Libri

“Hagard”

di Gabriele Ottaviani

Philip gli fa un cenno e il ferrovecchio fa inversione. Accosta. Scende un orientale, o forse è un africano o un sudamericano. Non sa dirlo con esattezza. Il tizio ha le borse sotto gli occhi e sembra non essersi mai alzato dal volante da tre mesi a questa parte. Ha lo stesso odore della sua auto. Indossa un affare lungo lungo che gli arriva fino alle ginocchia. Da sotto spunta un paio di pantaloni. Sul viso stropicciato due occhioni rotondi. Con quelli qualche punto l’avrà senz’altro messo a segno. Gli occhioni hanno sempre il loro fascino. Devo recuperare la mia macchina, ma non posso andare a prenderla di persona, gli spiega dandogli le chiavi. L’uomo non capisce. È parcheggiata nell’autosilo sul lungolago, al terzo piano. L’autosilo?, chiede l’uomo fissando le chiavi che stringe in pugno. Una serie tre, Touring, blu scura, continua Philip, ma quello non capisce. Allora lui gli porge il ticket del parcheggio e al tipo si accende la lampadina. Guarda la ricevuta, poi le chiavi, il viso gli si illumina, biascica un paio di parole, risale in macchina, fa inversione a u, e se ne va, lasciandosi dietro una nuvola di gasolio bruciato. Philip si risiede sullo steccato e si mette in bocca l’ultima sigaretta. La sta per accendere quando un movimento sotto il portico attrae la sua attenzione. Qualcuno esce dall’ingresso più vicino: una donna con in mano un trolley che poi posa a terra. Attraversa il corridoio, svolta l’angolo e imbocca la strada posteriore in direzione del greco, e solo in quel momento lui sente il suono del portone che si richiude…

Hagard, Lucas Bärfuss, L’orma, traduzione di Marco Federici Solari. Hagard è un termine dal significato ben preciso: identifica, nel linguaggio degli appassionati di discipline venatorie, quei falchi che, costretti alla cattività in età adulta, non si lasciano mai addomesticare del tutto, come uomini cui, intrappolati in una bigia routine, basta un niente per tornare a rincorrere in modo forsennato e selvaggio la libertà che non sono forse nemmeno del tutto consapevoli di aver perduto, le passioni che, soffocate al di sotto della soglia della coscienza, comunque danno concretezza alla loro identità. Così per Philip è sufficiente scorgere, come un flash, un paio di scarpe da donna nella folla per dimenticare ogni cosa, smarrire il senso del dovere, rimuovere la propria vita, tuffarsi in una febbrile ossessione e nei meandri della psiche, che Bärfuss indaga in modo geniale e sublime.

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