, attraverso il quale ognuno di noi riesce a definirsi. Frammenti di poco valore, se non affettivo, appigli per una speranza: ritrovare quel che si è perduto. Un compito, una missione, una testimonianza di cui Anthony, ormai arrivato agli ultimi giorni, vuole affidare alla sua assistente, Laura. Le passa il testimone, si consenta il gioco di parole. Ma c’è un’altra donna coinvolta in questa storia: e il suo ruolo è fondamentale… Ci sono cose che volano e cose che restano: l’amore resta, così come tutto ciò a cui non prestiamo attenzione, ma che invece è la punteggiatura della nostra esistenza. Una storia emozionante e priva di roboanti sotterfugi, semplice ma non banale, niente affatto sciatta o retorica, sentimentale senza sentimentalismo, scritta in stato di grazia, che per certi versi, cambiando naturalmente quel che dev’essere cambiato, rimanda finanche al Museo dell’innocenza di Pamuk, e a tutta la tradizione delle Wunderkammer: da non perdere.

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“The hate u give”

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Rivedo me stessa seduta in una pozza di sangue.

The hate u give – Il coraggio della verità, Angie Thomas, Giunti, traduzione di Stefano Bortolussi. Naturale, empatico, complesso ma non complicato, articolato, coinvolgente, sconvolgente, ammaliante, intenso, potente, elegante, raffinato, ben scritto, credibile, onesto, talmente franco da divenire quasi rude: valessero un decimo di quanto vale questo romanzo tutti gli esordi letterari il panorama dell’editoria sarebbe un cielo trapunto di stelle e un prato rigoglioso gravido di tutti i fiori del mondo. Angie Thomas è da tempo sulla cresta dell’onda, con pieno merito. Perché ha scritto un’opera di importante valore etico, civile, morale, sociale, culturale, politico nel senso più ampio del termine. Che non vuole piacere a tutti i costi. Che fa male. E quindi fa bene, perché costringe a pensare. A guardare dritta in faccia la realtà. La madre di Starr vuole per i suoi figli un futuro migliore. Per questo la ragazza, che vive in un quartiere dove imperversano le gang, va in una scuola prestigiosa. Un giorno, però, la vita di Starr è sconvolta dall’uccisione del suo migliore amico. Imperversano le illazioni, esplode la tensione. Solo Starr sa la verità. Ma se parlasse… Imprescindibile.

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“Peccati gloriosi”

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La madre di Maureen Phelan era stata indottrinata a dovere.

Peccati gloriosi, Lisa McInerney, Bompiani, traduzione di Marco Drago. Vincitrice del Baileys Women’s Prize del duemilasedici. Tony è vedovo. È alcolizzato. Ha sei figli. Uno di loro è Ryan. Che ha quindici anni. È  innamorato: cotto, lesso, più che bollito. È un pianista. È uno spacciatore. Maureen, invece, è una donna adulta. E tormentata. È la madre di Jimmy. Che fa il gangster. Georgie, invece, è una prostituta. Ma vuole riscattarsi. Ha una profonda fede religiosa, che si manifesta anche attraverso gli oggetti. Per recuperare uno di questi il suo uomo, Robbie, un tossico, si intrufola nella casa sbagliata… La letteratura irlandese ci ha abituato a ritratti straordinariamente squallidi e profondamente lirici al tempo stesso (basti pensare alle Ceneri di Angela, il libro più straziante da che esistono i libri e lo strazio, con ogni probabilità) di situazioni, contesti e personaggi: Peccati gloriosi si inserisce nella tradizione, ma la rivoluziona anche. Un capolavoro che lascia sbigottiti e ammaliati.

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