Libri

“Vita meravigliosa”

di Gabriele Ottaviani

Ogni interruzione di abitudine è dolore…

Vita meravigliosa, Patrizia Cavalli, Einaudi. Poetessa fa ridere, dai, sembra una presa in giro: così dice Patrizia Cavalli, cui, sostiene, non è mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di farsi chiamare altrimenti che poeta, come la definì anche Elsa Morante, nei confronti della quale la più grande autrice di versi, e non solo, italiana ritiene di avere un debito di riconoscenza: in realtà però la sua voce è assolutamente unica e inconfondibile, e dipinge con tinte vivide oltre ogni paragone la condizione umana nella sua innata e, forse finanche per fortuna, ineliminabile fragilità. Che ci rende umili, umani, capaci di provare amore. Un’antologia maestosa e formidabile.

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“1794”

di Gabriele Ottaviani

La vergognosa verità è che non avrei avuto neppure i mezzi…

1794, Niklas Natt Och Dag, Einaudi, traduzione di Gabriella Diverio, Barbara Fagnoni e Stefania Forlani. Il secondo volume della trilogia di Stoccolma, intensa, avvincente, ben connotata, caratterizzata nel dettaglio sia per quanto concerne gli ambienti che le situazioni, i sentimenti e i personaggi, fluida e trascinante, si apre con una morte improvvisa e dolorosa, quella di una donna che, in una città che pare sempre più lontana dallo splendore del passato, muore la notte delle nozze. Le illazioni si sprecano, ma la madre della ragazza è convinta di sapere la verità. Solo che nessuno è disposto a darle credito: nessuno, a parte un indomito ex soldato con un arto di legno, per cui ogni sopruso, qualsiasi esso sia, è semplicemente intollerabile… Mickel Cardell torna, più moderno e irresistibile che mai: una nuova avventura da non perdere.

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“Quello che manca”

di Gabriele Ottaviani

Il risultato era inequivocabile. Il risultato era equivocabilissimo.

Quello che manca, Michael Frank, Einaudi, traduzione di Federica Aceto. Ci sono cose che volano e cose che restano, ci ha insegnato Emily Dickinson, ma è nella natura umana preoccuparsi soprattutto di quel che manca: non si apprezza mai davvero quel che si ha finché non lo perdiamo, non si desidera mai realmente qualcosa fino a quando non sappiamo di non poterlo avere. Costanza, traduttrice italoamericana di circa quarant’anni, deve rassegnarsi all’idea di non potere figli, che pure vorrebbe, tantissimo: per cercare di elaborare quello che è nei fatti un vero e proprio lutto parte, lascia New York e si concede una vacanza a Firenze, dove incontra un ragazzo di diciassette anni. L’idillio, però, si rompe nel momento in cui li raggiunge il padre di lui, un guru della fecondazione assistita che non può non subire il fascino di Costanza, e… Commedia umana sceneggiata perfettamente, si legge con piacere e induce alla riflessione.

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“Ragazza”

di Gabriele Ottaviani

Cerco di farle una domanda ma lei parla a vanvera, in fretta, senza soluzione di continuità, consumata dagli spettri.

Ragazza, Edna O’Brien, Einaudi, traduzione di Giovanna Granato. Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse e ora questa nuova opera struggente e maestosa, che lacera e al tempo stesso salva l’anima, che nutre col balsamo dell’empatia: scrive tanto, scrive bene, scrive sempre meglio Edna O’Brien, nel gotha della letteratura mondiale con Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), Joyce Carol Oates (Il giardino delle delizie, Loro, Blonde, Un’educazione sentimentale, L’età di mezzo, Un giorno ti porterò laggiù, Bestie, Una ragazza tatuata, Stupro, Acqua nera, Le cascate, Tu non mi conosci, La madre che mi manca, La femmina della specie, Vittima sacrificale, La figlia dello straniero, Uccellino del paradiso, Storie americane, Per cosa ho vissuto, Figli randagi, Il collezionista di bambole, Il maledetto, La donna del fango) e tante altre autrici sublimi. Ragazza, imperdibile, nonché ulteriormente impreziosito da una copertina eccellente, narra di una donna schiavizzata in fuga da un’esistenza di mera e atroce violenza in Nigeria con la sua bambina: magistrale.

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“Addio Lugano bella”

di Giuseppe Mario Tripodi

Massimo Bucciantini, Addio Lugano bella: storie di ribelli, anarchici e lombrosiani, Torino, Einaudi, 2020, € 30.

Preannunciato da un lungo articolo apparso sul domenicale de «Il Sole 24 ORE» del 24 maggio 2020 (L’anarchia a suon di musica) è apparso in libreria  Addio Lugano bella: storie di ribelli, anarchici e lombrosiani (Torino Einaudi 2020, € 30) di Massimo Bucciantini.  

L’autore è docente di Storia della Scienza all’Università di Siena e la sua attività istituzionale risalta soprattutto nei capitoli XI e XII ove affronta l’intreccio tra la storia del movimento libertario e gli intellettuali positivisti; vi traspaiono sia le semplificazioni lombrosiane sui numerosi attentati commessi dagli anarchici, iscritti a cliché craniometrici e pseudo biologici (il «delinquente epilettoide» ne fu il più fortunato), già serviti nello studio di altre vicende tragiche come il brigantaggio postunitario, ed anche l’autonomia dal potere politico che quel consistente nugolo di studiosi poteva permettersi di fronte alle stragi crispine  del 1894 in Sicilia e in Lunigiana.

Un libro da leggere: a differenza degli innumerevoli che non superano la circolazione amicale e di altri che, pur stampati in centinaia o migliaia di copie, servono ad adornare i comodini delle signore di buona società o ad arredare le librerie neoclassiche, dagli scaffali geometrici e geometricamente ripieni, destinate a fare da sfondo a video per marchette di ventennali trasmissioni televisive, ahimè condotte da persone sedicenti di sinistra.

Il libro, che ha avuto buona accoglienza critica (a noi è capitato di leggere Il cavaliere errante dei radicali libertari, di Francesco Benigno su «Alias-il manifesto» del 2 agosto 2020), è una biografia di Ernesto Antonio Pietro Giuseppe Cesare Augusto Gori, nato a Messina, 14 agosto 1865 e morto a Portoferraio l’8 gennaio 1911), anarchico, giornalista, avvocato, poeta, scrittore e compositore italiano nonché «paroliere» di alcune tra le più famose canzoni anarchiche di fine  XIX secolo: Addio Lugano bella, Stornelli dell’esilio, Ballata di Sante Caserio e, aggiungiamo noi al profilo di Wikipedia, l’Inno del Primo Maggio arrangiato e cantato sull’aria Va pensiero del «Nabucco» di Giuseppe Verdi, forse il più famoso canto della lirica italiana «scritto anch’esso in carcere, a San Vittore, nel 1892» (p. 225).

Uno show-man («Pietro assomiglia a un artista prestato alla politica. Più che comizi, i suoi erano spettacoli musicali e teatrali», p. 229) nelle aule di giustizia, nelle piazze, nelle osterie, nei teatri europei ed americani o, anche,  nei vapori con cui affronta  forzate o ludiche migrazioni transoceaniche; un vero cantastorie con tanto  di chitarra a tracolla che riusciva ad intrattenere affollati uditori per diverse ore, convinto che «conquistare la ragione, la mente, non basta se non si conquista anche il sentimento, il cuore» (p. 236).

Un vero e proprio mito che «ha in molti casi ha offuscato il suo ruolo di organizzatore e agitatore rivoluzionario nel senso proprio del termine. E così facendo ha riprodotto uno stereotipo da leggenda e da canzone popolare che ha finito per imbalsamarlo nella figura del cavaliere errante dell’anarchia, dell’apostolo e poeta gentile. Figura che lui stesso da un certo punto della sua vita in poi ha contribuito a costruire» (p. 129).   

E tra gli estemporanei ascoltatori delle sue performances (politiche, musicali e teatrali ad un tempo) la folla dei seguaci dell’anarchia per i quali Pietro Gori ha speso la sua vita, logorata e interrotta dalla malattia quando non aveva ancora cinquant’anni:  emarginati, ribelli e sognatori di antico e di nuovissimo conio, plebi di studenti, operai, artigiani.

Già gli artigiani: non esiste luogo ove si siano sviluppate le battaglie del movimento anarchico che non annoveri tra i suoi membri un artigiano e, tra essi, i sarti: «le associazioni dei sarti erano le più toccate dalle idee radicali» (G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, Vol. I, I precursori, Bari 19772, p. 254).

E tra i sarti il più famoso, e quello che diede più filo da torcere a Marx nella Prima Internazionale dei lavoratori (1864-1872) fu senza dubbio Wilhelm Weitling, (ibidem, pp. 180-181)

Molti sono gli artigiani che incontriamo in questo libro: da quelli in prima linea nelle città toscane (pp. 21, 58 e sgg., 92) a Isaia Pacini, sarto pistoiese trapiantato in Svizzera (p. 208-209) «… primo sarto di Lugano, egli veste tutto ciò che c’è di elegante e di ricco in città e nei suoi dintorni» (nota 20 p. 290), perseguitato assieme a Pietro Gori e, nella persecuzione, fondatore di altre sartorie  a Londra, a Parigi, a Marsiglia: egli aveva scritto un’autobiografia (Reminiscenze) in cui «che rappresenta un esempio tipico di quello strato sociale artigiano che costituiva, con le sue speranze e le sue delusioni, il principale sostegno dell’anarchismo italiano» (Biblioteca Franco Serantini, Dizionario Biografico on-line degli anarchici italiani, ad vocem).

Le storie artigiane di questo volume  si chiudono alle pagine 239-240: durante un viaggio in Sudamerica fatto nel 1901 con il poeta Romano Cesare Pascarella, Pietro Gori ebbe modo di frequentare un anarchico italiano, un calzolaio torinese che già da diversi anni risiedeva in America Latina. Juan De Marchi si chiamava. E nei primi anni Venti del Novecento, nella sua bottega a Valparaiso trascorrerà lunghi pomeriggi uno studente cileno di quattordici, quindici anni, poi diventato famoso, che così ricorderà:

Appena finite le lezioni andavo a parlare con questo anarchico che ha avuto davvero molta influenza nella mia vita da ragazzo.  … erano importanti soprattutto i suoi commenti, perché io non ero portato per le letture profonde, e lui me le semplificava con quella chiarezza e quella semplicità che sono proprie degli operai quando hanno assimilato qualcosa.

«Quel chico, quel giovane studente che andava a lezione di politica da un ciabattino anarchico italiano si chiamava Salvador Allende» (p. 240).

Siamo arrivati alla fine della recensione e abbiamo dimenticato di parlare della canzone, Addio Lugano bella, che ha dato il titolo al libro.

Non importa: quella canzone era soltanto la scusa per parlare di Pietro Gori e dell’anarchia. 

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“Il cuore di un’ape”

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Il giorno dopo è sabato e il tempo sí che regge. Le api sono arrivate da una settimana ed è il momento della prima visita all’arnia. In estate per gran parte degli apicoltori è un compito settimanale. Togli il coperchio e sollevi le stecche a una a una: stai attento a notare segni di malattia, controlli la covata e le scorte di polline, ti accerti che la regina sia viva e in salute. La mia prima visita è molto piú semplice di cosí: voglio solo verificare che le api abbiano abbandonato i telaini di Viktor per cominciare a costruire il favo sulle stecche che stanno sopra. Mi metto la tuta. Stivaloni, guanti spessi e maschera di rete a coprirmi il viso. In tasca ho una leva staccafavi gialla, come un piede di porco in miniatura pronto a separare le cose. Sento gli uccelli e il traffico, un tizio che sputa e urla per strada, il fruscio della mia testa che sfiora l’interno del cappuccio. Niente movimenti bruschi, lo so; ma non è facile…

Il cuore di un’ape – Il mio anno da apicoltrice in città, Helen Jukes, Einaudi, traduzione di Piernicola D’Ortona e Maristella Notaristefano. Società gerarchica quella delle api, come e più della nostra. E al tempo stesso piena di fascino: un universo con delle caratteristiche tutte sue, ricche di suggestioni e che inducono a un’ampia gamma di riflessioni, come ha mostrato, facendone anche un simbolo di un’infanzia rarefatta e anticonvenzionale, fiabesca e tenera, Alice Rohrwacher con il suo Le meraviglie, profondamente autobiografico e adattissimo per Cannes, dove infatti ha fatto faville ormai sei anni fa. Helen, trentenne che come tutta la sua generazione si trova a svuotare il mare col cucchiaino, un giorno decide di prendere finalmente in mano la sua vita: attraverso un’arnia. E… Interessante meditazione sull’esistenza e la sua ironia, è un viaggio piacevole e intenso.

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“La vita alla finestra”

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Ci siamo trasferiti da diversi mesi. Siamo contenti dell’appartamento, ci piace la luce e i pochi mobili. Ovviamente, il bagno non sono venuti ad aggiustarlo. Viviamo bene: mangiamo quel che capita e facciamo la doccia insieme. Finora, l’unica discussione seria è stata per i nostri libri. Cintia voleva che li mettessimo tutti insieme sulle mensole della casa. Io non ero disposto a mescolarli tutti, cosí ho comprato una libreria nuova per il corridoio e la cameretta singola. Cintia pensa che sia una divisione assurda. Brrr. Ma io ritengo che sia pericoloso condividere certe cose. Ne ho approfittato per classificare i miei libri in base al genere, il periodo e la nazionalità (dove metteresti Gombrowicz? E Nabokov?) Ciascun esemplare ha una sua storia intima, le sue ammaccature, sottolineature e opinioni. Mi sembra promiscuo da parte della gente rimescolare cosí le biblioteche. Finora Cintia non è dovuta partire spesso, per fortuna. L’attende un mese di maggio sfiancante (temperature miti, abiti leggeri, paesaggi idilliaci, single disperati), ma per allora saremo ormai completamente coordinati. Quanto a me, l’azienda dei tendaggi mi ha offerto di rinnovarmi il contratto per altri tre mesi e non sono stato capace di rifiutare. Cintia continua a ripetere che dovrei cercarmi una scuola. E io insisto a dire che dobbiamo comprare un biglietto della lotteria.

La vita alla finestra, Andrés Neuman, Einaudi. Traduzione di Silvia Sichel. L’Eveline joyciana la passava così, dietro a dirty curtains fatte di polvere e cretonne: oltre i vetri scorreva, ma lei non aveva il coraggio di viverla, la vita. E dunque se ne stava alla finestra. E d’altro canto invece c’è chi ha saputo cantare l’amore e l’universo meglio di chiunque altro anche se di fatto non ha mai lasciato la sua stanzetta: si veda alla voce Dickinson. La vita può passare anche così, trascorsa alla finestra, che è al tempo stesso luogo di confine, conflitto e contatto, limite e varco di pervietà di cui Hitchcock in uno dei suoi più noti capolavori ha indagato le zone d’ombra più inquietanti: le abbiamo riscoperte, assieme ai balconi, durante la pandemia, noi che presi dalla frenesia del quotidiano eravamo più avvezzi ad aprire quelle del browser sul desktop. Come quelle che, a grappoli, si affastellano dinnanzi agli occhi di Net, che dalla sua casa spagnola scrive a Marina, misteriosa, tutto di sé. O meglio, tutto quel che vuole che lei sappia: perché si sa, niente è più reale, oggi come oggi, del virtuale, e del resto ogni autobiografia è sincera nella misura in cui aderisce all’immagine che di sé il suo protagonista principale vuole raccontare… Pubblicato per la prima volta quasi vent’anni fa e poi riedito, questo romanzo è un’allegoria della natura umana più attuale e puntuale che mai. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“La lista degli stronzi”

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Avevano dovuto ricostruire la storia dopo che lei era morta, attraverso gli amici, la sua coinquilina, la polizia. Non avevano mai scoperto chi fosse stato. Non qualcuno con cui lei aveva una storia seria. Le sue amiche ne erano certe. Era successo dopo una festa, una botta e via. Poi lei aveva scoperto di essere incinta. Lo Stato dell’Indiana era sempre stato severo. All’epoca, nel 2016, Pence, che era governatore, aveva firmato una legge che proibiva alle donne di abortire in seguito a una diagnosi di disabilità. La legge proponeva anche di rendere pubblica l’identità di chi sceglieva di abortire, di organizzare un funerale al feto e di sottoporre le donne a un’ecografia almeno diciotto ore prima della procedura. (Tutto questo ovviamente molto pima di quel che era accaduto – chissà cosa – a Pence in quella camera d’albergo a Washington. Nessuno lo aveva mai saputo con certezza. Pence si era dimesso e aveva negato tutto, ma i pettegolezzi si sprecavano: era stato incastrato dai Clinton, era stato incastrato dai Trump per lasciare posto a Ivanka, l’avevano trovato strafatto di popper mentre faceva un pompino a un bambino nero. Non era accaduto niente. Era accaduto di tutto. Alla fine, nel casino generale, nessuno aveva mai capito cosa fosse successo davvero. «Mike Pence non era granché in sintonia con le mie idee o la mia elezione!» aveva scritto Trump all’epoca su Twitter). Ad ogni modo, nel 2017, dopo che Pence era diventato vicepresidente, il nuovo governatore, Holcomb, aveva firmato una legge che richiedeva a chi praticava l’aborto di riferire agli organismi statali informazioni nel dettaglio sulla paziente. Quelli a favore sostenevano che la legge avrebbe garantito un aborto sicuro, ma in realtà serví solo a stigmatizzare la procedura. Le associazioni dei diritti civili provarono a dare battaglia e persero.

La lista degli stronzi, John Niven, Einaudi. Traduzione di Marco Rossari. Ce n’è una marea: sono gli ipocriti, i disonesti, i falsi, i bugiardi, i traditori, i ruffiani, i vanagloriosi, i raccomandati, i prepotenti, i razzisti, gli omofobi, i qualunquisti, i violenti, i ladri, i delinquenti, gli evasori, i crudeli, quelli che hanno sempre una parola cattiva per tutti, quelli che agiscono per gratuita meschinità e non rispettano nemmeno gli ultimi desideri di una persona che dicono, ma solo perché dirlo salva le apparenze, di amare, quelli che sono miserabili e orgogliosi di esserlo, quelli che guardano gli occhi degli altri convinti di trovarvi una pagliuzza ma che in realtà sono accecati da due enormi travi, come e più di Polifemo, quelli che conoscono solo l’imbroglio e il sotterfugio e quindi danno per scontato che anche gli altri sappiano comportarsi solo e soltanto in quella maniera, quelli che criticano i figli degli altri quando i propri pur di non far crescere loro i nipoti li affidano letteralmente al primo che capita ancora in fasce, e inoltre mentono sulle lauree, mentono sul lavoro, rubano loro persino i soldi dal portafogli e non è per qualche merito che finiscono sul giornale, ma solo perché indagati per qualche maxitruffa, quelli che vivono di certezze, quelli che non valgono nulla e si credono chissà chi, quelli che non sono altro che perdenti di presunto successo, quelli che non sanno niente e mettono bocca su tutto, quelli che… C’è una icastica definizione per loro: gli stronzi. La lista è lunga, ognuno di noi ne conosce parecchi, e sovente purtroppo ci è persino imparentato: Niven la compila, e descrive alla perfezione l’umanità. Ovvero tutti noi. Impeccabile e imperdibile.

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“Qualcosa per cui vivere”

81m5S2a-6yL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

L’incantesimo non era forse del tutto spezzato, ma incrinato di sicuro. Andrew fece per scendere dall’auto, ma Peggy si guardò intorno con esagerata circospezione e gli diede un casto bacio su una guancia. Poi si sistemò il trucco davanti allo specchietto retrovisore. In casa Andrew poté sfogarsi ballando in soggiorno sulle note di Ella. Maisie, che fino a un certo punto li aveva ignorati presa com’era dal suo romanzo, aspettò che fosse finita la canzone per chiedergli chi fosse la cantante. Andrew giunse le mani in solenne preghiera. – Si tratta di Ella Fitzgerald, amica mia, la piú grande cantante di tutti i tempi. Maisie concesse un sobrio cenno di approvazione. – Mi piace, – disse col tono di chi interviene a dirimere un acceso dibattito. Poi tornò a leggere. Andrew stava per mettere un’altra canzone – gli andava di ascoltare Too Darn Hot – per poi andare a prendere altre birre dal freezer che Imogen teneva in garage, quando Peggy apparve sulla porta del soggiorno e chiese alle ragazze di aiutarla ad apparecchiare la tavola. Si aprí una birra fredda e si lasciò cadere sul divano, dove si prese qualche minuto per assorbire bene il presente. La musica, il vocio animato nella stanza attigua, il profumo delizioso proveniente dalla cucina. Era inebriante. Il governo avrebbe dovuto fare una legge, pensò: a tutti, almeno una volta l’anno, spettava di diritto di potersi sedere su morbidi cuscini, pregustare una buona cenetta a base di ravioli e vino rosso, ascoltare le chiacchiere di persone care e sentire, anche solo per un breve lasso di tempo, di essere importanti per qualcuno. Solo allora capí che la fantasia che aveva creato e alimentato era appena un blando e triste sostituto della realtà.

Qualcosa per cui vivere, Richard Roper, Einaudi. Traduzione di Manuela Francescon. Ognuno di noi ha qualcuno o qualcosa per cui vivere. Nessuno nasce per essere solo. Nessuno si salva da solo. Tutti cerchiamo, e spesso la strada è impervia e nascosta, il nostro posto nel mondo, amore, benessere, felicità, per noi e per quelli cui vogliamo bene. Tutti vogliamo proteggere ed essere protetti, curare ed essere curati, realizzare i nostri e gli altrui sogni. Nessuno vuole andarsene senza qualcuno affianco. Quel qualcuno, spesso, è Andrew, che, incaricato dal comune di Londra di rintracciare i parenti di chi passa a miglior vita senza il conforto di un familiare, di norma è l’unico partecipante alle esequie di quelle persone. Lui però solo non è, o almeno così ha dichiarato: personaggio di raffinatezza psicologica impareggiabile, protagonista che sullo schermo farebbe fuoco e fiamme e innamorare di sé anche un sasso, Andrew è l’idiota dostoevskijano nella versione di Roper. Che non è un semplice romanzo ben scritto, è un incanto.

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“I portatori d’acqua”

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Sei perseguitato dal fantasma di tuo suocero…

I portatori d’acqua, Atiq Rahimi, Einaudi. Traduzione di Yasmina Melaouah. Nel cuore dell’Afghanistan c’è una fertile valle, in cui fanno splendida mostra di sé due gigantesche statue di Buddha: ma nel marzo del duemilauno non restano che macerie. Nello stesso periodo Tom, che in realtà si chiama Tarim, vive in esilio in Francia, fa il rappresentante, soffre di paramnesia ed è sposato, parte da Parigi verso Amsterdam, dove lo attende l’amante. In contemporanea, a Kabul, Yussef, vessato, fragile, analfabeta, trattato come un eunuco, povero, si desta. Lo attende il suo faticoso lavoro da portatore d’acqua: e non può marcare visita, altrimenti i talebani lo puniranno con novantanove frustate sulla schiena. Oltretutto, deve anche occuparsi della moglie del fratello esule. La donna, però, scompare… Il destino neghittosamente gioca con la vita degli uomini, tessendo una trama suggestiva e maestosa: appassionante.

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