Intervista, Libri

“Scrivere è tirare i fili…”

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Hanne Ørstavik ha scritto l’ottimo A Bordeaux c’è una grande piazza aperta: Convenzionali l’ha intervistata per voi.

Da cosa nasce questo suo romanzo?

Un romanzo inizia sempre da più parti, come se tutto si concentrasse e diventasse una matassa, e scrivere è tirare i fili, vedere la rete, la struttura. L’inizio emozionale: vivevo una relazione che non capivo. Avevo bisogno di scrivere il romanzo per sperimentare le mie domande in quella specie di modello architettonico che per me è un romanzo, per essere nelle emozioni per il tramite di un’altra persone, che non ero io. Per essere dentro e fuori nello stesso tempo. L’inizio formale è venuto da qualche immagine che non smetteva di tornarmi in testa. Queste immagini erano di una grande piazza. Ho saputo subito che era a Bordeaux. Vedevo una persona vestita di nero, trascinata dietro una carrozza, legata da una corda intorno alle mani. Vedevo una ghigliottina. Avevo questa immagine di guardare in basso, vedere i miei piedi, pantaloni neri, scarpe nere, e non sapere se ero una donna o un uomo. E dentro tutte queste immagini, c’era una tensione di pericolo, di sessualità. Sapevo che dovevo mandare il mio personaggio a Bordeaux, e vedere cosa sarebbe successo.

Che cosa rappresenta per lei l’amore?

È anche la mia domanda. Non lo so. Ma scrivendo questo romanzo, e i due dopo, ho fatto un percorso, e adesso credo che il primo amore, quello radicale, dal quale nasce la disponibilità per tutti i nostri amori, è l’amore per sé stessi.

E il desiderio?

Il desiderio è per me una cosa nascosta, trovo che spesso sia un po’ difficile avere accesso al proprio desiderio. Nello stesso tempo il desiderio è il corpo vivo. Non è nella testa, nei pensieri. Essere aperti al proprio desiderio, veramente provarlo, poi viverlo, è la grande sfida per rimanere vivi e vivere pienamente. Nel romanzo la mia protagonista Ruth, nel confronto con Johannes, che vuole totalmente, corpo e anima, si trova di fronte a un rifiuto fondamentale. Johannes dice di avere un improvviso desiderio pornografico, di cui lei non fa parte. Di fronte a questo muro Ruth inizia una propria odissea, per esplorare il suo desiderio.

Che cos’è la nostalgia?

La nostalgia intesa come qualcosa di rivolto al passato, indietro, non m’interessa. Non la provo, non so cosa sia. Ma se invece è l’espressione di una mancanza, di qualcosa che si vorrebbe ma si pensa di non poter avere, quello lo posso riconoscere.

Qual è il valore della memoria?

Sono curiosa, perché me lo domanda? Che cosa nel romanzo le fa pensare alla memoria…? Io penso che la memoria non sia nella vita vissuta. Non è fissa. La memoria è sempre ora, adesso. È un adesso in dialogo con qualcosa che non c’è più, ma nell’atto di ricordare, siamo qui. Parla del momento, parla di noi, qui. Così, la memoria dà accesso a un momento in cui è presente un ‘prima’ – è una relazione con il vissuto dentro di noi.

A che cosa dà più importanza quando decide di raccontare una storia?

Che sia vera. Non come verità della vita fuori dal romanzo, ma dentro. Deve essere vera, dentro.

Cosa pensa della situazione culturale globale?

Non lo so. È troppo grande. Vorrei dire che voglio avere speranza. Ma non lo so.

Qual è il compito della letteratura?

Rendere possibile condividere la vita interiore, la densità dell’esistenza, dare accesso a noi stessi.

Perché scrive?

Volevo diventare psicologa. Ho iniziato a scrivere quando aspettavo un posto all’università di Oslo. Non sapevo che scrivere fosse possibile per me, che potesse essere un orizzonte nella mia vita. Continuo a scrivere perché è un posto dove vivere che è tanto intenso e vivo e grande. Ogni volta, ogni romanzo, diventa un mondo nuovo. Che non esisteva prima. Non posso non farlo ancora. E ancora, ancora.

Cosa spera di trasmettere ai suoi lettori?

Non ho niente di trasmettere, penso piuttosto che voglio aprire il romanzo come luogo d’esperienza, di vita, propria, per ognuno, per vivere il romanzo, provarlo, dentro di sé.

Qual è il libro che avrebbe voluto scrivere?

Amo Emily L. di Marguerite Duras, As I Lay Dying di William Faulkner, La Storia di Elsa Morante, la quadrilogia di Elena Ferrante, Mrs Dalloway di Virginia Woolf e la poesia di Anne Carson, come The Glass Essay e Antrophology of Water. Ma la vera risposta è: il mio prossimo libro. Non posso pensare di scrivere il libro di un’altro.

Il film preferito?

Adesso, forse Mamma Roma di Pasolini. Per la passione e la nudità della disperazione, e l’amore della madre per il figlio.

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68. Berlinale

“Don’t worry, he won’t get far on foot”

joaquin-phoenix-don-t-worry-he-won-t-get-far-on-foot-1516190750di Gabriele Ottaviani

La cerca. Ma sa poco di lei. Che era metà irlandese e metà statunitense. Che aveva i capelli rossi. Che era un’insegnante. Che l’ha messo al mondo in un ospedale dell’Oregon nel millenovecentocinquantuno. E che non ha voluto o potuto tenerlo con sé. È sua madre. Lui invece è un alcolizzato. È paralizzato, in pratica, dal collo in giù, dopo un incidente stradale che gli è occorso quando era ventunenne. È in cerca di sé. È in terapia, dove incontra l’amicizia, perché ognuno, sulla terra, è solo e bisognoso d’un affetto che zittisca la paura che gli brucia dentro, quale che sia, e dove conosce la forza salvifica del perdono. È un fumettista. Irriverente. Brillante. Che attraverso il disegno ritrova la vita. È un uomo. È John Callahan, scomparso oramai otto anni fa. È la sua biografia, da cui Gus Van Sant (Mala noche, Drugstore cowboy, Belli e dannati, Cowgirl, Da morire, Will Hunting, Psycho, Scoprendo Forrester, Gerry, Elephant, Last days, Paranoid park, Milk, L’amore che resta, Promised land, La foresta dei sogni, When we rise) trae il suo ultimo e bellissimo film, convincente sotto ogni aspetto, Don’t worry, he won’t get far on foot, con Jack Black, Rooney Mara (finalmente in parte, e naturalmente bella l’alchimia col suo attuale compagno), Mark Webber, Beth Ditto, Udo Kier, Carrie Brownstein, Ron Perkins, Kim Gordon, Heather Matarazzo, Steve Zissis, un ottimo Jonah Hill e un eccellente, magnetico, istrionico, straordinario Joaquin Phoenix (Space camp, Parenti, amici e tanti guai, U Turn, Innocenza infrante, Il tempo di decidere, 8 mm – Delitti a luci rosse, The Yards, Il gladiatore, Quills, Buffalo soldiers, Signs, Le forze del destino, The village, Squadra 49, Hotel Rwanda, Quando l’amore brucia l’anima, I padroni della notte, Reservation road, Two lovers, Joaquin Phoenix – Io sono qui!, The master, C’era una volta a New York, Lei, Vizio di roma, Irrational man, You were never really here, Maria Maddalena).

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68. Berlinale

“Cross my heart”

download (2)di Gabriele Ottaviani

Cross my heart. Un vero e proprio gioiello, incantevole, dal Canada, che in quanto a cinema non ha nulla da imparare, anzi (vi dice niente, tanto per fare un esempio, un certo Xavier Dolan?). A metà strada tra C.R.A.Z.Y. e Stand by me, è la storia delicatissima, intensa, allegra, emozionante, coinvolgente, sconvolgente, geniale, travolgente, tenera, umanissima e intima di Manon. La cui famiglia è allo sbando. Gli adulti spesso e malvolentieri non si rendono conto di quanto possano far male con i loro comportamenti alle persone di cui invece in assoluto dovrebbero avere maggior cura. E quindi può capitare che la fatica del crescere debba essere ancora più precoce del previsto… Fotografia, costumi, suoni, colori, musiche, scrittura, regia e interpretazioni spettacolari.

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68. Berlinale

“Cobain”

MV5BODIxMjNjN2YtMTFkYS00ODI5LTlkMzUtYmViNDM2ZDEyZDdjXkEyXkFqcGdeQXVyMjQ3NzUxOTM@._V1_UY1200_CR109,0,630,1200_AL_di Gabriele Ottaviani

Cobain. Nanouk Leopold (Îles flottantes, Guernsey, Wolfsbergen, Brownian Movement, Boven is het stil) torna al festival di Berlino, che già ha accolto le sue opere in passato, come pure Cannes e Toronto, con una storia commovente ed emozionante, intima, delicata, toccante, struggente, ben scritta, ben diretta, ben recitata, semplice, non nuova ma trattata con originalità, quella di un figlio che è più adulto della sua genitrice. Cobain ha quindici anni ed è nato da Mia. Che è di nuovo incinta e che ha una condotta a dir poco autodistruttiva. Ma Cobain è forte e speciale. E… Con Bas Keizer e Naomi Velissariou.

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68. Berlinale

“Utøya 22. Juli”

201814411_1_IMG_FIX_700x700di Gabriele Ottaviani

Utøya 22. Juli. Il ventidue di luglio del duemilaundici, un venerdì, la Norvegia è finita sotto attacco terroristico da parte di un estremista di destra allora trentaquattrenne che con un ordigno esplosivo in pieno centro a Oslo presso i palazzi del potere e poi armato di tutto pugno nell’isolotto di Utøya dove si stava svolgendo il campo estivo della sezione giovanile del locale partito laburista ha ucciso settantasette persone, ne ha ferite novantanove e lasciato traumi indelebili in un intero popolo e non solo, stroncando speranze, sogni, desideri, ambizioni. Il film è ispirato a fatti veri, e ai circonstanziati racconti dei superstiti: la commissione d’inchiesta ha dimostrato che l’eccidio poteva essere evitato, che le forze dell’ordine erano impreparate e non sono state all’altezza. L’attacco sull’isola, a un piccolo braccio di mare di distanza dalla capitale scandinava, verso nordovest, è durato settantadue minuti. Quelli del piano sequenza ininterrotto finale della pellicola che ne dura novanta: straziante, devastante, necessaria. Straordinaria la giovanissima protagonista Andrea Berntzen.

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68. Berlinale

“7 days in Entebbe”

75975-lgynirngzx-1512733617di Gabriele Ottaviani

Nell’estate del millenovecentosettantasei, nell’Uganda del dittatore Idi Amin, simpatizzante dell’OLP, per la precisione nella città di Entebbe, provvista di un aeroporto, ebbe luogo un’azione militare che prese il nome da quella località, ma che fu anche denominata in seguito Operazione Fulmine o ribattezzata Yonatan, in onore del tenente colonnello Netanyahu, fratello maggiore dell’attuale primo ministro dello stato ebraico, comandante del gruppo d’assalto durante il raid e unico militare israeliano a rimanervi ucciso, all’epoca, in Italia, del quinto governo Moro, nella notte fra il tre e il quattro di luglio, una settimana dopo che il volo 139 dell’Air France, un Airbus A300 proveniente dall’allora non ancora gay-friendly e turisticissima Tel Aviv, decollato domenica ventisette di giugno da Atene e diretto a Parigi, con a bordo duecentoquarantotto passeggeri e dodici membri dell’equipaggio, era stato dirottato da un commando tedesco e palestinese appena staccatosi dal suolo ellenico prima su Bengasi e poi, appunto, su Entebbe. 7 days in Entebbe, di José Padilha (Narcos, RoboCop, Gli squadroni della morte), racconta, come già è stato fatto al cinema in varie altre occasioni, questa storia, usandola naturalmente come pretesto per indagare le dinamiche umane, ma non discostandosi granché da un pur dignitoso canone: con la sempre bella ma non esageratamente espressiva Rosamund Pike, Daniel Brühl, Eddie Marsan, Lior Ashkenazi, Denis Menochet, Ben Schnetzer, Angel Bonanni, Juan Pablo Raba e Nonso Anozie.

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68. Berlinale

“3 days in Quiberon”

201818984_4_IMG_FIX_700x700di Gabriele Ottaviani

3 days in Quiberon. Morbihan, Bretagna, millenovecentoottantuno. Ha quarantadue anni, è neghittosamente avvolta in una dimensione, soffice e rassicurante, in apparenza, come un innocuo e confortevole accappatoio di spugna, di sospensione della quotidianità e dei suoi ritmi, in una spa per cercare di disintossicarsi, prima di tutto dai suoi fantasmi (ne ha passate troppe, è sulla bocca di altrettanti e per lo più sempre a sproposito), perché il suo voler essere una buona madre glielo impone, si fa raggiungere in questo luogo-non luogo d’abbacinante bellezza da una carissima e vera amica e, dato che conosce e apprezza affettuosamente il fotografo che la ritrarrà (le immagini faranno epoca), accetta un’intervista per l’ostica e ostile stampa tedesca. Per tutti è Sissi, in realtà è una donna fragilissima e piena di umanità, che purtroppo dà sempre il cuore a chi non sa che farsene, ritratta da Emily Atef, che scrive e dirige, in maniera meravigliosa, molto più profonda di una semplice ma pur eccellente mimesi, in una pellicola di rara sensibilità, mai canonica o didascalica, elegantissima, ben fatta sotto ogni aspetto, suggestiva come poche – il bianco e nero e la fotografia aiutano assai, ma non solo – e che vede nel ruolo niente affatto facile di Romy Schneider una splendida Marie Bäumer, supportata da un cast pregevolissimo: Birgit Minichmayr, Charly Hübner, Robert Gwisdek, Denis Lavant, Yann Grouhel, Christopher Buchholz, Vicky Krieps, Vincent Furic e Loïc Baylacq.

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