festa del cinema di roma

“7 sconosciuti a El Royale”

7-sconosciuti-a-el-royale-e1539129168612di Gabriele Ottaviani

Un prete, una ragazza dalla pelle nera, un venditore di aspirapolveri e diversi ulteriori personaggi si incontrano, sul finire della guerra del Vietnam, in un albergo un tempo prestigioso ma al momento piuttosto male in arnese a cavallo tra California e Nevada, El Royale. Ovviamente nessuno e niente è come appare… Apre la tredicesima edizione della festa del cinema di Roma Bad times at the El Royale, ovvero 7 sconosciuti a El Royale, di Drew Goddard (Quella casa nel bosco), pellicola lineare, ben confezionata, piacevole e riuscita con non pochi momenti brillanti e un ottimo uso della musica, a cura di Michael Giacchino, con una buona compagine d’attori, composta da Chris Hemsworth, Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Dakota Johnson, Jon Hamm, Cailee Spaeny, Lewis Pullman, Nick Offerman, Xavier Dolan e molti altri.

Annunci
Standard
Libri

“Acque strette”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi ripeto ora a bassa voce i versi di Nerval. Fanno parte del suo filone minore, quello delle Odelettes, dove ancora non vi è nulla che lasci presagire i miracolosi sonetti orfici che avrebbe scritto più tardi, verso la fine, eppure continuano a esercitare su di me un fascino molto potente: il loro suono stridulo ed esitante è quello degli antichi strumenti a tastiera come la spinetta o, soprattutto, il virginale elisabettiano; lo stesso suono che circonfonde di magia uno dei più misteriosi quadri di Vermeer, ancora impregnato, si direbbe, della vibrante sonorità liquida di un tasto da cui il dito, dipinto nell’attimo sospeso del rilascio, si è appena sollevato.

Acque strette, Julien Gracq, L’orma. Traduzione di Lorenzo Flabbi. Gracq, scrittore fortemente influenzato, almeno agli inizi, dal romanticismo e dal surrealismo, apprezzato da Breton, uomo dai solidi principi che lo portarono, fra l’altro, a rifiutare il premio Goncourt, era solito fare gite in barca sull’Èvre, fiume piccolo, placido e poco noto che sfocia nella Loira: e questo breve ma densissimo testo è un vero e proprio viaggio iniziatico, nella letteratura, nei ricordi, nell’ambiente, nei paesaggi, nell’immaginario, di un artista e di un’intera generazione. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo: una voce autorevole, un regalo prezioso.

Standard
Libri

“Veniva da Mariupol”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Per le strade viaggiano le carrozze, viene venduto il tradizionale pasticcio di pesce russo, le zingare si offrono di leggere la mano ai passanti. La domenica al parco cittadino suona una banda. Giuseppe De Martino, ricchissimo commerciante italiano, padre di Matilda, ha messo a disposizione della figlia e della sua famiglia un’ala della propria casa nella Nikolaeskaja Ulica, uno degli edifici più rappresentativi dell’intera città. A superarlo in sfarzo c’è solo la «Dacia bianca», in cui vive la sorella di Matilda, Angelina, con il marito greco e i loro bambini. I balli e le feste più eleganti di Mariupol hanno luogo nelle sale e nel giardino della «Dacia bianca», dove si svolgono anche concerti e tombole di beneficienza. Matilda invece abita dai suoi genitori e impartisce lezioni di pianoforte. Jakov, il colto giurista, ha trovato lavoro solo come assistente di un avvocato. Dopo il rientro ha subito ripreso l’attività politica, rimettendosi in contatto con i bolscevichi, la frazione clandestina del Partito operaio socialdemocratico russo. Di come sia stato possibile che Jakov, comunista convinto, abbia potuto sposare la figlia di un grande capitalista e persino vivere sotto lo stesso tetto del suocero – un nemico di classe – Lidija non scrive nulla nei suoi quaderni. Questo non sarà l’unico punto oscuro nella lettura. Teresa Pacelli, la ricca madre di Matilda, guarda dall’alto in basso il genero che proviene dalla nobiltà ucraina decaduta. Storce il naso perché la famiglia di Jakov non ha che la bambinaia Tonja come personale di servizio e perché si accontenta di menù composti di sole tre o quattro portate. A Varsavia sua figlia viveva nell’abbondanza; ora, tornata a casa, deve dare lezioni di pianoforte per guadagnare qualche soldo. In generale la casa dei miei bisnonni italiani Teresa e Giuseppe sembra essere un ricettacolo di parenti poveri. Tra gli inquilini figurano, oltre alla famiglia di Jakov, lo zio Federico, un fratello di Matilda che aiuta il padre negli affari e abita in un modesto appartamentino, la «nonna piccola» della famiglia Pacelli e la «nonna grande» della famiglia Amoretti. La «nonna grande» deve il suo soprannome alla corporatura imponente e alla splendida treccia che le arriva fino alle ginocchia. Un tempo era stata sposata con un aristocratico russo…

Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’orma, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat. Campione di vendite in Germania, il romanzo è struggente, potente, emozionante, straziante, doloroso, intenso, ampio, avvolgente, coinvolgente, induce a riflettere, a pensare, a meditare, a interrogarsi, a guardarsi dentro, ora più che mai, quando popoli rabbiosi si dimenticano del loro passato, delle loro radici, ed edificano muri anziché ponti. Parla di migrazione, frontiere, rifugiati quest’opera totale, che prende le mosse da una ricerca necessaria, uno sprone d’amore: l’autrice non sa praticamente nulla di una donna. Molto importante per lei. Di cui segue le esili tracce. Risale le orme. Ha bisogno di conoscerla. È sua madre. Imperdibile.

Standard
Libri

“The day before Dallas”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Va segnalato come anche Manchester, autore del più classico resoconto sull’assassinio del presidente, sottintese questa tesi della non volontà di Kennedy di andare in Texas. Lo fece proprio nelle prime due pagine del suo libro con queste poche parole: “Anche se a Kennedy piacevano i giri di propaganda, questo capitò in un brutto momento; e in un primo tempo gli era sfuggita la necessità di un intervento politico”. Ma questa affermazione, non direttamente sostenuta in quel libro attraverso testimonianze o una concatenazione logica di eventi, e non più ripresa nel testo, non poteva che apparire insignificante e anche poco credibile. È tuttavia difficile pensare che quanto scritto da Manchester, pur se en passant, fosse frutto di fantasia. Vanno considerati la forte pressione che Johnson esercitò su Manchester circa la stesura di The death of a president, arrivando a rispondere soltanto a domande scritte e attraverso l’intermediazione, non proprio leggera, di Jack Valenti. Ecco come andarono le cose. Il 18 maggio 1964 William Manchester scrisse al presidente Johnson, chiedendogli di poterlo incontrare per un’intervista “in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo” fossero di gradimento al presidente. Valenti, il 26 maggio 1964, così gli rispondeva, dopo aver informato Helen Colle, che gli predispose la nota, circa l’indisponibilità di Johnson: “Il presidente è così terribilmente occupato da non poter prevedere un momento in cui incontrarla”. E lo invitò a contattare McGeorge Bundy. Manchester in agosto chiese di poter esaminare la documentazione relativa al rientro dell’Air Force One da Dallas a Washington subito dopo l’assassinio del 22 novembre. Nonostante il parere positivo di Walter Jenkins, Johnson rifiutò di parlarne. Dopo aver incontrato Bundy, Manchester, evidentemente insoddisfatto, nel novembre ’64 tornò alla carica per vedere il presidente. Nella corrispondenza interna, Johnson esplicitamente annotò che non intendeva assecondare la richiesta (e indicava di farlo parlare nuovamente con Bundy).

John Fitzgerald Kennedy è stato un presidente amatissimo. È morto giovane. Ucciso a Dallas il ventidue di novembre del millenovecentosessantatré. È diventato un mito. Gli sono state attribuite con ogni probabilità anche azioni mai compiute, e gli sono stati forse assegnati meriti superiori a quelli reali, ma è sovente così per chi è caro agli dei, come si ritiene, da adagio proverbiale, che sia chi viene a mancare precocemente. Non mancano però le ombre su questa vicenda in merito alla quale sono stati scritti fiumi di inchiostro, e non solo: ma come ogni mistero che si rispetti non finiscono le rivelazioni. Finché almeno c’è chi con arguzia e acume indaga e ricerca. Come Aldo Mariotto, medico padovano che da anni si dedica allo studio dell’omicidio di JFK e delle nebbie che ancora lo avvolgono: di tale pregio è il suo lavoro, condotto su documenti inediti e tramite interviste agli ultimi testimoni ancora in vita, che ha scoperto nuovi elementi, qui presentati, per cui nel prossimo anniversario dell’assassinio, il cinquantacinquesimo, parlerà nella metropoli texana, primo italiano a farlo, all’annuale convegno in memoria del trentacinquesimo inquilino della Casa Bianca. The day before Dallas – Ideazione, organizzazione e cronaca dell’ultimo viaggio di John Fitzgerald Kennedy, edizioni Pendragon.

Standard
Libri

“Emma B”

EmmaB_copertinadi Gabriele Ottaviani

Il telefono di Emma suona mentre sta per risalire in macchina, davanti alla scuola. Il numero, un cellulare, non corrisponde a nessun contatto in rubrica. È tentata di non rispondere, da come è partita la giornata ha paura di cosa può arrivarle ancora. Ma potrebbe essere importante. Sbuffando si appoggia contro la portiera dell’auto e sfiora il tasto verde. «Sì?» «Signora Balbi?» Una voce che non riconosce. «Sì.» ripete. «Buongiorno. Staina.» «Ah.» Un altro professore che la cerca. Di bene in meglio, in otto mesi è la prima volta che si fa vivo con lei. Non si incrociano nemmeno più allo studio, da che Elisa preferisce tornare in autobus. «Buongiorno maestro, come sta, tutto bene?» «Tutto bene, grazie. La chiamo perché avrei piacere di fare due chiacchiere con lei.» Ora mi dirà che Elisa non frequenta le lezioni da mesi. «Certo, la ascolto.» «È da un po’ che vorrei parlarle, ma dato che non viene più ad accompagnare Elisa…» «Sì, infatti, preferisce tornare da sola, sa come sono fatti i ragazzi…»…

Qualche anno fa un grazioso film che aprì fra l’altro quella edizione del sempre meritorio festival del cinema di Torino, che ha in Emanuela Martini il suo straordinario nume tutelare, mise in scena la vicenda di Gemma Bovery, un’eroina contemporanea e flaubertiana insieme: Sabrina Campolongo, che scrive, e non è affatto una novità, assai bene, prende le mosse per certi versi, e a suo modo, con spiccata intelligenza e sensibile originalità, da premesse simili e, raccontando con delicatezza e ironia il mondo di oggi e i suoi miti falsi e bugiardi come gli dei d’un tempo remoto, almeno stando all’opinione di alcuni, indaga e declina con levità densa di senso il rapporto tra genitori e figli, la società attuale, che è sia asfittica che iperconnessa, e non solo. Chi sarebbe Emma oggi? Emma B. Edito da Paginauno: da non lasciarsi sfuggire.

Standard
Libri

“La donna che sapeva amare”

51RrkIg+MfL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Ammetto che la posizione di moglie del direttore dell’Opera non sia sempre facile». Berta Zuckerkandl si portò alla bocca un cucchiaino d’argento, pieno di soda panna montata, e si leccò goduriosamente le labbra. «Ma», disse sporgendosi per sottolineare le sue parole, «non è da disprezzare e offre certi vantaggi». Giocherellava con le perle nere di una collana composta da due lunghi fili che l’avvolgevano fin quasi alla vita e che, a ogni suo movimento, sbattevano le une contro le altre in modo silenzioso ed estremamente elegante. Alma le aveva notate immediatamente, e aveva fatto a Berta un complimento non appena si erano salutate. «Oh, mia cara, se non si è più così giovani e adorabilmente belle come te, ci si deve anche aiutare un po’».

La donna che sapeva amare, Caroline Bernard, Newton Compton, traduzione di Jessica Ravera. Alma Schindler è la regina dei salotti della capitale austriaca ed è inoltre unanimemente considerata la donna più bella di Vienna (e con ogni probabilità non solo…): ognuno la ammira e la brama, Klimt impazzisce per lei, che è anche una valente musicista, Mahler la sposa. E le chiede di rinunciare alle sette note. Una scelta dura, dolorosa, difficile. E… Attraverso una ricostruzione che sembra assolutamente sopraffina Caroline Bernard fa immergere il lettore in un universo a dir poco appassionante. Da non perdere.

Standard
Libri

“Il saccheggiatore di relitti”

Saccheggiatore.jpegdi Gabriele Ottaviani

“Un’ottima cosa, eh, Pinkerton? Se ne vende molto! E dite un po’, non si potrebbe usare come mezzo di pubblicità pel mio articolo?”. L’articolo, puta caso, era sapone da toeletta. Altri – una varietà anche peggiore – si trascinavano per i saloon del vicinato, a giocar a dadi per dei cocktails, e dopo che i cocktails erano stati pagati, giocare a dollari, su di un angolo del banco. Straordinaria, in verità, era l’attrazione che i dadi esercitavano su quella gente. In un certo club, dove una volta fui a pranzo, nella parte di “Mr Dodd, il mio socio”, il bossolo dei dadi venne portato in tavola addirittura col vino, rozzo surrogato per le chiacchiere dopo il pranzo. Di tutti i nostri clienti, preferivo senza alcun dubbio ‘Imperatore Norton’. Il suo nome mi fa pensare ch’io renda scarsa giustizia agli abitanti di San Francisco. In quale altra città un pazzo innocuo, il quale si reputava imperatore delle due Americhe, sarebbe stato tanto favorito e incoraggiato? Dove mai persino la gente per strada avrebbe rispettato l’illusione d’un povero diavolo? Dove mai banchieri e commercianti lo avrebbero ricevuto, incassando i suoi assegni, accettando i suoi minimi depositi? Dove, dico, si sarebbe tollerato ch’egli assistesse a cerimonie in scuole e università, e pronunciasse discorsi? Dove, in tutto il mondo, si sarebbe sopportato che egli sedesse a un tavolo di ristorante, ordinasse tutto il ben di Dio a suo piacere, e se ne andasse senza pagare un centesimo? Mi si diceva che fosse anche un cliente esigente, il quale toglieva la propria clientela, quando non era soddisfatto; e lo credo, poiché la sua faccia recava una spiccata espressione di gastronomo. Pinkerton aveva ricevuto da questo monarca un brevetto di fornitore; ho visto il diploma, non senza meraviglia per l’ottimo carattere del tipografo che lo aveva eseguito. Con tutto ciò, Pinkerton non era a capo di istituti educativi, né di una ditta straniera; ma ciò non aveva importanza, la formula essendo la stessa per tutte le imprese. Ebbi abbastanza presto occasione di vedere Jim nell’esercizio delle sue pubbliche funzioni. Sua Maestà entrò nell’ufficio: un uomo corpulento, d’un grasso piuttosto floscio; i tratti signorili, uno sciabolone al fianco, una penna di pavone sul cappello davano al suo aspetto un’indefinibile malinconica comicità.

Il saccheggiatore di relitti, Robert Louis Stevenson, Lloyd Osbourne, Nutrimenti. Traduzione di Gian Dàuli. Introduzione di Dario Pontuale. Postfazione di Graziella Pulce. Scritto da uno dei più importanti protagonisti della letteratura planetaria insieme al figlio, cui ha dedicato L’isola del tesoro, della di lui moglie Fanny Van de Grift, dopo che ormai la sua fama si era consolidata con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Il saccheggiatore di relitti, che prende le mosse dallo spunto che l’autore ebbe udendo nel milleottocentoottantotto di un misterioso naufragio a Honolulu, è ambientato nelle Isole Marchesi e affronta numerosi temi, in primo luogo, naturalmente, quello del doppio. Ma non mancano citazioni, fortemente autobiografiche, dell’ambiente della bohème parigina, di quello dei faccendieri di San Francisco, dell’incanto tentatore della libertà incarnata da un mondo altro: Loudon, protagonista e narratore, dopo aver vissuto in Francia torna negli Stati Uniti e si imbarca in un affare dai numerosi e torbidi risvolti… Da non perdere.

Standard