Intervista

Crescita, cambiamento, sviluppo: l’Open Innovation secondo Leonardo Valle

di Gabriele Ottaviani

Leonardo Valle, esperto internazionale di Open innovation, Digital trasformation, Design thinking, autore del best seller Advanced Advisory. Da Adriano Olivetti ad Alain Deneault, dal progresso intelligente alla lotta contro la mediocrazia. La forza delle nuove competenze, saggista, editorialista, titolare della scrittura dei nuovi paradigmi di business Advanced Advisory®, Cross Platform Competence® e Intelligent Sharing Economy®, tra i primi ad affrontare i temi della Quarta rivoluzione industriale, uno dei riferimenti nazionali per la transizione digitale delle PMI, primo Advanced Advisor in Italia, curatore del corso avanzato di formazione e specializzazione per professionisti e imprese nato dai nuovi paradigmi, ex Manufacturing Manager presso la Koch-Glitsch, attualmente Direttore Generale della Financial & Capital Advisor s.r.l. impegnato nella divulgazione delle opportunità per le PMI italiane rappresentate dal Green Deal europeo, indaga il cambiamento e le possibilità di sviluppo nel suo interessantissimo Open innovation: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Cosa sono gli Open Innovation Center?

L’Open Innovation è lo scenario ideale per il raggiungimento e la creazione di nuove opportunità di business propedeutiche alla creazione di maggiore produttività. Si basa sulle relazioni tra azienda e soggetti esterni, in primis Università e le supply chain integrate. Il passaggio da innovazione chiusa a Open Innovation mette in discussione le caratteristiche sulle quali le imprese tradizionali hanno basato la propria egemonia per decenni, con effetti anche sulla trasformazione dei modelli di business. Io sostengo che l’innovazione chiusa non esiste più oppure è di fatto non più sostenibile, e che l’innovazione aperta sia il modo più corretto per fronteggiare i cambiamenti del mercato, e passare dal nanismo imprenditoriale a ecosistemi competitivi in grado di attrarre tutte quelle risorse e tecnologie che le aziende da sole non sono in grado di attrarre.

Quale prezzo pagheremo dopo il Covid? Economico, sanitario, emotivo, culturale, sociale, scolastico?

Il Covid-19, come tutte le crisi, ha accelerato una crisi di sistema che già era economica, sanitaria, culturale e sociale, perché le imprese italiane, pubbliche e private, non sapevano neppure che la quarta rivoluzione industriale era arrivata, usavano le nuove tecnologie solo in modo passivo, da consumatori, e non in modo attivo; la classe dirigente non ha prodotto piattaforme digitali ne in ambito sanitario né in ambito scolastico e soprattutto il sistema universitario non sta formando i nostri giovani su quelle che saranno le professioni di domani. Il prezzo più grande che potremmo pagare dopo il Covid-19 è ripartire con le nostre imprese così come le avevamo prima, è cambiato il mercato, sono cambiate le tecnologie, se non comunichiamo il cambiamento in atto e se non saremo in grado di cambiare, gran parte del tessuto economico del paese potrebbe essere non competitivo. Per questo, il libro Open Innovation, che in modo serio e concreto rappresenta uno strumento per gli imprenditori, manager e professionisti che decidono di investire su se stessi senza aspettare dall’esterno e tantomeno dal pubblico soluzioni e indicazioni che non sono in grado di dare.

L’Italia vuole davvero cambiare, progredire, innovare?

Al di là della volontà di cambiare, abbiamo il dovere di farlo e noi italiani abbiamo una grande chance in questo nuovo scenario, ovvero il talento, che è l’elemento più importante che viene valorizzato dalle nuove tecnologie. È il talento che è alla base di startup di successo di tantissimi nuovi mestieri che i nostri giovani potranno esercitare con successo in tutto il mondo.

Quali sono le responsabilità della politica e della burocrazia nell’attuale situazione del nostro sistema nazionale?

Sicuramente siamo di fronte alla più grande crisi del dopoguerra con la peggiore classe dirigente, ma comunque nella terza rivoluzione industriale basata sul grande consumo energetico, del territorio, produzioni sempre più invasive e infrastrutture pesanti, noi come sistema Italia non potevamo competere. Al contrario, nella quarta rivoluzione industriale, dove le tecnologie abilitanti sono alla portata di tutti, con il talento italiano e la capacità di problem solving che abbiamo, possiamo essere protagonisti di un nuovo rinascimento italiano.

Cosa dovremmo imparare dall’estero e quali abilità possiamo diffondere ed esportare?

Possiamo imparare ad operare in open innovation, cioè le imprese italiane si devono aprire e condividere il loro know how con fornitori, partener, università, ecc. L’abilità che possiamo diffondere è il problem solving e soprattutto il vero made in Italy, che grazie alla block chain può essere meglio valutato e protetto rispetto al passato.

Ha ancora senso parlare di identità nazionale nell’era della globalizzazione?

Siamo cittadini europei di nazionalità italiana e nella globalizzazione possiamo essere protagonisti mantenendo due grandi patrimoni: il primo è quello italiano, leader in settori come l’agroalimentare, turismo e manifatturiero ad alto valore aggiunto tecnologico; il secondo è quello di essere europei e quindi di trovarsi all’interno di uno dei più grandi mercati del mondo con la capacità di fare sistema in modo veloce e semplice con altri partner europei di altissimo livello.

Quali opportunità del progresso tecnologico non abbiamo ancora saputo sfruttare pienamente?

Non abbiamo piattaforme e dorsali digitali italiane e questo ci impedisce di essere autonomi nella tecnologia; non stiamo sfruttando nuove tecnologie già disponibili come le stampanti 3D, la realtà virtuale, aumentata, immersiva e soprattutto non stiamo sfruttando le potenzialità delle nuovi reti quali wi-fi 6 e il 5G.

Perché l’Italia è ancora molto indietro per quel che concerne l’occupazione giovanile e femminile?

Anche questo è progresso mancato perché sia il pubblico sia il privato sono imbottiti di Mediocrazia e il mediocre che occupa quella posizione non per merito ma perché cooptato in quel ruolo non ha capacità e coraggio di aprirsi ai giovani e al prezioso contributo femminile. Non a caso, giovani e donne sono più presenti laddove l’innovazione e il progresso sono più presenti.

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