Libri

“Otto”

di Gabriele Ottaviani

Alcune prigioniere già camminano…

Otto – Il romanzo – Tutti siamo tutti, Roberta Calandra, Edizioni Croce. Prefazione di Giovanni Mastrangelo. Che l’amore sia tutto è tutto ciò che ne sappiamo, e sappiamo anche come possa assumere numerose sembianze nel corso del tempo. L’otto, il simbolo dell’infinito, è il numero delle successive incarnazioni di due anime benedette dal sentimento più importante e rivoluzionario che esista nel corso della storia, al di là dello spazio e non solo: Roberta Calandra dà vita a un’allegoria fiabesca sulla resilienza e la passione, da cui è puro gaudio lasciarsi avvincere.

Standard
Libri

“Mi piace!”

41DrUjnNguL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La critica più ricorrente, tra i detrattori dell’uso/abuso della chat, è l’ormai diffusa dispercezione delle opportune fasce orarie di reperibilità dell’altro. Soprattutto da parte di una fascia generazionale intermedia, che va dai 30 ai 40 anni, si muove l’accusa di questa grave perdita di cognizione, imputata sia ai giovanissimi che agli over 50. Facebook, a loro avviso, conferisce l’illusione di potersi rivolgere a qualsiasi ora e in qualsiasi momento della giornata anche a soggetti con cui non si ha un grado di confi denza tale da poter prescindere da queste convenzioni interazionali di base. Prima dell’avvento dei social era impensabile che uno studente si rivolgesse a un proprio discente a tarda ora per chiedere delucidazioni sulla lezione o sulla data fi ssata per il prossimo esame. C3, giovane collaboratore universitario, ad esempio, afferma che: “È necessario stabilire dei limiti, altrimenti gli studenti trascendono. Non hanno più il senso della misura, di ciò che è lecito chiedere e quando e in che termini farlo.” In chat, in altre parole, si segnala un significativo calo della deferenza legata al ruolo e alle convenzioni sociali, che, invece, è sostanzialmente mantenuta nelle esternazioni pubbliche…

Mi piace! – La ricerca del consenso ai tempi di Facebook, Valentina Croce, Meltemi. Tutti vogliamo amare. Tutti vogliamo essere amati. Tutti, soprattutto, vogliamo piacere. Perché il piacere ci dà il potere. Di scegliere. Di rifiutare. Di vendicarci dei rifiuti che abbiamo subito. Andy Warhol, quando parlava del quarto d’ora di celebrità, a disposizione di tutti, specie di chi non se lo merita (ma in fondo si può parlare davvero di meritocrazia? O non è un atteggiamento forse snob, moralistico e anacronistico?), ci ha visto non lungo, lunghissimo: adesso conta di più un like di un amore sincero, i numeri che ricordi a memoria non sono più quelli di telefono delle persone care, che magari stanno male ma tu non te ne accorgi o fai finta di non vedere per non impegnarti sul serio o distrarti dalla sincera partecipazione per un qualche dramma di un “amico” virtuale, bensì quelli dei follower che hai su Instagram, dove tutti siamo imprenditori di noi stessi, artefici del nostro destino, che filtriamo con la luce migliore per far risaltare meglio l’immagine che vogliamo dare al mondo, per far scintillare il nostro fragilissimo ego e l’ancor più facile a rompersi maschera pirandelliana con cui ci agghindiamo rischiando sempre, e sempre più di frequente, di scatenare le altrui risa. C’è chi sostiene che il lavoro si paghi in visibilità, che non è però una moneta spendibile quando si va al supermercato, e ormai quelle gerarchie che non vogliono essere classismo o deferenza ma semplicemente buona creanza sono state sostituite dal linguaggio aggressivo di una sempiterna campagna elettorale, in cui però è difficile che qualcuno vinca sul serio: Valentina Croce analizza i social, la nostra realtà, il nostro tempo e la società con bravura e competenza, dando alle stampe un’opera profonda, intelligente, utile, istruttiva, che induce alla riflessione.

Standard
Libri

“Alla deriva”

arton145993-74cd6.jpgdi Gabriele Ottaviani

E cambiò discorso perché quell’argomento gli riusciva penoso.

Alla deriva, Maria Messina, Edizioni Croce. Prefazione di Elena Stancanelli (Benzina, Le attrici, Firenze da piccola, A immaginare una vita ce ne vuole un’altra, Mamma o non Mamma, Un uomo giusto, La femmina nuda). L’ultima dei veristi (ebbe una fitta corrispondenza con Verga, iniziata quando la scrittrice aveva circa vent’anni ed era da poco a conoscenza del fatto che la sua salute era minata dalla sclerosi multipla), da sempre attenta alla martoriata condizione femminile del suo tempo, rimasta per decenni nell’ombra polverosa del dimenticatoio, e poi infine riscoperta, ma troppo tardi e al momento ancora con minor fortuna rispetto a quella che ha meritato, che merita e che deve continuare a meritare, racconta, in questo breve ma intenso, sensibile, scorrevole, modernissimo, scritto comme il faut, niente affatto datato, coinvolgente, classico ma non retorico, elegante e brillante libro, pubblicato per la prima volta novantasette anni fa dal celeberrimo editore Treves, la vicenda di Marcello Scalia, un giovane uomo nativo della Sicilia ed emigrato in Toscana per completare i propri studi universitari che s’innamora di Simonetta, diversa da lui per indole e ceto. Possono essere felici gli esiti, date le premesse? Ma… Da non perdere. Da leggere e rileggere.

Standard
Libri

“Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia”

cover-CRONISTORIA-x-sito7421di Gabriele Ottaviani

Qui si documentano alcuni rifiuti della pubblicazione dell’Arte della gioia e una loro cronistoria. Non si tratta di una raccolta completa – alcuni di essi sono stati trasmessi a voce e di altri è andata perduta la corrispondenza – ma di quanto è contenuto, e documentabile, nell’archivio che raccoglie le opere di Goliarda Sapienza. I documenti coprono un arco temporale che va dal 1978 al 1985. Dopo questa data, a parte qualche sporadico tentativo, l’impegno di Sapienza a pubblicare il romanzo cessò del tutto fino alla sua morte avvenuta nel 1996. Non sono qui documentati i tentativi extraeditoriali di far conoscere il romanzo, il più importante dei quali, è utile ricordarlo, fu fatto all’uscita di Sapienza dal carcere di Rebibbia, dove con ostinazione aveva voluto entrare anche per creare intorno a sé un caso mediatico che avrebbe potuto portare alla pubblicazione del romanzo. Proprio per perseguire la via mediatica si pensò di realizzare per la Rai uno sceneggiato dal romanzo. Una volta trasmesso in tivù si sarebbe potuto sperare in un interessamento da parte delle case editrici alla pubblicazione in volume. Era l’anno 1982. Fu con questo intento dunque che alcuni amici che avevano letto L’Arte della gioia in manoscritto costituirono un comitato per occuparsi degli aspetti della produzione. Fu fondata una società e scritta una sceneggiatura che avrebbe dovuto essere presentata a uno dei massimi dirigenti della Rai, che già s’era detto assai interessato al progetto, persona stimata per l’ampiezza delle sue visioni culturali. Ma non aveva ancora letto il romanzo. Una mattina, una sua telefonata personale convocò d’urgenza i membri del comitato nel suo studio di viale Mazzini. Abbastanza fuori di sé, esordì con queste parole: «Ma voi siete pazzi! Ma che volete fare saltare in aria la Rai? Questa donna (scil. Modesta) uccide la madre, la sorella, anche chi l’ha beneficata, si masturba, fa sesso anche con donne, anche incestuoso e non paga mai nulla!». Non serve qui riportare le vicende che dopo la morte di Sapienza, a partire dalla pubblicazione in Francia del romanzo, decretarono il riconoscimento internazionale dell’Arte della gioia, sino a oggi tradotto in quindici lingue e ventotto paesi. Sono da tempo note ai lettori.

Goliarda Sapienza, Angelo Pellegrino, Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia (in appendice cronologia bio-bibliografica a cura di Salvatore Asaro), Edizioni Croce. Goliarda Sapienza completa L’arte della gioia – libro-scandalo, romanzo d’avventura e di formazione, autobiografia immaginaria e immaginifica, volume politico, erotico, sentimentale, che ha per protagonista Modesta, una indomita carusa – dopo nove anni di lavoro giovedì ventuno ottobre millenovecentosettantasei. Dopo ulteriori mesi e mesi di revisione il libro è pronto per essere dato alle stampe all’inizio dell’estate del millenovecentosettantotto. Scrive dunque a Enzo Siciliano che aveva patrocinato insieme ad Attilio Bertolucci la pubblicazione di Lettera aperta, dopo averne curato l’editing, presso Garzanti. Siciliano si adopera presso Pautasso, direttore editoriale di Rizzoli. La Sapienza non ottiene risposta. Pensa allora di affidarsi al noto agente letterario Erich Linder. Che però vuole attendere la risposta dell’editore. Che arriva. Negativa. La lite è burrascosa. Nel frattempo Adele Cambria scrive sul Giorno un articolo in cui si annuncia l’uscita del libro, di cui si parla inserendolo in una cornice di testi di grande rilievo, espressioni di una certa sicilianità e relativi a una particolare visione del mondo e della letteratura, come il monumentale Horcynus Orca di D’Arrigo, prima di Natale. Non avverrà. Allora si tenta la carta Paolo Terni, direttore di Einaudi. Che rifiuta. Nel frattempo anche Linder, per un grave lutto familiare, non può più assistere la Sapienza, e le rende il suo manoscritto, non letto. Goliarda Sapienza si rivolge allora a Sandro Pertini, che si adopera per lei. È stata contattata anche Inge Feltrinelli, ma pure in queto caso la replica tarda ad arrivare. Quando giunge, è un nuovo rifiuto. La casa editrice è attualmente orientata, scrive, verso la letteratura sperimentale, e non verso un romanzo tradizionale, che si rifà a canoni narrativi sostanzialmente ottocenteschi applicati a una trama nella quale si intrecciano elementi di natura sociologica, erotica e psicologica, armonizzati da una buona scrittura. E così via. Goliarda Sapienza. Personaggio scomodo, difficile, complesso, che sfugge alle categorie e alle definizioni, straordinario. Cronistoria è un volume interessantissimo, che raccoglie una messe di documenti, lettere, dattiloscritte o vergate a mano, che sono un ritratto del tempo, della storia, della letteratura e dell’Italia, a vario titolo. Da leggere, per conoscere e capire.

Standard
Libri

“Mary Barton”

cover-MARY-BARTON-x-sito7291di Gabriele Ottaviani

Non molto lontano dalla strada in cui si apriva il cortiletto di Mary, le due ragazze trovarono Harry Carson che le aspettava, con la tesa del cappello tirata molto in giù, a coprirgli il viso, come se temesse di essere riconosciuto. Vedendole, si avviò – senza dire una parola sebbene fossero ormai molto vicine – e le guidò verso una stradina di case non finite. Alla fine si fermò, al riparo e al nascondiglio di una staccionata messa là per impedire che il materiale da costruzione invadesse la strada. Un minuto dopo le ragazze gli furono davanti. Mary ricambiava ora con vigore la stretta di Sally, decisa a volerla quale testimone – volente o nolente – del colloquio che sarebbe seguito. Ma Sally, per la sua curiosità, era una docile prigioniera. Con maggior libertà di quanta ne avesse mai usata, Carson cinse Mary alla vita con un braccio, e nonostante la sua ferma resistenza mantenne la stretta. «No, no! piccola strega! Vi ho presa e vi terrò! Ditemi perché mi sfuggite a questo modo da qualche giorno, ditemelo, su, mia bella civetta!». Mary cessò di lottare, ma si volse in modo da essergli quasi di fronte e parlò con calma e senza esitazione. «Signor Carson! Voglio dirvi una volta per tutte che da quando vi ho visto, lunedì sera, ho deciso di non avere più nulla a che fare con voi. So di avere sbagliato lasciandovi credere che mi piacevate; credo che io stessa non capivo bene le mie idee; vi chiedo umilmente perdono, signore, se vi ho dato qualche illusione». Per un istante lui fu sbalordito; poi la vanità venne in suo aiuto e lo convinse che Mary stava semplicemente scherzando. Lui, giovane e ricco e bello e gentile! No! Lei stava solo dando prova del gusto, tutto femminile, per la civetteria. «Siete una piccola, incantevole canaglia a fare così! “Vi chiedo umilmente perdono se vi ho dato qualche illusione!”. Come non lo sapeste che vi penso dalla mattina alla sera. Ma volete che ve lo ripeta, vero?». «No, signore, no. Preferirei sentirvi dire che non mi penserete più, invece di parlare come fate. Poiché io, signore, non sono mai stata più seria di adesso, quando vi dico che questa è l’ultima sera che mi fermo a parlare con voi».

Elizabeth Gaskell, Mary Barton, a cura di Francesco Marroni, Edizioni Croce. Manchester, prima metà del diciannovesimo secolo. Nemmeno lì per la classe operaia pare esserci il paradiso. Mary è una sarta, spera di fare un buon matrimonio per garantire stabilità a sé e al padre, ma il vero amore è un altro. Un uomo, però, che viene accusato di omicidio. Bilanciando perfettamente i due temi principali, il delitto e la sperequazione sociale, la Gaskell, qui al suo esordio narrativo, confeziona un’opera che tratteggia un vividissimo quadro del suo tempo e della storia. Le persone che si incontrano leggendo sono vere, reali, sembra di poterle toccare, stringere loro le mani, accompagnarle nel corso del loro faticoso cammino. Un’opera di rara potenza.

 

Standard
Libri

“I fratellastri”

13241231_551010001743608_2484616089144977391_ndi Gabriele Ottaviani

Ma un po’ tutti quanti lo ritenevano stupido, ottuso, e questa stupidità cominciò a gravare su di lui. Sedeva senza aprire bocca, a volte per ore intere; allora mio padre lo riprendeva e lo invitava a svolgere una mansione, magari qualcosa nella fattoria. E ci volevano addirittura tre o anche quattro rimproveri prima che si decidesse ad adempiere a quella richiesta. Lo stesso accadde quando iniziammo ad andare a scuola. Non riusciva a ricordare quello che veniva spiegato a lezione, il maestro non ne poteva più di rimproverarlo e di punirlo, e alla fine consigliò a mio padre di ritirarlo dalla scuola e di metterlo a lavorare da qualche parte in fattoria e di fargli svolgere un ruolo che non andasse oltre le sue possibilità intellettive. Dopo quell’episodio, sono del parere che divenne perfino più cupo e stupido di prima; eppure non era un ragazzo rancoroso, era paziente e di natura mite, e provava a risultare gentile con tutti, perfino con quelli che lo avevano rimproverato o picchiato fino a un attimo prima. Ma molto spesso i suoi tentativi di risultare gentile portavano a qualche guaio ai danni delle stesse persone alle quali si stava sforzando di dare una mano, per via dei suoi modi goffi e sgraziati. Suppongo che io fossi un ragazzetto intelligente; ad ogni modo, mi riempivano sempre di complimenti ed ero il galletto della scuola, come si dice dalle nostre parti.

Elizabeth Gaskell, I fratellastri, introduzione e cura di Michela Marroni, postfazione di Mara Barbuni, traduzione di Salvatore Asaro (in appendice due frammenti gotici incompiuti), Edizioni Croce. Helen è vedova e ha due figli. Deve lavorare in fattoria. Le muore anche la figlia. Entra, comprensibilmente, in depressione. Tutto pare perduto. Un giorno però qualcuno bussa alla sua porta. La chiede in moglie. Ogni cosa pare aver trovato una soluzione. Pare. Apparso per la prima volta sulla stampa nel milleottocentocinquantotto, in piena era vittoriana, come tutti i classici sembra scritto domani. Perché le domande che gli uomini e le donne si pongono, nella vita, sono sempiterne e universali. È un libro fatto di silenzi eloquenti e di oscurità limpida, di sacrificio e redenzione, in cui il paesaggio si fa personaggio, che commuove e fa riflettere. È da leggere assolutamente.

Standard