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“Mi piace!”

41DrUjnNguL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La critica più ricorrente, tra i detrattori dell’uso/abuso della chat, è l’ormai diffusa dispercezione delle opportune fasce orarie di reperibilità dell’altro. Soprattutto da parte di una fascia generazionale intermedia, che va dai 30 ai 40 anni, si muove l’accusa di questa grave perdita di cognizione, imputata sia ai giovanissimi che agli over 50. Facebook, a loro avviso, conferisce l’illusione di potersi rivolgere a qualsiasi ora e in qualsiasi momento della giornata anche a soggetti con cui non si ha un grado di confi denza tale da poter prescindere da queste convenzioni interazionali di base. Prima dell’avvento dei social era impensabile che uno studente si rivolgesse a un proprio discente a tarda ora per chiedere delucidazioni sulla lezione o sulla data fi ssata per il prossimo esame. C3, giovane collaboratore universitario, ad esempio, afferma che: “È necessario stabilire dei limiti, altrimenti gli studenti trascendono. Non hanno più il senso della misura, di ciò che è lecito chiedere e quando e in che termini farlo.” In chat, in altre parole, si segnala un significativo calo della deferenza legata al ruolo e alle convenzioni sociali, che, invece, è sostanzialmente mantenuta nelle esternazioni pubbliche…

Mi piace! – La ricerca del consenso ai tempi di Facebook, Valentina Croce, Meltemi. Tutti vogliamo amare. Tutti vogliamo essere amati. Tutti, soprattutto, vogliamo piacere. Perché il piacere ci dà il potere. Di scegliere. Di rifiutare. Di vendicarci dei rifiuti che abbiamo subito. Andy Warhol, quando parlava del quarto d’ora di celebrità, a disposizione di tutti, specie di chi non se lo merita (ma in fondo si può parlare davvero di meritocrazia? O non è un atteggiamento forse snob, moralistico e anacronistico?), ci ha visto non lungo, lunghissimo: adesso conta di più un like di un amore sincero, i numeri che ricordi a memoria non sono più quelli di telefono delle persone care, che magari stanno male ma tu non te ne accorgi o fai finta di non vedere per non impegnarti sul serio o distrarti dalla sincera partecipazione per un qualche dramma di un “amico” virtuale, bensì quelli dei follower che hai su Instagram, dove tutti siamo imprenditori di noi stessi, artefici del nostro destino, che filtriamo con la luce migliore per far risaltare meglio l’immagine che vogliamo dare al mondo, per far scintillare il nostro fragilissimo ego e l’ancor più facile a rompersi maschera pirandelliana con cui ci agghindiamo rischiando sempre, e sempre più di frequente, di scatenare le altrui risa. C’è chi sostiene che il lavoro si paghi in visibilità, che non è però una moneta spendibile quando si va al supermercato, e ormai quelle gerarchie che non vogliono essere classismo o deferenza ma semplicemente buona creanza sono state sostituite dal linguaggio aggressivo di una sempiterna campagna elettorale, in cui però è difficile che qualcuno vinca sul serio: Valentina Croce analizza i social, la nostra realtà, il nostro tempo e la società con bravura e competenza, dando alle stampe un’opera profonda, intelligente, utile, istruttiva, che induce alla riflessione.

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