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“Immagini del conflitto”

41KTThKUw1L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

David Cronenberg ha segnato uno dei momenti in cui la fantascienza, attraverso il medium cinematografico, ha saputo meglio condensare uno dei passaggi mediologici cruciali del secolo scorso: cioè il ruolo profondo dei media elettronici e in particolare della televisione. Videodrome (Canada, 1983) ci ha messo di fronte alle caratteristiche decisive della televisione: al suo essere ambientale (e non riducibile a un mero strumento) e al suo essere tattile (e non legato unicamente al regime visivo). Se la nostra cultura tipografica secolare aveva affrontato la sfida televisiva riconducendola a un’ennesima traduzione dello spazio alfabetico (visione e linearità), Marshall McLuhan da parte sua aveva provato a mostrare che la televisione impianta uno spazio diverso segnato da un profondo coinvolgimento submuscolare, tattile se non sinestetico. Cambia tutto. Cambia la nostra percezione dello spazio e del tempo, cambiano i modelli di relazione sociale, cambia l’immagine di noi stessi. Ci siamo trovati così lanciati in un villaggio globale assai turbolento, senza però aver cambiato le nostre modalità di interpretazione. Di fatto, McLuhan è stato per diverso tempo considerato un pensatore eccentrico, borderline, al limite bizzarro. Incapace di elaborare un condivisibile paradigma di comprensione dei media e in generale del nostro mondo. Cronenberg, per nulla estraneo al dettato mcluhaniano, ha saputo cogliere e rendere percepibile il medium televisione: Videodrome ci ha offerto scene di pulsazioni degli aggeggi televisivi, di piccoli schermi che risucchiano corpi, di corpi che ospitano e liberano aggeggi, di desideri che si incontrano sulle superfici dei tubi catodici, di ibridazioni tra umano e tecnologico, di immersioni profonde in ambienti televisivi, di emergenza di una nuova forma di vita. Inoltre, Videodrome rappresenta il consolidarsi del nuovo regime mediale come conflitto tra progetti alternativi, tra istanze divergenti.

Immagini del conflitto – Corpi e spazi tra fantascienza e politica, Antonio Tursi, Meltemi. Prefazione di Alberto Abruzzese. Ogni opera umana anche quando inventa mondi altri è in realtà della sua contemporaneità che parla e al suo tempo che si rivolge: la fantascienza, in questo senso, è forse il più limpido di tutti gli esempi possibili. Perché riesce a rendere concretissima l’allegoria, imbastisce un discorso in cui al di là delle convenzioni si supera la parete che sempre si pone tra autore dell’opera e fruitore della medesima, e, come le leggi della retorica impongono, dilettando insegna. Induce alla riflessione. Smaschera la marchiana protervia del potere. Sottolinea il male che c’è negli angoli in cui si è annidato e sfugge allo sguardo dei più. Attraverso una raffinata e approfondita esegesi diacronica e non solo Tursi mette in scena una carrellata di immagini e pensieri che analizzano con mirabile precisione la società. Da non lasciarsi sfuggire, per tutti gli appassionati e non solo.

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