Intervista, Libri

La forza delle donne: intervista ad Antonella Ferrari

di Gabriele Ottaviani

Antonella Ferrari è l’autrice di Adelaide: Convenzionali la intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?
Nessuna esigenza particolare, mi aveva affascinato la storia di Giuseppe Mazzara che arriva a Chieti da Napoli in manette, e diventa un tramite tra i Carbonari delle due città. Da lì il romanzo ha preso una piega più romantica, data la scarsità di riscontri storici negli archivi.

Che ruolo hanno l’amore e la storia nella vita, in letteratura e in quest’opera?
L’amore, declinato in ogni sua accezione, padre/figlio, uomo/donna, o tra sorelle, regna in questo libro come nella vita. Il mondo finirebbe senza amore. Secoli di letteratura descrivono la sua importanza in ogni momento dell’esistenza umana. Cosa sarebbe la terra senza amore?

Qual è il messaggio del suo testo?
Un messaggio di amore trasversale, a 360°, per tutti, senza limiti e confini e che vince sulla bigotteria dei benpensanti.

Quale sensazione spera che i lettori provino immergendosi nelle pagine della sua narrazione?
Vorrei donare qualche ora di spensieratezza e distrazione. Il lettore si accomoda e parte per un viaggio fino a tre secoli fa. Scoprire come era dura la vita senza telefoni, internet e auto.

Cosa rappresenta la Carboneria?
La Carboneria è stata un movimento popolare per i diritti e la libertà del popolo agli inizi dell’800, ha unito persone diverse, nobili e umili, ricchi e poveri,  è  stata uno scenario interessante su cui  tessere la trama, un argomento non troppo inflazionato.

Com’era la Chieti ottocentesca? Perché ambientare qui il romanzo? Come mai si parla di rado di questa città?
La Chieti ottocentesca è descritta fedelmente, ho sfogliato pergamene impolverate presso l’Archivio di Stato di Chieti, la mia città di origine, scoprendo l’epidemia di colera a marzo 1837 e altri eventi riportati nel libro. Il romanzo è incentrato sui personaggi, Chieti è il teatro degli eventi, l’ho lasciata di proposito sullo sfondo, mi interessava più descrivere stati d’animo e umanità varia.

Chi è Adelaide?
Scartabellando tra le carte mi sono imbattuta in questa donna forte e indipendente, davvero la colonna portante della famiglia. Mi ha colpito questa persona avanti di cento anni, e da lì ho plasmato la mia eroina senza paura e single convinta.

Chi sono i Mayo?
I Mayo sono una famiglia della nobiltà chietina, appartenevano a un gotha di sei o sette casati potenti che di fatto imperavano in città. Negli archivi si trovano molti documenti sul loro palazzo sul corso principale, oggi Fondazione/Museo,  ma poco delle vicende dei Mayo. Così ho modellato alcuni personaggi su spunti storici riportati e ho inventato gli altri protagonisti del libro e le loro avventure.

Chi sono suor Anna, Ari, Giacinta, Giuseppe e Rebecca?

Solo Giacinta, sorella di Adelaide e Giuseppe, diventato suo marito, sono realmente esistiti, gli altri sono espedienti per arricchire la narrazione, per romanzare i fatti di tre secoli fa.

Perché scrive?
Scrivo quello che accade intorno a me, i fatti che osservo ogni giorno. Li elaboro, fantastico e nascono storie più o meno avvincenti.

Prossimi progetti?
Ho già pronto un romanzo ambientato in Sardegna, mio luogo del cuore. Si intitola L’Isuledda, storia d’amore e di vita dura a cavallo dei secoli.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Il mio libro del cuore è Le Braci di Sandor Màrai, un romanzo perfetto, non è migliorabile, spinge a riflessioni profonde e insegna il vero senso della vita. Per i film, spazio da Fuga per la Vittoria, squadra di calciatori nella seconda guerra mondiale che vince e fugge grazie al popolo, a Pretty Woman, una Cenerentola degli anni ‘90. Entrambi dimostrano che è possibile salvarsi, la vita riserva sempre splendide sorprese.

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Intervista

“I nostri sentimenti non sono infetti”: intervista a Maximilian Nisi

di Gabriele Ottaviani

Maximilian Nisi sarà prossimamente in scena nella bella cornice del teatro romano Lo Spazio con Giuda, di Raffaella Bonsignori: Convenzionali è felice di intervistarlo per voi.

Che spettacolo è Giuda?

Ho molte risposte per questa domanda, perché non c’è un solo Giuda in questo Giuda. Questo spettacolo, innanzitutto, è una macchina del tempo: entra nel passato cristallizzato nei ricordi di un uomo difficile, arrovellato, a volte rabbioso, a volte ironico, imprigionato nell’icona del “perfetto colpevole”. E, come accade sempre con i ricordi, è una macchina che viaggia anche in qualche nebulosa, lasciando domande in sospeso, dubbi, verità affatto personali. In secondo luogo, è un monologo, un flusso di coscienza, un dialogo mancato con Dio e, forse, con tutti noi uomini del suo futuro, che continuiamo a condannare Giuda senza appello. È, poi, un’esperienza, credo, piacevole, perché la voce di Giuda è in compagnia delle musiche originali di Stefano De Meo e delle immagini evocative di Marino Lagorio. Sicuramente è un atto di coraggio, sia perché affronta il tema più scomodo della cristianità, sia perché è un omaggio al teatro, in un momento in cui il teatro ha bisogno di tutto il nostro amore per sopravvivere.

Quando e dove andrà in scena? Quante e quali date sono previste?

Lo spettacolo, dopo aver debuttato felicemente nel mese di agosto, al Festival di Borgio Verezzi, andrà in scena a Roma, al Teatro Lo Spazio, dal 29 ottobre al 1 novembre. Abbiamo, poi, ricevuto alcune interessanti proposte di ospitalità: Torino, Vicenza, Napoli … ma il destino troppo poco definito del teatro di questi giorni ci obbliga a rimandare la tournée in primavera, sperando che l’emergenza sanitaria sia finalmente passata.

Che significato ulteriore ha riuscire ad andare in scena in tempo di pandemia?

È fondamentale per l’equilibrio mentale ed economico di noi addetti ai lavori, per quella spirituale del pubblico, che a differenza di ciò che viene continuamente sostenuto ha un grandissimo bisogno di teatro, e per le sorti del teatro stesso. Dobbiamo andare avanti, modificando dov’è possibile le regole del gioco. Dobbiamo farlo per riconquistare uno spazio che questa profonda crisi ci ha portato via. I nostri sentimenti non sono infetti, dobbiamo quindi cercare di ovviare all’isolamento che ci è stato imposto. Il teatro è un luogo che permette il giusto distanziamento dei posti a sedere, l’uso della mascherina e,inevitabilmente, impone il silenzio. Questo significa che vengono esclusi tutti i veicoli di infezione di cui si parla, dovuti alla vicinanza e alle goccioline di saliva che possono raggiungerci. A volte non pensiamo alla depressione come ad uno dei gravissimi danni collaterali di questo virus. Ecco, il teatro, sotto questo profilo, è linfa vitale anche in questo momento. Ci vuole coraggio ad andare in scena ora, ma va fatto. Tutti noi operatori dello spettacolo ce la stiamo mettendo tutta affinché lo spettacolo non muoia e, con esso, non muoia la gioia del pubblico. 

Come possono sopravvivere i piccoli teatri e le piccole sale cinematografiche se la capienza dev’essere ridotta per mantenere il distanziamento fisico indispensabile al contenimento del morbo?

Già prima dell’era del Covid la sopravvivenza di queste realtà, fondamentali per un certo tipo di drammaturgia, era messa quotidianamente a dura prova. Sovvenzioni minime o praticamente inesistenti e richieste di contributi analoghe a quelle riservate a sale diversamente foraggiate dalle nostre istituzioni. Le crisi economiche del passato hanno reso il nostro settore privo di tutela. Gli investimenti in perenne diminuzione e i continui tagli hanno determinato una precarietà sempre più crescente e oggi, purtroppo, paralizzante. Una realtà già molto fragile minata ulteriormente, alla quale si sta aggiungendo una preoccupante perdita di spazi. Ogni giorno leggiamo con la tristezza nel cuore di teatri che chiudono. Mi chiedi come in questo momento di grande crisi queste realtà possano sopravvivere. Accadrà soltanto se lo Stato deciderà di agevolarle. Un esempio: se la capienza di un teatro per motivi sanitari è limitata, limitati dovranno essere anche i contributi fiscali dovuti dal teatro e dalla compagnia ospite allo Stato. In questi giorni paghiamo tasse come se le sale avessero una capienza normale. Questa è follia.

Che cosa rappresenta il teatro per lei?

La cura del vivente. Pensiero, passione, cultura. Durante il lockdown ho passato ore nel mio giardino a curare le mie piante, i miei alberi. Ho capito solo in seguito che era come se stessi lavorando in teatro. Lo slancio era lo stesso, la fatica la medesima e il ritorno analogo. Il teatro è un modo per coltivare l’arte, il sentimento, una parte essenziale della vita.

Quanto conta il pubblico in platea?

Di sicuro, il pubblico è una parte essenziale del teatro. Mettere in scena una pièce senza pubblico è impossibile. Il nostro lavoro non esiste senza chi ci guarda, chi ride, chi piange, chi applaude, chi critica. Lo spettacolo cresce e, a volte, cambia anche grazie alle risposte di coloro che sono venuti ad assistere allo spettacolo. Il pubblico è il depositario di una storia raccontata. Non ho mai considerato la quantità, ho sempre ritenuto che la qualità fosse la cosa più importante. Tuttavia tanto pubblico può significare che lo spettacolo ha valore, ha una sua necessità. Il riscontro del pubblico è fondamentale sia moralmente che praticamente, soprattutto quando, in un momento come questo, la sua affluenza dà la possibilità alla compagnia di far fronte alle spese di rappresentazione.

Ha da poco compiuto cinquant’anni: tempo di bilanci?

Certamente. Inevitabile. L’età della maturità è arrivata quasi di nascosto, in modo subdolo. Mi ha sorpreso affaccendato e distratto.  In questo momento ho molto tempo per pensare, forse troppo, ma pensare è sempre un modo costruttivo  di impiegare la vita. Non sono pensieri che fissano traguardi, ma di nuove partenze. Ho molti progetti da realizzare e l’arte è l’unica costante che li attraversa.

Che ricordi ha di Giorgio Strehler e Luca Ronconi?

Ricordi di un teatro che non esiste più. Il cambiamento avvenuto riguarda soprattutto l’uomo e il suo modo diverso e alquanto forsennato di vivere. Sono cambiate le modalità di relazione tra le persone e,di conseguenza, l’approccio ad un lavoro che per lungo tempo si è basato su empatia e solida costruzione. Oggi approfondiamo sempre meno: manca il tempo e spesso l’urgenza di farlo. Sembriamo anime costrette in un limbo alla continua ricerca del nulla. Scriviamo sull’acqua anche se in profondità desideriamo incidere sulla pietra. L’importante, però, è continuare a scrivere e coltivare il desiderio di farlo.

Lei è anche un insegnante di recitazione: qual è la dote più importante per un attore?

L’ascolto,  che determina un’esatta relazione. La giusta comunicazione. La compassione. Sono fermamente convinto che la pratica teatrale possa ristabilire ciò che è fondamentale nelle nostre vite. Attesta che siamo vivi, ci da modo di pensare, di studiare, di creare, di costruire, seppur con la nostra immaginazione, nuovi mondi. Ci insegna a essere umani, allontanandoci dall’alternativa di essere delle inutili monadi.

Che significa recitare? E quali sono le differenze tra il teatro, il cinema e il piccolo schermo?

Recitare è reagire. È giocare. C’è chi dice che sia citare-due volte. È interpretare. È fingere, simulare, narrare in terza persona, cercando la forma fisica ed estetica per raccontare un personaggio. È esprimere emozioni. Si può recitare su un palcoscenico, in un set televisivo o in quello cinematografico. Il punto di partenza è il medesimo, cambia il luogo e in relazione a questo cambia l’uso dei mezzi che un interprete deve utilizzare per essere incisivo e credibile.

Lei ha lavorato in diverse produzioni Ares: cosa pensa delle ultime illazioni?

È sterile gossip, un inutile psicodramma. Ho lavorato diverse volte con l’Ares Film, ma l’ho sempre fatto da attore. Non mi sono mai sentito manipolato o violentato, fosse accaduto probabilmente me ne sarei andato. Ritengo che sia più opportuno recitare su un palcoscenico: trasformare la propria vita in un teatrino non è conveniente, è una pratica triste, squallida, soprattutto quando si tirano in ballo persone che non hanno più modo di difendersi.  

Di cosa ha bisogno il settore dello spettacolo in tempo di Covid?

Di coraggio, di amore e di profonda dedizione. Di coscienza dell’importanza dell’arte nella vita e del teatro, in particolare, come forma di espressione e comunicazione.

Perché l’arte è considerata, verrebbe da dire, un settore non necessario? Eppure, oltre ad assecondare il bisogno di bellezza, che è sentito da tutti, anche dal punto di vista economico dà vita a un indotto decisamente significativo in termini numerici e di posti di lavoro (e per un divo privilegiato, mille faticano ad arrivare a fine mese).

È vero, abbiamo un grandissimo bisogno di bellezza, ecco perché si deve andare avanti e lo Stato ci deve aiutare. L’arte è considerata priva di necessità soltanto da persone prive di cultura. C’è stato un tempo in cui ho creduto che, dietro al tentativo di imbarbarimento, ci fosse la volontà politica di abbassare il livello intellettuale ed intellettivo delle persone. Tuttavia credo che, purtroppo per noi, la verità sia ancora più desolante: siamo governati da persone che non considerano la cultura un bene primario, fondamentale per la  vita delle persone, e che ritengono la pratica dell’arte  non l’ espressione di una società felice e sana. Negli ultimi anni c’è stato un progressivo indebolimento dell’interesse governativo nei confronti delle arti in genere. Spero davvero  che non si tratti di incapacità a comprendere, a capire, perché sarebbe assai difficile spiegare un colore a un daltonico.

Quali sono i suoi libri e film del cuore, e perché?

Sempre gli ultimi. Non mi sono mai legato al passato e quando l’ho fatto mi sono pentito. È accaduto, ad esempio, che per motivi di lavoro io abbia dovuto rileggere dei libri che mi erano molto piaciuti e sui quali mi sono poi ricreduto. Siamo in costante divenire, cambiano le nostre aspettative, i nostri gusti e cambiamo noi. Ho bisogno sempre di stimoli nuovi e di nuove emozioni.

Prossimi progetti?

Teatro. Non riesco ad immaginare il mio futuro senza.

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Intervista, Libri

“Il libro della creazione”: Sarah Blau e il desiderio di essere un barbiere…

di Gabriele Ottaviani

Sarah Blau ha scritto Il libro della creazione: Convenzionali è davvero felice di intervistarla per voi.

Perché ha scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché dovevo. Perché sentivo che stavo per esplodere. Perché ero infelice e sola e sentivo che il quotidiano non mi bastava più e gli esseri umani non mi bastavano e allora mi sono rivolta a ciò che mi ha sempre aiutato: il passato, le leggende, la tradizione. E mi sono rivolta all’oscura leggenda ebraica che mi ha sempre aiutato: il golem. Ma ho deciso di scriverla capovolta. Ho deciso che chiunque lo avesse creato non sarebbe stato un rabbino, un uomo, bensì sarebbe stata una donna.

Qual è il potere della cultura e della religione nella nostra società?

Penso che il loro potere sia enorme. E cresce sempre più. Ora anche in tempo di Covid si può vedere come la cultura, i libri e la televisione salvino le persone e d’altra parte si può vedere come le persone si rivolgano alla religione e a Dio come fonte di conforto. Il problema è che a volte la religione sembra resistere alla cultura moderna, ma io dico che non è vero! Entrambe hanno bisogno di lavorare insieme per farci salvare noi stessi da questo mondo fatiscente.

Cosa significa essere una donna ora nel nostro mondo?

Penso che oggi sia il momento migliore per essere una donna, ovviamente c’è ancora spazio per migliorare, ma per esempio nella società religiosa molti dei divieti del passato stanno iniziando a scomparire. Ci sono sempre più femministe religiose e attiviste per i diritti delle donne. Sono molto contenta di essere una donna, non vorrei svegliarmi la mattina e scoprire che sono un uomo.

Cosa pensa del #metoo?

Sono molto contenta che questo movimento esista. È quasi ora! Penso alle mie nipotine e sono molto felice che cresceranno in un mondo diverso da quello in cui sono cresciuta io. Nel mio libro ho capovolto i ruoli, è la donna quella che crea il golem. Lei è l’attiva e lui è il passivo: ho scritto questo libro prima del #metoo e oggi lo leggo sotto una nuova luce.

Qual è la via per la libertà oggi?

Avere fiducia in sé stessi, avere consapevolezza, leggere, esser in grado di avere un’indipendenza economica e smettere di sentirsi in colpa.

Cosa pensa della politica degli Stati Uniti e di Israele?

Dio, che domanda enorme. Rapporto questo tema alle relazioni ebraiche in Israele e negli Stati Uniti. Amo il fatto che le comunità conservatrici lì riescano a rinnovare il giudaismo e sento che gli ebrei religiosi qui in Israele possono imparare molto da loro. E sta iniziando a succedere…

Come possiamo creare un mondo migliore per le generazioni future?

Prima di tutto, cerchiamo di non distruggere l’attuale generazione… Penso che tutti dovrebbero, tanto per cominciare, cercare di essere persone migliori per sé. Poi per la comunità a loro vicina. Siamo in un periodo difficile. Per me, la cultura ha un ruolo reale da svolgere nel trasmettere idee. È vero che ora il mondo intero è impegnato nella sopravvivenza effettiva a causa del Covid, ma ricordiamo anche lo spirito. A proposito, di recente ho iniziato a fare meditazione ebraica, e questo mi aiuta. Ero una persona molto nervosa e questo mi ha calmato. Questo è il mio piccolo passo, un punto di partenza per il miglioramento di me che spero continuerà.

Qual è l’importanza dell’amore, del sesso e della passione nella nostra vita?

Wow! Attribuisco loro grande importanza, sono sola da più di due anni e sento la mancanza di amore, passione e sesso nella mia vita, cerco di trasmettere tutto questo nella scrittura, e la mia scrittura è davvero appassionata e piena di passione, ma mi manca la mia vita. Non è lo stesso. Peccato che non riesca a crearmi qualche golem…

Perché è una scrittrice? Cosa sarebbe se non potesse scrivere romanzi?

Scrivo perché lo devo a me stessa per vivere, ma da ragazzina in realtà volevo fare il barbiere.

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Intervista, Libri

“The Book of Creation”: a conversation with Sarah Blau

by Gabriele Ottaviani

Sarah Blau wrote the amazing Yetzer Lev ha-Adamah – The Book of Creation: Convenzionali is really happy to interview her for you.

Why did you write this book?

I wrote the book because I had to. Because I felt I was about to explode. Because I was miserable and lonely and felt that everyday is no longer enough for me and human beings are not enough for me and then I turned to what has always helped me: the past, the legends, the tradition. And I turned to the dark Jewish legend that always helped me: the golem. But I decided to write it upside down. I decided that whoever created it would not be a rabbi, man, it would be a woman.

Which is the power of culture and religion in our society?

I think their power is huge. And it’s only growing. Now even in the Corona period one can see how culture and books and television save people and on the other hand one can see how people turn to religion and God as a source of comfort. The problem is that sometimes religion seems to stand up to modern culture, and I say, that’s not true! They both need to work together to make us save ourselves from this crumbling world.

What means to be a woman now in our world?

I think today is the best time to be a woman, of course there is still room for improvement, but for example in religious society, many of the prohibitions in the past are starting to disappear. There are more and more religious feminists and activists for women’s rights. I’m very glad I’m a woman, I would not want to wake up in the morning and find out I’m a man.

What do you think about #metoo?

I am very glad that this movement exists. It’s about  time! I think about my little nieces and am very happy that they will grow up in a different world than the one I grew up in. In my book I turned the roles, the woman is the one who creates the golem. She is the active and he is the passive, I wrote this book before #metoo,  and today I am reading it with a new look.

Which is the way for freedom nowadays?

Self-confidence, awareness, reading, the ability to make money on your own, and stop feeling guilty.

What do you think about US and Israel politics?

God, what a huge question. I will take this to Jewish relations in Israel and the United States. I love the conservative communities there that succeed in renewing Judaism, and I feel that the religious Jews here in Israel can learn a lot from them. And it’s starting to happen…

How can we make a better world for future generations?

First of all, let’s try not to destroy the current generation… I think everyone should first try and be a better person themselves. Then in the community close to him. We are in a difficult period. To me, culture has a real part to play in conveying ideas. It is true that now the whole world is engaged in actual survival because of the corona, but let us also remember the spirit. By the way, I recently started doing Jewish meditation and it helps me. I was a very nervous person, and that calmed me down. That’s my little thing. Self-improvement that I hope will pass on.

Which is the importance of love, sex and passion in our life?

Wow! I attach great importance to it, I have been alone for more than two years and feel the lack of love and passion and sex in my life I try to convey all this to writing, and my writing is really passionate and full of passion, but I miss my life. It’s not the same. Too bad I can not create for myself some golem.

Why are you a writer? What would you be if you couldn’t write novels?

I write because I owe it to myself to live, but when I was a kid I really wanted to be a barber.

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Intervista, Libri

Franco, il sesso e la scrittura: intervista a Dario Neron

di Gabriele Ottaviani (foto di Carlo Rusca)

Dario Neron è l’autore di Franco Toro: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Da quale esigenza narrativa nasce questo romanzo?

Dr. Reset, il mio primo romanzo, narra la storia di un uomo di mezza età completamente alla deriva. Ho voluto, per il secondo romanzo, usare un protagonista che sia il perfetto opposto e così è nato Franco Toro.

Chi è Franco Toro?

Franco Toro è il protagonista del romanzo. Un giovane tanto bello quanto rotto dentro, ma intelligente abbastanza da capire i limiti e i pregi del suo ruolo nella società. All’interno della storia assume il ruolo di giudice silenzioso, che si pone al di sopra della morale per padroneggiare sulle sue clienti. È un personaggio complesso e accattivante, non facile da spogliare per capire cosa c’è sotto alla maschera che deve indossare per esercitare il proprio mestiere.

Chi è Esse?

Questo non lo posso dire senza fare spoiler, mi dispiace. Per certi versi si può dire che sia uno degli antagonisti di Franco. Ma questo c’è da scoprirlo.

Cosa rappresentano la Riviera e la metropoli nella vita di Franco?

La casa in cui non si può tornare e quella in cui non si riesce a vivere. Credo che tutti abbiamo “il paese”. Quel luogo in cui siamo nati e cresciuti, ma che a un certo punto abbiamo abbandonato per avviarci verso nuovi porti. Questa per Franco è la Riviera. Il nuovo porto di Franco è la metropoli dello smarrimento. Quella che ha sostenuto e permesso la sua carriera di escort. È il luogo da lui detestato, forse proprio perché senza alternative lo ha obbligato a mostrare la sua vera faccia.

Perché la prostituzione maschile pare essere un tabù ancora più di quella femminile?

Bella domanda. Purtroppo anche in questo caso, la disparità fra i sessi sembra essere netta. Vivendo in Svizzera posso dire che la prostituzione è socialmente accettata, ma appunto, soltanto al maschile. Nel senso che per un uomo è di facile accesso e le possibilità sono molte e ben in vista. Al punto quasi da cancellare il tabù. Per una donna invece è molto più difficile accedervi e di conseguenza la proposta del mercato è bassa. Questo però non vuole dire che non ci sia richiesta. Forse il perché è un postumo di una società patriarcale che tuttora prevede una sottomissione della donna nella propria ricerca di libertà e indipendenza.

Che cosa simboleggia il sesso, che attrae, incuriosisce, solletica, genera segreti, silenzi, bugie, pulsioni, passioni e ossessioni, nella quotidianità? E in letteratura? E l’amore, invece, che ruolo ricopre?

Trovo assurdo e interessante che nell’occidente, dove le nascite stanno precipitando in modo preoccupante, il sesso nella quotidianità trovi sempre più spazio. Nelle pubblicità come nei film, ma pure nei discorsi quotidiani tra le persone. Il sesso solo per piacere, il lato riproduttivo è secondario se non addirittura escluso. Per una società devota al successo e al solo divertimento, se no addirittura all’edonismo, è una conseguenza ovvia. In letteratura ricopre un ruolo forse minore. Impiegato da sempre per attirare l’attenzione o fare scandalo, credo che al giorno d’oggi sia diventato uno strumento narrativo normale (o accettato) per allungare i romanzi, finendo per annacquarli di banalità. Solo perché il lettore si aspetta che a un certo punto i due protagonisti trombino, viene incorporato. In Franco Toro il sesso, insieme al mestiere esercitato dal protagonista, è un vettore che mi ha aiutato ad arrivare al messaggio che volevo raggiungere. Il sesso può diventare un gioco contorto, quando si gioca con debolezze e potere, entrambi messi a nudo. L’amore, quello vero e sincero, quindi scevro delle aspettative generate dall’ego ma pieno di parsimonia, è quanto allontana dalla perdizione. Spesso generata appunto dal sesso (mal fatto).

Che valore ha il corpo?

Dovrebbe avere quello fisiologico e basta. Ha secondo me perso qualsiasi valore (estetico) perché è stato standardizzato da canoni di bellezza definiti da chissà chi.

Franco incarna il dissidio fra sostanza e apparenza: nella società di oggi questa sperequazione sembra sempre più marcata, a cosa potrebbe essere dovuto?

Perché le maschere sono più facili da indossare della propria faccia. È un abbandono delle responsabilità.

Com’è cambiato secondo lei il concetto di pudore nel tempo?

Con l’avvento di internet e la conseguente accessibilità a qualsiasi tipo di contenuto – in prima linea la pornografia – il pudore sembra, a prima vista, essere sparito. Viviamo in una società con limiti e divieti ma senza filtri, in cui si spara prima di chiedere. Tutto quello che può fare scandalo viene esibito. Di nuovo questa doppia faccia, perché nel privato, poi, il pudore c’è eccome e non penso sia molto cambiato, siccome l’uomo stesso non ha fatto grandi passi avanti, se non tecnologicamente.

Come si elaborano i dolori del passato?

Con l’introspezione, credo. Scavando a fondo e aggiungendo a ogni risposta un nuovo perché. Questo porta al consenso o ad accettare quanto è stato e infine di sé stessi.

Franco si confronta continuamente con l’ipocrisia del mondo che lo circonda: si tratta di un male ineliminabile?

Purtroppo credo di sì. Erich Fromm sostiene che per l’essere umano la comunità è un bene e la società un male. Non penso che siamo in grado di confrontarci con un numero così grande di esseri umani senza cadere nell’ipocrisia o nella falsità impiegati come scudo contro l’opinionismo generale. Ci vorrebbe troppo carattere. Sono inoltre dell’idea che l’uomo, nella società meritocratica in cui viviamo, soprattutto nelle grandi città, sia costretto ad essere un lupo in mezzo ai lupi. Questo spinge a impiegare ogni mezzo, per raggiungere il proprio fine.

Lei è indubbiamente un uomo molto affascinante: ciò ha generato dei pregiudizi in merito alla sua attività di scrittore?

Non credo. I pregiudizi li percepisco più che altro perché non vengo dal mondo della letteratura e non ho studiato lettere. Questo sì. Sono però convinto che per uomini e donne di un certo fascino – diciamo i belli -, sia più difficile farsi prendere sul serio in un ambiente intellettuale o artistico. Forse perché c’è ancora questo tacito consenso nei confronti del concetto che bisogno aver attraversato la miseria o l’inadeguatezza per raggiungere la profondità necessaria per fare dell’arte. Caratteristica che a quanto pare i belli e fortunati non sono tenuti ad avere.

Perché scrive?

Inizialmente scrivevo per dare sfogo alle mie frustrazioni. Ora perché mi piace osservare il mondo nel quale posso muovermi e tradurre quanto visto in storie.

Lei è nato a Locarno, città stupenda e sede da decenni di un festival cinematografico meraviglioso e prestigiosissimo, dalla spiccata cifra autoriale ma capace di parlare con efficacia anche al grande pubblico, coinvolto pure in numerosi eventi: che rapporto ha con la settima arte?

Sono da sempre stato un grande consumatore di film, soprattutto del cinema d’autore. Difatti riconosco che registi come David Lynch, Jim Jarmusch o Abel Ferrara hanno influenzato molto la mia scrittura. Forse è l’effetto che Locarno ha sui suoi abitanti?

Franco Toro sembra nato per comparire sullo schermo, a chi lo farebbe interpretare?

Assolutamente, sarebbe un film da vedere. La regia la lascerei a Tom Ford, che in A single man e Animali notturni ha fatto un lavoro strepitoso. Come attore protagonista sceglierei il Michael Fassbender di anni fa o forse Raz Degan quando è stato cappellone. Basta che sia misterioso a sufficienza.

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Intervista, Libri

Scardanelli e il senso del destino: “L’accordo”

di Gabriele Ottaviani

Paolo Scardanelli è l’autore dell’ottimo L’accordo: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Dalla necessità di raccontare un mondo, quello della fine degli anni ‘70, con i suoi personaggi compressi i tra ansia di futuro e prepotenza del passato, dei loro destini e di quel sentire comune per il quale non è possibile prolungare quegli attimi che ci appaiono come vere e proprie epifanie di felicità, brevi e intensi a un tempo: l’accordo, appunto, tra sé e il mondo. Sostanzialmente dalla necessità di raccontare il senso del destino, cui ci opponiamo, quantomeno ci proviamo, con tutte le nostre forze ma che ci trascina inesorabile nel suo incessante scorrere, quella che Rilke chiamava “responsabilità cognitiva”.

Che anno è stato il millenovecentosettantanove?

Un anno crepuscolare: l’inizio della fine delle ideologie, il disincanto sullo sfondo, la fine di una utopia, di un’ipotesi di società collettiva che mostra i limiti insiti nella sua stessa progettualità. L’uomo  nuovo bussa alla porta del presente ma non riesce a trovare la sua strada nel mondo, dal momento che esso è solo l’ennesima utopia. Dietro di lui sta acquattato “l’eterno scontento”, che Andrea, personaggio principale, sorta di uomo destinato ad una volontaria sconfitta, incarna perfettamente. Nel frattempo il mondo e la società cominciano quel mutamento che condurrà sino all’uomo odierno, fondato sull’individualità. Ecco, il 1979 fotografa questo passaggio in una sorta di crepuscolo di tale “uomo sociale”.

Quali tipi umani rappresentano i suoi protagonisti?

Svariati, come si deve a un romanzo polifonico e corale. Su tutti spiccano Andrea, figlio di un ricco imprenditore dell’isola, compresso fra dovere e necessità di libertà, introverso e chiuso nel suo stesso duro sentire, che svicola dalle responsabilità in merito al futuro personale e collettivo accettando l’inaccettabile ad un prezzo però altissimo quello del Gesto estremo; e Paolo, l’ amico fraterno e io narrante, che con Andrea condivide un sentire comune, ma si muove su un’altra strada: quella dell’idealità e del compimento d’essa. Paolo accetta la vita o meglio il destino come una sfida ineliminabile cui è necessario dare senso e motivo, andando per il mondo gravati dalla necessità di costruirne uno. E Anna, donna compiuta e moderna che della propria libertà fa il cardine del suo agire per il mondo. 

Qual è il valore dell’amicizia e quello della politica nel suo romanzo, in letteratura e nella quotidianità?

L’amicizia è fondante, come pensava Seneca, superiore all’amore stesso per purezza e valore. Andrea e Paolo ne incarnano il valore più alto, quello dello scambio assoluto, intessuto di nostalgia del passato e di struggimento per il futuro; condividono i momenti del quotidiano, del personale e del politico. Li divide il destino e il tono di fondo col quale si proiettano nel mondo, come fossero due versanti diversi della stessa montagna. In letteratura l’amicizia fonda mondi, costellazioni quasi; si pensi al rapporto tra Hans Castorp e il cugino nella Montagna Incantata di Thomas Mann, e a come il destino segua in qualche misura questo nesso si pensi ad Achille e Patroclo nell’Iliade, o a Sal e Dean in Sulla strada di Kerouac. L’amicizia aiuta a crescere e a guardarsi l’un l’altro sin nei recessi più profondi, divenendo così in qualche misura levatrice del proprio e dell’altrui io. L’amicizia è anche politica, si sarebbe detto appunto nel 1979; è il campo dove i nostri due protagonisti accettano il cimento e in esso e per esso – con convinzione vieppiù decrescente – lottano e combattono. La politica per loro era quotidiana fiamma viva cui attingere ispirazione e da lì  provare ad attraversare il mondo, per noi oggi – per me quantomeno – è pallido riflesso sulle pareti della Caverna.

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Intervista, Libri

Hafid Bouazza: “La vita è uno scherzo tragicomico”

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Hafid Bouazza è un grande scrittore e l’autore del formidabile Paravion: Convenzionali, con orgoglio, lo intervista per voi.

Qual è il messaggio di Paravion?

In realtà nessuno. So che alcuni lettori lo considerano un appello per i diritti delle donne, ma a mio avviso questa è una lettura che riduce il libro a un pamphlet. (Io, ovviamente, sostengo con tutto il cuore qualsiasi movimento per i diritti delle donne). Ciò che mi stupisce è che, in generale, i lettori sembrano trascurare il fatto che il libro sia raccontato in gran parte da una donna, Mamurra, e che, alla fine, lei esprima disperazione per qualsiasi forma di cambiamento. E scrivendo, per quanto in modo fiabesco, di un piccolo villaggio marocchino, sarebbe falso ignorare la sfacciata misoginia e la normalità del razzismo (sì, Baba Baluk è nero).

Lei è nato in Marocco ma vive pressoché da sempre nei Paesi Bassi: quali sono i punti di contatto e le differenze tra le due nazioni?

Ho lasciato il Marocco quando avevo sette anni e ho rivisitato tre volte la mia città natale, l’ultima nel 1986. Fu allora che decisi che non avevo e non ero disposto a coltivare un “legame” con la mia madrepatria. Entrambi eravamo cambiati. Non ho mai considerato la nostra immigrazione come un punto di rottura, o una cesura, se vuoi. È stato tutto un continuum, per me. So per certo che il Marocco vorrebbe far parte dell’UE e il re Mohammed VI ha apportato grandi cambiamenti per aprire e modernizzare il paese, per non parlare del suo sostegno ai diritti delle donne. Temo, però, che l’unico vero contatto tra i due paesi siano gli immigrati marocchini, che ogni anno visitano il paese.

Perché, nonostante il fatto che la società sia sempre più evoluta, aperta, libera e piena di opportunità sotto molti punti di vista, la paura del diverso è ancora così forte e radicata?

Perché la paura è, evolutivamente parlando, profondamente dentro di noi; è un meccanismo di sopravvivenza. Vedo questa paura specialmente nelle comunità musulmane che voltano le spalle alla società occidentale. Le persone temono la disintegrazione di un’identità sociale, ma le identità sono fluide.

Siamo tutti migranti, nessuno può scegliere dove e da chi nascere: allora perché così tanti pregiudizi?

I pregiudizi sono una semplificazione delle persone intorno a noi, ancora una volta, come meccanismo di sopravvivenza e un modo per proteggere ciò che è nostro. Lombroso potrebbe aver sbagliato con la sua teoria fisiognomica, ma psicologicamente aveva ragione su come le persone vedono e interpretano.

Come si può superare la sperequazione sociale?

Pensi che possa essere superata? Io credo che la democrazia occidentale non abbia fatto e non stia facendo un cattivo lavoro. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è una cosa bella, che può essere accolta da braccia malvagie. Ma deve far fronte ad altre visioni sulla disuguaglianza sociale, basate su ideali culturali, religiosi e politici, visioni che essenzialmente le si oppongono. È il paradosso della democrazia: porta in sé la propria fine, come un veleno in un anello.

Cosa significa la letteratura per lei?

Questa è dura. Penso che, dopo l’invenzione del linguaggio, gli esseri umani abbiano scoperto la loro capacità di creare storie. Quindi uno scherzo potrebbe essere la più antica forma di letteratura. Se la vita è uno scherzo tragicomico (e a volte lo è, anche di pessimo gusto), la letteratura dimostra che gli umani sono i più grandi burloni.

Qual è il suo consiglio per un ragazzo che vuole diventare scrittore?

Leggere. Rileggere. Leggere ancora.

Prossimi progetti?

Negli ultimi anni, più o meno (più meno che più, ahimè), ho lavorato a un romanzo, e sto traducendo in olandese Le Spleen de Paris, Petites Poèmes en prose di Charles Baudelaire per il suo duecentesimo anniversario (aprile 2021): le illustrazioni saranno dei dipinti dell’artista Marlene Dumas.

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Intervista, Libri

Hafid Bouazza: “Life is a tragicomic joke”

C31_SITO_FILOby Gabriele Ottaviani

Hafid Bouazza is a great writer and the author of the stunning Paravion: Convenzionali is proud to interview him for you.

Which is Paravion’s message?

None, really. I know that certain readers regard it as a plea for women’s rights, but that’s, in my view, a reading which reduces the book to pamphletistic writing. (I do, of course, whole-heartedly support any female rights movements.) What amazes me is that, generally, readers seem to overlook the fact that book is told largely by a woman, Mamurra, and that, in the end, she expresses despair of any form of change.  And writing, however fairy-tale like, about a small Moroccan village, it would be disingenuous to ignore the blatant misogyny and casual racism (yes, Baba Baluk is black).

You were born in Morocco but you have quite always lived in Netherlands: what are the points of contact and what are the differences between the two countries?

I left Morocco when I was seven years and have revisited my native city three times, the last time in 1986. It was then that I decided that I had no and was not willing to cultivate a ‘bond’ with my birthplace. We both had changed. I have never regarded our immigration as a breaking point, or a caesura, if you want. It was all continuity, for me. I know for a fact that Morocco would love to be part of the EU and King VI has made great changes to open up and modernize the country – not to mention his support of women’s rights. I am afraid, though, the only real contact between the two countries are the Moroccan immigrants, who annually visit the country.

Why, despite the fact that society is increasingly evolved, open, free and full of opportunities in many ways, is the fear of the different still so strong and rooted?

Because fear is, evolutionary speaking,  hard-wired in us; it is a survival mechanism.  I see this fear specially in Muslim communities which turn their back on Western society. People fear disintegration of a social identity, but identities are fluid.

We are all migrants, since no one can choose where to be born and from whom to come into the world: why, then, so many prejudices?

Prejudices are a simplification of the people around us, again, as a survival mechanism and a way to protect what is ours. Lombroso might have been wrong with his theory of physiognomy, but he was psychologically right about how people view and interpret.

How can social inequality be overcome?

Do you think it can be overcome? I think Western Democracy has not done and is not doing a bad job. UDHR is a thing of beauty, which can be embraced by some ugly arms. But it has to cope with other views on social inequity, based on cultural, religious and political ideals – views which essentially oppose it. It is the paradox of democracy: it carries its own demise within itself,  like a poison in a ring.

What does literature mean for you?

That’s a tough one. I think that after the invention of language, human beings discovered their ability to invent stories. So a joke might be the oldest form of literature. If life is a tragicomic joke (which it is, sometimes in very bad taste), then literature proves humans are the bigger jokers.

Which is your advice for a teenager who wants to be a writer?

Read. Then read. Then start rereading.

Next projects?

I have been working on a novel for the last years, on and off (more off than on, I am sorry to say) and I am translating Charles Baudelaire’s Le Spleen de Paris, Petites Poèmes en prose into Dutch for his 200th anniversary (April 2021). The artist Marlene Dumas is providing paintings as illustrations.

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Intervista, Libri

Jennifer Pashley: sesso e società

Portraitsdi Gabriele Ottaviani

Jennifer Pashley ha scritto il dirompente Il caravan: Convenzionali la intervista con gioia per voi. (Foto di © Martirene Alcantara)

Cosa rappresenta il sesso per lei?

Per me il sesso è un tentativo di portare al culmine il desiderio, di placarlo. E in un certo senso, poiché vi è collegato, riguarda il possesso. Ma soprattutto per me è la speranza di arrivare alla completezza, la via attraverso la quale si trova in algebra la soluzione per un’incognita. Speri sempre che sia la risposta al pezzo mancante.

Perché la società contemporanea è così violenta?

Penso che la violenza derivi dalla disuguaglianza. È un tentativo primitivo di pareggiare i conti e, in questo momento, la disuguaglianza è più visibile che mai. Non è che la disuguaglianza sia peggiorata, ma, piuttosto, più persone si stanno svegliando e alcune delle reazioni a ciò passano per la violenza.

Qual è la condizione femminile ai nostri giorni?

Una donna è come un barile di fulmini soffocati dal coperchio.

Da dove vengono il razzismo e l’omofobia?

Dalla paura. Penso che qualsiasi tipo di odio verso un’identità derivi da una paura radicata, dell’ignoto o del fallimento. La cultura dominante corre sempre il rischio di essere distrutta e sovvertita e questo spaventa le persone che detengono una posizione dominante. Penso che se tutto ciò che hai sempre conosciuto è il privilegio, per esempio quello legato al fatto di essere bianco, maschio ed eterosessuale, allora può essere difficile immaginare un mondo in cui non sei al vertice.

Che paese sono gli Stati Uniti dell’era Trump?

Penso che gli Stati Uniti siano esattamente quella cultura dominante in procinto di essere rovesciata cui facevo riferimento poc’anzi. Trump rappresenta il peggio di quella cultura: eccezionalismo, eterosessismo, supremazia bianca, disparità economica e dominio della ricchezza. Gli Stati Uniti si sentono divisi e volatili, ma anche il catalizzatore del cambiamento è all’interno di quella turbolenza. Penso che la cultura stia cambiando, in meglio, ma qualsiasi crescita e guarigione è dolorosa.

Cosa ne pensa del #metoo?

Penso che il movimento #metoo abbia rappresentato una rete incredibilmente potente per tutte le vittime sopravvissute all’aggressione e alla violenza sessuale. Il riconoscimento che le molestie e le aggressioni sono così diffuse ha dato a molte persone il potere di aiutare a cambiare le cose.

Cosa spera che questo romanzo possa dire ai lettori?

Spero che questo romanzo dirà alle persone che c’è bellezza nell’oscurità e nel dolore, che il trauma è reale e che la connessione e la guarigione sono possibili, ma devi essere abbastanza coraggioso da approfondire le parti più oscure.

Cosa sta scrivendo adesso?

Ho in cantiere un nuovo romanzo, uscirò negli Stati Uniti a settembre 2020. È un thriller dark incentrato sulla povertà rurale, i segreti e lo scontro tra classi. E attualmente sto lavorando a un follow-up di The Watcher.

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Intervista, Libri

Jennifer Pashley: sex and society

Portraitsby Gabriele Ottaviani

Jennifer Pashley is the author of the stunning The scamp: Convenzionali is proud to interview her for you. (Photo by © Martirene Alcantara).

What does sex represent for you?

I feel sex is an attempt to culminate desire, to quench that longing. In a way, because it’s connected to desire, it’s about possession. But more so I feel that it’s the hope to become complete, the way you solve for an unknown in algebra. You’re always hoping it’s the answer to the missing piece.

Why is contemporary society so violent?

I think violence stems from inequality. It’s a primitive attempt to even the score, and right now, inequality is more visible than ever. It’s not that inequality has gotten worse, but rather, more people are waking up to it, and some of the reaction to that is violence.

What is the female condition in our day?

A woman is like a barrel of lightning with a tight fitting lid.

Where do racism and homophobia come from?

Fear. I think any kind of hatred toward an identity stems from a deep-seated fear, either of the unknown, or falling short. Dominant culture is always in danger of being disrupted, of being toppled, and that scares the people who hold that dominant position. I think if all you’ve ever known is dominance, e.g., being white, male, heterosexual, then it can be difficult to imagine a world where you’re not on top.

What country is the US of the Trump era?

I think the US is exactly that dominant culture that’s being toppled. Trump represents the worst of that culture – exceptionalism, heterosexism, white supremacy, economic disparity and wealth-dominance. The US feels divided and volatile, but also like the catalyst for change is within that turbulence. I think the culture is changing, for the better, but any growth and any healing, is painful.

What do you think about #metoo?

I think the #metoo movement has been an incredibly powerful connection for survivors of sexual aggression and violence. The recognition that harassment and assault is so widespread has given power to a lot of people to help change the problem.

What do you hope this novel can tell readers?

I hope this novel will tell people that there’s beauty in darkness and pain, that trauma is real, and that connection and healing are possible, but you have to be brave enough to delve deep into the darkest parts.

What are you writing now?

I have a new novel, I being released in the US in September 2020. It’s a dark thriller that centers around rural poverty, secrets, and the clash between classes. And I’m currently at work on a follow-up to The Watcher.

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