Libri

“Poeti pittori e carrettieri”

img_20160928_160606di Gabriele Ottaviani

Ecco, vorrei come quel muro di mattoni, mentre il sole cala verso l’orizzonte in uno sfolgorio di luce, tentar di restituire il calore che ho assorbito da tante persone straordinarie conosciute direttamente o indirettamente attraverso le memorie familiari.

Le case sono i luoghi che si abitano, in cui strato dopo strato si sedimenta la vita, la nostra e quella di chi ci ha preceduto, perché per quanto siano di per sé inanimate in realtà sono talmente piene di ricordi e di emozioni a cui non hanno solo fatto da sfondo, ma di cui sono state l’ambiente tale da consentirne lo sboccio e lo sviluppo, da essere vive anche per chi non vive più. È dalla bellissima casa romana di via Norcia, che chi scrive ha visitato in diverse occasioni, un attico di sette stanze con tre bagni e altrettanti balconi, una soffitta e un grande e assai verdeggiante terrazzo dalla splendida vista, da cui chi scrive – di nuovo… – ha ricavato, per gentile e graditissimo dono della proprietaria, qualche talea di pianta grassa e succulenta che ha dato e dà ancora rigogliosi frutti, che inizia il viaggio nella memoria della professoressa Silvia Rizzo, filologa di chiarissima fama, autrice di uno sterminato elenco di pubblicazioni fin dall’età di quattordici anni, nel millenovecentosessanta, che è stata a Messina relatrice di dodici tesi di dottorato e a Roma, in Sapienza, correlatrice di diciannove tesi di vecchio ordinamento e/o magistrali e relatrice di ventinove lavori dello stesso tipo, tra cui quello di chi scrive (di nuovo? Ma quanto scrive colui che scrive? Forse troppo, chissà…) su Guido Vieni. Al secolo Giuseppe Martellotti. Un poeta. Troppo poco noto, immeritatamente misconosciuto. Un versificatore (disgrazia di famiglia esser poeti, diceva il Martellotti medesimo, almeno stando a quanto ricordato dalla di lui madre, Anna Monarchi) finissimo, tanto che ci fu chi disse che i versi martelliani, che lui amava assai, avrebbero dovuto esser chiamati in realtà in suo onore martellottiani. Un autore salace di liriche brillanti nella Roma del caffè Aragno, di Ettore Romagnoli, di Antonio Labriola, tra diciannovesimo e ventesimo secolo. Nel dialetto della capitale. Lì dove c’è una strada a lui dedicata, tra viale dei Romanisti e via Rugantino, guarda un po’. È il nonno della professoressa Rizzo. Poeti pittori e carrettieri – Storia di una famiglia italiana, edito dal centro internazionale di studi umanistici dell’università degli studi della succitata Messina, è un intenso e trascinante racconto, scritto con una prosa limpida e fluida, corredato da una messe poderosa di documenti e bellissime immagini, in cui l’io narrante si mette a completo servizio di una storia palpitante e piena di fascino nella quale chi più chi meno, quali che siano state le origini, sia geografiche – e qui si spazia da Bergamo a Viterbo fino alla Trinacria – che per censo, formazione, classe sociale, mentalità o cultura, dei suoi avi, può riconoscersi. Può rivedere le foto color seppia dai bordi ondulati che giacciono sul fondo dei cassetti di case troppo piene di ogni sorta di cosa ma che si ha pena di svuotare perché ogni oggetto, anche il regalo meno riuscito, che di solito, proprio poiché non ci si tiene assai, è l’unico che sopravvive incolume a qualsivoglia trasloco, è una parte di sé e della strada che si è percorsa fino a quel momento. Può riascoltare l’eco dei racconti. Può ritrovarsi dinnanzi agli occhi le persone che se ne sono andate, ma solo nel corpo. Parte da via Norcia la professoressa, ma torna indietro nei complessi abitativi di proprietà dell’INCIS, a via Chiana laddove l’acqua corrente calda, non era finita da tanti anni la seconda guerra mondiale, non c’era, e prima ancora a via Pacini, e poi si sposta da Roma alla Sicilia, a Paternò, presso Catania, in via San Marco, e infine a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena, e conosce, riconosce e fa conoscere la figura di un padre che faceva notare ai figli gli endecasillabi presenti nella prosa e che era stato capace in tempo di guerra di non fare una piega mentre indicava ai soldati tedeschi di stanza a Roma la strada per la quale gli avevano chiesto informazioni utilizzando come strumento chiarificatore il rotolo di giornali clandestini che doveva distribuire, di una madre semplicemente straordinaria, di un bisnonno celebre pittore (Stefano Donadoni), di tanti altri personaggi che prima d’essere tali sono state persone. Le cui vite, così raccontate, si manifestano a chi legge come un preziosissimo regalo.

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Libri

“Un altare per la madre”

NULL045274-160x241.jpgdi Gabriele Ottaviani

In quella assurdità era la nostra impotenza: tutto esisteva ancora, tranne lei.

Quando c’era tutti si può dire che chi più chi meno la ignorassero, conducessero la propria vita rapportandosi a lei senza astio, ma con gentile e amorevole indifferenza, non avendo nemmeno gli strumenti per poter realizzare la necessità di uno scarto ulteriore nella relazione, non per disinteresse o mancanza di cura ma perché quell’equilibrio stranamente foderato di pudore sembrava normale, lì dove l’esternazione del sentimento era vista come qualcosa di bizzarro ed esagerato, dando per scontato che ci fosse, che sarebbe rimasta, che ci sarebbe stata in eterno (impossibile per lei come per chiunque altro, ma nulla appare irrealizzabile quando ci si vuol credere), che avrebbe fatto sempre quello che si doveva, la cosa giusta, la migliore, per tutti, eccezion fatta, forse, proprio per sé medesima, votata com’era al sacrificio per il sorriso degli altri, che amava e comunque ancora continua ad amare, vivendo pur non essendoci più, fulcro di ogni leva, pietra d’angolo d’ogni parete. E infatti ora invece che non c’è più, che è finita sotto terra nella sua bara, portata a spalla con andatura oscillante, come quella che, stanca, lei ha sempre avuto durante tutto il corso della sua esistenza, la gara è a chi faccia più sforzi per trattenerla. Per non lasciarla andare. Via. Lontano. Laddove non c’è niente, o forse la nuova e più vera vita. Laddove non si sa. In un mondo duro, aspro, umile e povero come quello della campagna, dove si raccolgono anche coriandoli di giornale e accanto al fuoco si inventano storie partendo da un brandello smangiucchiato di foto, un universo basato su consuetudini e riti, il rito, di fondamentale importanza perché crea e alimenta il legame, questa volta è tutto per lei, per cui il bene l’hai provato ma non l’hai detto, e quindi anche se la testa ti dice di no il cuore non può fare a meno di farti chiedere a te stesso se sia bastato, se sia tutto qui, se lei l’abbia saputo. Lei, la madre. Da richiamarsi in vita per sempre, a gran voce, con un monumento e in quanto ella stessa monumento, simbolo concreto della memoria, amalgama di tutte le cose e di tutti gli amori. Scompare, muore. E muore anche il sole, con lei, sembra. Garzanti ripubblica in una splendida edizione il libro che ha vinto nel millenovecentosettantotto, sempre per la casa editrice milanese, il premio Strega. E francamente non avrebbe potuto perderlo, né quell’anno né mai. Perché è anche qualcosa di più di un semplice capolavoro scritto magnificamente. È il più straordinario, semplice, sacro, sincero, vero, vibrante, straziante, commovente, sfolgorante, intenso, tenero, dolce e bruciante atto d’amore e al tempo stesso di elaborazione del senso proprio della perdita che si sia con ogni probabilità mai visto: non ci si può staccare dalle pagine, che si susseguono davanti agli occhi come farfalle in forsennato volo, è praticamente impossibile non piangere tantissimo. Ferdinando Camon, Un altare per la madre.

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fumetti

“Nathan Never – Annozero – Crisi internazionale”

unnamed.pngPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Ipnosi regressiva. È così che la Dottoressa Leyla Duchateau vuole esplorare la mente della piccola Ann per liberarla dal dolore che la attanaglia dopo la drammatica notte in cui ha perso la madre. Prende avvio da qui la quinta puntata di NATHAN NEVER. ANNOZERO. Crisi Internazionale, che vedrà la piccola Ann cominciare a ricordare la morte della mamma, ma anche l’uomo degli unicorni e l’arrivo del padre in quella notte tragica.

Ma Ann non è l’unica a dover fare i conti col passato. Anche suo padre è tormentato dai sensi di colpa e non riesce a perdonarsi per aver tradito la moglie Laura con il procuratore Sara McBain, che in questo volume tenterà di riavvicinarsi a lui. Intanto emergerà la rete di rapporti che l’Agenzia Alfa intreccia a livello internazionale e Nathan, con l’aiuto dell’unità robotica Mac, proseguirà la sua ricerca della verità.

Nathan Never. Annozero è la prima di tre miniserie di sei numeri che “ri-narrano” il passato dell’Agente Speciale Alfa, un passato dove Nathan Never viveva ancora serenamente assieme alla moglie Laura e alla figlia Ann. Ideate in occasione dei 25 anni del personaggio, ognuna delle tre miniserie sarà affidata a uno dei tre padri di Nathan Never, gli immancabili Medda, Serra e Vigna. Il primo a partire è Vigna, affiancato daRoberto De Angelis, anche autore delle copertine.

 

Ma la grande novità è che la miniserie Nathan Never. Annozero ha una doppia edizione: una da edicola e una da fumetteria. Una vera rivoluzione che si colloca nell’ambito di una serie di iniziative che la Casa editrice di via Buonarroti sta mettendo a punto negli ultimi mesi per creare una collaborazione sempre più profonda e personalizzata con le fumetterie italiane e con tutti i lettori.

Le celebrazioni di #NathanNever25

 

 

È il giugno del 1991.

I Queen hanno da poco dato alla luce Innuendo, il loro ultimo album con Freddie Mercury, Il Silenzio degli Innocenti con Anthony Hopkins ha terrorizzato il pubblico del cinema e, soprattutto, Tim Berners-Lee, ricercatore del Cern, sta per annunciare al mondo la soluzione al problema di come condividere i documenti tra studiosi grazie a un software basato sul concetto di ipertesto che lui stesso battezza come World Wide Web: il sito che mette in rete è il primo della storia e inaugura ufficialmente l’era di internet. È in questo 1991 rivoluzionario che, 25 anni, fa arrivava in edicola il primo numero di Nathan Never, la prima serie di fantascienza di Sergio Bonelli Editore ideata da Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna e subito amatissima dai lettori, primi tra tutti quelli che sono rimasti conquistati dal Blade Runner di Ridley Scott. Come spiegano gli autori, del resto,Nathan Never racconta un viaggio nel tempo dove, partendo dai ricordi, si va incontro al sogno.

In occasione delle celebrazioni, tutti i lettori di Nathan Never sono invitati a raccontare sui social la loro passione attraverso l’hasthag #NathanNever25, postando la propria cover preferita, raccontando quale dei 300 episodi della serie dell’Agente Speciale Alfa è quello che maggiormente ha colpito la loro immaginazione e quale tra i nemici di Nathan sono quelli che più li hanno segnati tra Aristotele Skotos, suo figlio Kal, Raven, la Fratellanza Ombra, i tecnodroidi, Athos Than…

 

I creatori di Nathan Never

Michele Medda

Nato a Cagliari il 7 dicembre 1962, Michele Medda si laurea in Lettere con una tesi sul giallo italiano. La passione per le nuvole parlanti lo conduce a partecipare, insieme con i corregionali Antonio Serra e Bepi Vigna, al gruppo “Bande Dessinée”. I tre sono avviati al professionismo da un incontro con Alfredo Castelli, che li invita a collaborare per Martin Mystère. Dal loro sodalizio nasceranno Nathan Never e Legs Weaver. In solitario, Michele Medda firma testi per Tex, Nick Raider e Dylan Dog. Al di fuori della produzione bonelliana, realizza, insieme a Stefano Casini, “Digitus Dei” (Magic Press), oltre a collaborare con Marvel/Panini per “X-Campus” e con Disney Italia per “Kylion”. Nel 2009 fa il suo esordio in edicola la miniserie Caravan, pubblicata da Sergio Bonelli Editore, di cui è creatore e sceneggiatore. Attualmente è al lavoro sulla miniserie Lukas, di cui è coautore con Michele Benevento, in edicola da marzo 2014.

Antonio Serra

Antonio Serra nasce ad Alghero il 16 febbraio 1963 e muove i suoi primi passi nel mondo dell’editoria e della fiction di carta alla fine degli anni Settanta, quando cura la rivista amatoriale di fantascienza “Fate largo”. Nel 1982, presso il Centro Culturale cagliaritano “Il Circolo”, conosce Michele Medda e Bepi Vigna, che formeranno con lui quella che, nel mondo della letteratura disegnata, è nota ai più come “la Banda dei Sardi”. Accomunati dalla passione per il fumetto, i tre fanno parte del gruppo “Bande Dessinèe”(insieme ad altri futuri autori, quali Vanna Vinci e Otto Gabos), per poi entrare da professionisti nel settore vedendosi sceneggiare da Alfredo Castelli alcuni soggetti scritti per Martin Mystère. Sempre lavorando insieme, Medda, Serra e Vigna realizzano altre sceneggiature per il detective archeologo e per Dylan Dog. Infine, dopo avere elaborato insieme il progetto di Nathan Never e Legs Weaver, si dedicano separatamente alla sceneggiatura delle singole storie. Serra è anche curatore redazionale delle due testate, cui si è aggiunta la serie dedicata all’Agenzia Alfa. Nel 1999, l’Editore Sergio Bonelli approva a Serra l’idea per un “nuovo” personaggio. Gregory Hunter (un tempo Gregory Hammer, creato all’epoca della “Bande Dessinèe”) che raggiunge le edicole nel 2001. Nel 2007 è alle redini anche del nuovo semestrale legato al mondo di Nathan Never: Universo Alfa. Dal 2005, insieme a Gianmauro Cozzi, lavora sul progetto che, nell’autunno del 2009, esordisce in edicola con il titolo Greystorm, miniserie in 12 albi. Nel 2012 esce “Sul pianeta perduto”, ottavo numero della collana Romanzi a Fumetti, disegnato da Paolo Bacilieri.

 

Bepi Vigna

Vigna nasce a Baunei (Nuoro) il 24 luglio 1957. Si laurea in Giurisprudenza e inizia a lavorare come procuratore legale. Affianca a questo impegno la collaborazione con il quotidiano L’Unione Sarda, oltre a occuparsi di fumetti. Percorso simile a quello di Serra e Medda (partecipazione al gruppo“Bande Dessinée”, quindi le prime sceneggiature in squadra per Martin Mystère, Dylan Dog, Zona X, infine, la creazione delle saghe fantascientifiche di Nathan Never e Legs). Da solo, Vigna, scrive testi per Nick Raider e Zagor e dà vita ad Asteroide Argo, spin-off della serie Nathan Never. Ha inoltre pubblicato romanzi e racconti (L’Estate dei dischi Volanti, La Pietra Antica, Niccolai in Mondovisione), è autore di diversi saggi sul fumetto (tra cui Il Fumetto Franco Belga, edito da Comic Art), ha diretto cortometraggi e scritto testi teatrali; un suo pamphlet ironico, intitolato Sardi, quelli con la testa dura (ed. Sonda, Torino) in Sardegna è stato a lungo in testa alle classifiche dei libri più venduti. I tre componenti della “Banda dei Sardi” insieme a Michele Masiero, hanno firmato anche “Raccontare Martin Mystère” (Glamour).

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Cinema

“Mine”

img2di Gabriele Ottaviani

Mike Spencer è un giovane sergente dei Marines che ha tanti demoni personali con cui combattere e che si trova in missione antiterrorismo nel deserto insieme al suo amico e commilitone Tommy. Finiscono in un campo minato, il secondo salta in aria, il primo è costretto all’immobilità totale perché ha schiacciato con il piede sinistro il detonatore di un ordigno. Deve attendere i soccorsi. Solo nel bel mezzo del niente. Per almeno cinquantadue ore. E sotto il sole cocente il pericolo è dietro ogni angolo, specie in quelli più reconditi dei meandri della mente. Ha diverse sequenze semplicemente grandiose, un’idea di base davvero niente male fondata sulla concretizzazione delle paure in forma di miraggi quanto mai realistici, un uso interessante della colonna sonora (specie nelle prime battute, poi diviene enfatica) e il protagonista Armie Hammer è tutt’altro che malvagio, anzi: il problema è che Mine, di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, in sala dal sei di ottobre, purtroppo si perde. Troppo lungo (centosei minuti) e soprattutto squilibrato: riesce incredibilmente bene nelle cose difficili, anche dal punto di vista meramente tecnico, e sbaglia con altrettanta evidenza quelle facili, la sceneggiatura è interessante ma un po’ esile e gli intermezzi col berbero “maestro zen” lasciano il tempo che trovano. Soprattutto perché non se ne può più di sentire persone dalla pelle scura doppiate nel duemilasedici come e peggio di Hattie McDaniel in Via col vento… Peccato.

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Cinema

“Così fan tutte”

4555Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Dopo la Norma, che ha aperto la stagione 2016-2017 del cartellone della Royal Opera House al cinema programmata da Nexo Digital, continua su oltre 1500 schermi cinematografici di tutto il mondo la proiezione degli spettacoli dal prestigioso palcoscenico di Londra.

Il secondo appuntamento è con il capolavoro operistico di Wolfgang Amadeus MozartCosì fan tutte (trailer qui https://www.youtube.com/watch?v=kv4hsLkH4nY&feature=youtu.be), che si interroga sulla natura dell’amore e delle relazioni di coppia. Così, lunedì 17 ottobre alle ore 19.30, trasmessa via satellite, Così fan tutte rivivrà sugli schermi italiani (elenco su www.nexodigital.it) in diretta dal palcoscenico della Royal Opera House, in una nuova produzione del regista Jan Philipp Gloger con Semyon Bychkov a dirigere un cast di talenti giovani e promettenti.

Il classico operistico di Mozart pone scottanti interrogativi sul tema della fiducia, mettendo alla prova due coppie di amanti.

Per questa nuova produzione il regista Jan Philipp Gloger mette in scena il ricco mondo teatrale in cui due uomini corteggiano ciascuno la donna dell’altro per una scommessa.

Don Alfonso – il burattinaio che manovra questo esperimento d’amore – è infatti un direttore di teatro che utilizza tutte le scene, i materiali e gli espedienti a sua disposizione per inventare nuovi scenari volti minare la stabilità del sentimento degli innamorati.

COSI’ FAN TUTTE  –  OPERA IN DUE ATTI

FIORDILIGI CORINNE WINTERS

DORABELLA ANGELA BROWER

FERRANDO DANIEL BEHLE

GUGLIELMO ALESSIO ARDUINI

DON ALFONSO JOHANNES MARTIN KRÄNZLE

DESPINA SABINA PUÉRTOLAS

MUSICA WOLFGANG AMADEUS MOZART

DIRETTORE D’ORCHESTRA SEMYON BYCHKOV

REGISTA JAN PHILIPP GLOGER

DURATA APPROSSIMATIVA DI 195 MINUTI, INCLUSI UN INTERVALLO E UN’INTRODUZIONE DI 15 MINUTI. CANTATA IN ITALIANO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE.

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Cinema

“Al posto tuo”

58743_ppldi Gabriele Ottaviani

Regista pluripremiato ai Nastri d’argento per i suoi cortometraggi Max Croci torna al cinema da domani con Al posto tuo, in cui, come in Poli opposti, protagonista maschile è Luca Argentero, insieme stavolta a Stefano Fresi. Argentero è Luca, Fresi è Rocco. Uno architetto, l’altro geometra. Uno ha una casa domotica in pieno centro metropolitano, l’altro una villetta in un paesino di campagna. Uno è single, irresistibile sciupafemmine, in forma perfetta, l’altro ha una moglie, tre figli ed è perennemente a dieta. Sono in lizza per un posto di direttore creativo in una ditta che produce sanitari. E il capo li costringe a un gioco di ruolo: scambiarsi del tutto le vite, con ogni sorta di annessi e connessi, varie ed eventuali, per una settimana. Argentero e Fresi sono affiatati (ma certo Noi e la Giulia di Edoardo Leo aveva tutta un’altra scrittura…) e tutto sommato se la cavano, così come sono apprezzabili Ambra Angiolini e soprattutto la splendida Serena Rossi, che si conferma una volta di più, qualora fosse necessario: la commedia però è esilissima e non sempre esilarante. In ogni modo, per un centinaio di minuti circa di pura evasione, in fondo si lascia guardare.

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Cinema

“The assassin”

56cd41f46eebe87301dbccf084645852.jpgdi Gabriele Ottaviani

Hou Hsiao-Hsien è stato premiato come miglior regista per questo film al Festival di Cannes del duemilaquindici. E si capisce il perché dalla prima inquadratura, in un bianco e nero di rara suggestione e potenza evocativa a dir poco mirabile. Quando poi arrivano i colori non c’è nemmeno da sottolinearlo ulteriormente, basta guardare. E bearsi dello splendore. Film visivamente di una bellezza senza pari (non è che si venga definiti il capofila della Nouvelle vague di Taiwan per caso, d’altronde…), che incanta per la fotografia, le musiche e i costumi, di taglio sartoriale che non è esagerato definire sublime, così come la pellicola – era tempo che non si vedeva una tale compiutezza soprattutto nel finale: adesso va di moda procrastinarlo o metterne quattro diversi, per indecisione, col risultato che si ottiene un esondante gnommero di gaddiana memoria… -, The assassin, in sala finalmente dal ventinove di settembre, è al tempo stesso però il solito prodotto di genere in stile Foresta dei pugnali volanti. Ovvero, se è consentita una piccola dose di ironia, un piatto unico saporitissimo fatto di antica Cina, guerra, lotte di potere, temi sempiterni sin dall’epoca della tragedia greca – e anche prima, a dire il vero – come l’agnizione, l’onore e la rivalsa, modernità nello sguardo, più femminile che maschile, e nelle modalità narrative, e masnade di individui più o meno raccomandabili e più o meno inespressivi (non sbattono gli occhi nemmeno quando vengono trapunti di frecce tanto quanto toccò a San Sebastiano nell’ora infausta del suo martirio: solo a certe attrici – o presunte tali – italiane riesce tale fissità di sguardo) che ogni due per tre, per lo più nel fitto di foreste da sogno, combattono all’arma bianca, dimostrando di saper maneggiare coltelli meglio di Gualtiero Marchesi ed epigoni vari e facendo frusciare come foglie morte tra una capriola e un volteggio le preziose sete e i magnifici shantung con cui sono abbigliati. Un film, dunque, di genere: orgogliosamente di genere, però, che ne trascende i confini e con una sapienza incomparabile è in grado di elevare al livello di allegoria il racconto di una storia che è talmente lontana nel tempo dalla nostra contemporaneità da essere in realtà proprio per questo contemporanea, perché in un’epoca liquida e incerta come la nostra si interroga, traslando la vicenda nel passato, sulla condizione umana con sguardo lucido e insieme empatico. Al centro della narrazione infatti c’è il motore dell’esistenza stessa dell’essere umano in ambito moderno, il dubbio, il labirinto della ricerca di un senso, in questo caso in prima battuta per un amore che poteva e doveva essere e invece non è stato, nella cornice di un melodramma ipnotico e di pregiatissima fattura. Se siete appassionati di questo tipo di pellicole, è un capolavoro assoluto. Ma può piacere, e molto, anche a tanti altri. Da vedere.

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