venezia 72

“Innocence of memories”

OrhanPamukdi Gabriele Ottaviani

Millecinquecentonovantatre inviti a cena, per una storia d’amore durata nove anni. Per quarantaquattro volte i loro corpi si sono ritrovati allacciati, contro tutto e tutti. Oltre quattromila i mozziconi di sigaretta che hanno avuto il privilegio di essere tenuti fra le labbra di lei, raccolti insieme a orecchini, abiti, cagnolini di porcellana. Tutti gli oggetti, tutti i frammenti che compongono una passione. Oggetti rubati, ma non c’è colpa, perché i ricordi sono per definizione innocenti. È un documentario, ma nonostante la forte presenza delle voci narranti e la dimensione sospesa fra più piani ha una precisa identità filmica, e una compiutezza che molte pellicole, anche di registi di chiara fama, si sognano. È la storia di un museo, di una vita, di un sogno. Fatto di arte, parole, pagine, segni, immagini. E soprattutto del bene più prezioso, quella ricchezza che è paideutica, formativa, testimonianza del passato e ponte verso il futuro: la memoria. Istanbul è una delle più grandi e magnifiche città del mondo, un grande organismo che vive cibandosi di storia. Orhan Pamuk, che racconta e si racconta, è uno dei più grandi scrittori del globo, vincitore nel duemilasei del Premio Nobel per la letteratura, conferitogli, stando alla motivazione ufficiale della commissione giudicante, “perché nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture”. È il narratore di Istanbul, come Dickens per Londra o Zola per Parigi, cambiando quel che si deve cambiare. Il suo “Museo dell’Innocenza” è oggi una realtà. Ma lo era già. È un libro, da anni, uno dei suoi più fortunati e importanti romanzi. Il racconto della brama, carnale, romantica e ineluttabile di Kemal per la lontana cugina Füsun, povera in una città che si sta aprendo all’occidente a suon di grandi alberghi e tecnologia, ma che ancora ha per custodi delle sue notti più buie i cani randagi, che vagano a branchi nelle tenebre grondanti immondizia che avvolgono una metropoli in continua evoluzione, che ha un solo polmone verde e in cui, come dappertutto, ogni abitante perde una parte di sé quando il paesaggio cambia. Un museo vero, popolato di oggetti reali, una casa comprata per custodire un’assenza, che è però dunque anche una grande invenzione letteraria. Nelle stanze, nella città, che specie di notte sembra esserne l’ideale prosecuzione, nella memoria del narratore e dei suoi personaggi rivive un’ossessione d’amore che non trova termini di paragone. Innocence of memories, di Grant Gee, affascina e coinvolge.

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