Cinema

“Dickens – L’uomo che inventò il Natale”

the-man-who-invented-christmas1di Gabriele Ottaviani

Nel milleottocentoquarantadue è in America perché il suo ultimo romanzo è stato un trionfo. L’anno successivo al tour al di là dell’oceano Atlantico invece è di nuovo costretto a ricominciare – quantomeno a tentare di farlo, perché è bloccato e nessuno lo aiuta, anzi, tutti coloro che campano grazie al suo lavoro lo disturbano di continuo mentre è all’opera… – a scrivere forsennatamente per denaro perché i tre libri successivi (e Thackeray, fiero e vanitoso per antonomasia, non evita affatto di sottolinearlo) a Oliver Twist sono stati commercialmente un disastro. Londra è cara, ha una famiglia che continua a crescere, un padre a cui garantisce benessere ma che non riesce proprio a mettere la testa a posto, che gli ha insegnato che nessun uomo è inutile se può alleviare il fardello di un altro ma che gli ha rovinato l’infanzia a causa della sua scelleratezza e dell’incarcerazione per debiti, costringendolo a incarnare al bancone di un afabbrica di lucido per scarpe, in condizioni esiziali, uno dei suoi tanti protagonisti. Gli ultimi. I poveri. Gli emarginati. I sofferenti. Gli sfortunati. Quelli segnati a dito. Quelli di cui quelli che ben pensano non vogliono che si parli, perché storie che li riguardano non possono essere letteratura. E invece lui è il migliore di tutti. È la letteratura. È Dickens – L’uomo che inventò il Natale. In sala dal ventuno di dicembre, è il racconto emozionante, ben realizzato sotto ogni aspetto, godibilissimo e ben al di sopra delle aspettative, pure assai elevate, della genesi del capolavoro dei capolavori, per certi versi rivoluzionario, A Christmas carol, talmente solido nella sua dimensione narrativa da essere impagabile anche nella parodia disneyana (Paperon de’Paperoni, nato dal genio di Carl Barks, dall’Oregon con furore, si chiama Scrooge per il caro Ebenezer, in fondo…), e non solo. Con gli ottimi Dan Stevens e Christopher Plummer e tanti altri. Da vedere.

 

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Libri

“I colori della prosperità”

ridimensiona.jpgdi Gabriele Ottaviani

I colori della prosperità: frutti del vecchio e del nuovo mondo, a cura di Antonio Sgamellotti e Giulia Caneva, Bardi edizioni. Con prefazione di Alberto Quadrio Curzio e interventi di insigni studiosi come Sgamellotti, Caneva, Zuccari, Tongiorgi Tomasi, Lapenta, Antetomaso, Rossano, Seccaroni e Bartoli, analizzando i fregi nel minimo dettaglio, facendone un’esegesi finanche attraverso il significato di meraviglia, amore e potere affidato alle centosettanta specie di frutti e fiori ritratte con valenza allegorica (che sia perché si sosteneva, per esempio, che il cavolo fosse un efficace rimedio per l’ubriachezza che gli unici grappoli avvizziti che si vedono sulle pareti mirabilmente affrescate siano proprio accanto all’effigie della succitata brassicacea?), ed esaminando il tutto per colore (rosso, arancio, giallo, verde, blu, viola, rosa, marrone, nero e bianco) e per composizione chimica dei materiali (carbonato di calcio, neri a base di carbone, terre e ocre, gialli artificiali, cinabro, vermiglione, oltremare, lapislazzuli, azzurriti, azzurro di smalto, malachite, terra verde) il volume, agilissimo e stupendo, ricchissimo di immagini sensazionali, indaga nel dettaglio la Loggia di Amore e Psiche della Villa Farnesina a Roma. Un viaggio più vero del vero.

 

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Libri

“Rivoluzioni americane”

51QPYev8QlL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Stabilendo un nuovo confine attraverso i Grandi Laghi, il trattato di pace aveva ceduto agli americani i forti britannici più importanti, compresi quelli di Detroit e Niagara.

A scuola è raro che si studi: del resto i programmi – e non solo loro… – in fondo non è che si siano granché evoluti dall’epoca di Gentile. In teoria gli anni conclusivi di ogni corso dovrebbero essere dedicati alla storia a noi più prossima, fino a oggi, o al massimo a ieri. All’atto pratico però, viceversa, sia in terza media che in quinto superiore, per dire, non è che si vada molto più avanti della seconda guerra mondiale. Cioè di quello che facevano i nostri genitori. Una generazione fa. Per tanti motivi, certo. E per altrettante colpe e numerosi lassismi, soprattutto. Figuriamoci però dunque se viene trattato con l’attenzione che merita fra i banchi di scuola un tema fondamentale come la rivoluzione americana: è già tanto se si parla di quella francese, e dall’Esagono non ci divide certo un oceano. E nemmeno è detto, poi, che si riesca ad affrontare l’argomento senza citare, con tutto il rispetto, Lady Oscar… D’altro canto è già sbagliata la definizione di rivoluzione americana, al singolare: perché non è un fenomeno unico, né unitario. È il prodotto di una vitalissima molteplicità che pone le basi della contemporaneità. Rivoluzioni americane – Una storia continentale, 1750 – 1804, di Alan Taylor per Einaudi (traduzione di Dora Di Nunno), è un testo di rara perfezione, chiarissimo, splendidamente illustrato e con un magnifico e poderoso apparato critico.

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Libri

“L’impero delle cose”

51NU2J5B3nL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Già nel 1915, i passeggeri irritati dai disservizi dei trasporti si erano riuniti in un’associazione per dare voce alle loro lamentele…

Millenovecentoquindici. Sì, avete letto bene la citazione. Millenovecentoquindici. Centodue anni fa. C’era la prima guerra mondiale. E le persone si lamentavano dei trasporti pubblici. Pensate se si trovassero oggi. A Roma. Con l’ATAC. In cui in tanti sono entrati solo perché parenti e amici di amici e parenti, non perché competenti. Un’azienda i cui mezzi sono rotti. Lasciati ammuffire nei depositi. Sabotati. Una società i cui macchinisti della metro capita persino, per fare un esempio, che mangino alla guida – quando non stanno al telefono – e occasionalmente tirino sotto le persone. Una ditta amministrata dalla politica in un modo che grida vendetta a Dio e agli uomini, e magari fossero iperboli. Purtroppo sono dati di fatto. Ma forse se ci fossero le donne e gli uomini del millenovecentoquindici a protestare la situazione sarebbe diversa. Perché all’epoca c’era ancora coscienza dell’impegno civile. Consapevolezza, di sé e del proprio ruolo nella società. Non tutto, allora, era stato reificato. Perché oggi, invece, siamo abituati a considerare spesso tutto come una merce. Dimenticandoci di cose più importanti e che non hanno prezzo. Come diritti e valori. Il fenomeno, certo, è ampio e complesso, il suo sviluppo lungo nel tempo: Frank Trentmann ne fa un’esegesi straordinaria, in cui ogni tema è trattato, ogni curiosità soddisfatta, anche grazie a un corredo di immagini perfette. L’impero delle cose – Come siamo diventati consumatori – Dal XV al XXI secolo, Einaudi (traduzione di Luigi Giacone) è un testo monumentale e di importanza capitale, una vera e propria pietra miliare del dibattito in merito a questi temi.

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Libri

“Il fasciocomunista”

51vopStl-GL._SL218_PIsitb-sticker-arrow-dp,TopRight,12,-18_SH30_OU29_AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È stramazzato a terra – steso immobile – mentre io non sapevo più che fare.

Il fasciocomunista, Antonio Pennacchi, Mondadori. Scrivere, riscrivere, emendare, ampliare, tornare sui propri passi, rivedere una volta, e poi un’altra, e poi ancora, e ancora, e ancora le proprie decisioni, fino a quando non si è convinti, ammesso che si riesca a esserlo, alla fine di questo lungo processo: per chiunque abbia l’esigenza di imprimere su carta il proprio pensiero, il procedimento della revisione è uno scoglio che non si può non affrontare. Inesorabile, si presenta sempre, come un varco impervio, e non ci sono altre strade che consentano di passare oltre, aggirando l’ostacolo. Per alcuni autori, poi, il fenomeno della riscrittura è una peculiarità poetica, che attiene all’essenza stessa della propria opera (si pensi, tra gli altri, a Pontiggia), e nel Novecento italiano l’esempio più fulgido di tutti in questo senso è con ogni probabilità Alberto Arbasino, in particolare per quanto concerne il suo romanzo-saggio-manifesto Fratelli d’Italia. Scritto inizialmente nel millenovecentosessantatré e pubblicato da Feltrinelli, rivisto e riedito da Einaudi nel millenovecentosettantasei e in seguito ancora rielaborato nel millenovecentonovantuno (la terza edizione, targata Adelphi, è del millenovecentonovantantré), narra le vicende estive in giro per l’Europa e l’Italia di Antonio e l’Elefante, due giovani omosessuali. In realtà però questo è solo un pretesto, per raccontare un certo ambiente culturale italiano negli anni Sessanta. Le varie revisioni presentano differenze sostanziali, al di là del mero conteggio delle pagine, che col passare del tempo sono letteralmente lievitate, da cinquecentotrentadue a seicentosessantatré fino a ben oltre mille: l’amico del narratore, ma questo è solo uno dei possibili esempi, si chiama infatti prima Antonio, poi Andrea − rimanendo tutto sommato però per il resto abbastanza invariato nelle sue caratteristiche più significative, e c’è da considerare che in effetti Fratelli d’Italia, orizzontale, caotico, senza punti di vista classicamente intesi, in continua proliferazione e pluridialogico, è un romanzo che nasce per non avere volutamente protagonisti −, poi di nuovo Antonio. Si è detto, appunto, che non è un semplice romanzo, ma anche un saggio e una dichiarazione di poetica: c’è da dire che non è il solo caso. Antonio Pennacchi, infatti, Premio Strega ormai qualche anno fa con l’ottimo affresco di storia e vita che prende il nome di Canale Mussolini, dà ora alle stampe una nuova versione del Fasciocomunista. Una rilettura. Una riscrittura. Un approfondimento. Una nuova contestualizzazione. Una limatura. Un lavoro di fino, cesellato fin nel minimo dettaglio. Una nuova presa di coscienza del valore di determinate istanze. Politiche. Sociali. Culturali. Accio Benassi è sempre lui. Scriteriato. Attaccabrighe. Impacciato. Di Latina. Frequenta l’MSI. I maoisti. I preti. Un eroe fuori tempo e senza tempo, sempre divorato dal fuoco dell’agitazione. Che è quella che anima anche la scrittura. Un classico impeccabile. E imprescindibile. Un affresco preciso, puntuale e variopinto della nostra società in continua evoluzione. Che la letteratura, organismo vivo e vitale, non cessa mai di raccontare.

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Libri

“Sbam!”

download (3).jpgdi Gabriele Ottaviani

Le canzoni del disco hanno molti riferimenti al tempo che scorre, immagino dipenda dalla mia età, dal senso di perdita che in questi anni ha invaso il campo con la morte a raffica iniziata con Umberto poi la mamma poi il babbo e in mezzo pure qualche persona con la quale sono cresciuto. Poi ci sono amici che si operano, quelli che invecchiano e mostrano qualche acciacco, perfino qualche albero che ho visto crescere che ora è diventato gigante e fra poco andrà tagliato sennò cade addosso alle macchine. Che palle. Quando vado al cimitero a innaffiare il praticello davanti alle tombe dei miei faccio due passi e l’occhio mi cade sulle tombe nuove, quelle ancora con la terra e la foto uscita di fresco dalla stampante laser e messa provvisoriamente in una cartellina di cellophane. Quante facce che conosco! Li conosco quasi tutti. Li ho visti al bar, in piazza, per strada, alla Coop, dal giornalaio, in giro, e ora se ne stanno lì sotto terra. Abitare in una piccola città come Cortona comporta questo. Vedi scorrere la vita delle persone. Nelle città grandi questo non succede. A New York non muore mai nessuno. A Milano qualcuno muore, ma sono abbastanza rari. A Cortona muoiono continuamente. Bisogna fermare questa emorragia, direbbe il protagonista di un film. Ma è una parola. È vero che la gente muore, ma ci sarà anche qualcuno che nasce, no? Fiocchi rosa o celesti ne abbiamo? Tirateli fuori, per favore, anche per finta, fatelo per me. Non per fare della filosofia, ma la cosa che si può fare è provare a far parte delle cose che succedono tentando di portare acqua al mulino delle cose belle, il più possibile, senza fare tante storie.

Sbam!, Jovanotti, Mondadori. Non è un libro. Non è una rivista. È entrambe le cose. È molto di più. È una factory warholiana. È un’ode alla bellezza, declinata in tutte le sue caleidoscopiche sfumature. È il diario di viaggio di Lorenzo Cherubini e del suo nuovo album, prodotto da Rick Rubin, una grande avventura, con ogni evidenza, umana e musicale. Con i contributi di Andrea Bajani, Donatella Di Pietrantonio, Sergio Ramazzotti, Federico Taddia, Dave Eggers, Paolo Baldini, Michele Lupi, Franco Cava, Mariangela Gualtieri, Francesca Valiani, Piero Negri, Vasco Biondi, Telmo Pievani, Bombino, Giovanni Soldini, Zadie Smith, David Toffolo, Paolo Benanti, Iacopo Barison ed Emma Rathbone. Più colorato del carnevale, più scintillante di un focolare a cui ci si accosta con chi si ama.

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Libri

“Il cervello pragmatico”

51KbcO4tmtL._SX317_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La metafora rientra tra i fenomeni pragmatici più studiati attraverso tecniche di neuroimmagine.

Il cervello pragmatico, Valentina Bambini, Carocci. Il significato è il contenuto dell’espressione. Il contesto è il complesso degli elementi linguistici ed extralinguistici considerati nel loro insieme in quanto capaci di offrire significato al singolo elemento e agli enunciati. Il linguaggio è la facoltà dell’uomo di comunicare ed esprimersi per mezzo di suoni articolati, organizzati in parole, atte a individuare immagini e a distinguere rapporti secondo convenzioni implicite, varie nel tempo e nello spazio. Il cervello pragmatico è quello che sa usare il linguaggio nella comunicazione, quello che sa capire, per esempio, l’ironia. Valentina Bambini ne parla con mirabile chiarezza, in un testo interessantissimo e adatto a tutti.

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