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“The orphanage”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

The orphanage – Parwareshgah, seconda parte della pentalogia, che prende le mosse dall’inedita autobiografia di un amico della cineasta, Anwar Hashimi, di Shahrbanoo Sadat, una delle poche registe afghane, che ambienta, girandola fra Tagikistan, Germania e Danimarca, la storia, negli anni Ottanta del secolo scorso, quando l’Afghanistan giace di fatto sotto la dominazione filosovietica, di Qodrat, che è adolescente, ama e sogna il cinema, non può evitare di ascoltare le invettive in favore della guerra civile che si diffondono per le strade della sua Kabul e vive in un brefotrofio. Commovente, ben scritto, ben diretto, ben recitato, emozionante, importante, dal punto di vista etico, civile, culturale, sociale, storico, politico e morale. Da non perdere. A Cannes, alla Quinzaine.

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“Sick, sick, sick”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sick, sick, sick. A Cannes, nella sezione della Quinzaine, opera prima della giovane brasiliana Alice Furtado, coproduzione franco-olandese-brasiliana con una bella compagine di attori, fra cui Luiza Kosovski, Juan Paiva, Digão Ribeiro, Silvia Buarque, Lourenço Mutarelli, Ismar Tirelli Neto, Valentina Luz e Nahuel Perez Biscayart, è la storia intensa, coinvolgente, avvincente, appassionante, dolorosa, straziante, simbolica, ricca di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, che indaga con rara sensibilità e attraverso una bella scrittura, una bella confezione e una buona recitazione le fragilità dell’animo umano, l’amore, le sue promesse e il senso della perdita e dell’ossessione che si collega alla dimensione della morte e della malattia, nel caso specifico quell’emofilia che più o meno tutti conosciamo per i rudimenti di scienze che ci sono stati dati a scuola in ambito genetico, e per l’affollato albero genealogico della regina Vittoria. Da vedere.

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“Nuestras madres”

image_big_32ddffa71bd151a5ac48f14409f492cfdi Gabriele Ottaviani

Nuestras madres. A Cannes, nella sezione della Semaine, opera prima di César Díaz, coproduzione tra Guatemala, Belgio e Francia. In settantotto intensissimi minuti, senza nemmeno l’ombra di un’ingenuità o di un passaggio a vuoto, con sorprendente maturità e souplesse, la pellicola indaga un popolo, la guerra civile, le sue conseguenze, la ricerca delle proprie radici, la consapevolezza, la speranza, il tema dell’eredità, del passato, della memoria. Da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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cannes, Cinema

“Il traditore”

download.jpgdi Erminio Fischetti

Passato con successo da Cannes, il nuovo film dell’ancora settantanovenne – ma freschissima è la sua perenne capacità di reinventarsi – Marco Bellocchio (I pugni in tasca, La Cina è vicina, Sbatti il mostro in prima pagina, Marcia trionfale, Enrico IV, Diavolo in corpo, Il sogno della farfalla, La balia, L’ora di religione, Buongiorno, notte, Il regista di matrimoni, Sorelle, Vincere, Sorelle mai, Bella addormentata, Samgue del mio sangue, Fai bei sogni), la cui carriera da cineasta, ricca di allori, si deve al suo insegnante, Andrea Camilleri, si intitola Il traditore, è in sala da ieri, anniversario della strage di Capaci, e racconta bene, grazie a una confezione curata sotto ogni aspetto e a un bravo Pierfrancesco Favino nel ruolo del protagonista (divide la scena con Maria Fernanda Cândido – la coproduzione è tra Italia, Francia, Germania e Brasile –, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi e tanti altri), la figura, a cavallo tra gli anni Ottanta del Novecento e il duemila, del boss dei due mondi, tra Italia e America del sud, quel Tommaso Buscetta primo pentito di mafia delle cui dichiarazioni, almeno finché non mettono in mezzo nomi eccellenti della politica, lo Stato si avvale per istituire processi contro la criminalità organizzata, radicata sin nella mentalità del nostro Paese e della nostra società, sempre incline al sotterfugio. Tanto che Bellocchio lo dimostra chiaramente: non ne usciremo mai davvero. Ma ciò non significa che non dobbiamo lottare. Da non perdere.

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Libri

“Ovunque sulla terra gli uomini”

ovunque-sulla-terra-gli-uomini_00.jpgdi Gabriele Ottaviani

Yuji sapeva che quelle cose non si dicono, che una reazione così scomposta, così apertamente feroce non si conviene a un bambino beneducato, soprattutto se studia in una scuola rispettabile, avveniristica e dispendiosa come la Bokujou, soprattutto se il bersaglio di tanta protervia è la maestra di matematica nello svolgimento delle sue attività e alla presenza di testimoni impressionabili. Ma Yuji non poteva sopportare oltre il fatto di venire dileggiato davanti ai suoi amici con risatine maligne e prefigurazioni di un’esistenza da fallito solo perché non riusciva a imparare i vettori e le funzioni di secondo grado, non ci riusciva per quanto si sforzasse o piangesse di nascosto nella penombra della sua cameretta per quella follia di torturare bambini delle elementari con nozioni algebriche che avrebbero messo in difficoltà più di un liceale. Yuji sapeva tutto questo, però – e lo realizzò, tremando nelle viscere, un istante dopo aver sentito la propria voce scandire l’immonda parola – lo aveva fatto. Non era stato in grado di resistere. Aveva parlato, trascinato dal furore e da uno stolido desiderio di vendetta. La maestra era sempre lì, imbalsamata dietro la cattedra, sorretta dal grottesco busto correttivo che tutti sapevano distinguere sotto le pieghe dell’abito da samaritana, con la boccuccia di serpente protesa in avanti come se cercasse di perfezionare la mira, come se volesse rispondere alla fucilata con un dardo di cerbottana avvelenato. Nel frattempo tutti gli amici di Yuji erano scomparsi. O meglio: erano ancora seduti ai loro banchi (a chi poteva venire in mente di alzarsi in un momento simile?) ma era come se non ci fossero. Molti tenevano la testa china in una mistificazione di svagatezza o preghiera che doveva costar loro indicibile sforzo, alcuni scarabocchiavano…

Ovunque sulla terra gli uomini, Marco Marrucci, Racconti.  Meraviglioso sin dal titolo e dalla copertina dal sapore esistenzialista, il volume del giovanissimo autore nativo di San Miniato, selezionato nella longlist del prestigioso premio Comisso, ormai appuntamento pluridecennale in ambito letterario italiano, è un catalogo di suggestioni raffinatissime che mette il lettore di fronte all’infinita varietà e mutevolezza dell’animo umano, che scintilla come un fuoco d’artificio che esplode e illumina il cielo, trovando senso nel magnifico squadernarsi delle infinite possibilità dell’immaginazione: indimenticabile, originale, esaltante.

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Libri

“Il libro di G.”

61jTM-HsegL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono nato a quest’ora storta, l’ora che si urlano l’uno sull’altro gli uccelli, di parto borghese, qui vicino, all’Ars Medica;

sono nato a un’ora innaturale,

da madre triste e padre visionario, allo sboccio – allo scoppio – dell’amore; sono nato a un’ora critica, etimologicamente,  

di notte e giorno, poi preso per un piede a vomitare meconio

e prima luce, a dare dentro aria di fuoco freddo che ci invade.

Il libro di G., Vincenzo Ostuni, Il saggiatore. Dottore in psicologia con una tesi sull’epistemologia della teoria psicoanalitica generale, dottore di ricerca in filosofia con una tesi sull’identità personale fra filosofia analitica della mente e neuropsicologia, fondatore del Laboratorio Aperto di Ricerca Poetica (LARP), redattore, scrittore, editor, traduttore, poeta, vincitore del Premio Delfini, si debbono a lui articoli su il manifesto, la Repubblica, il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Montag, Bioetica, Nuovi Argomenti, alfabeta2 e molte altre pubblicazioni: padre di due figli, Ostuni dà alle stampe un’opera che supera d’un balzo ogni classificazione possibile ed è un romanzo in versi, rivoluzionario sin dallo sviluppo orizzontale, sul tema della genitorialità, declinato nelle sua innumerevoli sfaccettature. Sublime e unico.

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Libri

“Orsetti gommosi e granate”

81fdSyjxqHL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Mi guarda con quella faccia. Come se fosse dispiaciuto per me. Non sono un caso umano.» «Non è quello che stavo pensando,» disse Dex piano, dondolandosi lentamente. «Sono piuttosto sicuro che neanche Zach lo pensa.» «Allora, cosa?» «Stavo cercando di non arrabbiarmi.» Austen gli scoccò un’occhiata di traverso. «Per cosa?» «Per come avresti dovuto avere la possibilità di essere un ragazzino normale. Andare a scuola, metterti nei guai per aver letto dei fumetti durante l’ora di matematica o per aver messo una puzzola nell’auto del tuo insegnante di ginnastica perché aveva detto al tuo fratellino che faceva schifo a dodgeball. Difficile evitare qualcosa due volte la tua taglia che ti viene scagliato contro da ragazzini teriani più grossi di te.» Austen lo fissò. «Hai messo una puzzola nell’auto del tuo insegnante?» Dex agitò le sopracciglia. «Indovina chi faceva schifo dopo?» Austen sbuffò. «Sei proprio un coglione, Daley.» «Non è una novità.» Austen fece spallucce, lo sguardo perso nel nulla. «Difficile sentire la mancanza di qualcosa che non hai mai avuto. Io sono stato fortunato.» «Fortunato?» Dex scosse la testa, disgustato. «Sparavi in testa alla gente prima ancora di avere l’età per comprare una birra. Insomma, che diavolo aveva in testa la Sparks? D’altra parte, non è che a lei freghi un cazzo. Ti ha usato nello stesso modo in cui usa chiunque altro.» «Tu non sai un cazzo, Daley,» sbottò Austen, spaventandolo. «Sì, lei ha fatto un sacco di cose di merda, ma non pensare neanche per un secondo di conoscerla. È vero, a volte voglio dirle di andare a farsi fottere, ma lei mi ha salvato la vita. Mi ha chiesto di unirmi al TIN perché io lo volevo più di ogni altra cosa. Ero stanco di essere vulnerabile, di essere spaventato e di dover scappare. Stanco di vedere teriani della mia età buttati fuori per strada, a prostituirsi, a morire con un ago nel braccio solo perché erano teriani. Sai cosa si prova a fare un pompino a un tizio per non morire di fame? «Ci sono andato vicino una volta, ma sono scappato via all’ultimo secondo. Invece sono diventato davvero bravo a rubare e a non essere preso. Fino a Sloane. È stato il primo bersaglio che mi ha beccato, e giuro che pensavo di essere fregato, perché o mi avrebbe consegnato alla polizia o avrebbe accettato la mia offerta.»

Orsetti gommosi e granate, Charlie Cochet, Triskell, traduzione di Emanuela Graziani. La saga dei THIRDS continua con un nuovo episodio che conferma la fluidità della scrittura e la facilità per il lettore a lasciarsi condurre, per il tramite di uno stile fresco, nei meandri della narrazione, che diverte, avvince e convince. Questa volta protagonista più che l’agente Dexter è il suo desiderio di sposarsi finalmente col fidanzato: il problema è che l’addio al celibato, ovviamente, non va affatto come previsto e auspicato, e le complicazioni non si debbono al costume da orso, ma a pericoli decisamente più seri… Da leggere. Un gradito ritorno per tutti gli appassionati.

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