dialettologia, le parole della domenica

“Aspitu”

cropped-il_guercino_morte_di_cleopatradi Giuseppe Mario Tripodi

àspitu, animale immaginario che, nell’affabulare dei vecchi e dei creduloni, assomigliava al drago della tradizione medievale; i viandanti e i solitari lo incontravano, nei meriggi caldissimi o di notte, in posti angusti  e venivano  costretti, come i viaggiatori inesperti di enigmi dalla Sfinge sofoclea, ad indietreggiare.

Oltre che dal latino aspis-idos (serpente) potrebbe derivare dall’aggettivo greco háspetos,on, indicibile, inesprimibile, immenso e, quindi, pauroso: si fici n’àspitu (si è irritato moltissimo), ndavi l’àspiti (è molto alterato), àspitu mi ti mangia la facci (che un àspitu ti mangi il viso), pari n’àspitu nt’a spinàra (sembra un’àspitu attorcigliato nel roveto).

Àspitu era però termine generico; più specifico  chèlendra, dal greco classico chèl-udros (da chelus- tartaruga + udor, acqua) il cui significato originario finì per scivolare, data la mancanza di tartarughe e la maggiore frequenza di serpi nelle nostre fiumare, verso la biscia d’acqua.

Scurzuni era invece una serpe nera lunga anche più di un metro. Diffusa nelle campagne era molto temuta per via del colore malgrado non fosse velenosa: Chini ammazza ‘nu scursùnu / Diu nci manna nu vasùnu (Dio manda un bacione a chi ammazza uno scurzone).

La parola era usata metaforicamente per indicare una persona scontrosa, scura di pelle, capace, … come la donna,  di mimetizzarsi e di nascondere al futuro sposo la sua pericolosità: Pènsacce biellu miu / / ch’ ‘a fimmina de fuocu è ‘nnu tizzune / e quando bona sparmintata l’hai / te pare ‘ncilla  … e, mmece, è ‘nnu scurzune (V. Butera, Conflenti e i conflentesi, Reggio Calabria 2013, p. 57).

Scursone indica la biscia anche in Sardegna (ne parla Gramsci in una lettera dal carcere al figlio Delio) ove però è molto diffuso kolòvra, calco del latino colubra-ae.

Mpasturavacchi era invece una serpe parecchio lunga che si attorcigliava attorno alle gambe delle vacche da  latte e si alimentava poppando dalle mammelle. Confesso di non averla mai intravista nella mia ultra-ventennale esperienza di vita legata all’allevamento vaccino. Rohlfs attribuisce il nome anche a un ‘pesce che rassomiglia a una serpe’.

Serpentara è nome di grosso serpe stanziale che si sposta solo se la presenza dell’uomo si fa invadente.

Vipera, come l’analogo nome comune italiano, è l’unica serpe velenosa che vive in Calabria.

E’ un luogo comune, rafforzato dal maschilismo delle religioni monoteiste, l’associazione della vipera alla donna e al Peccato Originale che trova l’espressione massima nel Vecchio e nel Nuovo Testamento nonché, ovviamente, nel Corano.

L’espressione letterariamente più bella di questo luogo comune  è attribuita al più irregolare dei letterati, all’ ‘omo sansa lettere’ Leonardo da Vinci: “Sposarsi è come mettere la mano in un sacco di serpenti, nella speranza di trar fuori un’anguilla”.

È stato, viceversa, un filosofo abbastanza maschilista (chi non ricorda  la raccomandazione zarathustriana: ‘Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!” ) ad aver sdoganato il serpente e ad averne fatto, assieme all’aquila e all’asino, il compagno fedele di Zarathustra e il simbolo dell’Eterno Ritorno.

Ma già prima del suo capolavoro il filosofo di Röcken aveva lodato il serpente per la sua capacità di cambiar pelle ad ogni stagione, cui gli uomini dovrebbero accostumarsi per evitare l’anchilosi del pensiero.

In Calabria la pelle vecchia, che la serpe si cava strusciandosi in primavera contro siepi molto intrecciate, viene chiamata sòcira d’a serpi: sòcira perché soffocante con la ‘nuora’ serpe che deve liberarsene per essere più pronta alla vita extraletargica.

Da bambini raccoglievamo le sòcire d’i serpi per scuoterle davanti il naso delle nonne che prendevano il sole e per nasconderle nel letto dei fratellini più piccoli.

 

 

 

 

Standard
Libri

“Red Riding Quartet”

red-riding-quartetdi Gabriele Ottaviani

Esco da Manchester, passo per Wilmslow e procedo verso Alderley Edge.

Svolto in Macclesfield Road.

Non ci sono autopompe, stasera.

Accosto e parcheggio lì, il vialetto coperto di macerie…

La casa, quello che è rimasto della casa, immersa nel silenzio…

La nostra casa…

Bruciata…

Un fiammifero acceso, bruciato.

Scendo dalla macchina e risalgo il vialetto fra le macerie finché mi trovo

davanti al guscio carbonizzato di casa mia, mentre vedo quei segni e sento

quell’odore e quel sapore, ancora…

Lacrime nei miei occhi…

Incapace di fermarle, mentre ho paura…

Incapace di fermare la paura…

E vago nei punti dove c’erano porte e finestre, dove le pareti ora sono nere,

cammino lungo il fianco del garage finché raggiungo la Stanza dei Bottoni…

La Stanza dei Bottoni…

Tutto sparito…

Tutto tranne la paura…

Sapendo…

Sapendo che mi stanno facendo questo per chi sono io, per quello che sono…

Per chi conosco, per quello che conosco…

Per la paura…

Per farmi paura…

E mi chino a raccogliere un pugno di tiepida cenere nera e sputo su quella

cenere nera e la strofino fra le dita e mi disegno una croce sulla faccia…

Una croce per tenere la paura lontana…

Una croce per tenere la paura…

Una croce per tenere…

Una croce per…

Una croce.

Red Riding Quartet, David Peace, traduzioni di Giuliana Zeuli e Marco Pensante, Il saggiatore. È uno dei più importanti scrittori britannici contemporanei, e le sue opere si sono prestate, dato il ritmo serrato, la solidità della struttura, la ricchezza di temi e situazioni, la potente fluidità, niente affatto comune, a numerose trasposizioni filmiche che hanno visto tra gli interpreti tra l’altro Michael Sheen, Andrew Garfield, Rebecca Hall, Jim Carter, Paddy Considine, Michelle Dockery, Sean Bean e Chris Walker: nato cinquant’anni fa a Ossett, nel West Yorkshire, David Peace tra il millenovecentonovantanove e il duemiladue ha scritto una quadrilogia di romanzi noir ambientati nella sua contea di origine a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, per la precisione tra il millenovecentosettantaquattro e il millenovecentoottantatré, con la Thatcher al governo, mentre si combatte contro il terrorismo e per i diritti civili e dei lavoratori ma anche, in una sorta di ultimo retaggio coloniale, per le Falkland, mescolando efferata cronaca nera e compiuta e formidabile invenzione letteraria. Questi quattro romanzi qui presentati in un unico volume sono anche poemi, elegie, saggi politici che sovvertono, ampliano, arricchiscono il genere thriller approfondendone le sottili trame psicologiche in un modo tale da dare voce alle paure più comuni e da far riflettere in merito a esse. Monumentale e imprescindibile.

Standard
Libri

“Diario del ladro”

TN_Diario del ladro.qxd:Tascabile narrativadi Gabriele Ottaviani

Se, per farvi comprendere meglio fino a che punto avessi raggiunto una solitudine che mi conferiva la sovranità, utilizzo questo accorgimento retorico, è perché me lo impongono una situazione, un successo che si esprimono con le parole deputate a esprimere il trionfo nella vita secolare. Una parentela verbale traduce la parentela della mia gloria con la gloria nobiliare. Parente dei principi e dei re lo ero per una sorta di segreta relazione ignorata dal mondo, quella che permette a una pastorella di dare del tu a un re di Francia. Il palazzo di cui parlo (non può chiamarsi diversamente) è l’architettonico insieme delle delicatezze, sempre più impalpabili, che il lavoriodell’orgoglio erigeva sulla mia solitudine. Giove rapisce Ganimede e se lo scopa: avrei dunque potuto permettermi qualsiasi stravizio. Possedevo l’eleganza semplice, la spigliatezza dei disperati. Il mio coraggio consisté nel distruggere tutte le consuete ragioni di vita e nello scoprirmene altre. La scoperta avvenne lentamente. Più tardi scoprirò le virtù della disciplina osservata a Mettray – non del regolamento interno del penitenziario. Mi sforzai di diventare un colono. Come la maggior parte dei piccoli delinquenti, avrei potuto spontaneamente, senza rifletterci sopra, compiere i vari atti che realizzano il colono. Avrei conosciuto le pene e le gioie ingenue, la vita mi avrebbe proposto soltanto pensieri banali, quelli che chiunque può formulare. Mettray, che soddisfaceva i miei gusti amorosi, ferì sempre la mia sensibilità. Soffrivo. Sentivo crudelmente la vergogna di essere rapato, vestito di una divisa infame, di trovarmi confinato in quel luogo ignobile; conoscevo il disprezzo degli altri coloni, più forti di me o più cattivi. Per sopravvivere alla mia desolazione, quando ero maggiormente ripiegato in me stesso, elaboravo, senza nemmeno badarvi, una rigida disciplina. Il meccanismo era pressappoco questo (da allora lo utilizzerò sempre): a ogni accusa fattami, anche se ingiusta, avrei risposto con un sì dal profondo del cuore. Appena pronunziata quella parola – o la frase che aveva quel significato – sentivo dentro di me il bisogno di diventare ciò che mi avevano accusato di essere. Avevo sedici anni. Mi avete capito: nel mio cuore non lasciavo nessun posto dove potesse trovare asilo il sentimento della mia innocenza. Mi riconoscevo il vile, il traditore, il ladro, il pederasta che vedevano in me. Un’accusa può essere lanciata senza prove, e, allo scopo di sentirmi colpevole, sembrerà che avessi dovuto compiere gli atti propri dei traditori, dei ladri, dei vili, invece niente di tutto questo: dentro di me, con un po’ di pazienza, riflettendo, scoprivo sufficienti ragioni per essere chiamato con quei nomi. E mi stupivo di vedermi composto d’immondizie. Divenni abietto. A poco a poco mi abituai a tale stato. Lo confesserò tranquillamente. Il disprezzo che nutrivano per me si trasformò in odio: ero riuscito. Ma quali lacerazioni avevo sofferto! Due anni dopo ero forte. Un tale allenamento – simile agli esercizi spirituali – mi aiuterà per erigere a virtù la povertà. Tuttavia, il trionfo l’ottenni soltanto su di me. Anche quando affrontavo il disprezzo dei bambini o degli uomini, era me solo che dovevo vincere, poiché non si trattava di modificare gli altri, ma me stesso. Il mio potere su di me diventò grande, ma a esercitarlo così, sul mio io più recondito, divenni molto maldestro nei confronti del mondo. Né Stilitano né gli altri miei amici mi gioveranno, in quanto di fronte a loro sarò sempre troppo preoccupato di atteggiarmi ad amante perfetto. I miei viaggi attraverso l’Europa, forse, sarebbero riusciti a darmi una qualche destrezza, se non avessi rifiutato le preoccupazioni quotidiane a vantaggio di una sorta di contemplazione. Prima di quanto sto per riferire, già qualche azione l’avevo compiuta, ma non ne avevo esaminata nessuna con l’acutezza che riservavo alla mia vita morale. Conobbi l’ebbrezza dell’azione quando, ad Anversa, riuscii a legare un uomo che una sera mi aveva portato con sé presso le banchine.

Jean Genet, Diario del ladro, prefazione di Walter Siti, traduzione di Giorgio Caproni, Il saggiatore. Scrittore, drammaturgo, poeta, personaggio a dir poco controverso, pienamente decadentista benché non ascrivibile in senso stretto e corrivo a quella precisa e predeterminata corrente artistica, ma bensì per la connessione strettissima e panica tra la vita reale e l’arte, è colui che ha fissato in maniera indelebile nell’immaginario omosessuale – ancora adesso, basti pensare a certe raffigurazioni finanche pubblicitarie – il mito non solo del funambolo, delle atmosfere circensi, ma in particolare del marinaio: è dal suo Querelle de Brest che prende le mosse una pellicola che è divenuta una vera e propria pietra miliare come quella omonima di Fassbinder. La sua esistenza randagia, ai margini, ai contatto con l’abiezione più pura e la carnalità più totale, quella corruzione che ricorda gli stropicciati petali della digitale purpurea pascoliana, rivive in quest’opera in cui ogni livello è fuso insieme, ogni tema schiude la porta ad altre riflessioni, sempre più profonde e complesse, sul senso stesso della vita e delle cose, della libertà e dell’arte. La vocazione all’inganno, al sutterfugio, all’imbroglio, all’espediente e all’intrigo si fa dichiarazione di poetica, ritratto vividissimo senza filtri e infingimenti dell’amore, del male, del sesso: dedicato in occasione della sua prima edizione, nel millenovecentoquarantanove, a Sartre e a Simone de Beauvoir, Diario del ladro è da non perdere. Travolgente, erotico, filosofico, potentissimo, eccezionale.

Standard
Libri

“Caro collega”

caro-collegadi Gabriele Ottaviani

All’Alta Intendenza generale dell’I.R. Teatro dell’Opera di Corte!

Un compositore di talento, il signor Hans Pfitzner, la cui prima opera è stata rappresentata a Berlino, ha terminato una seconda opera e desidera affidarne la prima rappresentazione al Teatro dell’Opera di Corte. La Direzione vorrebbe invitare l’autore a eseguire personalmente l’opera qui a Vienna, in modo da poter prendere una decisione in merito. Poiché il signor Pfitzner non puo sostenere i costi della trasferta con i propri mezzi, si fa richiesta di potergli accordare un rimborso per le spese di viaggio pari a 200 corone.

Con la massima stima e devozione

la I.R. Direzione dell’I.R. Teatro dell’Opera di Corte

Mahler

Caro collega – Lettere a compositori, direttori d’orchestra, intendenti teatrali, Gustav Mahler, a cura di Franz Willnauer, traduzione di Silvia Albesano, Il saggiatore. È stato un compositore e direttore d’orchestra di origine ebraica-askhenazita e di lingua tedesca vissuto a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo, nato in Boemia quando ancora quella regione era parte integrante a pieno titolo dell’Impero austriaco. Ha realizzato numerose sinfonie. Si è rivolto a Sigmund Freud dopo aver scoperto il tradimento della moglie con Walter Gropius, uno dei fondatori del Bauhaus. In questo volume monumentale e preziosissimo è raccolta una messe di documenti di fondamentale importanza per comprendere l’uomo e l’artista, dalla precisissima e univoca Weltanschauung, un epistolario a una voce sola (non possediamo le risposte) che custodisce le lettere vibranti, entusiaste, timide, ossequiose e di straordinaria intensità che ha inviato a personalità del calibro di Bruckner, Dvořák, Strauss, Busoni, Schönberg, Walter, Bülow e Cosima Wagner, solo per citare alcuni fra i numerosissimi nomi possibili. Imprescindibile.

 

Standard
Intervista, Libri

Daniele Lago e lo spazio delle emozioni

download-1di Gabriele Ottaviani

Daniele Lago è uno dei più importanti designer italiani: ha scritto per Rizzoli Never stop designing spaces, e noi di Convenzionali abbiamo il piacere e il grande onore di intervistarlo.

Cosa rende un edificio una casa, una dimora adatta alla vita?

Lo spazio vitale necessita innanzitutto di spazio vuoto. Immaginate una casa con dei muri ma senza porte: non sarebbe vivibile. Il pieno deve essere quindi a servizio del vuoto, in cui avviene la vita; il pieno diventa ancora più interessante quando entra in risonanza attraverso l’empatia di un colore, di un materiale, di un oggetto con il vuoto stesso e con chi lo abita.

Com’è cambiata la percezione dell’abitare nel corso del tempo?

Dipende dalla dimensione del tempo analizzato: credo che negli ultimi decenni si stia facendo strada il desiderio di avere spazi meno compartimentati. La liquidità di Baumann è rappresentata anche negli interior, attraverso degli spazi non sempre connotati, perfetti per accogliere diverse situazioni. Un esempio di questo è la cucina, un tempo confinata in una stanza al riparo da occhi indiscreti, che oggi diventa protagonista e che spesso viene ibridata con il living, area adibita alla socialità. Durante quest’ultimo anno abbiamo ricevuto due importanti riconoscimenti nel mondo del design per la cucina Air, un tavolo tondo che permette di cucinare, unendo così più ambienti della casa.

Quali sono gli elementi più importanti da tenere in considerazione nel momento in cui si sceglie un posto nel quale vivere?

Credo sia importante andarci e riconoscere le sensazioni che si provano. È fondamentale che in questo sentire trovino spazio la luce, la dimensione architettonica e il contesto in cui è inserita la possibile futura abitazione, tutti elementi importanti per poter vivere al meglio.

Che cos’è per lei il design?

È un modo per migliorare la vita, una disciplina fantastica che permette di plasmare corpi e soprattutto di renderli significativi. Più il design è ben fatto, più impatta positivamente il mondo. Per come la vedo io, è più importante quello che succede intorno al tavolo che il tavolo stesso, ma senza tavolo nulla succede intorno ad esso. In questo continuo rincorrersi tra vuoto e pieno c’è l’arte del design.

In che modo gli oggetti influenzano la nostra percezione di un luogo?

Esistono a mio avviso tre livelli nella percezione di uno spazio: l’architettura, gli oggetti di grandi dimensioni e gli oggetti di piccole dimensioni. Tutti questi livelli contribuiscono a generare la percezione del tutto. Quelli di grandi dimensioni hanno ragione di esistere perché svolgono dei compiti; a me piace spesso pensarli ibridati alla dimensione architettonica. Ci sono poi i piccoli che sono quelli che più di altri parlano di noi: un libro, un quadro, un vaso preso in un viaggio lontano da casa.

Qual è il giusto equilibrio armonico tra intervento umano e natura nella progettazione di uno spazio?

Personalmente mi piace avere un grande rispetto della natura e quindi rientra in gioco l’empatia per calibrare architetture, oppure oggetti che ne esaltino il valore. Penso al nostro Wildwood, un legno di rovere centenario, che trasmette un’energia incredibile al solo contatto.

Che valore e importanza hanno nella nostra società la storia, la memoria, la conservazione del patrimonio culturale, l’estetica e la bellezza?

Credo che abbiano un valore enorme, ma credo sia altrettanto importante avere una capacità di reinventarsi quotidianamente cercando l’eccellenza nella vita e nel nostro agire. Il patrimonio culturale di una nazione come l’Italia è anche un patrimonio genetico, ed è proprio da questo che dobbiamo tornare ad innovare e ad avere una capacità immaginifica nell’estetica che tuttora il mondo ci invidia.

In che modo l’arte dialoga secondo lei con la realtà e la materia?

La materia è un connettore ideale per il dialogo. Basti pensare a quante volte tocchiamo oggetti e persone e a come questo contatto sia sufficiente per innescare uno scambio. Nell’arte come nel design questo vettore viene interpretato con molteplici suggestioni, con un’unica variante: nel design la materia ha spesso una funzione anche pratica, non necessaria nel mondo dell’arte.

Esistono luoghi ideali?

Sì, dove si celano i sentimenti più belli.

Standard
Libri

“Never stop designing spaces”

download (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

La vita va vissuta, altrimenti non è vita. È banale a dirsi, ma è la realtà delle cose. E la vita per essere vissuta, per dipanarsi compiutamente e completamente, ha bisogno non solo di tempo, ma anche, con ogni evidenza, di spazio. Di spazi. Spazi in cui abitare, nei quali dare libero sfogo alla propria creatività, spazi in cui sentirsi finalmente a casa, completi, sicuri. E il viaggio serve anche a questo, a cambiare spazio, a cambiare luogo, a trovare un altro proprio posto nel mondo, per riaffermarsi e autodeterminarsi, per crescere e migliorare, per sviluppare appieno il dovere del proprio talento, che è un riguardo fondamentale nei confronti della società intera. L’Italia, sovente maltrattata, è spesso piena di bei luoghi: in questo libro Daniele Lago, grande designer, dà vita una vera e propria esperienza emotiva ed emozionale, da vivere e condividere. Attraverso le pagine e le splendide immagine di Never stop designing spaces, per Rizzoli, si passeggia tra Assisi, San Gimignano, Lucca, Matera, Napoli. Sorrento, San Vito Lo Capo, Vicenza, Livigno e Torino. E si conosce, si prende spunto, si raffina la propria sensibilità.

Standard
Libri

“Insieme”

51a30d69-ac28-49de-828e-2801df723d0b-1.jpgdi Gabriele Ottaviani

Aldo Balzanelli – Prima di affrontare la questione della costruzione della cultura politica nuova, vorrei affrontare la questione del vostro partito, del PD. In primo luogo perché il PD non si sa più cosa sia. Se lo si osserva dall’esterno appare non come un partito, ma una serie di partitini in perenne lotta fra loro (tanto che c’è chi, come Cacciari, pensa che una scissione sarebbe tutto sommato salutare). In secondo luogo perché le sezioni, i circoli del partito non sono più da tempo un luogo dove si discute di politica. C’è in sostanza un problema della “forma partito”. Renzi ha una sua idea, che appare molto simile a quella di Berlusconi e Grillo: un leader che guida e che, attraverso i social e la televisione, porta con sé i suoi. È questa la soluzione? Non lo so, ma nemmeno il ritorno alla struttura del vecchio PCI può essere la soluzione perché è impraticabile. Quindi come affronta la sinistra il tema della necessità di una nuova “forma partito”?

Virginio Merola – Io tendo a vedere la questione come sindaco. Innanzitutto è vero quello che dice Andrea, c’è stata una grande opportunità, a mio avviso sprecata: l’incontro fra due culture di sinistra democratica, una sintesi che potrebbe essere davvero il nuovo punto di riferimento per l’intera sinistra europea. Il problema di fondo è che non l’abbiamo ancora fatta questa sintesi: l’impoverimento delle strutture del PD è avvenuto in assenza di una discussione di politica culturale. Quali sono le idee? Ma soprattutto come si cerca di realizzarle? Come si fa una sintesi di questi due mondi? Questa sintesi è necessaria perché una forza politica senza una visione del mondo non ha senso. Renzi, evidentemente, ha pensato che questa non fosse una priorità e ha archiviato il problema sotto la categoria “mi basta che il partito sia un comitato elettorale che funzioni per gli appuntamenti elettorali”. Sul modello americano, ma in un contesto completamente diverso. E gli effetti di questa sottovalutazione si sono visti nel referendum…

Aldo Balzanelli – …Anche perché è vero che il modello di partito degli Stati Uniti si costruisce intorno agli appuntamenti elettorali, ma in tutta la lunga fase che precede le elezioni assomiglia moltissimo alla vecchia struttura organizzativa del PCI, altro che partito liquido…

[…]

Andrea De Maria – Penso che la storia vada avanti. Noi abbiamo un percorso alle spalle, abbiamo fatto l’Ulivo e proprio ragionando sull’esperienza dell’Ulivo è nato il Partito Democratico. Il PD è nato con l’idea di tradurre in un nuovo partito politico l’esperienza dell’Ulivo (che aveva il limite, come ha spiegato Merola, di essere una via di mezzo tra una coalizione di partiti e un progetto comune). A mio parere l’idea del PD che unisce i grandi riformismi della storia del Paese va confermata. Ribadisco che in questo il PD ha una grande responsabilità anche sul piano europeo, perché noi abbiamo giustamente aderito al Partito del Socialismo Europeo che – come abbiamo detto – vive un momento di crisi profonda, e proprio perché il PD ha unito culture politiche diverse può essere protagonista di un forte rinnovamento del socialismo europeo. Però confermare quell’idea di PD non significa pensare a un partito isolato e autosufficiente: questo è il rischio che corriamo oggi. Ritengo, invece, che proprio perché si conferma la scelta del PD dobbiamo fare un ragionamento di alleanze, politiche innanzitutto. Penso che alle prossime elezioni si debba presentare una nuova coalizione di centrosinistra che abbia il perno sul PD ma che abbia anche altri interlocutori, a sinistra e al centro. Ma penso anche ad alleanze sociali, da costruire promuovendo l’iniziativa dal basso e i rapporti con l’associazionismo. Non è un caso che proprio da Bologna si lanci l’idea di un PD non autosufficiente: perché un partito forte non teme né il dialogo né le alleanze. Anzi, sa costruire dialogo e alleanze proprio perché forte, e in più così facendo si rafforza.

Virginio Merola, nato a Santa Maria Capua Vetere sessantadue anni fa, dottore in Filosofia, dal maggio del duemilaundici – è al suo secondo mandato – è sindaco del comune di Bologna, dove si è trasferito insieme alla sua famiglia sin da quando aveva cinque anni, e fa parte della direzione nazionale del Partito Democratico. Andrea De Maria, invece, cinquantun anni ancora da compiere, ha concluso dopo nove anni nel duemilaquattro la sua esperienza di primo cittadino a Marzabotto, nel Bolognese, città decorata con la medaglia al valor militare per la guerra di liberazione e tristemente nota per l’orribile eccidio perpetrato dai nazifascisti che vi ebbe luogo fra il  ventinove di settembre e il cinque di ottobre del millenovecentoquarantaquattro: in seguito è stato vicepresidente della provincia di Bologna, segretario del Pd felsineo, dal duemilatredici è deputato Pd e l’anno successivo viene nominato Responsabile della Formazione Politica e componente della Segreteria Nazionale del Partito Democratico. Aldo Balzanelli, dal canto suo, è un giornalista di lungo corso e chiara fama, oggi consulente della direzione centrale del quotidiano la Repubblica dopo esserne stato per dodici anni responsabile della redazione locale del capoluogo dell’Emilia-Romagna. Sono questi tre illustri nomi i protagonisti di un dialogo – prefazione di Giuliano Pisapia, anche lui ex sindaco, di Milano – che con invidiabile agilità tratta, facendo riflettere il lettore e proponendo spunti, soluzioni, progetti e speranze un tema quanto mai attuale, e che certamente coloro i quali si sentono idealmente vicini a certe istanze politiche vivono con interesse e passione: ovvero quale sia, in un mondo in cui sembrano avanzare sempre di più, e da tempo, il qualunquismo, l’incompetenza, la xenofobia, l’intolleranza nei confronti di tutto ciò che appare proporre una visione diversa del reale rispetto a quella che appare più immediatamente e facilmente intelligibile, il futuro di quella che ancora oggi viene definita sinistra, ossia quella fazione politica che almeno per tradizione si rifà alle istanze socialiste. Insieme per un campo democratico e progressista (Edizioni Pendragon). Un libro che induce a riflettere e che si configura come una conversazione densa, ricca, interessante, problematizzata nel dettaglio.

Standard