Intervista, Libri

Gloria Bovio, l’arte e il “postpubblico”

di Gabriele Ottaviani

Gloria Bovio è l’autrice di Postpubblico: Convenzionali la intervista con gioia per voi.

Da dove nasce Postpubblico?

Nel 2016 ho iniziato a dedicarmi allo studio dello spettatore delle arti, per capire il ruolo che il pubblico assume oggi nel confronto con l’opera. Ho fondato un think tank, Dialoghi d’Arte, per raccogliere riflessioni multidisciplinari sui consumi culturali in relazione con i cambiamenti sociali ed economici del nostro tempo. Da quel momento ho invitato sociologi, filosofi, antropologi, storici, curatori, critici, economisti e direttori di istituzioni culturali a confrontarsi sul rapporto tra le arti e il pubblico, ognuno dal proprio punto di vista. Ne sono nate conversazioni particolarmente interessanti per il taglio insolitamente multidisciplinare, era come mettere insieme pezzetti di un grande puzzle. Le conversazioni più significative che si sono svolte tra il 2019 e il 2020 sono state raccolte in Postpubblico, durante la pandemia, perché in quel momento i caratteri dello spettatore contemporaneo sono emersi molto chiaramente.

Che valore ha l’arte oggi?

Inestimabile. E non parlo di valore del possesso – il punto oggi non è più possedere l’opera – parlo del valore della sua fruizione. L’arte e la cultura ci rendono persone migliori, perché ci abituano a confrontarci con ciò che è diverso da noi e che non conosciamo, ci fanno vivere sensazioni sconosciute, ci fanno stare bene, anche fisicamente. Le esperienze che viviamo rapportandoci con l’opera sono parte della nostra identità e, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, ci aiutano nel nostro quotidiano nelle nostre scelte. Questo succede perché arti e cultura coinvolgono l’immaginazione e risvegliano la nostra curiosità, attivano i nostri sensi e ci fanno pensare. Tutto questo oggi è ancora più importante, perché siamo i protagonisti di un periodo storico di grande turbamento e incertezza economica e sociale. L’arte può aiutarci a superare tutto questo, ma per favorire una vera transizione culturale occorre partire dal pubblico contemporaneo, quello che io chiamo Postpubblico, aiutando le persone a essere spettatori più consapevoli e in grado di capire il valore e il significato dell’arte e della cultura. Goethe diceva che non esiste un metodo più sicuro per evadere dal mondo che seguire l’arte, ma anche che nessun metodo è più sicuro dell’arte per unirsi al mondo. L’arte è un mezzo per evadere dal mondo, ma nello stesso tempo è il modo migliore per comprenderlo e avvicinarvisi.

Che cos’è la modernità?

Modernità è qualcosa che ci siamo lasciati definitivamente alle spalle con questa emergenza. Modernità era stabilità, solidità, certezza del presente e del futuro, fiducia incondizionata nel progresso, nell’inesauribilità delle risorse naturali, nel posto di lavoro sicuro per la vita, nella fatica fisica per il raggiungimento di un obiettivo. Modernità era la società di massa compatta e unidirezionale novecentesca. Tutto questo appartiene al passato, perché oggi tutti questi elementi non esistono più. Oggi tutto è precario, flessibile, dinamico, fluido. Abbiamo una visione del mondo radicalmente diversa e riuscirà a vivere meglio chi anziché opporsi al cambiamento ancora in atto, sarà in grado di cavalcare questa flessibilità e ci si adatterà sapendone trovare gli aspetti positivi.

Ha senso parlare di bellezza dopo il dramma del Covid?

Credo abbia ancora più senso oggi, ne abbiamo un gran bisogno. Abbiamo più bisogno di cultura e abbiamo più bisogno di arte.

Torneremo a teatro, al cinema, in un museo come prima, con lo stesso spirito, la stessa disposizione d’animo?

L’emergenza sanitaria lascerà il segno per molto tempo in tutti noi. Gli adolescenti saranno quelli che ne subiranno le conseguenze più pesanti. A loro è stato rubato un pezzo di vita in un periodo fondamentale per la formazione della loro identità personale. Se la guerra al Covid 19 e alle sue varianti è davvero stata vinta e non si presenteranno altre forme virali altrettanto gravi, credo che dopo qualche tempo la maggior parte di noi tornerà a teatro, al cinema o al museo sostanzialmente come prima. Lo faremo per autodifesa, perché vogliamo dimenticare, vogliamo tornare alla nostra normalità, perché siamo esseri sociali incredibilmente bisognosi di relazioni. Il punto è se le istituzioni torneranno a essere quelle di prima, se torneranno a proporre arte e cultura allo stesso modo e questo non credo sia possibile.

Chi sono i fruitori dell’arte oggi? E come sono cambiati e stanno cambiando nel tempo gli spettatori culturali?

Innanzitutto oggi tutti siamo spettatori di qualcosa più o meno consapevolmente. Siamo tutti parte di un variegato Postpubblico, formato da pubblici diversi e instabili che comprendono individui che possono essere anche molto diversi tra loro. All’interno di queste diversità individuali ci sono però dei caratteri che accomunano un po’ tutti quanti. Quello più evidente è il protagonismo che porta lo spettatore contemporaneo a voler rivendicare in ogni azione la propria centralità rispetto a tutti quelli che gli stanno intorno, per emergere dalla moltitudine che lo circonda e per uscire dall’anonimato. È un Postspettatore che non vuole più stare semplicemente a guardare, ma creare, passare cioè dalla parte di chi realizza l’opera piuttosto che restare da quella di chi la fruisce. Gli interessa raggiungere il successo prima ancora che il benessere economico attraverso corsi e concorsi o altri percorsi da autodidatta per la facilità con cui è possibile oggi ricevere informazioni e conoscenze attraverso la rete. Questo non è altro che la risposta ai cambiamenti economici, politici e sociali del nostro tempo perché lo spettatore a qualsiasi epoca appartenga non è altro che l’espressione della società sua contemporanea. La modernità e la società di massa aveva prodotto un pubblico massificato e compatto, mentre oggi, nell’era dell’instabilità e della fluidità il pubblico si è completamente trasformato e continua a evolvere in risposta ai cambiamenti che lo circondano.

Quale sarà il futuro delle arti in un mondo sempre più digitalizzato?

L’arte continuerà a essere fruita in presenza e in modo diretto, perché l’arte è relazione, è incontro con l’opera e con le persone e non c’è nulla che possa sostituire l’esperienza fisica. Non smetteremo di andare a teatro, né di andare al museo e il lockdown ha dimostrato come il tour virtuale della mostra non possa sostituire l’esperienza fisica e relazionale che innesca la partecipazione in presenza. Questo non significa che la digitalizzazione debba rimanere distante dall’arte e dalla cultura. Benissimo la digitalizzazione degli archivi, delle biblioteche, ma anche delle opere di un museo, per permettere di contemplare l’opera che si trova in luoghi lontani non raggiungibili da chiunque. Ma quello che è davvero interessante oggi è la digitalizzazione che dà al pubblico la possibilità di creare contenuti mediali a partire da opere o prodotti culturali che vengono presi, modificati e rimessi in rete da “spettatori iperconnessi” attraverso video, fotografie, articoli. Questo processo innesca nuovi rapporti di relazione tra le persone, ma può portare anche a nuovi dialoghi tra le istituzioni culturali come musei e biblioteche e i loro pubblici, i cui sviluppi si vedranno nei prossimi anni.

Qual è il ruolo fondamentale della cultura per la ripresa del nostro sistema-Paese?

L’emergenza sanitaria ha accentuato le differenze sociali tra le persone, colpendo soprattutto i più giovani perché è stato interrotto il loro percorso educativo e la formazione della loro identità culturale e sociale. La cultura ha certamente un ruolo fondamentale, che è quello di mettere le persone in condizione di essere più consapevoli delle proprie potenzialità e di costruire la propria identità personale e sociale.

Prossimi progetti?

Come co-fondatore di Dialoghi d’Arte sto avviando per il mese di luglio Cultura Capitale, un progetto di cittadinanza culturale all’interno dello spazio culturale dell’ex Ospedale Civico di San Paolo di Savona. L’obiettivo è creare una nuova coscienza critica nelle persone attraverso il dialogo, la partecipazione e l’interazione con il mondo della cultura. Nel prossimo autunno partirà Culterapy, un progetto sulla partecipazione culturale come sorgente di benessere psicofisico le cui ricerche saranno tradotte in una prossima pubblicazione.

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Intervista

Giovanni Sollima e i pezzi tesotici

di Gabriele Ottaviani

Psichiatra, esperto di psicodiagnostica clinica, criminologia, storia della medicina, igiene mentale dell’adolescenza, giudice onorario minorile e poeta, Giovanni Sollima è al suo Quinto libello di pezzi tesotici: Convenzionali, con gioia, lo intervista per voi.

Il primo Libello è del millenovecentonovantaquattro: cosa è cambiato in questi ventisei anni?

La mia matrice lirica di sentire è sempre la stessa. La mia modalità formale d’espressione poetica è, invece, via via cambiata. È maturata e si è sempre più aperta alla chiarezza del canto e dei significati espressivi. Ho abbandonato i dintorni di una personale rupe ermetica per librarmi con sempre più sicurezza negli spazi condivisi della comprensione e della rappresentazione comunicata. Qualcuno dice che questo è accaduto quando ho conosciuto mia moglie, ed oggi penso che, sì, fondamentalmente abbia ragione.

Lei scrive: L’elemento scatenante è stato il movimento di ripresa con il progetto editoriale “tesotico”, che prende corpo dalla mia fonte lirica, rappresentata dalla raccolta cronologica madre del mio agire poetico, che è “Tesos”. Questo è un mio termine originale, di classica risonanza, concepito dall’unione delle abbreviazioni di servizio “tes. os.”, tessuto osseo, che è immagine suggestiva e denominativa solidale con vissuti di studi biomedici, nonché evocativa di rimandi letterari. La durezza viva della realtà, passata al vaglio interpretativo e rappresentativo del poeta, è continuità significativa del proprio spazio percepito, sintonia di coscienza e sinfonia del tempo. Qual è il tessuto osseo dell’esistenza umana?

È un processo di confronto e scontro, un dialogo con la realtà, che appare dura e scabra, a volte crudele, non di rado inesorabile. D’altro canto il tessuto osseo, pur meno nobilmente pensato rispetto ad altri, come il tessuto nervoso o muscolare cardiaco, è l’entità strutturale che dà corpo al sistema che ci sostiene: è duro ed è vivo!

Lei è uno psichiatra e un poeta, dunque conosce e indaga l’anima: come si affronta lo smarrimento di una pandemia che ha reso pericolosi gli abbracci, che spesso per chi invece soffre sono l’unica e concreta, benché basata sull’immaterialità del sentimento d’affetto, àncora di salvezza?

Ne so qualcosa per esperienza professionale diretta, giacché lavoro in una Comunità terapeutica e riabilitativa per pazienti psichiatrici. Le Comunità residenziali sono in isolamento preventivo dall’inizio dell’instaurazione delle misure contro la pandemia: gli ospiti vedono i parenti da lontano, attraverso un vetro o, più frequentemente e facilmente, attraverso le video-chiamate. I pazienti sono stati, e tuttora lo sono, eccezionali, perché ognuno di loro, a modo proprio, ha capito la gravità della situazione e la peculiarità del momento storico vissuto. Ma è quotidianamente difficile. Ogni operatore di Comunità sa quanto sia importante, oltre che la parola consolatrice e terapeutica, la vicinanza fisica, il sorriso, la carezza, l’abbraccio. Il rispetto di un codice profilattico limita tutto ciò. Si sopperisce con lo sguardo ed il sorriso degli occhi, con un atteggiamento gioviale e sdrammatizzante, positivo e propositivo. Si è instaurata nel tempo una nuova sintassi comunicativa non verbale ad integrazione e complemento del consueto assetto dialogico. Allo stesso modo e in generale, nella società, si sono instaurati nuovi usi e abitudini, nuove modalità di saluto. Il distanziamento non ha soffocato la voglia di comunicare e di esprimersi degli uomini, la quale a volte, grazie ai mezzi messi a disposizione dal progresso tecnologico, si è fatta sentire con più forza e con maggiore coraggio d’esistenza.

Perché scrive di aver cercato la Medicina come un amante?

Leggendo la poesia, a un lettore è venuto spontaneo commentare Ed è stata una grande storia d’amore! Lo è, naturalmente, tuttora. La stessa Medicina, come arte e applicazione, è un’amante gelosa, ma molte cose modernamente sono cambiate nella concezione e nella pratica di questa nobile disciplina, che ancora fa i conti con la difesa dei propri connaturati valori classici di scienza e conoscenza e la trasfigurazione di una propria intima percezione romantica. Qualche tempo dopo ho scritto un’altra lirica, Ti ho trovato, ma questa è un’altra storia, che spero raccontare in un successivo pubblicato libello.

Quali sono le settembrine corde dell’irresistibile?

Sono quelle di un movimento di ripresa, anche ispirativo, proprio di Settembre. È un mese aperto al nuovo, pieno d’aspettative e contenuti, di sentimentale preludio e introspettivo istinto.

Dedica molte poesie al tema del ricordo: perché è così importante?

È quanto di più prezioso abbiamo. È quello che siamo. Non è solo la nostra traccia vitale, è la natura del nostro significare nel tempo ed oltre il tempo.

Qual è il regno dell’ineluttabile?

È la realtà in cui siamo immersi. È tutto ciò da cui non ci si può sottrarre, verso cui possiamo solo andare incontro con la nostra sensibilità e la nostra capacità di accettazione trasformativa.

Una sua poesia si intitola Una tempesta di sereno: è dall’unione dei contrari che nasce il futuro?

È un’ipotesi interessante, e intrinsecamente vera. Di certo è una dinamica suggestivamente estetica, che amplifica il portato dei significati. E nella relazione dipolare genera il movimento.

Qual è il finale di un’uscita incompiuta?

La lirica prende spunto da un finale storico, da una “finale”. Si riferisce alla finale del campionato europeo di calcio, persa dall’Italia con la Spagna nel 2012.

Lei ha scritto Dignità e libertà: come si riesce a conciliarle?

Non è facile. È una lotta. Sono gli orizzonti di richiamo verso cui l’essere umano grida tutta la vita. Sono ideali, che non si esauriscono con una vita. E sono valori di ricerca da comunicare ed esprimere sempre, da passare agli altri, vicini e lontani, alle generazioni future.

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Intervista

I Gamberetti tornano, più scintillanti che mai: intervista a Geoffrey Couët

di Gabriele Ottaviani

Xavier, folle, scandaloso, colorato, chiassoso, orgoglioso, molto più delicato, fragile, profondo e sensibile di quanto in realtà possa apparire a un primo e superficiale sguardo, torna in piscina, e con lui tutta l’irresistibile compagine che ha fatto impazzire non solo Cannes ma il mondo intero: il grido liberatorio dei gamberetti luccicanti (Les crevettes pailletées) che combattono l’omofobia e bruciano di desiderio per la vita e la felicità si leva ancora una volta dallo schermo. Per Convenzionali è come sempre un piacere immenso parlare con Geoffrey Couët, attore e attivista, bello, bravo, simpatico, brillante, intelligente, generoso: ne ha fatta di strada lo straordinario protagonista dell’eccezionale Théo et Hugo dans le même bateau…

La bella notizia, in un anno che ne è stato decisamente avaro, ha colpito tutti coloro che hanno visto le prime foto sul tuo profilo Instagram: come sarà questa nuova avventura per Les crevettes pailletées? Da dove si riparte?

Prima di tutto, grazie per questa gentile introduzione. Come dicono i personaggi in Théo et Hugo: Un po’ più d’amore nel mondo! È molto carino! Dire qualcosa in merito a Les crevettes per me non è facile, ma sbaglio o sembra che stiano vagando tra Russia e Giappone? Abbiamo avuto la gioia di scoprire la sceneggiatura durante il primo lockdown, ed è stata una vera ballata piena di avventura, sorprese, umorismo e amore! In questi tempi difficili questo è un copione che ti permette di evadere, spero che lo stesso avvenga per il film! In ogni caso, è assolutamente gratificante, ed è un piacere essere stati tutti insieme per qualche giorno per le prove.

Come si evolverà il tuo personaggio?

Il mio personaggio si sta evolvendo, sì! E ne sono particolarmente felice. Xavier è ancora così gay&proud, ma penso che sia cresciuto, che la vita gli faccia guardare il mondo e gli altri in modo diverso… Tutti i Gamberetti si evolvono, affermano i loro destini, i loro ideali. Ancora una volta è complicato dire qualcosa, sono vincolato dal segreto, ma ne vale la pena!

Di recente ti abbiamo visto spesso partecipare a manifestazioni di piazza per i diritti civili e dei lavoratori: qual è al momento la situazione in Francia?

Il nostro governo sta cercando di far passare leggi particolarmente repressive, è normale lottare contro ciò in cui non crediamo. Trovo magnifica la consapevolezza collettiva degli ultimi anni (il #metoo, il movimento Black Lives Matters, l’ecologia…), A patto che la consapevolezza si estenda attraverso effetti e azioni concrete! Ebbene, quando vediamo che Trump non è stato rieletto negli USA, diciamo a noi stessi che c’è speranza!

Come stai vivendo l’esperienza del Covid-19 e che conseguenze sta determinando in Francia? In Italia il settore culturale e dello spettacolo sta attraversando una grande sofferenza dal punto di vista economico e non solo: al di là delle Alpi com’è la situazione?

Il primo lockdown è stato un momento particolare di totale interruzione professionale, e improvvisamente una buona scusa per rimettersi a fuoco, ritrovarsi con sé stessi, ridefinirsi. Per me è stato stranamente benefico! Il secondo è molto più frustrante perché non è chiaro, soprattutto in Francia, con decisioni politiche a volte assurde. Ovviamente è difficile per la cultura, ma anche per la ristorazione, l’intrattenimento e molto altro ancora. Rimaniamo uniti e solidali, e spero vivamente che potremo dimenticare queste orribili maschere! Ho avuto la fortuna di lavorare durante questo secondo lockdown, quindi non mi lamenterò.

Stiamo pagando alla pandemia un enorme prezzo sanitario, sociale ed emotivo, senza carezze, abbracci e baci: come ne usciremo? E qual è la cosa che ti manca di più?

Ricordo che, prima di tutto questo, poteva essere persino fastidioso arrivare a una festa e baciare ogni persona, a volte quindici persone, estranei… Ma penso che ora sia qualcosa che mi farebbe quasi piacere, e che vorrà dire che la pandemia è finita. Poi, io amo ballare, amo l’abbandono della follia e la libertà che si respira profondamente quando si balla. È questo sfogo che mi manca di più. Trovare degli amici, andare a ballare tutta la notte con gioia e passione, senza pensare.

Quale sarà il primo viaggio che farai appena sarà possibile? Suggerisco Roma, ovviamente…

È una buona idea e l’Italia mi è cara! Ho il sogno di andare un giorno a trascorrere l’estate a Procida. Immagino un’amaca, una pila di libri, il sole e il mare… In questo momento stiamo girando Les Crevettes all’estero, quindi una volta terminate le riprese sarei felice di tornare nel mio paese. Ma adoro viaggiare così tanto, sono in viaggio, presto ci saranno altri viaggi!

Di che parla Hurler sur les murs, il tuo film da regista?

Hurler sur les murs è il mio primo film da regista di documentari. Si tratta di un viaggio assieme al movimento femminista che fa affissioni di manifesti non autorizzati sui muri delle città. Forse ce ne sono anche in Italia? Fare un documentario è stata un’avventura meravigliosa, sto pensando alla prossima!

Facci sognare: dopo Haut perchés tornerai ancora a lavorare con Olivier Ducastel, Jacques Martineau e soprattutto con François (Nambot)?

…Lo spero con tutto il cuore! Ma è più a loro che la domanda dovrebbe essere posta. Tuttavia, non sono preoccupato: adesso siamo una famiglia e le famiglie finiscono sempre per riunirsi!

Cosa ti auguri per il futuro e per Les crevettes pailletées?

Che la Terra possa ballare un valzer di nuovo nella giusta direzione, che possiamo tenerci per mano e che possano i Gamberetti inondarci della loro esultante follia!

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Intervista

Les Crevettes sont de retour, plus pailletées que jamais: interview avec Geoffrey Couët

par Gabriele Ottaviani

Xavier, fou, scandaleux, coloré, bruyant, fier, beaucoup plus délicat, fragile, profond et sensible qu’il n’y paraît au premier coup d’œil superficiel, retourne à la piscine, et avec lui toute l’équipe irrésistible qui a rendu fou non seulement Cannes mais le monde entier: le cri de libération des Crevettes pailletées combattant l’homophobie et brûlant d’envie de vie et de bonheur s’élève à nouveau de l’écran. Pour Convenzionali, c’est toujours un grand plaisir de parler à Geoffrey Couët, acteur et activiste, beau, talentueux, gentil, brillant, intelligent, généreux: l’extraordinaire protagoniste de l’exceptionnel Théo et Hugo dans le même bateau a parcouru un long chemin…

La bonne nouvelle, dans une année décidément avare, a frappé tous ceux qui ont vu les premières photos sur votre profil Instagram: à quoi ressemblera cette nouvelle aventure pour Les crevettes pailletées? D’où partons-nous?

Avant tout merci pour cette introduction si gentille. Comme les personnages le disaient dans Théo et Hugo: Un peu plus d’amour dans le monde! Ça fait très plaisir! Pour Les Crevettes il m’est difficile d’en dire trop, mais ils sembleraient qu’elles se baladent entre la Russie et le Japon? Nous avons avons eu la joie de découvrir le scénario pendant le premier confinement, et ce fut une véritable ballade pleine d’aventure, de surprises, d’humour et d’amour! Dans ces temps difficile c’est un scénario qui permet complètement de s’évader, j’espère qu’il en sera de même pour le film! En tout cas c’est absolument réjouissant, et un bonheur de nous retrouver tous ensemble depuis quelques jours pour les répétitions.

Comment votre personnage évoluera-t-il?

Mon personnage évolue, oui! Et j’en suis particulièrement heureux. Xavier est toujours aussi gay&proud, mais je pense qu’il grandi, que la vie l’amène à regarder le monde et les autres différemment…! Toutes les Crevettes évoluent, affirment leur destins, leurs idéaux. Encore une fois, il est compliqué d’en dire trop, je suis tenu au secret, mais patience, ça vaut le coup!

Récemment, nous vous avons souvent vu participer à des manifestations de rue pour les droits civils et ouvriers: quelle est la situation en France en ce moment?

Notre gouvernement essaye de faire passer des lois particulièrement répressives, il est normal de lutter contre ce en quoi on ne croit pas. Je trouve magnifique les prises de consciences collectives de ces dernières années (Me too, Black Lives Matters, l’écologie…) pourvue que la prise de conscience se prolonge par des effets et des actes concrets! Bon, quand on voit que Trump n’a pas été ré-élu aux USA, on se dit qu’il y a de l’espoir!

Comment vivez-vous l’expérience de Covid-19 et quelles conséquences cela a-t-il en France? En Italie, le secteur de la culture et du divertissement subit de grandes souffrances d’un point de vue économique et non seulement: quelle est la situation au-delà des Alpes?

Le premier confinement était un moment particulier d’arrêt professionnel total, et du coup un bon prétexte pour se recentrer, se retrouver avec soi-même, se re-définir. Il m’a été bizarrement bénéfique! Le second est bien plus frustrant car pas clair, particulièrement en France avec des décisions politiques parfois absurdes. C’est évidemment dur pour la culture, mais aussi la restauration, le divertissement et tant d’autres. Restons unis et solidaires, et j’espère vivement que nous puissions oublier ces affreux masques! J’ai eu la chance de travailler pendant ce second confinement, aussi je ne me plaindrai pas.

Nous payons un prix sanitaire, social et émotionnel énorme à la pandémie, sans caresses, câlins et baisers: comment en sortirons-nous? Et quelle est la chose qui vous manque le plus?

Je me souviens qu’avant tout ça, cela pouvait être pénible d’arriver à une soirée et de faire la bise à chaque personne, des fois 15 personnes, des inconnus… Mais je crois que maintenant c’est quelque chose qui me ferait presque plaisir, et qui voudra dire que la pandémie est terminée. Ensuite, j’aime danser, j’aime l’abandon la folie et la liberté qui respirent à fond quand on danse. C’est cet exutoire qui me manque le plus. Retrouver des amis, aller danser toute la nuit avec joie et fougue, sans réfléchir.

Quel sera le premier voyage que vous ferez le plus tôt possible? Je suggère Rome, bien sûr…

C’est une bonne idée, et l’Italie m’est précieuse! J’ai le rêve d’aller un jour passer un été à Procida. J’imagine un hamac, une pile de livre, le soleil et la mer… Pour l’instant nous tournons les Crevettes à l’étranger, aussi une fois le tournage terminé, je serais heureux de retrouver mon pays. Mais j’aime tellement voyager, j’ai la bougeotte, il y aura vite d’autres voyages!

De quoi parle Hurler sur les murs, votre film de réalisateur?

Hurler sur les murs est mon premier en tant que réalisateur de documentaires. Il fait un voyage avec des colleuses, le mouvement féministe qui fait de l’affichage sauvage sur les murs des villes. Peut être avez vous des colleuses aussi en Italie? Réaliser un documentaire a été une aventure merveilleuse, je réfléchis à la prochaine!

Faites-nous rêver: après Haut perchés allez-vous retourner travailler avec Olivier Ducastel, Jacques Martineau et surtout avec l’adorable François (Nambot)?

… je l’espère de tout mon coeur! Mais c’est d’avantage à eux qu’il faut poser la question. Cependant je ne suis pas inquiet: nous sommes une famille à présent et les familles finissent toujours par se retrouver!

Que souhaitez-vous pour l’avenir et pour Les crevettes pailletées?

Que la Terre se remette à valser dans le bon sens, qu’on se prenne la main, et que les Crevettes nous arrosent de leur folie jubilatoire!

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Intervista

Crescita, cambiamento, sviluppo: l’Open Innovation secondo Leonardo Valle

di Gabriele Ottaviani

Leonardo Valle, esperto internazionale di Open innovation, Digital trasformation, Design thinking, autore del best seller Advanced Advisory. Da Adriano Olivetti ad Alain Deneault, dal progresso intelligente alla lotta contro la mediocrazia. La forza delle nuove competenze, saggista, editorialista, titolare della scrittura dei nuovi paradigmi di business Advanced Advisory®, Cross Platform Competence® e Intelligent Sharing Economy®, tra i primi ad affrontare i temi della Quarta rivoluzione industriale, uno dei riferimenti nazionali per la transizione digitale delle PMI, primo Advanced Advisor in Italia, curatore del corso avanzato di formazione e specializzazione per professionisti e imprese nato dai nuovi paradigmi, ex Manufacturing Manager presso la Koch-Glitsch, attualmente Direttore Generale della Financial & Capital Advisor s.r.l. impegnato nella divulgazione delle opportunità per le PMI italiane rappresentate dal Green Deal europeo, indaga il cambiamento e le possibilità di sviluppo nel suo interessantissimo Open innovation: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Cosa sono gli Open Innovation Center?

L’Open Innovation è lo scenario ideale per il raggiungimento e la creazione di nuove opportunità di business propedeutiche alla creazione di maggiore produttività. Si basa sulle relazioni tra azienda e soggetti esterni, in primis Università e le supply chain integrate. Il passaggio da innovazione chiusa a Open Innovation mette in discussione le caratteristiche sulle quali le imprese tradizionali hanno basato la propria egemonia per decenni, con effetti anche sulla trasformazione dei modelli di business. Io sostengo che l’innovazione chiusa non esiste più oppure è di fatto non più sostenibile, e che l’innovazione aperta sia il modo più corretto per fronteggiare i cambiamenti del mercato, e passare dal nanismo imprenditoriale a ecosistemi competitivi in grado di attrarre tutte quelle risorse e tecnologie che le aziende da sole non sono in grado di attrarre.

Quale prezzo pagheremo dopo il Covid? Economico, sanitario, emotivo, culturale, sociale, scolastico?

Il Covid-19, come tutte le crisi, ha accelerato una crisi di sistema che già era economica, sanitaria, culturale e sociale, perché le imprese italiane, pubbliche e private, non sapevano neppure che la quarta rivoluzione industriale era arrivata, usavano le nuove tecnologie solo in modo passivo, da consumatori, e non in modo attivo; la classe dirigente non ha prodotto piattaforme digitali ne in ambito sanitario né in ambito scolastico e soprattutto il sistema universitario non sta formando i nostri giovani su quelle che saranno le professioni di domani. Il prezzo più grande che potremmo pagare dopo il Covid-19 è ripartire con le nostre imprese così come le avevamo prima, è cambiato il mercato, sono cambiate le tecnologie, se non comunichiamo il cambiamento in atto e se non saremo in grado di cambiare, gran parte del tessuto economico del paese potrebbe essere non competitivo. Per questo, il libro Open Innovation, che in modo serio e concreto rappresenta uno strumento per gli imprenditori, manager e professionisti che decidono di investire su se stessi senza aspettare dall’esterno e tantomeno dal pubblico soluzioni e indicazioni che non sono in grado di dare.

L’Italia vuole davvero cambiare, progredire, innovare?

Al di là della volontà di cambiare, abbiamo il dovere di farlo e noi italiani abbiamo una grande chance in questo nuovo scenario, ovvero il talento, che è l’elemento più importante che viene valorizzato dalle nuove tecnologie. È il talento che è alla base di startup di successo di tantissimi nuovi mestieri che i nostri giovani potranno esercitare con successo in tutto il mondo.

Quali sono le responsabilità della politica e della burocrazia nell’attuale situazione del nostro sistema nazionale?

Sicuramente siamo di fronte alla più grande crisi del dopoguerra con la peggiore classe dirigente, ma comunque nella terza rivoluzione industriale basata sul grande consumo energetico, del territorio, produzioni sempre più invasive e infrastrutture pesanti, noi come sistema Italia non potevamo competere. Al contrario, nella quarta rivoluzione industriale, dove le tecnologie abilitanti sono alla portata di tutti, con il talento italiano e la capacità di problem solving che abbiamo, possiamo essere protagonisti di un nuovo rinascimento italiano.

Cosa dovremmo imparare dall’estero e quali abilità possiamo diffondere ed esportare?

Possiamo imparare ad operare in open innovation, cioè le imprese italiane si devono aprire e condividere il loro know how con fornitori, partener, università, ecc. L’abilità che possiamo diffondere è il problem solving e soprattutto il vero made in Italy, che grazie alla block chain può essere meglio valutato e protetto rispetto al passato.

Ha ancora senso parlare di identità nazionale nell’era della globalizzazione?

Siamo cittadini europei di nazionalità italiana e nella globalizzazione possiamo essere protagonisti mantenendo due grandi patrimoni: il primo è quello italiano, leader in settori come l’agroalimentare, turismo e manifatturiero ad alto valore aggiunto tecnologico; il secondo è quello di essere europei e quindi di trovarsi all’interno di uno dei più grandi mercati del mondo con la capacità di fare sistema in modo veloce e semplice con altri partner europei di altissimo livello.

Quali opportunità del progresso tecnologico non abbiamo ancora saputo sfruttare pienamente?

Non abbiamo piattaforme e dorsali digitali italiane e questo ci impedisce di essere autonomi nella tecnologia; non stiamo sfruttando nuove tecnologie già disponibili come le stampanti 3D, la realtà virtuale, aumentata, immersiva e soprattutto non stiamo sfruttando le potenzialità delle nuovi reti quali wi-fi 6 e il 5G.

Perché l’Italia è ancora molto indietro per quel che concerne l’occupazione giovanile e femminile?

Anche questo è progresso mancato perché sia il pubblico sia il privato sono imbottiti di Mediocrazia e il mediocre che occupa quella posizione non per merito ma perché cooptato in quel ruolo non ha capacità e coraggio di aprirsi ai giovani e al prezioso contributo femminile. Non a caso, giovani e donne sono più presenti laddove l’innovazione e il progresso sono più presenti.

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Intervista

Silvia De Laude intervista Mariano Lamberti: ecco “La vita nascosta del tempo presente”

Convenzionali ha l’immenso onore di pubblicare una grande esclusiva: Silvia De Laude, curatrice con Walter Siti delle opere di Pasolini per Mondadori, intervista Mariano Lamberti sulla Vita nascosta del tempo presente.

Silvia De Laude e Walter Siti

Quello che colpisce subito nel tuo ultimo romanzo è un allargamento: è, banalmente, un testo molto più lungo delle tue prove narrative precedenti (il tuo primo “vero romanzo”, hai detto), ma soprattutto è un testo che si ‘allarga’ nello spazio e nel tempo, non più nel segno dell’allucinazione, come nel Lungo risveglio dell’impiegato E., sulla vita di Franz Kafka (2018), ma nel segno della realtà. Si va, con continui scarti temporali, avanti e indietro nel tempo, dal ’42 al 2018; c’è la Grecia, Dachau, Viterbo, Roma, Tel Aviv, dove si è trasferita con il marito la sorella del protagonista, il pittore omosessuale Max. Hai parlato per La vita nascosta nel tempo presente della tua “prima incursione nel romanzo storico”. Nella terminologia di Manzoni, un «componimento misto di storia e d’invenzione», nel quale entrano figure reali, fatti storici documentati, ma anche le figure reali cedono una minima parte della propria storicità per ottenere una più plausibile consistenza romanzesca. Tu sei un artista che ama contaminare linguaggi diversi, ma in questo caso da dove viene l’esigenza di misurarsi con la Storia con la S maiuscola? E in che misura le storie dei protagonisti riguardano la tua?

Nella cinematografia si parla di film da girare in costume quando la storia è ambientata dagli anni 80 in giù, perché gli oggetti, gli abiti, le scene sono per forza di cosa storicizzati. Credo che anche nel romanzo il margine di reinvenzione rispetto ai fatti storici sia sempre più ridotto; a parte l’episodio che si svolge nel 43, per la storia ambientata agli inizi del duemila non ho fatto solo un lavoro di memoria, ma anche di documentazione rispetto alle abitudini dei personaggi: per esempio ho dovuto dosare l’uso del cellulare e della comunicazione via web che non era esplosa in maniera incontrollata come oggi. Il romanzo non parte dall’esigenza di misurarsi con la Storia né con il romanzo storico, ma di seguire una volatile ma persistente intuizione: la sotterranea contiguità tra regimi totalitari e società capitalistica, la serializzazione dei corpi e delle anime destituiti dal libero arbitrio, c’è un parallelismo nel libro che potrebbe apparire eccessivo per qualcuno, tra il consumismo sessuale dei corpi e la deprivazione di dignità degli stucke, i corpi dei detenuti nei campi di stermino nazisti. Per rispondere alla tua domanda sulle storie dei protagonisti che mi riguardano, ognuno è portatore insano di fuga e d’inquietudine, chi fugge dall’artefatta funzionalità di una metropoli come Tel Aviv, chi fugge da Dachau e dall’incomprensibile ingiustizia cosmica e chi come Max, il pittore personaggio chiave del romanzo, fugge dal posto fisso e dall’incasellamento sociale.

La vita nascosta del tempo presente

Ogni esperimento di romanzo storico s’interroga con maggiore o minore consapevolezza da parte di chi scrive nel quadro dissidio latente tra invenzione e storia o, se si preferisce, tra finzione e realtà. Qui però c’è anche il tema della finzione che assicura una specie di riscatto del protagonista, mi pare, quando alla fine, riesce a realizzare l’opera che l’ha paralizzato per tanto tempo. Perché La vita nascosta nel tempo presente è una ambiziosa riflessione sul male nella storia, sul suo rapporto con l’arte, sulla responsabilità individuale dell’artista. Ma è anche la storia (per Max) di una impasse, un blocco che è insieme creativo e esistenziale, e trova uno scioglimento nel finale. Le ragioni di questo blocco sono diverse: personali e storiche (i due fili si intrecciano), e forse anche di “poetica”. Per due terzi del libro Max ingiallisce d’impotenza in rabbiosi tentativi d’arte materica che vorrebbero rappresentare l’orrore dei campi di sterminio: lo blocca anche un rifiuto di ‘estetizzare’ l’orrore, che sarebbe una diversa forma di banalità del male? Dare perfezione formale al male, alla Leni Riefensthal, sarebbe in qualche modo assecondarlo, e quindi un’altra forma di disumanizzazione?

Hai colto bene il tema centrale del libro,  affidato al personaggio di Max il pittore che si rifiuta di spettacolarizzare il dolore e l’orrore dei campi di sterminio dove celo, neanche troppo, una mia riflessione  sulla funzione  dell’artista che, a mio modo di vedere, non deve avere nessuna funzione, essere  invece una pietra di inciampo per  benpensanti e imprenditori filantropi che vorrebbero dettare anche le leggi della creatività con i loro social annacquati e senza drammi,  una coscienza infelice sempre contro,  una figura  nostalgica di artista puro che crea interrogando l’uomo… Sì, hai ragione, dare perfezione formale al male è un’altra forma di disumanizzazione: uno dei personaggi del libro comincia a disegnare figure geometriche imperfette per sottolineare che la creazione umana non è perfetta né seriale,  solo una macchina crea forme perfette.

Attraverso il personaggio di Melissa, che ha abbracciato il buddismo, e sta morendo di cancro, è introdotto nel libro il tema di una rinuncia al possesso che riporta alla cultura orientale. È uno dei tuoi temi, non solo nel filone poetico (penso a Fukyo, uscito quest’anno) Anche nel Lungo risveglio dell’impiegato E., che io ho amato molto, il “risveglio” di cui si parla è (anche) un risveglio in senso religioso buddista (Buddha in sanscrito significa appunto “il Risvegliato”), oltre ad altre  cose ancora: per il Lungo risveglio dell’impiegato E., il tuo continuo confronto con la grande tradizione romanzesca otto-novecentesca mi aveva fatto pensare addirittura che lo sconvolgimento percettivo del finale alludesse anche al più celebre “risveglio” del romanzo modernista, l’arduo e magnifico Finnegan’s Wake di Joyce. Qui quale funzione è da attribuire al personaggio di Melissa, che Max accompagna nella malattia con dolcezza, standole vicino fino alla fine? In che modo cioè si inserisce in una riflessione sul male nella storia, e nel suo rapporto con l’arte?

La malattia come metafora di Susan Sontag è un bellissimo libro che ho letto da ragazzo in cui la Sontag racconta come guarì della sua malattia ribellandosi all’idea che si è vittime del male del secolo; Melissa invece nel libro muore di cancro ma guarisce dalla malattia dell’eternità che è il tema del libro, per questo diventa un soggetto da dipingere nel quadro che Max tenta inutilmente di finire su Dachau. Melissa sta perdendo il suo peso come i deportati nei lager, tant’è che nel finale Max continua a ritirarla fino all’ultimo respiro. Melissa rappresenta il senso della fratellanza con la quale concepisco l’amicizia che è molto vicino all’amore, ho molti amici con i quali ho questo tipo di rapporto: totale, contrastato, assoluto. Melissa nel suo essere una star della malattia si avvicina alla morte con grande dignità e diventa  iconica: lascia la materia per diventare puro spirito, quando abbandoniamo ogni forma di attaccamento ci avviciniamo alla perfezione umana, artistica.

Si può dire che il romanzo abbia un lieto fine? Dopo la riuscita dell’opera, e l’atto psicomagico del gallo nero ucciso e cucinato al miele per venire a patti con il fantasma paterno Max arriva a godere di ogni attimo, emozioni rigeneranti come quando il fulmine ripulisce improvvisamente l’atmosfera dalle cariche vaganti di energia elettrica. Godere ogni attimo, che è la cosa più difficile del mondo.

Mentre scrivevo il finale pensavo che fosse una vera conclusione felice, in realtà l’idea che chiusi i conti con il passato si possa finalmente vivere il presente è un’idea estremamente ambigua che tu con la tua intelligente e sensibile accortezza mi hai fatto notare; godere di ogni attimo non è un atto consapevole ma una preghiera, e per pregare intendo entrare in uno stato meditativo con l’essenza della vita.

Quando hai parlato di “prima incursione nel romanzo storico” intendevi che ne hai già in mente un altro?

In effetti ho pronto un altro romanzo storico, “Il Maestro“, che più storico non si può, si svolge nel Giappone medievale ed è la biografia romanzata di Nichiren Daishonin, il controverso e amatissimo ri-fondatore del buddismo giapponese, e la storia è raccontata dal suo allievo prediletto Nikko Shonin, un racconto epico ma narrato in maniera umana troppo umana dal suo allievo. Il libro uscirà a fine agosto con un’importante casa editrice romana.

Mariano Lamberti
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Intervista

In viaggio con Ruth

di Gabriele Ottaviani

Ruth Lillegraven (foto di Ann Sissen Holte) ha scritto un romanzo formidabile, Fiordo profondo, ricco di temi molto significativi: ecco le sue risposte alle nostre domande.

Come descriverebbe la Norvegia a chi non la conosce?

Ah, beh, da dove cominciare… La Norvegia è un piccolo paese nell’estremo nord, con temperature piuttosto rigide rispetto all’Italia. Siamo pochissimi abitanti rispetto alla zona, e, da quando abbiamo avuto la fortuna di trovare il petrolio, abbiamo da molti anni un’economia piuttosto privilegiata. Siamo conosciuti in tutto il mondo tra i turisti di ogni provenienza per i fiordi e le montagne e i prezzi molto al di sopra della media.

Che città è Oslo? E come sono i suoi abitanti?

Oh, chiedermi come sia Oslo è come chiedermi: come sono i tuoi genitori? O i tuoi figli? Non mi sento in grado di fornire una visione obiettiva di Oslo. Mi sono trasferita a Oslo nel 1997, a 19 anni, proprio da una fattoria nella parte occidentale di Oslo (sì, come Clara – ma per fortuna la mia famiglia è molto più armonica). Anche se ora da dieci anni vivo nei boschi alla periferia di Oslo, Oslo è la città della mia vita. È splendidamente circondata da grandi foreste e da fiordi. È una piccola città rispetto alla maggior parte delle capitali europee, ovviamente. E come nella maggior parte delle città ci sono grandi differenze sociali. Clara e Haavard nel mio libro vivono in una delle zone più privilegiate.

Com’è la società norvegese?

Domanda molto complessa per cercare di rispondere in poche frasi. Il reddito dovuto al petrolio ha anche permesso di avere un buon sistema di welfare, di cui siamo orgogliosi e grati. Ma le cose non sono perfette da nessuna parte.

Che influenza ha avuto il Covid sulla Norvegia?

Come tutti gli altri paesi, siamo influenzati da questa pandemia globale a tanti livelli. Ma, devo dire, finora siamo stati abbastanza fortunati, rispetto all’Italia e alla maggior parte delle altre nazioni. Abbiamo avuto un basso numero di morti rispetto a molti altri paesi. Difficile dire perché, forse grazie alla bassa densità della popolazione. Ma ovviamente il Covid 19 ha cambiato la vita sociale e la vita in generale in misura estrema per molte persone. E le conseguenze economiche per tanti sono enormi. Molte persone hanno perso il lavoro o le loro attività sono andate in rovina. Per esempio è molto grave per la vita culturale e per i ristoranti, i pub e via discorrendo. Sono tempi davvero strani. In realtà, ho finito per scrivere una raccolta di poesie ispirata a questa strana primavera e alla situazione del Covid 19, e quest’autunno è stata pubblicata.

Per noi mediterranei la Scandinavia è la terra della socialdemocrazia e del welfare, della ricchezza, del benessere, della tranquillità, della sobrietà: è davvero così?

Eh… Difficile rispondere. A molti livelli penso sia così, sì. Penso che i paesi scandinavi siano tutti un po’ diversi, sebbene abbiano anche molto in comune. Quando si tratta della Norvegia, c’è da dire che siamo stati fortunati ad avere questa economia privilegiata, e ciò ha permesso di costruire un buon sistema di welfare. Ma nessun sistema è privo di buchi e punti deboli.

Di cosa ha bisogno la Norvegia oggi?

Questa è una grande domanda e possono esserci molte risposte. Personalmente, penso che dobbiamo imparare come affrontare la crisi climatica e la crisi mondiale dei rifugiati. E magari preparare un piano B per affrontare la fine del petrolio quando arriverà…

Cosa si può fare per proteggere meglio i diritti dei bambini?

Beh, non sono un’esperta nel campo, ma immagino che si debba lavorare su diversi fronti allo stesso tempo: con le leggi (come fa la mia Clara), con l’istruzione e la formazione nell’ambito di di diverse professioni, con l’informazione, all’interno della polizia, eccetera eccetera…

Come è cambiata la Norvegia dopo Utøya?

È molto difficile da dire. Penso che quasi tutti i norvegesi siano rimasti profondamente scioccati e rattristati il ​​22 luglio del 2011 (non c’è stata solo la sparatoria a Utøya, ma anche il bombardamento di alcuni edifici governativi nel centro di Oslo). Penso che tutti credessimo che a quel punto tutto sarebbe diventato davvero diverso. Ma non è facile trarre conclusioni in merito a differenze molto grandi. Per certi versi la sicurezza è ovviamente migliore. A quel tempo lavoravo al ministero dei trasporti e ricordo di essere tornata a lavorare (nell’edificio di fronte a quello principale dove si trovava l’ufficio del primo ministro, quello che Clara descrive nel libro). All’improvviso si è avuto un sistema di sicurezza diverso e più rigido. Ma era anche molto strano vedere le ferite fisiche negli edifici e nelle strade, ancora una volta solo simboli delle tante vite distrutte. Molti di noi speravano in una società più calda e tollerante dopo quel trauma. Ma, come ho detto, non sono sicura che sia cambiato davvero qualcosa e in che misura. Beh, una cosa è che forse ci rendiamo conto che cose del genere possono succedere anche qui, sulla nostra “isola sicura”.

Qual è il significato della giustizia per lei?

Ah, questa è forse la domanda più difficile fra tutte quelle che mi hai fatto. È così filosofica, così essenziale. Non mi sento in grado di dire qualcosa di molto intelligente al riguardo. Immagino che la giustizia riguardi tutte le persone che sono state minacciate allo stesso modo, che sono state trattate con lo stesso rispetto e che hanno avuto le stesse possibilità. E, sfortunatamente, la giustizia a quel livello non è mai esistita, e forse non lo farà mai. Nel mio libro Haavard crede che la giustizia sia possibile, mentre Clara dice che non esiste una cosa come la giustizia. E forse hanno ragione entrambi. Comunque è qualcosa per cui dovremmo lavorare tutti, penso, ogni giorno.

Quanto è importante il background di origine nella storia di una persona? I tuoi protagonisti provengono da ambienti molto diversi…

Ah, questo varia da persona a persona e da caso a caso, credo. Ma sì, Clara e Haavard sono molto diversi e sono assolutamente prodotti del loro background culturale: Clara come figlia di un contadino/soldato e di una madre malata di mente, cresciuta in una fattoria desolata nella parte occidentale e selvaggia della Norvegia. Haavard, dal canto suo, viene da una famiglia privilegiata con un patrimonio grande e antico e un vasto capitale culturale, nel “lato soleggiato” di Oslo. Clara pensa che lui sia “arrivato facilmente a tutto” e immagino che abbia ragione. Quindi sì, sono opposti, e questo influenza moltissimo il loro matrimonio. Le differenze che una volta forse li attraevano, l’uno verso l’altro, ora sono qualcosa che li irrita.

Sei anche poeta e drammaturga: in Italia ormai per via del Covid i teatri sono chiusi, se avessi il potere di riaprirli che tipo di spettacolo offriresti?

Beh, ho avuto la fortuna di scrivere un dramma da zero e anche di drammatizzare uno dei miei libri di poesie. Lavorare con il teatro è stato davvero come un mondo nuovo di zecca e molto eccitante per me. E spero davvero di farlo di nuovo in futuro. È così triste con i cinema chiusi, è la stessa cosa a Oslo adesso, uno dei tanti tristi effetti di questa situazione. Attendo con impazienza la riapertura dei teatri. Ma di cosa vorrei scrivere? Beh, non è un pensiero nuovo, però è da un po’ di tempo che ho voglia di scrivere di qualcosa che coinvolge sia la crisi climatica che la storia di famiglia e le relazioni al suo interno (forse disfunzionali). E l’amore, oscuro e difficile. Clima e amore. Un’idea piuttosto vaga, ma …

Perché scrive?

A essere onesti, penso che la vera risposta sia che scrivo perché mi porta gioia e piacere e un senso di significato nella mia vita, almeno al suo meglio. E perché, dopo tutti questi anni (quindici anni di scrittura, anche se solo gli ultimi cinque come scrittrice a tempo pieno) sento che è l’unica cosa che so davvero fare (anche se a volte penso di non saperlo affatto fare).

Cosa rappresenta per lei la letteratura?

Per me personalmente è sopra ogni cosa: il modo di sognare me stessa, prendere parte alla vita di altre persone, a volte in altri luoghi e tempi. Può essere un modo per fuggire dalla mia unica vita, e quindi anche un modo per rilassarmi. Ma la buona letteratura ci rende anche più brillanti, immagino. Esseri umani più brillanti e migliori.

Chi sono Clara e Haavard, i suoi protagonisti?

Lei è una giurista, lui è un pediatra. Lei viene da una piccola fattoria nella Norvegia occidentale, lui viene da una parte privilegiata di Oslo, la capitale, dove ora vivono. Tendono a vivere una vita perfetta, ma conducono esistenze separate, in un certo senso, ed entrambi hanno segreti che si nascondono l’un l’altra. Lui è una persona calda e accomodante, lei è più tesa, penso che molti la considerino fredda o almeno anche fredda. Ha spigoli vivi, in un certo senso, ed era importante per me che fosse così, un personaggio più spigoloso ed esigente (come nelle serie TV che cito di seguito) rispetto a molti personaggi femminili. Hanno due figli gemelli, e penso che si possa dire che Haavard sia un genitore più attento e premuroso di Clara. Sono entrambi molto impegnati nel loro lavoro e hanno un interesse comune nell’impegno per dare condizioni di vita migliori ai bambini vulnerabili.

Il tuo romanzo diventerà un film: se potessi scegliere, chi sarebbero Clara e Haavard, e perché?

Ah, bella domanda. Ho sempre pensato a Clara come a una bella, fredda, bionda signora, come Cate Blanchett, Uma Thurman, Robin Wright Penn, Elizabeth Debicki. Per quanto riguarda Haavard, davvero non lo so. Qualche suggerimento?

Michael Fassbender. Michael Fassbender è il mio suggerimento… Quanto sono importanti la storia e il passato nella vita?

Questo è diverso da persona a persona, credo. Per alcune persone, il passato definisce chi sono e ha un impatto enorme sulle loro vite. Per altri, non così tanto. Nel mio libro, i traumi nel passato di Clara sono molto determinanti per lei e per il modo in cui agisce. E anche quello che è successo a suo padre come soldato in Libano ha avuto un grande impatto su di lei.

Prossimi progetti?

Beh, in questi giorni sto davvero cercando di finire un nuovo, secondo libro su Clara – spero che possa essere pubblicato qui in Norvegia nella primavera del 2021. Dopo di che: forse la pièce sul clima e l’amore di cui parlavamo prima, e un terzo libro su Clara. Sto anche lavorando a una nuova serie per bambini, una sorta di “crime fiction” – sui casi ambientali, per ragazzi dai 6 anni in su. I primi due libri sono usciti quest’anno, i prossimi due arriveranno l’anno prossimo. Quest’autunno ho anche una nuova raccolta di poesie, la prima in quattro anni, si intitola qualcosa come Questi sono giorni diversi, è stata scritta questa primavera/estate e riguarda in parte lo strano anno del 2020 e come il Covid 19 influisca sul mondo e la nostra vita quotidiana.

Il tuo libro e film preferiti e perché.

Ah, sono così tanti. È così difficile scegliere. Uno degli autori preferiti, in realtà della stessa regione norvegese da cui provengo io, è Jon Fosse: è tradotto in molte lingue, anche in italiano, credo. Un romanzo americano – molto diverso dal libro di Fosse – che mi ha straziato il cuore quando finalmente l’ho letto l’estate scorsa è stato Una vita come tante di Hanya Yanagihara. Un libro ricco e profondamente commovente su quanto possa essere crudele e bella la vita. Per quanto riguarda i film, negli ultimi anni devo ammettere che sono state più le serie TV a tenermi compagnia da quando sono diventata madre otto anni fa, e Netflix e HBO specialmente. Homeland, The Americans e House of Cards sono tra ciò che mi ha ispirato nel mio lavoro con il libro, e forse soprattutto nella creazione della mia protagonista, Clara. Money heist, Fauda e Le bureau sono tra le mie altre preferite. Ma questo mi ricorda che ho visto troppo pochi veri e propri film nell’ultimo decennio! Anche questo è un segno di cambiamento…

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Intervista

From South to Northwest: a travel to Norway with the amazing Ruth Lillegraven

by Gabriele Ottaviani

Ruth Lillegraven (photo by Ann Sissen Holte) has written a formidable novel, full of very significant themes: here are her answers to our questions.

How would you describe Norway to those who don’t know it?
Ah, well, where to start: Norway is a small country far up north, with quite cold temperatures compared to Italy. We are quite few inhabitants compared to the area, and since we’ve been lucky enough to find oil, we’ve had a quite privileged economy for many years. We are world known among tourists from all over the world for fjords and mountains and prices way above average. 

What city is Oslo? And what are its inhabitants like?
Oh, to ask me: how is Oslo, is to ask me: how is your parents? Or your kids? I feel unable to give an objective view on Oslo. I moved to Oslo in 1997, 19 years old, right from a farm in the western part of Oslo (yes, like Clara – but luckily my family is a lot more harmonic). Although I now live in the woods in the outskirts of Oslo, and have done that for a decade, Oslo is the town of my life. It’s beautifully surrounded by big woods and the fjord. It’s a small city compared to most European capitals, of course. And like in most cities, it has big social differences. Clara and Haavard in my book live in one of the most privileged areas.

How is Norwegian society?
Ah, very big question to try to answer in a few sentences. The oil income has also made it possible to have a good welfare system, that we are proud of and grateful for. But things are not perfect anywhere.

What influence has Covid had on Norway?
As all other countries we are influenced by this global pandemia in so many levels. But, I have to say, we have been quite lucky so far, compared to Italy and most other countries. We’ve had low numbers of deaths compared to many other countries. It is difficult to say why, maybe thanks to the spread population. But of course Covid 19 has changed social life and life in general to an extreme degree for many people. And the economic consequences for many people are enormous. Many people have lost their jobs, or their businesses have been ruined. For instance it is very serious for the cultural life and for the restaurants, pubs etc. It’s really strange times. Actually, I ended up writing a collection of poetry inspired by this strange springtime and the Covid 19-situation, it was published this autumn. 

For us Mediterranean people Scandinavia is the land of social democracy and welfare, of wealth, well-being, tranquility, sobriety: is this really so?
Heh… Difficult to answer. On many levels I think it is so, yes. I think the Scandinavian countries all are a bit different, although they also have a lot in common. When it comes to Norway, we’ve been lucky to have this privileged economy and that has made it possible to build good welfare systems. But no systems are without holes and weaknesses.

What does Norway need today?
That’s a big question and it can be many answers to that. Personally, I think we need to learn how to deal with the climate-crisis and the worlds refugee-crisis. And maybe have a plan B for how to cope with it when the end of the oil comes…

What can be done to better protect children’s rights?
Well, I’m no expert in the field, but I guess one most work at different fields at the same time: with the laws (like my Clara does), with education and schooling of different professions, with information, within the police etc.

How has Norway changed after Utøya?
That’s very difficult to say. I think almost every Norwegian were deeply shocked and saddened by 22th of July 2011 (it was not only the shooting at Utøya, but also a bombing of some of the governmental buildings in the center of the city). I think we all thought that now everything would become really different. But it’s not easy to conclude on any very big differences. In some ways security is better of course. I worked in the ministry of Transport at that time, and I remember coming back to work (in the building opposite the main building where the prime minister’s office was, the one that Clara describes in the book). It was suddenly a different, more strict security system. But it was also very strange to see the physical wounds in the buildings and the streets, again just symbols of the many destroyed life. Many of us hoped for a warmer, more tolerant society after that trauma. But as I said, I’m not sure to what degree anything has really changed. Well, one thing is that maybe we realize that things like that can happen also here, on our “safe island”.

What is the meaning of justice for you?
Ah, that’s maybe the most difficult question of all you’ve asked me. It’s so philosophical, so essential. I don’t feel able to say something very clever about that. I guess justice is about all people been threated the same way and with the same respect – and given the same chances. And unfortunately, justice on that level has never taken place, and maybe never will. In my book Haavard believes that justice is possible, while Clara says that there is no such thing as justice. And maybe they are both right. Anyway it’s something we should all work for, I think, every day.

How important is the background of origin in a person’s history? Your protagonists come from very different backgrounds…
Ah, that differs from person to person and case to case, I think. But yes, Clara and Haavard are very different, and very much products of their cultural background: Clara as a daughter of a farmer/soldier and a mental ill mother, raised at an desolated farm in the wilder, western part of Norway. Haavard, on his side, from a privileged family with old money and a lot of cultural capital, in the “sunny side” of Oslo. Clara feels he has “come easily to it all” – and I guess she’s right. So, yes, they are opposites, and that influences their marriage to a great deal. The differences that once maybe attracted them to each other, is now something that irritates them.

You are also a poet and playwright: in Italy now due to Covid theaters are closed, if you had the power to reopen them what kind of show would you offer?
Well, I’ve been lucky enough to write one playwright from zero, and also to dramatize one of my poetry books. To work with the theatre was really like a brand new, and very exciting, world for me. And I really hope to do that again in the future. It’s so sad with the closed theatres, it’s the same thing in Oslo now, one of the many sad effect of this situation. I am really looking forward to the reopening of the theatres. But what I would like to write about? Well, it’s not a new thought, but for quite a while I have been wanting to write about something that involves both the climate crisis and a story about a family and their (maybe dysfunctional) relations. And dark and difficult love. Climate & love. A quite vague idea, but …

Why do you write?
To be honest, I think the true answer is that I write because it brings me joy and pleasure and a sense of meaning in my own life – at least at its best. And because, after all these years (fifteen years of writing, although only the last fice as a fulltime writer) I feel that it is the only thing I really know how to do (although sometimes I don’t think I know how to do that either).

What does literature represent for you?
For me personal, above all: I way to dream myself away, take part in other people’s life, sometimes in other places and times. It can be a way to escape from my one life, and therefore also a way to relax. But good literature also makes us brighter, I guess. Brighter – and better – human beings.

Who are Clara and Haavard, your protagonists?
She’s a jurist, he’s a pediatrician. She’s from a small farm in western Norway, he’s from a privileged part of Oslo – the capital – where they now live. They tend to live a perfect life, but they live separate lifes, in a way, and they both have secrets that they hide from each other. He’s a warm, easy-going person, she is more uptight, I think many regards her as chilly or cold, too. She has sharp edges, in a way, and it was important for me that she was like that, a more edgy and demanding character (like in the TV-series I mention below) than many female characters. They have twin sons, and I think one can say that Haavard is a more close and caring parent than Clara. They are both very engaged in their work – and have a common interest in the work for better conditions for vulnerable children.

Your novel will became a movie: if you could choose, who will be Clara and Haavard, and why?
Ah, lovely question. I’ve always thought of Clara as a beautiful, chilly, blonde lady, like Cate Blanchett, Uma Thurman, Robin Wright Penn, Elizabeth Debicki. As for Haavard, I really don’t know. Any suggestion?

Michael Fassbender. Michael Fassbender is my suggestion… How important are history and the past in life?
That differs from person to person, I think. For some persons, the past defines who they are – and has enormous impact on their lives. For others, not so much. In my book, traumas in Clara’s past are very defining for her and how she acts. And also what happened to her father as a soldier in Lebanon has had big impact on her too.

Upcoming projects?
Well, these days I am really trying to finish a new, second book about Clara – I hope it can be published here in Norway the spring of 2021. After that: maybe the climate&love-play, and a third book about Clara. I am also working on a new series for kids, also some kind of “crime fiction” – about environmental cases, its for kids from 6 years and up. Book 1 and 2 came this year, the two next will come next year. This autumn I also have a new collection of poems, the first one in 4 years, called something like “These are different days” – it was written this spring/summer and its partly about the strange year of 2020 and how Covid 19 affects the world and our daily lifes.

Your favorite book and movie, and why.
Ah, it is SO many. So difficult to choose. One favorite author, actually from the same region as I come from in Norway, is Jon Fosse, he’s translated into many languages, also Italian, I would believe. One American novel – very different from Fosse’s book – that made me cry my heart out when I finally read it last summer, was A little life by Hanya Yanagihara. A rich, deeply moving book about how cruel and beautiful life can be. As for films, the last years I have to admit that it has been quite a lot of TV-series the last years, after I became a mother 8 years ago, and Netflix and HBO took over the world. Homeland, The Americans and House of cards are among those who has inspired me in my work with the book, and maybe especially in the creation of my main character, Clara. Money heist, Fauda and Le bureau are other favorites. But this reminds me that I’ve seen too few real movies the last decade! That has too be changed.

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Intervista

Un trionfo italiano: intervista a Micaela Pallini

di Gabriele Ottaviani

Pallini Spa è oggi leader in Italia del mondo beverage con il suo storico Mistrà, il Limoncello prodotto con limoni IGP Sfusato della Costiera Amalfitana e i suoi sciroppi, ma anche i whisky, i rum e gli spiriti di tutto il mondo che distribuisce. La sede degli stabilimenti, a Roma, si trova sulla via Tiburtina ed esporta i prodotti in oltre 35 Paesi del mondo. Ma è proprio il Limoncello a tornare sulla cresta dell’onda, grazie alla recentissima Medaglia d’Oro conseguita al Concours Mondial de Bruxelles – Spirit Selection 2020 che si è tenuta nella capitale belga. A capo di tuttoMicaela Pallini presidente e Ceo dell’azienda, esponente di quinta generazione dell’azienda e prima donna alla guida dell’impresa di famiglia. Imprenditrice di successo, romana, mamma, si racconta in questa breve intervista, a margine della vittoria a Bruxelles.

Che valore ha per lei la Medaglia d’Oro al Concours Mondial de Bruxelles?
Per noi un grande riconoscimento, sia di merito che di metodo: abbiamo lottato per affermare il nostro prodotto come Limoncello Premium negli ultimi 10 anni e mantenere integra la qualità, sia nella produzione che nella comunicazione. In questi anni così difficili da un punto di vista economico, è stato complesso perché il mercato del Limoncello è spesso legato a un’ottica di prezzo mediamente basso, mentre la nostra – testarda – idea di voler puntare alla qualità ci sta premiando. E questa Medaglia lo testimonia.

Qual è la storia di Pallini e quali sono i progetti per il futuro?
Pallini è un’azienda storica che, proprio quest’anno, festeggia 145 anni di attività e stiamo cercando di far riscoprire la nostra Storia attraverso il rilancio di prodotti storici quali il Bitter Pallini, le bagne per pasticceria, i nostri amari, a cui stiamo cambiando “veste” per renderli più accattivanti, mantenendo sempre un legame con la nostra storia e identità.

Qual è il prodotto che ancora non avete realizzato, ma sognate un giorno di produrre o distribuire?
Sicuramente, abbiamo tanti sogni nel cassetto. Vorremmo partire da un rilancio/rebranding del nostro marchio che, dopo tanti anni di attività ha bisogno di un piccolo “make up”, per essere rivisto in modo coerente in tutti i nostri prodotti. Ma anche il lancio di un amaro storico, legato alle nostre origini romane e abruzzesi e qualche chicca nel portafoglio dei prodotti importati la stiamo cercando, ma ancora nulla di sicuro… vi terremo informati!

Chi è per lei il testimonial ideale?
Brad Pitt?? Scherzi – e passioni personali – a parte, penso a un personaggio italiano che, come noi, sia legato alla città in cui viviamo e ne sia appassionato. Il compianto Gigi Proietti sarebbe stato l’ideale…

In che libro o in che film immaginereste i protagonisti sorseggiare il Limoncello Pallini?
Direi in un giallo… Con un paio di mie care amiche – Carla Trimani e Federica Fantozzi – avevamo lanciato una piccola rassegna di presentazione di libri gialli con l’autore, abbinata a una cena/degustazione presso il Wine Bar Trimani, dal titolo “Nero di Seppia & Giallo Limoncello”. Detto questo, direi un romanzo di Antonio Manzini, visto che Rocco Schiavone è romano, oppure un film di 007…sarebbe meraviglioso se James Bond un giorno chiedesse un Pallini Martini, naturalmente shaken not stirred!!

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Intervista, Libri

Roberta Palopoli, il crimine e la seduzione

di Gabriele Ottaviani

Roberta Palopoli ha scritto l’ottimo Tre per una – I crimini di Stuart Newell: Convenzionali la intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

In realtà nasce semplicemente da un’idea che mi è venuta su un personaggio che avrei voluto descrivere, non avevo esigenze particolari, mi è venuto in mente proprio lui, Stuart, e mi sono inventata la sua vita.

Chi è il protagonista?

È un uomo ancora giovane, che nel passato ha subito maltrattamenti e abusi da suo padre, rimasto orfano di madre molto piccolo. Ha sviluppato una patologia criminale che tiene sotto controllo nel quotidiano, e sfoga con grande organizzazione e lucidità.

Cosa c’è secondo lei nel delitto di così seducente da portare qualcuno a compiere un crimine?

Secondo me può esserci onnipotenza, sfida, voglia di farla franca. Spesso la patologia emotiva che in genere hanno i serial killer, fa si che non sentano colpa o dispiacere e quindi continuino convinti che sia l’unica strada possibile. Parlo dei seriali, non di chi commette un delitto dettato dall’esplosione di ira occasionale.

Quale messaggio vorrebbe trasmettere ai suoi lettori?

Soltanto di sedersi e leggere e godersi il viaggio, se la storia fa per loro. Io l’ho scritta anche con un pizzico di ironia, che andrebbe colta. Non è una storia drammatica, con epilogo tragico, anche se la follia guida i personaggi.

Perché scrive?

Perché mi aiuta a sognare. A fare ciò che non posso fare, a dar vita a personaggi che non conoscerei, altrimenti.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Di libri del cuore ne avrei troppi… leggo da quando ho otto anni; dico L’innocente di Gabriele D’Annunzio, perché è un racconto spietato che riporta alla totalità di un sentimento tra due persone. Il film è senza dubbio C’era una volta in America, capolavoro di emozione, sentimento, crudeltà, tradimento, amicizia e falsità, tutto in uno. L’ho visto tante volte e non mi stanco di guardarlo.

Prossimi progetti?

Ho idee e presto cercherò di svilupparle.

Da cosa sono unite e/o divise psicologia e letteratura?

Sono unite dalla profondità dell’autore, dalla sua capacità introspettiva e di osservazione del mondo esterno. Ahimè non tutti sanno farlo, ma tutti vengono chiamati scrittori o autori, ormai… io considero scrittore solo colui che è capace di suscitare emozioni, non solo negative, anche allegria, ma che sia in grado di far si che chi legge pensi “ proprio come è capitato a me” oppure “ non ci avevo pensato, questa situazione è proprio vera”, che sappia far piangere o sperare, che accompagni il lettore in un viaggio e lo avvolga. Insomma la psicologia serve a rendere condivisibile ciò che si scrive, perché si scrive per essere letti, no?

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