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“Dalla generazione all’individuo”

di Gabriele Ottaviani

I giovani libertini e la tribù omosessuale dei soldati di Pao Pao occupano un posto piuttosto anomalo rispetto ai ritratti novecenteschi di giovani eroi letterari per i quali la scoperta del sesso era stata un passaggio identitario e narrativo irreversibile in seguito al quale sarebbe avvenuta l’introduzione dei protagonisti al mondo degli adulti. Come ricorda Ariès nel già citato Centuries of Childhood, per quanto oggi possa sembrare un’osservazione consolidata, lo sviluppo sessuale, parimenti alla scoperta del sesso, non è sempre stato un elemento indicativo per determinare questo passaggio.

Dalla generazione all’individuo – Giovinezza, identità, impegno nell’opera di Pier Vittorio Tondelli, Olga Campofreda, Mimesis. Olga Campofreda è una studiosa giovane, brava, attenta, preparata, appassionata: Pier Vittorio Tondelli è una delle figure più importanti della storia letteraria italiana degli ultimi decenni. Rilevante dal punto di vista stilistico e contenutistico, ma al tempo stesso decisamente troppo poco conosciuta: Campofreda, che ci ha già accompagnato con mano sicura nella mirabile San Francisco del divino Ferlinghetti, colma la lacuna con un volume chiaro, limpido, dotto, denso, raffinato, maiuscolo, splendido sin dalla copertina à la Kerouac. Da non perdere.

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“Darsi del tu”

unnamed (2)di Gabriele Ottaviani

Papà ciabatta a passi morbidi, scarmigliato, con la sua camicia del pigiama a strisce orizzontali. Passando chiude la porta della dispensa, acconcia il cavo del telefono serpeggiante, liscia contro la parete l’angolo penzolante della carta da parati. Si china sul riccio che sbadiglia sotto il contatore del gas, raccoglie nel palmo le larve di farfalla allineate accanto al battiscopa. Senza far rumore, papà apre la porta della cucina e se la socchiude alle spalle. Non fa scattare la maniglia. Getta fuori le larve di farfalla e il grosso gatto di polvere. Papà si siede sullo sgabello, appoggia un gomito sul tavolo, appoggia il gomito dell’altro braccio sulla coscia e fissa lo sguardo davanti a sé. Posa il palmo sui fianchi dolenti, posa la mano sui polpacci dolenti e violacei, posa la mano sulle caviglie dolenti e gonfie. Sa di essere osservato attraverso la fessura della porta. Guarda davanti a sé, si dimentica di sé, il centro del suo viso sono due solchi che si allungano tra le sopracciglia. Papà è pallido. Lo sgabello traballa, papà sobbalza. Batte le palpebre, alza la testa. Il viso riprende la sua forma originale. Papà si alza. Riempie di latte un sottotazza decorato con fiori, apre la porta della cucina, il compensato scricchiola. Mette il latte sotto il contatore del gas, col polpastrello asciuga le macchioline di latte. Socchiude di nuovo dietro di sé la porta della cucina. Ciabatta verso il frigo, a malapena alza i piedi, per evitare che gli cadano le pantofole. Apre il frigo, prende un pomodoro, burro, formaggio, uova, prezzemolo. Al lavandino lava il pomodoro e le uova. Si versa del latte in un bicchiere non lavato, lo svuota d’un fiato, nel corridoio contano i sorsi. Attorno alla bocca di papà la barba diventa bianca. Partendo dalla linea che separa i baffi, con pollice e indice disegna un cerchio attorno alla bocca, e massaggia accuratamente le gocce di latte nelle radici dei peli. Papà allunga la mano nella credenza per prendere un piatto piano, tira fuori un piatto piano. Infila la mano nel cassetto per prendere un coltello, tira fuori un coltello.

Darsi del tu, Edina Szvoren, Mimesis, traduzione di Claudia Tatasciore. Scrittrice ungherese pluripremiata a livello nazionale e internazionale, nata da un ebanista e da un’ex attrice che ha poi lasciato le scene per dedicarsi alla logopedia, Edina Szvoren ha un talento cristallino e una voce pura, limpida, stentorea, ammaliante, affascinante, che indaga la storia, la vita, i sentimenti, l’anima, le emozioni, le istituzioni e le relazioni umane con originalità e finezza: dopo Non c’è e non deve esserci (Premio Letterario Europeo cinque anni fa) arriva anche in Italia la sua raccolta d’esordio. Ed è impressionante, magnetica, magnifica. Sin dalla copertina.

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“Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini”

LAGO_Lo-spazio-Pasolini-COVERdi Gabriele Ottaviani

Il montaggio alternato continua mostrando, da una parte, gli argonauti che stanno mangiando, ridendo e scherzando, dall’altra, Medea isolata, seduta in uno spazio desertico e arido, sul quale è visibile la concrezione delle zolle di terra. Anche precedentemente, ella era stata mostrata correre da una parte all’altra dell’inquadratura, inglobata da uno sfondo di terra. Medea, all’interno di un tempo profano, cerca quasi un suo spazio personale, isolato, lontano dal banchetto degli argonauti. Quasi a compiere una seconda violazione, giunge Giasone a insidiarsi nello spazio di Medea e, forse con un nuovo atto violento, la prende per mano e la conduce verso il banchetto e verso la propria tenda. Se, quindi, quest’ultimo appare come immerso in un tempo profano e quotidiano, quello della banale quotidianità borghese, lo spazio che la maga si era ricreata nella landa desertica era avvolto da una parvenza di tempo sacro, ciclico, assoluto. Una inquadratura mostra Medea nella parte destra dello schermo, la quale appare quasi un piccolo puntino nero isolato; nella parte sinistra, invece, Giasone sta camminando in modo rigido e scandito. Il modo in cui i due personaggi camminano all’interno dello spazio appare molto diverso: Medea vaga in preda all’angoscia, muovendosi con il busto contorto, in un incedere quasi circolare, senza meta, mentre Giasone cammina diritto e deciso, compiendo dei movimenti meccanici e geometrici. Una volta nella tenda di Giasone, Medea sembra ormai dimentica della sua angoscia di matrice “antropologica”: sembra cadere di nuovo preda dell’amore per l’eroe tessalo, il quale si predispone a compiere l’atto erotico. Lo spazio e il tempo sacri sembrano ormai un lontano ricordo: l’impossibilità di un ritorno a un tempo circolare ed arcaico è sancito dalle successive inquadrature che mostrano Giasone, ormai integrato nella “borghese” società greca, avvolto dallo spazio lineare e geometrico degli interni della reggia di Corinto, ricostruiti nella Piazza dei Miracoli di Pisa.

Paolo Lago, Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini – Edipo re, Teorema, Porcile, Medea, Mimesis. Pier Paolo Pasolini è stato senza dubbio, e da molteplici punti di vista, uno dei più significativi intellettuali italiani del ventesimo secolo, e non solo: tra i numerosi ambiti nei confronti dei quali ha mostrato interesse e ha dispiegato la propria perizia, intelligenza e grandezza artistica e culturale, nonché una peculiare Weltanschauung, c’è anche il cinema, strumento sociale, politico, di intrattenimento e riflessione, rito collettivo e al tempo stesso individuale. Paolo Lago, fine saggista, indaga in questo ampio e dettagliato volume alcuni temi centrali nella produzione pasoliniana, declinati attraverso varie sfumature simboliche: impeccabile e imprescindibile.

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“Dal ragtime a Wagner”

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Al mio tre, spingete la ragazza nel nido di vespe…

Luca Cerchiari, Dal ragtime a Wagner – Treemonisha – Opera in tre atti di Scott Joplin, Mimesis. Prefazione di Gunther Schuller. Postfazione di Giorgio Gaslini. Secondo di sei figli, nato in Texas da Giles, un ex schiavo che lavorava come operaio, e da sua moglie Florence Givins, che aveva invece un impiego come donna delle pulizie, Scott Joplin, vissuto a cavallo fra il milleottocentosessantotto e il millenovecentodiciassette, è stato colui che ha dato vita al ragtime, genere musicale d’ispirazione per tantissimi artisti a tutte le latitudini, all’origine di brani che hanno fatto la storia anche delle più celebri colonne sonore cinematografiche. L’opera che gli è valsa un Pulitzer postumo è rimasta per decenni e decenni misconosciuta, finché non si è avuta la sua prima esecuzione completa: in questo volume interessantissimo e curato con attenzione certosina Cerchiari ne fa un’esegesi dettagliata, contestualizzata, finemente caratterizzata e più che esaustiva, ricchissima di livelli di lettura e chiavi di interpretazione. Da non farsi sfuggire.

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“Così parlò Pecorelli”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Chi è caduto in trappola a via Montenevoso? Il Governo ha accusato il colpo. Pensava di suonare, è rimasto per l’ennesima volta suonato. Al punto che qualcuno considera persino l’ipotesi fantapolitica che l’operazione di Dalla Chiesa sia stata “pilotata” dalle Br. Ci spieghiamo meglio. Nel corso della vicenda Moro, specie dopo il Lago della Duchessa, fu più volte scritto che le Brigate Rosse erano divise circa il da farsi: è opinione di alcuni esperti che la colonna romana e la direzione strategica, rappresentassero l’ala dei “falchi” decisi ad uccidere Moro qualunque fosse stato l’esito delle trattative avviate da Craxi e Fanfani; nella colonna milanese invece avrebbero avuto largo spazio le cosiddette “colombe”. Perché quando Nadia Mantovani è fuggita dal soggiorno obbligato di Sustinente per rientrare nella clandestinità come “regolare” terrorista, l’alto comando delle Br invece di collocarla in un’area di parcheggio, l’ha immessa subito in prima linea, nella colonna considerata più vicina alle “colombe”?. Ricordate la lettera di Togliatti al carcerato Gramsci che consentì all’OVRA di apprendere che nelle sue mani era caduto nientemeno che il capo della rete comunista italiana? È vecchio costume comunista sbarazzarsi dei nemici interni consegnandoli in qualche modo nelle mani dell’avversario. Senza contare che proprio tale operazione, di pura marca stalinista, avrebbe provocato un secondo e ben più clamoroso effetto; lasciando “catturare” il memoriale, le Brigate Rosse in realtà avrebbero messo nelle mani della magistratura e del Governo una bomba ad orologeria che avrebbe ancor più minato le già “cotte” strutture della Repubblica. Andreotti ha compreso subito la gravità del pericolo. Convocati ministri e segretari della maggioranza, ha dato mostra di grande lucidità, prontezza di riflessi e immaginazione. È stata sua la decisione di battere il programma delle Br giocando d’anticipo con un colpo a sorpresa. Mentre Governo e partiti avrebbero dichiarato ai quattro venti di volere la pubblicazione del cosiddetto memoriale Moro (tutto integrale e subito) la magistratura, forte della sua indipendenza, avrebbe sollevato il segreto istruttorio e chiuso nel cassetto ogni pericolosa confessione. Il balletto sarebbe dovuto durare finché il Paese non fosse stato distratto da altro. Intanto il Ministro dell’Interno avrebbe rinviato al 24 ottobre il dibattito sul caso Moro fissato per il 19 sul calendario del Parlamento.

Così parlò Pecorelli – Gli articoli che fecero tremare la Prima Repubblica, Mimesis. A cura di Aldo Giannuli. Carmine Pecorelli, meglio noto come Mino, nato a Sessano del Molise nel millenovecentoventotto e morto a cinquantun anni ancora da compiere a Roma in circostanze mai del tutto chiarite, è stato un avvocato, uno scrittore e un giornalista di indagine politica e sociale che non si fece impaurire dal potere, comparso due anni dopo la morte nell’elenco dei membri della P2, assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola – uno in faccia e tre alla schiena – in via Orazio a Roma, nel centrale quartiere Prati, a poca distanza dalla redazione del suo quotidiano. Rara la marca dei proiettili che lo uccisero, i Gevelot, inconsueti persino sul mercato clandestino, ma rinvenuti poi nientedimeno che nell’arsenale della Banda della Magliana: questa pubblicazione mette al centro la sua opera e la sua attività, ed è uno strumento necessario per conoscere, riflettere, ragionare, capire.

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“‘O cammello”

20200423_182006-scaleddi Gabriele Ottaviani

Giustizia sui crimini fascisti, con il colpo togliattiano di spugna, era fatta, e la Resistenza, quasi si trattasse d’un tappone dolomitico al Giro, perdeva secco, cominciando a far seriamente balenare l’idea, dopo il 25 aprile, d’un suo tradimento. Nondimeno, il confronto che sorgeva spontaneo tra il processo al “repubblichino” Magni con quello subito dal comunista Bacchetti, dimostrava l’avanzare inarrestabile di quel “cerchiobottismo” che, ponendo sullo stesso piano in un unicum indistinto oppressori e liberatori, neri e rossi, non poteva che favorire le forze della moderazione. Il baricentrico “centro”, ostile agli uni e agli altri, fascisti e comunisti, raccoltosi nell’Italia post-bellica sotto le insegne dello Scudo Crociato. L’Italia democristiana che, da questa rilettura della Resistenza, non facendo ormai più nessuna paura il fascismo reincarnatosi nel microscopico Movimento Sociale dei nostalgici ferrivecchi Romualdi, Michelini, Almirante, aveva tutto da guadagnarci. L’Italia del partito di Alcide De Gasperi e Gino Bartali27, che garantiva stabilità e progresso nel segno dei valori cristiani e occidentali, contro il pericolo materialista e bolscevico che aveva le sue quinte colonne interne nella “doppiezza” di Togliatti. In quel PCI, foraggiato da Mosca, nel quale credeva anche l’“irregolare” Bacchetti.

‘O cammello – Vita, morte e miracolosi gol di Antonio Bacchetti partigiano-calciatore, Sergio Giuntini, Mimesis. Nato a Codroipo, morto cinquantaseienne a Udine nel millenovecentosettantanove, mezzala sinistra con venticinque gol all’attivo, ha militato in compagini come Potenza, Savoia, Udinese, Atalanta, Lucchese, Inter, Brescia, Napoli, Torino e Crotone, che ha anche allenato, è stato un eccellente scopritore di talenti ed è citato in un film persino da Totò, è stato partigiano e in carcere, per un grave gesto che ha squarciato però d’altro canto un velo sull’ipocrisia del mondo del pallone: Antonio Bacchetti rivive in una biografia assolutamente intensa, dotta, profonda, originale, appassionante, imperdibile.

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“Elena Ferrante”

ferrantedi Gabriele Ottaviani

La sessualità patriarcale, anche se con codici diversi a seconda della classe sociale, impone alla donna una posizione oppressiva di cui Ferrante, anziché raccontare l’aspetto vittimario, evidenzia la miseria di una sessualità maschile che vive di illusoria virilità, producendo un soggetto che, quando viene messo di fronte al rifiuto, scarica la propria responsabilità su aspetti esterni, di cui dice di non avere il controllo (in questo caso l’ebbrezza generata dal vino). Il racconto delle pratiche sessuali che governano le relazioni tra uomini e donne, torna successivamente sulla figura di Lila. Se da un lato il non avere una conoscenza carnale di Enzo permette a Lila di rigenerare il desiderio di relazione intellettuale, dall’altro questa situazione non l’acquieta. In quanto operaia della fabbrica di mortadella di Bruno Soccavo, Lila patisce un’estrema fatica fisica, che “spingeva la gente a desiderare di fottere non con la moglie o col marito a casa propria […] ma lì sul lavoro”. Dunque il paradosso raccontato da Lila è prima di tutto che: “gli uomini allungavano le mani a ogni occasione, facevano proposte se solo ti passavano di lato […]. Fin dai primi giorni i maschi cercarono di accorciare le distanze, come per annusarla”. Sventato un tentativo di abuso sessuale da parte di un operaio, Lila va a protestare dal padrone della fabbrica il quale, dopo aver minimizzato l’accaduto e aver interpretato la lamentela di Lila come un gesto di favore nei propri confronti, la loda davanti agli altri colleghi. Poco dopo, Lila viene chiamata nello stanzone di stagionamento delle mortadelle, in cui anche Soccavo prova a violentarla. In questa scena la narrazione passa attraverso il punto di vista di Lila, sottolineandone l’annichilimento prima e la rabbia dopo. La reazione di Bruno al rifiuto è quella di minimizzare, di contro alla percezione amplificata di Lila, cosciente che le tracce delle mani di Soccavo sul proprio corpo “non era cosa che si toglieva via col sapone”. Attraverso il racconto della sessualità, intesa come strumento di dominio sul corpo femminile, Ferrante mostra come non vi siano sostanziali differenze tra l’ex marito Stefano, l’operaio Edo e il padrone Soccavo. Di contro, il rapporto ascetico con Enzo genera un equilibrio precario, raggiunto grazie agli esercizi di schematizzazione per il corso di programmatore a distanza, strumento che fa percepire a Lila “un’astratta linearità” che “sperava le assicurasse un lindore riposante”. Un equilibrio che si spezza quando nella vita di Lila riappare Pasquale, fratello di Carmen Peluso, operaio e segretario di sezione del partito comunista a San Giovanni a Teduccio.

Elena Ferrante – Poetiche e politiche della soggettività, Mimesis. Di Isabella Pinto, PhD European Label in Studi Comparati, attivista, ricercatrice, curatrice di vari volumi, membro del gruppo di ricerca Atelier Ecopol (Eco/nomi/logia Politica Transfemminista Queer di IAPh-Italia), coordinatrice del Master in Studi e Politiche di Genere dell’Università degli Studi Roma Tre, redattrice di IAPh-Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe) nonché anche drammaturga, con un’ampia esperienza nell’editoria e numerose collaborazioni con riviste culturali e scientifiche come DWF, Testo & Senso, Alfabeta2, L’ospite ingrato, Leggendaria e Narrative – The Ohio State University Press: la sua prima monografia, puntuale, densa, approfondita, colta, chiara, stimolante e interessante, è dedicata a un’autrice, assai celebre ormai finanche fra il pubblico che ha più confidenza con lo schermo che non con la pagina, di indubbio spessore, fama planetaria, prestigio e talento, capace di indagare con proprietà e senza retorica il patriarcato, la femminilità, la figura materna, la società, l’amicizia, la soggettivizzazione, la presa di coscienza, l’autodeterminazione, la sessualità, l’autofiction, l’autorialità e molti altri temi, in primo luogo la ormai proverbiale frantumaglia: Elena Ferrante. Da leggere.

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“L’isola di Brendano”

71gbANDezaL._AC_UL320_ML3_di Gabriele Ottaviani

L’assenza di Fatma gli era molto utile a raggiungere uno dei suoi fini, quello di incontrare i compagni e giocare con loro. Fatma in questo versante possedeva un certo numero di obiezioni, perché la sua lontananza semplificava le cose. Anche a scuola v’era per Bindo una questione da risolvere, dato che per lui non si poneva il problema di apprendere le cose. Ciò che le volonterose maestre insegnavano lui, spesso, l’aveva già imparato da Fatma, Jole, Antonia. Nessuna di loro aveva spiccate doti magistrali, ma era Bindo che chiedeva cose in continuazione, e ottenendo risposte imparava anche più del necessario, in rapporto all’età. Così a scuola, non di rado, il problema principale del bambino era quello di fingere attenzione, mentre era impegnato in giochi segreti con altri alunni, spesso nella sua medesima condizione, senza che la maestra se ne accorgesse. In classe grandi cose non si potevano fare. Perciò il periodo migliore era quello dell’andata e del ritorno alla scuola. Lo zainetto semivuoto sulle spalle non impediva minimamente i giochi del percorso. Fatma, sempre meno impegnata dal bambino, più intensamente pensava di dedicarsi ad altro, a cose “dello schermo”, ossia quelle che servivano a mascherare, almeno per il momento, il suo interesse più vero, che pareva condividere segretamente con Jole. Per ora sembrava che esso fosse di natura sportiva. Brendano e i suoi operai avevano finito di rimettere in sesto la palestra, la sola esistente, sufficiente per tutte le scuole cittadine. Fatma chiese di poterla utilizzare quando era vuota, e fece una domanda al Comune, che ne era il proprietario. “Ma certo” rispose a nome di tutto il Consiglio Amos Venchiarutti. “Siamo ben lieti che i locali pubblici possano servire ai nostri ospiti extracomunitari.”

L’isola di Brendano, Carlo Sgorlon, Mimesis. È  proprio vero che un classico è un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire, così come non c’è dubbio che la grande letteratura sappia valicare il tempo e preconizzarlo: Carlo Sgorlon, straordinario e pluripremiato cantore – morto settantanovenne undici anni fa, in quell’Udine a pochi chilometri dalla quale era nato, all’ombra del celebre castello di Cassacco – del multietnico e plurilinguistico Friuli, della vita contadina, dei miti, delle leggende, delle abitudini, dei costumi, degli usi, della quotidianità, del vagheggiato passato, della storia, da ricordare, necessariamente, anche, se non soprattutto, nelle sue pagine più atroci, affinché non abbiano a ripetersi, delle radici, unico elemento di salvifica purezza, ha saputo, con la sua finissima arguzia, espressa con una voce narrativa chiara come acqua di fonte, in quest’opera immaginare e testimoniare la necessità di avere cura dell’ambiente, perché solo uno è il pianeta che ci è concesso di abitare, almeno al momento. Il tema è più attuale che mai, il libro è splendido sin dalla copertina che cita Gauguin. Da non perdere: prezioso.

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“Identità e alterità”

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Il manierismo riscontrabile nella storia della letteratura, diversamente dal manierismo schizofrenico, “sorge sul terreno di una forma garantita di esistenza”. Ciò Binswanger illustra attraverso l’esempio di un autore della letteratura cattolica e di una schizofrenica. Nel caso dello scrit­tore cattolico la forma garantita che fa sì che il suo manierismo risulti nor­male è data dal cattolicesimo. E appunto attraverso il riferimento a queste forme garantite di esistenza, che sono di natura storico-sociale, che deve essere condotta la ricerca delle condizioni per le quali una certa espressio­ne linguistica si presenta come normale o piuttosto come patologica. Le istituzioni politiche, il diritto, la religione, la scienza, la tecnologia, l’indu­stria, il commercio, le istituzioni militari, i rapporti politici internazionali, i sistemi di parentela e qualsiasi tipo di relazione interpersonale codificata, inoltre la moda, lo sport, il gioco e ogni altra “istituzione” (nel senso am­pio in cui il termine è, per esempio, impiegato da Benveniste 1969) stanno alla base, nell’ambito del linguaggio normale, del processo di formazione di nuove parole, di traslazione di significato, dell’esigenza di strutturare in certi contesti il discorso in modo diverso da quanto prescrivono le leggi grammaticali e sintattiche vigenti.

Identità e alterità – Per una semioetica della comunicazione globale, Susan Petrilli, Augusto Ponzio, Mimesis. L’identità indica in generale l’uguaglianza di un oggetto rispetto a sé medesimo, l’alterità, in opposizione al concetto precedente, il carattere di essere altro, ovverosia distinto, la semiotica è la disciplina che studia i segni e il modo in cui essi abbiano un senso, ossia la loro significazione, la semioetica non ne è una branca, bensì una sintesi, tra semiotica ed etica: in buona sostanza, vuol dire in che modo i segni siano in grado di rappresentare il benessere o, ancor più interessante, il malessere del soggetto che se ne avvale e la maniera per il tramite della quale queste condizioni si manifestano nei segni adoperati. È di questo che parla questo testo inaspettato, denso, dotto, evocativo e divulgativo: da leggere.

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“Semiotica del cinema e lineamenti di cine-estetica”

61e5sK6kgpL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Se la comicità della goffaggine è ottenibile accostando ciò che non sarebbe accostabile, giustapponendo elementi eterogenei, invece l’immagine unitaria del personaggio, tanto più se è tragica, implica che elementi che, da un certo punto di vista, risultano differenti e in contrasto, si presentino, da un altro punto di vista inaspettato, la cui scoperta costituisce anche l’essenza della rive­lazione artistica – la loro unità. Mukařovský evidenzia il modo di procedere di Chaplin per evitare che lo spettatore perda il senso dell’unità dell’immagine. In Luci della città troviamo accanto al pro­tagonista due personaggi che, per così dire, in un certo senso “trag­gono” da un unico, vero Charlot i suoi due aspetti contrastanti: una fioraia cieca e un milionario ubriaco. Ciascuno di loro immagina Charlot secondo le proprie proiezioni. La fioraia lo crede un prin­cipe delle fiabe, il principe azzurro, e “vede” solo lo Charlot “gran signore”; e non lo riconosce più una volta riacquistata la vista. Il milionario ubriaco e stanco cerca l’amicizia di un “uomo semplice”, di un vagabondo, ma, tornato sobrio, non riconosce più Charlot, proprio come la fioraia.

Semiotica del cinema e lineamenti di cine-estetica, Jurij M. Lotman, Mimesis, presentazione, traduzione e cura di Luciano Ponzio. Abbandonare il cronotopo quotidiano per immergersi nel cronotopo letterario, ossia lasciare da parte lo spazio-tempo normale, il sistema cartesiano di assi di riferimento del comune fluire dei nostri giorni per immergersi in una dimensione altra, fatta della medesima sostanza della quale sono fatti i sogni, che dà vita a un mondo altro, fatto di migliaia di universi. Polifonia, e derivati, è il termine chiave di questo testo, in cui risuonano armoniose corrispondenze che regalano una profonda conoscenza. Monumentale.

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