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“Nel paese di Cunegonda”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nel mondo giornalistico, Werner Raith ha assunto un proflo che può essere accostato a quello che, in ambito diverso, assunsero politici come Helmut Schmidt, Franz Josef Strauss, Willy Brandt, Heiner Geissler o Herbert Wehner, uomini solitari, controversi, talora burberi, sempre appassionatamente intenti a dar voce alle proprie convinzioni. Werner Raith fu un giornalista caparbio e polemico, battagliero nel sostenere il proprio punto di vista, efcace nello stile. Nato nel 1940 a Regensburg, studiò matematica e fsica, ma presto si orientò diversamente, frequentando i seminari del “Centro italiano di studi umanistici e flosofci” di Monaco. Dopo un’esperienza editoriale esauritasi all’inizio degli anni Ottanta, intraprese l’attività di giornalista con varie esperienze che sfociarono nel 1986 nella collaborazione con la «Tageszeitung» (Taz), un quotidiano ideologicamente orientato a sinistra e presso il quale divenne corrispondente per l’Italia, esaudendo quello che Raith stesso chiama Italien-Spleen e rivolgendosi ad una platea di lettori (la cosiddetta Toskana-Fraktion)) politicamente collocata tra i Verdi ed i Socialdemocratici. Il pubblicista era troppo vecchio per proporsi come sessantottino, ma poteva trovare un suo spazio nell’ambiente moderatamente anarchico del giornale berlinese, ed ebbe la possibilità di pubblicare ben 1800 articoli rivolti a un pubblico colto e interessato alle cose italiane. Dopo un amaro abbandono della collaborazione con il giornale, avvenuto nel 2000, Werner Raith continuò a scrivere per breve tempo per il «Tagesspiegel», un quotidiano liberale con simpatie di sinistra…

Nel paese di Cunegonda – Leonardo Sciascia e le culture di lingua tedesca – Sciascia scrittore europeo – Volume 3, Olschki. A cura di Albertina Fontana, membro dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia che ha dato avvio al progetto Leonardo Sciascia e le culture di lingua tedesca con una ricerca sul rapporto tra lo scrittore di Racalmuto e la cultura della Germania, pubblicato sulla rivista di studi sciasciani Todomodo, nonché presentando lo scorso anno una relazione riguardante lo scambio epistolare tra Leonardo Sciascia e la comparatista italo/tedesca Lea Ritter Santini durante il seminario Letteratura e Arti visive, organizzato dal Centro di studi storico-letterari Natalino Sapegno di Morgex, fulcro della Valdigne, nella Valle d’Aosta nordoccidentale, e Ivan Pupo, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università della Calabria esperto di Elsa Morante, letteratura siciliana, Pirandello, teatro otto-novecentesco, rapporto tra letteratura e psicoanalisi e, naturalmente, di studi sciasciani. Morto esattamente trent’anni fa, ma più vivo che mai, e soprattutto manca, più che mai, oggi, in questi tempi liquidi, protervi, rabbiosi, invidiosi, cattivi, crudeli, razzisti, fintamente liberi e falsamente accoglienti e inclusivi, un intellettuale come lui, Sciascia adorava, si sa, il Settecento francese e la tradizione ispanica, cui si deve la nascita del romanzo in senso moderno (si pensi a Cervantes): ma anche la sua relazione con le culture di lingua tedesca è interessante e feconda di suggestioni, qui raccontate con impeccabile e impressionante dovizia di dettagli. Da non perdere per nessuna ragione.

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“Paul Klee – La formula poetica”

9788833641232_0_280_0_100.jpgdi Gabriele Ottaviani

Bene e male devono trovare compensazione tracciando un rapporto grafico…

Paul Klee – La formula poetica, Giovanni Volpe, Pendragon. Elvetico nato da un musicista tedesco e da una cantante svizzera, Paul Klee, astrattista che riteneva l’arte non riproduzione del reale, ma discorso su di essa, è una figura di intellettuale assolutamente capitale, innovativa, preconizzatrice, poliedrica: Giovanni Volpe ne fa un ritratto finanche filosofico, monumentale, caleidoscopico, immersivo, raccontato con una prosa accessibile a tutti e che fa affiorare come un tesoro sepolto alla luce splendente del sole l’anima dell’artista. Da non perdere.

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“Confessioni di un clochard”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

«Scappai di casa e girovagai: rubavo il cibo, dormivo nei granai e nelle stalle, finché non sono incappato nella casa di Adela, la compagna di scuola che più di tutti mi aveva preso in giro e che mi aveva ferito persino nella virilità. “Devi avere il pisello storto come le gambe”, mi diceva sempre, “deve essere come lo stoppino di una lampada”. Mi sorrise quando arrivai, mi disse che le mancavo a scuola. “Deve essere così”, risposi. Mi diede un piatto di cibo, mi invitò a rimanere a dormire nel granaio fino al ritorno dei suoi genitori che non erano in paese. “Che Dio ti ripaghi”, le dissi, ma portavo già la vendetta nel sangue: afferrai una cordella di cuoio lì vicina, la legai a un pilastro della casa, mi abbassai i pantaloni e me la scopai tre volte, mostrandole il cazzo e sfidandola a dirmi che era storto. Non disse niente. Mi chiese solo di slegarla prima di andarmene. Sussultai un po’, poi ancora di più quando cominciò a toccarmi la testa mentre scioglievo i nodi della corda. “Torna quando vuoi”, mi disse mentre stavo già attraversando il cancello, “e non scordarti di fare i documenti per sposarmi”. La guardai di nuovo, la ringraziai per la zuppa di piselli e banana e me ne andai di corsa, se si può dire questo dei miei passi insicuri che si incrociano ancora di più quando qualcuno tenta di acchiapparmi in questo modo. Probabilmente Adela avrebbe potuto cambiarmi la vita se, a quel tempo, che avevo sedici anni, mi fossi lasciato catturare dalla sua dolcezza, ma è molto difficile fermare di botto qualcuno che sta scappando pieno di rabbia e con la voglia di uccidere chiunque gli si pari di fronte»

Confessioni di un clochard, Jorge Vivanco, Edizioni FogliodiVia, traduzione di Erika Casali. Edizioni FogliodiVia è una casa editrice nata dalla polvere, dalla strada, dalla voglia di continuare a raccontare storie. Come quelle che dal 2005 scriviamo su FogliodiVia, il giornale di strada dalla parte dei poveri e distribuito dai senza fissa dimora di Foggia. Una piccola occasione di reddito, di riscatto, di condivisione. E sono proprio quelle storie, quelle chiacchiere fatte davanti ad un bicchiere di latte caldo con clochard, migranti e senzatetto, che ci hanno dato la spinta ad osare. Ad allargare le opportunità, le conoscenze, l’esplorazione: questa presentazione, semplice e chiara, è fondamentale per capire l’importanza etica, civile, morale di questa pubblicazione, firmata dal primo autore straniero edito da questa realtà pugliese di rara sensibilità. Nato settantaquattro anni fa a Catacocha, un piccolo villaggio sugli altopiani andini della parte meridionale dell’Ecuador, nelle strade della cui capitale (d’improvviso spopolatesi di senza fissa dimora), Quito, ambienta questo canto degli ultimi, sugli ultimi e per gli ultimi che di rado trovano godimento nella procrastinata consolazione di essere reputati primi e più cari al cuore di chi tesse la trama del regno dei cieli, questa storia dura, feroce, antiretorica, politicamente scorretta e al tempo stesso lirica, e ancor più necessaria proprio perché priva di dannosa pruderie, Vivanco, poeta, narratore, drammaturgo, regista, che ha studiato Belle Arti all’Università Centrale proprio di Quito, indaga l’essere e l’umanità, costringendo a riflettere e a prendere coscienza. Splendido.

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“Io sono quello di sinistra”

IO_SONO_QUELLO_DI_SINISTRA.pngdi Gabriele Ottaviani

La pistola probabilmente è la stessa per entrambi gli omicidi…

Io sono quello di sinistra, Amedeo Vitale, Iacobelli. Che l’amore è tutto è tutto ciò che ne sappiamo, e che per esso, o perlomeno per l’idea, non di rado del tutto malsana, che ci si è fatti d’esso, si compiano anche azioni nefande, è tragica cronaca quotidiana, purtroppo. Nell’arco di quarant’anni un assassino di cui sappiamo da subito l’identità, nonostante l’andamento dell’opera, molto ben riuscita, faccia pensare a un giallo, ma certo evidentemente anomalo, anche se non mancano illustri precedenti in tal senso, uccide più volte per un sentimento che mai ha avuto il coraggio di dichiarare, e nel frattempo la storia lievita e si arricchisce di nuovi dettagli, e… Romano, dottore in geografia, critico e fotografo dallo sguardo attento e sensibile, Amedeo Vitale realizza un’opera che scolpisce la forza del potere della parola: da leggere.

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“Siamo fottuti”

41n7jCIuPhL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La ricerca della felicità è un valore del mondo moderno. Secondo te a Zeus fregava qualcosa se gli uomini erano felici? Secondo te al Dio dell’Antico Testamento interessava far stare bene gli uomini? No, erano troppo impegnati a organizzare le invasioni di locuste che li avrebbero scarnificati. Un tempo la vita era dura. Le epidemie, le carestie e le inondazioni erano un problema costante. La maggior parte dei popoli era schiavizzata o coinvolta in guerre interminabili, mentre gli altri si sgozzavano tra loro nella notte a causa di questo o quel tiranno. Ovunque ti girassi trovavi morte. La maggior parte delle persone non arrivava neanche a quarant’anni. E per gran parte della storia dell’uomo la situazione è stata questa: merda, fuoco di sant’Antonio e inedia. Nel mondo pre-scientifico soffrire non era solo un fatto accettato, spesso veniva esaltato. Gli antichi filosofi non consideravano la felicità una virtù, al contrario consideravano una virtù la capacità di abnegazione, perché il benessere era auspicabile quanto pericoloso. E avevano ragione: bastava che un coglione si lasciasse prendere la mano e in un secondo mezzo villaggio andava a fuoco. Come recita una famosa frase non di Einstein: «Non cazzeggiare con una torcia quando sei ubriaco o la giornata andrà a finire male». La felicità è diventata importante soltanto con l’avvento della scienza e della tecnologia.

Siamo fottuti – Ma forse c’è ancora una speranza, Mark Manson, Newton Compton, traduzione di Sofia Buccaro. Il mondo è più libero e progredito di quanto sia mai stato sinora. Ma al tempo stesso il disastro appare a dir poco incombente: l’ambiente è devastato, la sperequazione sociale è aberrante, la guerra non è stata debellata affatto come promesso dalle menti illuminate, anzi. Come si può invertire la tendenza e cercare di porre freni e rimedi? Con ironia, lieve ma profondissima, Mark Manson risponde: irriverente autore da milioni di copie vendute, rimette in ordine le priorità. Da leggere. Per riflettere senza rinunciare al gaudio.

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“Morire è un mestiere difficile”

71XSkv6eDlL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Abbandonò gli studi, senza nemmeno diplomarsi. Pensava che quella sua nuova vita fosse il massimo della felicità. Una notte ebbe una violenta discussione con il padre nel corso della quale gli mancò di rispetto. Il padre voleva convincerlo a tornare a scuola, così gli chiese di discutere della faccenda pacatamente, come si fa tra amici. Invece, Huseyn si mise a urlare che era inutile, che non avrebbe mai ripreso gli studi. Per fare cosa, poi? Per finire a fare l’insegnante come lui in un piccolo paesino? Non gliene importava niente di avere il rispetto degli insignificanti abitanti di un villaggio sperduto. Lui detestava il mondo dei deboli, voleva vivere a fianco dei potenti; era disposto a tutto pur di essere ammesso nel loro mondo, ed essere alla fine considerato uno di loro. Come loro voleva fare tanti soldi e godersi a ogni istante i piaceri carnali, in compagnia di belle donne; voleva viaggiare, conoscere altri paesi e abitare nei quartieri dell’alta società. Il padre si era mantenuto calmo. Gli aveva spiegato cosa significava la potenza dello spirito; ma era turbato e, a un certo punto, perse il filo del discorso. Non seppe trovare le parole più giuste per far cambiare idea a suo figlio, il quale peraltro, aveva dato voce a una verità cruda e incontrovertibile: che lui era uno straordinario insegnante di geografia, eppure percepiva uno stipendio da fame che gli bastava a stento per le prime due settimane del mese. Per tirare avanti, sua moglie era costretta ad andare a sbucciare piselli, fave e aglio per i negozianti di frutta e verdura dei quartieri ricchi, in cambio di una paga da fame. Poi, serafico, aggiunse che lui non avrebbe mai permesso che sua moglie in futuro pulisse melanzane e zucchine per conto di donne ricche in cambio di pochi spiccioli. Con lo stesso tono arrogante, aveva continuato dicendo che lui, il padre, poteva anche saperne più di un’enciclopedia sul Brasile e sull’orografia delle Alpi, ma non sapeva un bel niente di quel che gli accadeva intorno. Era all’oscuro del fatto che in quella città di famiglie rispettabili, ci fossero genitori disposti a vendere le proprie figlie a ricchi turisti di altri paesi arabi, e per lavarsi la coscienza stipulavano accordi matrimoniali temporanei, che erano una forma di prostituzione legalizzata, e impiegate statali che andavano a letto con il primo venuto per un paio di scarpe a buon mercato. Al padre si strozzò la voce in gola, non sapeva come difendersi: erano lui e tutta la sua generazione a trovarsi sul banco degli imputati; era colpa della loro paura e della loro vigliaccheria se, in quel paese, si era arrivati al punto di dover vendere le proprie figlie. Huseyn si era concesso una libertà inconcepibile; di colpo tacque. Sentiva che il padre sarebbe morto all’istante.

Morire è un mestiere difficile, Khaled Khalifa, Bompiani. Traduzione di Maria Avino. Scrittore, poeta, sceneggiatore siriano, vittima di intimidazioni e violenze perpetrate ai suoi danni da parte del regime di Assad, autore dalla voce stentorea e lirica assieme, premiato e tradotto in tutto il mondo, Khalifa torna sugli scaffali dopo Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città con la storia potente, ricchissima di livelli di lettura, sfumature e chiavi d’interpretazione, nonché viepiù emozionante, di Bulbul, il cui padre è appena morto in un nosocomio di Damasco, controllata dalle truppe del già nominato Assad, e che ha fatto al genitore la sacra promessa di seppellirlo accanto alla sorella nel suo paese natale, vicino ad Aleppo, a quattrocento chilometri circa di distanza. Non sarebbe un problema, dunque: se non fosse che in mezzo scorre il fronte di guerra… Da non perdere.

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“L’infinito senza farci caso”

61mnQ2OoPTL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Guardami ancora.

Sorridi se mi pensi.

Pensami con le mani

anche se non mi tocchi.

Fino a quando siamo nel mondo

possiamo parlarci.

Diamoci parole,

io faccio parole per te

e tu le fai per me.

Io spavento

tu malinconia.

Le parole come piccoli inciampi

per frenare il tempo

che va via.

L’infinito senza farci caso – Poesie d’amore, Franco Arminio, Bompiani. Una delle voci più sensibili e intense della scena poetica torna in libreria con un volume che è una ventata d’aria fresca nella calura opprimente agostana, un bicchiere d’acqua quando si arde di sete, un abbraccio forte e sincero quando se ne ha più bisogno: senza enfasi la vita si fa musica, canto, melodia, corrispondenza di sensi, nella quale ognuno trova il suo, nell’ostinato vagare in cerca di felicità. Da leggere.

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