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“La stagione secca”

51ymuKMAOeL._SX319_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’ho sentito, più che visto, dietro di me. È arrivato con il membro che pendeva e si è lasciato cadere, come me, lungo la parete. Volevo chiedergli se non era insolito, per un africano, camminare così in libertà sulla veranda, dispensare così generosamente il suo corpo divino a occhi non invitati, ma all’ultimo momento ci ho ripensato. No, non si trattava di gelosia, ricordavo che il mio amante parigino una volta si era curvato davanti a una finestra aperta. Me l’aveva messo dentro, avevamo fretta e tenevamo la finestra spalancata, ma quel suo movimento con la testa aveva rovinato tutto. Temeva che ci cogliessero sul fatto, mentre io ero venuta proprio grazie a un capellone con lo spinello in mano che viveva nel condominio di fronte e che probabilmente aveva visto tutta la disposizione dei nostri organi interni.

La stagione secca, Gabriela Babnik, Mimesis, traduzione di Michele Obit. Il razzismo esiste, inutile, impossibile, falso e ipocrita negarlo. Così come esiste la solitudine: c’è anche chi la ricerca, ma più spesso è una condizione che non si sceglie, che addolora, che fa sentire diversi e sbagliati, che conduce l’anima alla desolazione, che non consente di riconoscersi nel mondo circostante. Capita a tutti. E del resto anche la questione femminile, quella ovvero che concerne il ruolo della donna nella società contemporanea, è un argomento che ancora, incredibilmente, perché ormai il pregiudizio dovrebbe essere qualcosa di molto più che superato (pare però, in certi momenti, che invece l’illuminismo sia trascorso invano…), crea dibattito. Uguaglianza e libertà sono termini talmente altisonanti che molti, ottusi, quel suono non riescono a sentirlo neanche lontanamente o per errore, proprio perché troppo in alto rispetto alla loro involuta miseria. Però la vita, si sa, ama il gioco e la sorpresa: e l’Africa, terra di conquista, vituperata, violentata, offesa, sfruttata, abbandonata, è al tempo stesso anche una terra magica e magnifica, nella quale tutto può succedere. Può per esempio accadere, quindi, che due solitudini si incontrino e diventino un noi, che due passati dolorosi trovino reciproco balsamo per le proprie ferite. Anna ha sessantadue anni, Ismael tanti di meno: lei è mitteleuropea, lui del Burkina Faso. È molto più bello del sole e sprigiona una carica erotica che non conosce eguali. Viene alla luce un incantevole, straziante, sensualissimo e feroce amore, esegesi mirabile della condizione umana, perennemente in bilico tra miracolo e squallore. La prosa ampia di questa giovanissima scrittrice slovena, dalla voce limpida e stentorea rende questo libro una gemma preziosissima.

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