Cinema

“Risk” al Biografilm

riskPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Dopo CITIZENFOUR, il film che ha svelato al mondo la verità sul caso Edward Snowden, RISK, il nuovo attesissimo documentario di Laura Poitras su Julian Assange, è il decimo e ultimo film nel Concorso Internazionale della tredicesima edizione del festival.

Laura Poitras è giornalista, regista e artista di fama mondiale. Premiata e celebrata per i suoi film nei festival di tutto il mondo, la sua indagine sul caso Datagate e su Edward Snowden le è valsa il premio Pulitzer nel 2014 e il film che ha tratto da quell’indagine,CITIZENFOUR, ha vinto il premio Oscar® e il BAFTA come miglior documentario nel 2015. Il film Snowden di Oliver Stone è basato su questa vicenda.

In RISK, Laura Poitras ritorna con il film più personale della sua carriera: la telecamerasi sposta da Edward Snowden a Julian Assange, il controverso fondatore di Wikileaks recentemente interpretato sul grande schermo da Benedict Cumberbatch.

Con RISK Biografilm torna a esplorare la tematica della rivoluzione digitale, un tema centrale della contemporaneità che il festival affronta anche quest’anno con una selezione di titoli che sarà annunciata nei prossimi giorni.

RISK

(USA, Germania/ 2016/ 97’) di Laura Poitras

Anteprima italiana

Sei disposto a mettere in pericolo la tua vita?

Laura Poitras torna dopo l’Oscar vinto con CITIZENFOUR, con un film molto personale.

RISK è il ritratto di un personaggio che si scontra con l’altissima posta in gioco delle elezioni americane e con il controverso periodo post-elettorale.

Bloccato da cinque anni in una stanza dell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra, Julian Assange continua imperterrito la sua attività anche quando i rischi legali che affronta minacciano di compromettere l’organizzazione che guida e il movimento da lui ispirato. Per sei anni Laura Poitras lo ha seguito da vicino come nessuno aveva mai fatto prima, trovandosi a fronteggiare i motivi e le contraddizioni di Assange e della cerchia dei suoi collaboratori più stretti.

In un nuovo mondo dove un semplice clic può cambiare la storia, RISK è un’indagine sul potere, il tradimento, Il sacrificio e la verità nell’epoca di Internet, prodotto da Sam Esmail, creatore della celebrata serie tv Mr.Robot.

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Intervista, Libri

Eleonora Mazzoni e l’ingrediente della speranza

download (6)di Gabriele Ottaviani

La testa sul tuo petto è il suo ultimo romanzo, ma Eleonora Mazzoni è un’artista poliedrica: Convenzionali ha la gioia di intervistarla.

Da dove nasce l’idea di questo libro?

L’idea di un libro su Giovanni Evangelista mi è stata suggerita dalla San Paolo edizioni e da Davide Rondoni, curatore della collana “Vite esagerate”. Ma è chiaro che non avrei scritto il libro se il “personaggio” non avesse risuonato profondamente dentro di me (e credo che leggendo “La testa sul tuo petto” si capisca bene!). Ho scelto di raccontare la storia dell’apostolo più giovane e più amato attraverso due voci. Una è la sua. E parte dalla fine. Ovvero da Cristo in croce, da quel rapporto di filiazione non di sangue ma di cuore che nasce quando Gesù affida Giovanni a Maria e Maria a Giovanni, e da quel temporaneo ma infinito silenzio di Dio che i discepoli sperimentano con la morte del Maestro. Questa voce prosegue a narrare gli eventi fino all’altra morte, quella di Giovanni stesso, che avviene tardi, intorno al 104 d. C. La seconda voce è la mia: io che mi metto sulle tracce del santo e dei cristiani del I secolo d. C. cercando di rispondere a una domanda. Come ha fatto – mi chiedo – una religione così ostica e ruvida, nata in Galilea, ovvero ai margini estremi del mondo, seguita all’inizio da un manipolo di illetterati e poveri a sedurre e a convertire il sofisticato mondo pagano? Quali sono stati gli elementi di novità che l’hanno affascinato?

 

Cosa rappresenta la religione per lei?

Il tentativo di offrire un senso all’esistenza, di dare una spiegazione al mondo,  all’inizio della vita, alla sua bellezza, alle sue ingiustizie e soprattutto al suo finire. La ricerca religiosa mi ha accompagnato fin dall’infanzia e ancora oggi è un motore importante delle mie giornate. Anche se mi riconosco nella filosofia buddista, il mio viaggio continua. Mi meraviglio sempre quando leggo di altri scrittori o intellettuali o artisti che dicono di essere pacificati nei confronti della morte. Io non lo sono per niente, purtroppo.

 

Cosa c’è di divino in ogni uomo? E di umano nella divinità?

Credo che esista in ognuno di noi, anche nel più orribile delinquente, una parte incontaminata e luminosa, pura, incondizionata, gioiosa, giusta e degna, eterna. Il buddismo la chiama, appunto, la buddità. È qualcosa che accomuna tutti tutti tutti gli esseri umani. Spesso è ignorata. Invece la si dovrebbe tirare fuori e fare emergere. Per quanto riguarda l’umano nella divinità, il Budda dice di essere un uomo che “si è risvegliato” alla sua divinità. Cristo dice di essere Dio che è diventato uomo per incontrarlo. Non più l’uomo che cerca Dio ma Dio che cerca l’uomo. Da questo punto di vista, il Cristianesimo è una religione rivoluzionaria.

Che valore ha per lei il dubbio?

Purtroppo tendo più al dubbio che alla fede. Come in quello strepitoso cameo di Anna Magnani nel film “Roma”: Fellini la segue fino al portone di casa, dicendole che lei è il simbolo della città eterna. E quando le chiede se le può fare una domanda, lei con la sua risata disperata gli risponde: “No, Federì, nun me fido”. Ecco. Anch’io ho la tendenza a non fidarmi.

E la speranza?

È un ingrediente fondamentale per vivere una vita decente. Non si può stare continuamente nella condizione dello scettico. Significherebbe essere fermi, immobili. Per me la speranza è una tensione da coltivare ogni giorno.

 

 

Recitare e scrivere: due attività diverse, unite dal fatto che si tratta comunque di due modalità narrative, si prende un tema e si racconta una storia. Quali sono le differenze? 

Ho affrontato entrambe le attività nello stesso modo. Con lo stesso impegno e onestà. Con la stessa consapevolezza che occorre stare nel presente con totale apertura e sensibilità. La differenza più importante è che per recitare hai comunque bisogno di un pubblico e, anche se si lavora in povertà e essenzialità, di una minima copertura finanziaria. Per scrivere ti serve solo carta e penna, o un computer. Stop. Scrivere è la forma artistica più economica che esista.

 

E cos’è la cosa più importante da tener presente quando si decide di narrare una vicenda?

Direi innanzitutto la necessità. Sentire che quella è la storia che devi assolutamente raccontare tu in quel momento, aldilà di mode o pianificazioni a tavolino, che non funzionano quasi mai (a parte qualche volta commercialmente, ma meno spesso di quanto si creda). Poi è importante la capacità di costruire un’architettura. E quella di trovare la “voce” giusta, parola difficile da spiegare, si potrebbe dire sinteticamente che è l’insieme del punto di vista e del tono.

 

Qual è il libro che avrebbe voluto scrivere? 

Uno qualsiasi di Dostoevskij.

 

E il film che avrebbe voluto interpretare? 

Uno qualsiasi di Truffaut.

 

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Cinema

“Due uomini, quattro donne e una mucca depressa”

due_uomini_quattro_donne_e_una_mucca_depressa_3di Gabriele Ottaviani

Un musicista di chiara fama ma in crisi esistenziale lascia una Roma che non sopporta più e va a trovare in un paesucolo spagnolo di scabro fascino e riarsa e almodovariana bellezza, grondante simboli sacri, pettegolezzi e folclore, che ricorda un po’ anche la Puglia di Effetto paradosso di Carlo Fenizi, un amico che si è dato alla frequentazione di un coro parrocchiale per cercare di conquistare la figlia di un generale che rimpiange Franco, amica della splendida ex moglie del barbiere, la quale ha una voce sublime ma non ha cuore di seguire il suo sogno. Ma, tra domestiche che non parlano, bellissimi ma romantici giovinetti che vogliono a ogni costo perdere la verginità, meravigliose mucche afflitte dal male di vivere e molto altro… Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, in sala dall’otto giugno dopo numerosi travagli, è il nuovo film di Anna De Francisca, con un cast corale in cui spiccano fra gli altri Miki Manojlovic, Maribel Verdù, cui basta palesarsi sulla scena per dar l’impressione che l’universo si fermi, Eduard Fernández, Ana Caterina Morariu, Gloria Muñoz, Hector Alterio, Carmen Mangue, Manuela Mandracchia, Serena Grandi, Antonio Resines e Neri Marcorè, ha bei colori, piacevoli atmosfere, ottime musiche (Sin palabras è un pezzo magnifico) e guizzi brillanti di comicità a tratti finanche surreale. Il titolo, poi, è delizioso. Purtroppo però è sfilacciato e disarmonico, e ha un problema grandissimo, nonostante questo specifico aspetto sia stato affidato a fior di professionisti: il doppiaggio italiano. Francamente pressoché inascoltabile. Peccato. Speriamo di cuore che ci sia la possibilità che venga distribuito in qualche sala anche in lingua originale.

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Libri

“Una Cenerentola moderna e altri racconti”

di Gabriele Ottaviani

Frank Evan sedeva nella platea della società e osservava la prima galleria con la stessa espressione che Debby gli aveva visto fare durante il discorso di zia Pen; ma abbandonò presto quel divertimento per osservare i diversi attori di quel dramma che si sviluppava sotto i suoi occhi, mentre un forte desiderio di prendere parte a quella recita si impossessava lentamente dei suoi pensieri. Debby si mostrava sempre ben disposta quando lui arrivava, e lo trattava sempre con la gentilezza di una donna generosa che aveva avuto una possibilità di perdonare; osservava quell’uomo silenzioso e solitario con una grande compassione per il suo lutto e un’ammirazione crescente per la sua vita retta. Più di una volta gli uccelli marini avevano visto due figure passeggiare sulla spiaggia all’alba con la pace del mattino sui volti e la luce di una luna complice negli occhi. Più di una volta l’oceano amichevole aveva fatto da terzo incomodo in quelle piacevoli conversazioni, e il suo sottofondo leggero andava e veniva tra i bassi armoniosi e gli alti argentini delle voci umane con una melodia che donava un altro fascino ai loro incontri, che presto divennero splendidamente dolci sia per l’uomo sia per la fanciulla. Raramente zia Pen aveva visto quei due insieme e raramente parlava di Evan; Debby la lasciava in pace, perché ogni volta che pensava di fare la sua innocente confessione si accorgeva che, nonostante per lei significasse molto, alle orecchie di un altro non era nulla e non valeva nemmeno la pena raccontare; quindi, senza sapere dove portasse quel verde sentiero, continuò per la sua strada conducendo due vite diverse: una ricca e onesta, ben nascosta dentro se stessa, l’altra frivola e allegra sotto gli occhi di tutti. Ma quelle nubili venerabili, le Parche, presero la questione in mano e presto ebbero la meglio sulle matrone dalla vista limitata, le signore Grundy e Carroll; perché molto prima di rendersene conto, Frank e Debby iniziarono a leggere insieme un libro più importante di qualsiasi opera scritta da Dickens, e quando arrivarono alla parte più bella della dolce storia che Adamo per primo raccontò a Eva andarono a guardare il nome sulla copertina e si resero conto che era “Amore”.

Una Cenerentola moderna e altri racconti, Louisa May Alcott, Elliot, traduzione di Sabato Angieri. Il suo nome è certamente legato prima di tutto a quel capolavoro per l’infanzia, ma non solo, anzi, un romanzo che a pieno titolo rientra tra i più importanti del suo periodo storico e all’interno del suo genere, figlio e simbolo d’un’epoca e di uno spirito del tempo, che è Piccole donne, un titolo che è divenuto nel tempo frase formulare, all’origine di un vero e proprio filone, e che ha generato numerose trasposizioni anche filmiche, in cui, nel corso dei decenni, si sono cimentate interpreti come Dorothy Bernard, Katharine Hepburn, Joan Bennett, Elizabeth Taylor, Janet Leigh, Winona Ryder, Claire Danes, Kirsten Dunst, Susan Sarandon. Ma la sua produzione letteraria è decisamente più ampia e variegata, senza dubbio interessante: Louisa May Alcott, autrice pure sotto lo pseudonimo di A. M. Barnard di diverse prose, vissuta in pratica fra Philadelphia e Boston, tra il milleottocentotrentadue e il milleottocentoottantotto, circa sessant’anni in mezzo ai quali gli Stati Uniti hanno vissuto l’esperienza di quello che è stato il cosiddetto Rinascimento americano, che con pietre miliari come La capanna dello zio Tom o Moby Dick ha contribuito in maniera molto più che significativa alla storia della letteratura mondiale e al palesarsi, al cospetto della dignità letteraria, di istanze che prima erano escluse da quell’ambito, o comunque ritenute marginali, trattate anche con un registro linguistico diverso, che finalmente per il tramite delle vicende di autori come Harriet Beecher Stowe o Herman Melville diviene adeguato e pregno di senso, è interprete sensibile e modernissima, talmente attuale che sembra provenire da domani. I racconti riuniti in questa antologia confermano una volta di più, qualora ve ne fosse bisogno, questa sua strordinaria dote, e sono un regalo prezioso e graditissimo per tutti gli appassionati, che ritroveranno una prosa precisissima, uno stile brillante, ironico, divertente, emozionante, una galleria di personaggi deliziosi, vividi, credibili.

 

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Teatro

“A tribute to Edward Albee”

IMG_5277di Gabriele Ottaviani

I loro dialoghi sono vuoti, e al tempo stesso gravidi del senso tragico della fine. Sembrano riferirsi a cose di nessuna importanza, ma in realtà celano dietro quegli scambi serrati un universo di dolore. Comunicano in maniera anche ossessiva, richiamano l’attenzione dell’altro, che si distrae con i lacci delle scarpe e ripete a pappagallo le ultime sillabe pronunciate per dimostrare di essere stato attento, ma in realtà paiono non andare mai in profondità. Perché ci sono cose che non si possono dire, ma che è impossibile, al tempo stesso, tenere nascoste, chiuse in qualche scatola, dietro ai cuscini di un divano, sotto la sabbia. Mommy è una moglie che vorrebbe spedire contro la sua volontà Grandma, brillante, frizzante, pungente, intelligente, perspicace, in una casa di riposo. Daddy è vittima della sua stessa abulia, e quando arriva una compunta ospite, volontaria in Dio solo sa quante associazioni benefiche, Mrs. Barker, nessuno, nemmeno lei medesima, rammenta perché sia lì. Ma poi torna prepotente il ricordo di un figlio adottivo, e si palesa sulla scena The Young Man, l’incarnazione dell’edonismo muscolare del sogno americano, un giovane bello ma morto dentro, un angelo della morte che si diletta con esercizi ginnici in spiaggia… The Sandbox, una pugnalata di dieci minuti, scritto prima ma, nell’ordine della rappresentazione – meraviglioso che sia stata realizzata in lingua originale: tradurre è sempre, in fondo, un po’ tradire – andata in scena al Teatro San Genesio, caratterizzata da una regia attenta (Sandra Provost), una scenografia perfetta, un allestimento complessivo più che curato e dalle ottime interpretazioni di Edoardo Camponeschi, Fabiana De Rose, Rishad Noorani, Carolyn Gouger e soprattutto Shelagh Stuchbery (si segnala anche la presenza di Matteo Caretto nel ruolo del musicista) posto a seguire il più sviluppato e ricco di suggestioni, tra Ionesco e Pinter, The American Dream (la prima rappresentazione risale al ventiquattro di gennaio del millenovecentosessantuno alla York Playhouse di New York: il testo, come sottolinea l’esaustiva esegesi di Martin Esslin – scrittore, traduttore, giornalista ungherese naturalizzato britannico, nato Julius Pereszlényi, fuggito, in quanto ebreo, dal nazismo, dal millenovecentoquaranta critico per la BBC e morto a Londra nel duemiladue a ottantaquattro anni ancora da compiere – nel suo The theatre of the absurd, genere che definì in senso assoluto, attacca l’ideale di progresso, ottimismo e fede nel patriottismo tout court), anch’esso un atto unico di cui è spiegazione, cornice e conclusione, è l’ennesima perla della produzione pluripremiata, fra Pulitzer e Tony, di Edward Albee (Chi ha paura di Virginia Woolf?). A tribute to Edward Albee – The American Dream & The Sandbox: una ventata di modernità che sembra provenire dal futuro, uno stimolo per la coscienza.

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Intervista, Libri

Giuseppe Mendicino e l’importanza dei no

download (8)di Gabriele Ottaviani

Ha scritto una splendida biografia di Mario Rigoni Stern, e ora lo conosciamo più approfonditamente: Convenzionali intervista Giuseppe Mendicino.

Chi era Mario Rigoni Stern?

Un ragazzo nato e cresciuto tra le montagne dell’altipiano dei 7 Comuni, che ha combattuto su tre fronti di guerra – francese nel giugno del ’40, greco nell’inverno dello stesso anno, russo tra il ’42  e il ’43 – , che ha passato 20 mesi di lager per il suo no alla Repubblica di Mussolini. Tornato nel ’45 tra le sue montagne, ha poi scritto libri importanti e coinvolgenti: Il sergente nella neve, Storia di Tönle, Il bosco degli urogalli, Le stagioni di Giacomo, L’ultima partita a carte, e altri. È uno dei nostri maggiori narratori del’900.

Che valore hanno nella società contemporanea la storia e la memoria? E in letteratura?

La letteratura non può fare a meno della storia, nasce in mezzo alla storia, pensiamo ai capolavori di Stendhal, Tolstoj, Hemingway, Lussu. Tutti autori del resto amati da Rigoni Stern. Il senso della memoria ha avuto un grande rilievo per scrittori come lui, e per i suoi amici Primo Levi e Nuto Revelli. Nel suo duplice aspetto: da un lato il dovere di ricordare le tragedie della storia per chi non può più farlo, perché scomparso in guerra o nei lager, dall’altro far conoscere la nostra storia, soprattutto ai più giovani, perché quelle tragedie non si ripetano in futuro, perché, se non si coltiva la memoria, si ripeteranno. Rigoni fece l’esempio dellle guerre e delle stragi etniche in Jugoslavia negli anni ’90.

Perché ha scelto di scrivere una biografia?

Volevo raccontare la vita e i libri di uno scrittore che mi appassiona, contribuire a farlo conoscere, meglio e di più. E ho scoperto, man mano che la scrivevo, che su un autore così fortemente autobiografico c’era in realtà tanto da raccontare, tanto di non conosciuto.  Volevo scrivere un libro che restasse un documento imprescindibile, per approfondimenti e scoperte, per chi vuole conoscere meglio Mario Rigoni Stern e la sua opera, e allo stesso tempo fosse leggibile, perché scritto con adeguata chiarezza narrativa. Non posso giudicare io se ci sono riuscito, anzi, ho quasi timore a rileggerlo, dopo un anno ancora non l’ho mai fatto.

Qual è l’insegnamento che Mario Rigoni Stern lascia ai suoi posteri?

Quattro anni fa avevo curato per l’Einaudi una raccolta delle sue interviste più significative, insieme a sua moglie Anna decidemmo di intitolarla Il coraggio di dire no. Quel titolo dava il senso del suo codice etico, fatto di valori forti quali il coraggio, l’autonomia di pensiero, la generosità nel difendere la natura e i più deboli. Valori spesso declamati ma difficili da tradurre in comportamenti coerenti. Ecco, lui e I suoi amici Levi e Revelli, ci sono riusciti. Mario Rigoni Stern non lanciava mai messaggi, ma una volta, ai ragazzi di una scolaresca disse: “Leggete, studiate, e lavorate sempre con etica e con passione; ragionate con la vostra testa e imparate a dire di no; siate ribelli per giusta causa, difendete sempre la natura e i più deboli; non siate conformisti e non accodatevi al carro del vincitore; siate forti e siate liberi, altrimenti quando sarete vecchi e deboli rimpiangerete le montagne che non avete salito e le battaglie che non avete combattuto”.

Qual è l’aspetto più importante da evidenziare nel momento in cui si decide di dare vita a un racconto biografico?

Si devono seguire dei riferimenti obbligati come un’accurata ricerca delle fonti d’archivio (lettere, manoscritti, prime stesure delle opere); la raccolta delle testimonianze orali di chi lo ha conosciuto bene, sempre e comunque da verificare; la lettura e rilettura dei testi scritti dal soggetto della biografia e quelli scrtti su di lui nonché, se possibile, la conoscenza intercorsa con il medesimo. Tutti questi elementi sono importanti e necessari. Insomma, per scrivere una biografia è necessario viaggiare, studiare, leggere ed ascoltare.

Che rapporto ha con la natura, fondamentale nella produzione di Rigoni Stern e nel suo testo?

Anche io come Rigoni Stern amo la natura e le montagne, e penso anch’io che “della natura dobbiamo prendere l’interesse senza intaccare il capitale”. Rigoni citava a volte il Leopardi dello Zibaldone: “Se distruggiamo la natura distruggiamo le radici della nostra vita e di chi verrà dopo di noi.” Lui ha sempre amato il mondo naturale, difendendo con forza il suo altipiano dagli attacchi della speculazione edilizia e delle pesanti esercitazioni militari degli anni ’60-’70. Condivideva l’antico detto “la terra non è qualcosa che ci è stato donato dai nostri genitori, bensì qualcosa che abbiamo avuto in prestito dai nostri figli e nipoti”. Dobbiamo averne cura, dobbiamo difenderla.

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Intervista, Libri

Giuseppe Mario Tripodi e i suoi Ritratti

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Con Ritratti in piedi ha raccontato le vite e le opere di Saverio Strati, Otello Profazio, Rosario Villari e la sua: Convenzionali intervista Giuseppe Mario Tripodi.

Perché scrivere questo libro?

Non è un libro progettato e realizzato in conformità. È una raccolta di saggi che hanno avuto una vita autonoma prima di essere raccolti in questo volume.

Chi sono per te i protagonisti di queste biografie?

Saverio Strati è lo scrittore calabrese che ho letto con più sistematicità. Ho iniziato con ‘Noi lazzaroni’ che è del 1972 e poi ho letto a ritroso i libri già pubblicati e quelli che sono venuti dopo. Alcuni romanzi li ho fatti leggere ai miei figli  e adesso sto rileggendo, assieme a mia nipotina, ‘Tibi e Tascia’ che è una delle migliori  opere sull’infanzia di tutta la letteratura italiana. Naturalmente la resa letteraria di Strati non è costante, ma io l’ho amato molto. Lo ho incontrato un paio di volte in contesti che non permettevano grandi scambi di idee. Lui comunque era uomo di poche parole.

Otello Profazio, di cui invece posso vantare l’amicizia, è un ‘personaggio’ eccezionale, molto vivace intellettualmente. Ancora, a ottantatre anni, è molto curioso del mondo e degli uomini. È un grande affabulatore e mi scialo di ascoltarlo anche quando ripete cose che ho sentito tante volte. È, come Strati, persona di una grande dignità, ironico ed autoironico. Non lesina le critiche, anzi! A volte si  accanisce contro le persone di potere, specie quando sono prive di altre qualità. Io ero così da adolescente e da giovane; poi, man mano che i decenni passavano, è subentrata un po’ di ‘falsa politica’,  cioè l’arte con cui gli ‘ndranghetisti si rapportano ai loro nemici, la dissimulazione su cui si è soffermato molto Rosario Villari. A volte solo per stanchezza. Profazio non si stanca mai di essere sé stesso e non sa cos’è la dissimulazione.

Rosario Villari è stato mio professore di Storia Moderna all’Università di Messina. Poi si è trasferito a Firenze e l’ho rivisto solo di sfuggita in rare occasioni. Ho insegnato per tanti anni ai miei allievi utilizzando il suo manuale che era di una chiarezza inconsueta. Sono stato abbonato alla rivista ‘Studi storici’ nel periodo in cui l’ha diretta lui ed ho letto tutti i libri che ha pubblicato. Dopo  ‘Un grido di libertà’ ho sentito un bisogno impellente di scriverne. È un capolavoro della storiografia occidentale, degno di stare a fianco di pilastri  come ‘Filippo II e la Franca contea’ di Lucien Febvre,  ‘Lo Stato di Milano e la vita religiosa a Milano nell’epoca di Carlo V’ di Federico Chabod,  ‘Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II’ di Fernand Braudel.

Qual è il modello a cui ti sei ispirato?

I ritratti di Strati e di Profazio sono apparsi sulla rivista ‘Belfagor’ che è stata fondamentale per la mia formazione. Ho cominciato al leggerla negli anni dell’Università su segnalazione di Paolo Alatri, mi laureai con lui nel 1971, che aveva sostituito Villari nella Cattedra di Storia Moderna a Messina. In ogni numero della rivista  c’era la rubrica ‘Ritratti critici di contemporanei’, 15-20 pagine per presentare un protagonista della storia e della cultura. Ovviamente li ho letti tutti. Nella primavera del 2009 i giornali parlarono delle difficoltà economiche di Strati. Scrissi di lui con molta ironia e mandai le cartelle a Carlo Ferdinando Russo, direttore di ‘Belfagor’ che mi rispose positivamente  a stretto giro di e-mail; lui che di solito era scrupoloso fino alla pignoleria su ogni rigo della rivista. Insomma il modello dei ritratti è quello della rubrica belfagoriana.

Il titolo poi lo cavai da un romanzo di Gianna Manzini, scrittrice pistoiese che pubblicò nel 1971 un ‘Ritratto in piedi’ di suo padre Giuseppe Manzini, vero e proprio ‘cavaliere dell’ideale’ dell’anarchia. Profazio è sicuramente un anarchico, Strati era socialista e Villari comunista: tutti e tre sono vissuti in gran coerenza  con i loro pensieri. Strati è anche morto con grande dignità. A Villari e Profazio auguro ancora lunghi anni di lavoro e di letizia, ‘come vuole il loro cuore’ si diceva una volta per buon augurio. E sono sicuro che vivranno  ‘in piedi’,  come hanno fatto finora.

A cosa è dovuta la scelta di voler raccontare anche una parte di te?

Anche lì sono partito da una rubrica belfagoriana intitolata appunto ‘Minima Personalia’ (ma prima c’era stata la breve serie ‘Nascita di uomini democratici’); uomini di cultura della generazione che ha preceduto quella alla quale appartengo. Certo i miei Minima Personalia, con tutta la benevolenza di Carlo Ferdinando Russo, su ‘Belfagor’ non potevano finire. Non avevo i titoli. Sicché li ho scritti, con molta autoironia e a beneficio degli allievi del Liceo Classico di Tivoli, sugli ‘Annali’ della scuola; me ne feci stampare alcune centinaia di estratti e li ho donati alla lunghissima parentela che, oltre che in Calabria, è dispersa nelle terre di emigrazione (Australia, Stati Uniti e America del Sud).

Cosa rappresenta per te la Calabria?

Ho un rapporto ancestrale con la mia terra di origine. Me ne sono andato appena laureato, a ventidue anni! Non ci sono tornato definitivamente perché ho capito che non vi era pane per i miei figli, come non vi era stato per me! E i viaggi su e giù per la penisola, a volte anche più di due ogni anno, hanno rappresentato una sorta  di ‘coazione a ripetere’ il trauma dell’emigrazione. Ma ci ho costruito una casa per trascorrervi, salvo imprevisti, gli ultimissimi anni della mia vita. Intanto ci passo le vacanze assieme ai miei figli e alle mie nipoti. Mi aveva colpito la storia di un cugino di mio padre che morì disperato a Zagarolo, vicino a Tivoli, perché non poteva tornare in Calabria dove non aveva più la casa. Voleva morire nel suo paese ma finì i suoi giorni all’Ospedale di Palestrina. Non so se il mio progetto di rimpatrio pre-mortuario riuscirà ma, almeno, ci sono le condizioni.

Com’è cambiata la scuola italiana nel corso degli anni?

C’è stata una evoluzione sia degli alunni che degli insegnanti. La mia generazione aveva meno strumenti. Basta analizzare i libri di testo di allora: le letterature erano monocrome, fatte di carta non adeguata, senza illustrazioni; il manuale di storia dell’arte, D’Ancona-Wittgens-Gengaro, era in bianco e nero. E costavano molto per i redditi di allora. La mia famiglia vendette i dieci maialini che aveva figliato la scrofa, e meno male che era stata una figliata numerosa, per acquistarmi i libri della quarta ginnasiale dove c’erano i quattro vocabolari. E alcuni, le cui famiglie non avevano scrofe gravide, finivano nei seminari dove i libri erano gratis. Poi, al penultimo anno, si spretavano e facevano la maturità fuori. E diventavano ferocemente anticlericali per reazioni alle condizioni di vita semicarcerarie che avevano trovato in quelle scuole.  Anche gli insegnanti, a parte qualche illustre eccezione, erano meno preparati dei professori di oggi.

Ora ci sono viaggi di istruzione sin dalle scuole elementari. Allora solo chi aveva la media più alta alla fine del secondo trimestre partecipava gratuitamente al viaggio di istruzione che si faceva alla fine dell’anno. A noi da Melito Porto Salvo ci portavano a Gambarie, che era una stazione sciistica, dove non c’era assolutamente nulla. E vomitavamo sistematicamente perché la strada, quasi cinquanta chilometri, era assai impervia e con tante curve. In terza media ci portarono a Reggio Calabria, dove io non ero mai stato, e al ristorante rimasi meravigliato dalla sontuosità delle posate.

Nel libro racconto di aver scoperto lo sciacquone in prima media, perché non solo a casa mia, in campagna, non c’era l’acqua corrente ma non c’era neanche nella scuola elementare che frequentai.

Qual è il maggior problema culturale italiano?

La diffusione della scolarizzazione di massa, fatto assolutamente positivo, ha spostato in avanti, rectius in alto, il livello generale della cultura media. Ma con il tempo chi veniva dalle classi disagiate è stato distratto da una sovrabbondanza di forme culturali approssimate, banali, semplificate (televisione, tifo sportivo, stampa, social media), confezionate dalle classi egemoni per perpetuare la subalternità dei poveri. Da qui un vero e proprio abbrutimento culturale cui sono dannati i giovani delle borgate, delle periferie, del Mezzogiorno intero. E i titoli di studio, medio-superiori ed universitari, conquistati a prezzo di grandi sacrifici anche familiari, non si trasformano in occupazione e presto diventano addirittura un peso per chi è destinato alla disoccupazione di lungo corso o a lavori precari, dequalificanti e alienanti. E questo senza che conoscano il teatro, la musica colta, le arti figurative, la letteratura cui anche i manovali o gli artigiani cresciuti a ridosso del ’68 erano stati in qualche maniera iniziati.

Da dove nasce il tuo interesse per l’etimologia e il dialetto, quello che Gozzano definiva come la lingua del sentimento più immediato e innato, ché certe cose non si possono dire in italiano?

Il dialetto calabrese è stata la mia lingua ritrovata; dopo i lungo noviziato scolastico e universitario, nel quale ho appreso ad usare la lingua italiana, a leggere i classici e a insegnarli, ho ritrovato le parole della civiltà contadina, tramite involontaria anamnesi, in occasionali calchi nei libri di letteratura, di filosofia, di storia, di diritto, di linguistica, di teatro.

Nel frattempo la scomparsa dell’economia agricola aveva  determinato l’eclissi del lessico (legato alle stagioni, agli arnesi, alle tecniche) e del vulcanico laboratorio espressivo collegato alla vita comunitaria e fatto di imprecazioni, soprannomi, folclore, apparati paremiologici.

Riesumare queste parole può rispondere ad un disegno di archeologia linguistica (‘Scavi linguistici nella Magna Grecia’ intitolava, nel 1933, una silloge delle sue ricerche Gerard Rohlfs) o anche ad una esigenza emotiva combinata con qualche rimasticatura teorica nella convinzione che, in molti casi, il linguaggio ha una innegabile capacità evocativa del tempo delle origini ed assume una grande importanza affettiva e conoscitiva.

Quelle parole dialettali, semanticamente molto ricche, rimandano alla storia dei popoli che, conquistatori momentanei in attesa di turn-over, nei secoli hanno abitato la Calabria: greci, romani, bizantini, normanni, arabi, angioini, aragonesi hanno lasciato rilevanti testimonianze glottologiche sedimentate in un precipitato originale che solo per caso, e per mancanza di cannoniere per usare una nota metafora di Umberto Eco,  non è diventato lingua letteraria.

Nel 2007 ho pubblicato presso l’editore Rubbettino un dizionarietto antropologico-dialettale, ‘Straci’, che è stato apprezzato da chiunque lo abbia letto.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Spero di riuscire quanto prima a ripubblicare una edizione accresciuta degli ‘Straci’ alla quale sto lavorando dal 2014, anche mediante pubblicazione periodica delle voci su riviste e periodici on-line. Poi terminerò la  biografia di un ingegnere calabrese, un anarchico vissuto dal 1892 al 1936, che ritenevamo un uomo ‘senza macchia e senza paura’ e che, dagli studi archivistici, è risultato non poco compromesso col regime fascista.

Qual è il valore etico della letteratura?

Quando ero giovane leggevamo che la letteratura o era volta al diletto, alla ricreazione del lettore, o doveva servire, formando le avanguardie,  a preparare la rivoluzione. Ora a quella schematizzazione sono subentrate molteplici e disarticolate finalità. Tra cui il sogno, per molti, di vivere di letteratura. Che è analogo al sogno di migliaia di ragazzini che sperano di sfondare nel mondo del calcio. Infondato e velleitario. Nemmeno uno su mille ce la fa. La democratizzazione della bibliourgia, il fatto cioè che moltissimi si fanno stampare, a pagamento e  da case editrici improvvisate, la silloge di poesie o il romanzo  o, in altri casi, auto-producono libri che nessuno compra e che pochissimi leggono, può essere un viatico per accedere a quella che una volta si chiamava la repubblica delle lettere ma, spesso, non è altro che una forma di alienazione per persone che aspirano alla gloria letteraria senza voler affrontare i sacrifici enormi, l’artigianato anonimo e di lunga durata che, soli, possono portare a produzioni di qualità.

Io ho esordito a sessant’anni e so che carmina non dant panem. Mi sono dato l’orizzonte del rispettabile dilettante, uno cioè che prova piacere a scrivere e a esercitare la memoria. Formalmente inseguo una scrittura polifonica, in cui cioè vengono impegnati apparati lessicali provenienti dai diversi registri linguistici e disciplinari (diritto, filosofia, storia, lingue colte e dialetti romanzi) che ho praticato e che, finora, mi hanno fatto vivere dignitosamente e senza grandi alienazioni.

Quanto ai contenuti, infine, vorrei occuparmi della cultura e dei sogni di chi, nell’arco di tutto il Novecento, ha creduto nella lotta per l’emancipazione delle classi subalterne; lotta che, ormai è palese a tutti, ha subito un grave scacco e che, soprattutto perciò, rischia di estinguersi senza lasciare tracce.

I vincitori sono sempre brutali e, in questo caso, anche molto bene armati. Hanno rischiato di essere sconfitti e sono decisi a non fare prigionieri. Desertum faciunt et pacem appellant.

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