Intervista, Libri

Lorenza Stroppa, Venezia e una storia d’amore

Stroppa10di Gabriele Ottaviani

Lorenza Stroppa è l’autrice dell’intenso Da qualche parte starò fermo ad aspettare te: Convenzionali la intervista per voi.

Da dove nasce Da qualche parte starò fermo ad aspettare te?

Come spesso accade, il mio romanzo è nato grazie a un altro romanzo. Perché gli scrittori leggono molto e perché non si inventa mai nulla da zero… Ho “rubato” una scintilla di storia abbandonata in “La scuola degli ingredienti segreti” di Erica Bauermeister. Tra le pagine di quel libro si raccontava che il protagonista, al supermercato, trovava a terra un foglietto con una curiosa lista della spesa: pane, olio, latte e una pistola. L’uomo appallottolava il foglio e lo ributtava a terra, e la cosa non aveva alcun seguito nel romanzo. Io ho invece raccolto virtualmente quel foglio e con esso ho raccolto pure la sfida che nella mia testa rappresentava. La lista della spesa è diventata un’agenda (con all’interno un altro tipo di lista) e la pistola è diventata… qualcos’altro.

Che sentimento è quello dell’attesa?

Attendere e aspettare sottintendono due stati d’animo diversi. L’attesa è uno stato di impotenza, di stasi in cui si è da soli con i propri pensieri. Attendere significa “volgersi a”, chi attende è volto verso il buio, verso l’ignoto, non sa cosa gli accadrà. È un sentimento logorante, che non ha un orizzonte di uscita visibile.  Diego invece, il protagonista maschile del mio libro, aspetta. Chi aspetta (da aspicere), guarda e sa che qualcuno sta per arrivare o che qualcosa sta per accadere. È più una paziente certezza, romantica e consapevole.

Chi sono Diego e Giulia?

Diego è un editor ossessionato dalle parole. Le colleziona da quando era bambino, affascinato dal loro suono, intrigato dalla loro etimologia. Le usa anche come codice per leggere il mondo, la realtà che lo circonda, e per capire gli altri. Terzo di tre fratelli, single incallito, vive in una mansarda vista laguna ostaggio della sua gatta Mercedes, grassa e capricciosa, e dell’ombra ingombrante di una madre troppo presente.

Giulia è una pittrice che di giorno dipinge quadri-souvenir di Venezia per i turisti, e di notte lascia scorrere il pennello sulla tela senza freni, esprimendo il groviglio che si agita dentro di sé. Dopo, però, non è in grado di affrontare quelle opere viscerali, perché la riportano indietro, a un passato che finora ha sempre rifiutato di rivivere, perciò le copre con un lenzuolo e le nasconde in cantina, dove ha allestito una sorta di cimitero dei quadri dimenticati. A volte ha l’impressione di veder muovere i lenzuoli, di sentir sussurrare quelle tele: come sirene in una tempesta la chiamano, per fare i conti con lei.

Quali sono i loro pregi, i loro difetti, le loro passioni, le loro speranze, le loro mancanze, i loro desideri?

Giulia naviga nel grigio della sua vita sforzandosi di galleggiare. L’abisso le fa troppa paura, non si volta per guardarlo. Meglio andare avanti così, senza scossoni. Ma presto i colori la chiamano e la mettono di fronte a se stessa e al mistero del suo dolore. Prima o poi tutti siamo costretti ad affrontare i demoni del nostro passato, anche se fa male, anche se non sappiamo come uscirne.

Diego appare come un allegro bambinone che si gode la vita e se ne frega di tutto il resto. In realtà la sua facciata di leggero dongiovanni incurante del futuro nasconde una profonda insicurezza nella sua capacità di affrontare le responsabilità, che finora ha sempre rifuggito come la peste.

Cosa rappresenta Venezia per loro e per lei?

Venezia è come un tatuaggio: Diego e Giulia, nati in città, la sentono sottopelle, ne sono marchiati. I loro respiri vanno a ritmo con la marea, le loro ombre si fondono con l’acqua e con la pietra, il tempo delle loro giornate è scandito dal ritmo altro della laguna, dilatato e asincrono. Non possono viversi senza considerare la loro appartenenza, Venezia per loro è mamma e maledizione, nostalgia e desiderio, colmo e vuoto. Rappresenta un ostacolo per Giulia, e i suoi piani futuri; una culla stantia per Diego, che si è adagiato sulla sua lenta quotidianità. Entrambi dovranno riavvicinarsi alla città in modo nuovo, per scoprire le proprie origini e capire se stessi.

Qual è il linguaggio dell’arte? E quello dei sentimenti?

Giulia cerca di leggere le persone associandole ai colori: Teresa, la sua saggia vicina di casa, è un indaco, rara e inafferrabile; Aldo, il pescivendolo, è un blu cadetto, il colore della laguna del Canaletto; Stefano, il suo ex marito, è un ocra giallo, sfumato, rotondo, e così via… Il blu è il colore dei sogni, mentre il rosso quello della vita, quello che Giulia non riesce più a usare nei suoi dipinti. Diego invece si barrica dietro alle sue parole, che però, alla lunga, lo pungolano, lo accerchiano. E capirà che “amore” è molto di più di una parola, è una predisposizione dell’animo, un’apertura verso il prossimo, un prendersi cura che abbraccia il bene e il male, tutto assieme.

Prossimi progetti?

Sono quasi in dirittura d’arrivo con un nuovo libro, molto diverso da questo. Una storia che parla di colpe e rimorsi, in una spirale che coinvolge due generazioni. Si svolge in Bretagna, la patria del romanzo cortese e dei pirati, dei fari sentinella azzannati dalle onde e delle case dal tetto d’ardesia.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Domanda difficile: non ho un solo libro (o film del cuore), ma tanti quanti sono stati sinora i periodi della mia vita. Dovendo sceglierne comunque uno rispondo con un romanzo che ho letto recentemente, Fato e furia, di Lauren Groff. Dentro, c’è un cocktail di mito, teatro, commedia greca… Fari che si spengono e accendono sui personaggi, cinismo, sogno americano e ironia sottile, un mix tra Woody Allen, Bret Easton Ellis e Kent Haruf. Ancora adesso, a lettura ultimata, mi sta facendo pensare. È un libro che interpreta le luci e le ombre dei sentimenti raccontando un matrimonio da due punti di vista. È proprio vero che non finiamo mai di conoscere le persone che ci stanno vicino.

Per il film del cuore invece scelgo un classico cult: Fight club. Cattivo, originale, interpretato magistralmente dal talentuoso trio Norton-Pitt-Bonham Carter. Dopo il film, ho letto il libro, da cui era stato tratto, di Chuck Palahniuk. Notevole, ma il film è ancora più intenso. Succede raramente.

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Intervista, Libri

Laura Campiglio racconta “Caffè Voltaire”

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Laura Campiglio ha scritto Caffè Voltaire: Convenzionali con gioia la intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

Volevo affrontare un tema importante come la dialettica tra realtà e rappresentazione inserendolo in una storia che avesse i toni della commedia brillante e che fosse all’altezza della (nobilissima, a mio parere) tradizione del genere: divertire e fare riflettere. Se parliamo di esigenza, poi, c’è anche quella personalissima di avere una buona scusa per staccare tutto, chiudermi in una stanza e perdermi nel racconto per poi accorgermi di aver scritto tutta la notte, ma questa è un’altra storia.

Chi è Anna, la protagonista?

Un’ex ragazza di trentacinque anni alla quale le certezze tipiche dell’età adulta sembrano essere irrimediabilmente precluse: con le sue otto collaborazioni precarie e la sua vita da single di ritorno, Anna gode di una libertà invidiabile, che però poggia su basi perennemente provvisorie. Giunta all’età in cui è ora di passare dai progetti ai bilanci, sente il bisogno confuso ma impellente di costruire qualcosa di solido, di non transitorio: qualcosa che, nella sua vita, sia a tempo indeterminato, come il contratto che non avrà mai.

Che cosa rappresenta nella nostra società il precariato? È ancora possibile fare dei progetti a medio o lungo termine?

Non che il precariato sia una novità, il problema è che da fase transitoria tipica dei vent’anni, è diventato condizione strutturale per trentenni, quarantenni e anche oltre: oggi non solo crescere, ma perfino invecchiare significa sostanzialmente accumulare collaborazioni e lavoretti. Ed è un problema bello grosso, perché da un punto di vista sia demografico che economico la fascia d’età dei 30-40 è cruciale: se i trenta-quarantenni non lavorano e non versano contributi, non si possono pagare le pensioni e i costi sociali degli anziani di oggi; se non fanno figli, un domani non ci sarà nessuno a versare contributi per pagare le loro, di pensioni. Il punto quindi non è solo la facoltà del singolo di fare progetti, con tutte le ricadute psicologiche annesse e connesse: sulla generazione trenta-quaranta si gioca il futuro di tutto il sistema Paese.

Nel mondo delle fake news che peso ha la verità?

Credo che la verità abbia da sempre una natura evanescente, inafferrabile, forse addirittura chimerica. La cosa da fare, a mio parere, è spostare il focus dalla verità in quanto tale al nostro senso critico: coltivarlo, affinarlo e tenerlo ben allenato è la più efficace difesa contro disinformazione e fake news. Faccio un esempio volutamente smaccato: qualche settimana fa circolava sui social una foto del ponte di Brooklyn durante la maratona di New York, la cui didascalia recitava “guardate questi disgraziati che nonostante la quarantena corrono sul ponte di Messina!”. Ecco, il problema non è ovviamente la fake news (che in questo caso è più una provocazione) ma il fatto che tanti l’abbiano presa per buona: tutti sanno che il ponte sullo stretto non esiste, ma non tutti se lo ricordano quando si ritrovano a portata di click un’occasione d’indignazione pronta all’uso. La verità continuerà a nascondersi, ma chiedersi sempre “che cosa sto guardando?” è un buon modo di proteggersi dalle menzogne, anche da quelle non così palesi.

Quanto contano le apparenze laddove i social network hanno creato la dittatura dell’ostentazione e dell’intolleranza verso la tristezza? E come fare per recuperare un po’ di sostanza?

Ho l’impressione che la dittatura della felicità (la cosiddetta Happycracy, come da definizione di Cabanas e Illouz) stia segnando il passo: lo vediamo proprio sui social, dove l’apparente perfezione di foto patinate, luminose e sorridenti sta lasciando il posto all’estetica del “getting real”, che si vuole più autentica e vicina alla realtà. Moda e pubblicità, soprattutto per i marchi che si rivolgono a millennial e post millennial, si sono già adeguate con campagne fatte di immagini più ”sporche” e meno posate. E se l’immagine fa da traino, la parola non è da meno: il mantra motivazionale del pensare positivo ha decisamente perso efficacia, mi pare invece che il nuovo imperativo sia tirare fuori le proprie fragilità e i propri traumi, con sfumature di drammatizzazione che spaziano dal lamento alla tragedia. È una sensibilità diversa, che nasce come reazione alla superficialità ma che può rivelarsi altrettanto superficiale, in maniera forse più subdola: siamo abituati a riconoscere un sorriso perfetto come una posa, mentre la tristezza no, quella la prendiamo sempre per buona. Eppure dovremmo ricordarci di quando a quindici anni mettevamo su la faccia incazzata e ci inventavamo problemi inesistenti per renderci più interessanti, no? Ecco, adesso lo fanno anche gli adulti.

 

La definizione di “lavoro agile” ha un suono seducente, ma è davvero tutt’oro quel che riluce o rischia di essere l’ennesima deregulation sulle tutele del lavoro e dei lavoratori?

Lo smart working è una risorsa importante, ma temo che nei prossimi mesi si rivelerà un’arma a doppio taglio: ci aspetta un periodo di ristrutturazioni aziendali durissime che lasceranno senza lavoro migliaia di persone. È molto probabile che i datori di lavoro, avendo realizzato che determinate mansioni possono essere svolte da remoto, in futuro sostituiscano posizioni subordinate con collaborazioni esterne e contratti più effimeri. Niente di nuovo sotto il sole: il lavoro sarà sempre più liquido e i lavoratori avranno sempre meno liquidità.

La politica e il sindacato incarnano ancora degli ideali? Se sì, quali?

La politica è e resterà sempre lo spazio in cui gli ideali si incarnano: non penso tanto ai partiti tradizionali quanto ai movimenti spontanei e alle espressioni di politica extraparlamentare come i Fridays for future, la nuova ondata femminista, il movimento per i diritti civili delle persone omosessuali e transessuali. Per il sindacato, invece, il discorso è diverso: mi sembra che ci siano grandi difficoltà a intercettare, e quindi tutelare, la variegata e confusa galassia del neo-proletariato digitale frutto della gig economy, l’esercito di chi campa di collaborazioni sottopagate, per non parlare del settore agricolo dove la quasi totalità dei braccianti lavora in nero. Spesso sentiamo dire che i sindacati hanno perso rilevanza perché gli anni Settanta sono finiti e gli operai non ci sono più. Non è esattamente così: i nuovi operai sono i rider in sella alle bici nelle grandi città, i braccianti nei campi pagati alla giornata, i grafici che si sentono dire “ti pago in visibilità”, i collaboratori dei giornali che si vedono decurtare il compenso dei pezzi perché tanto se non ti va bene qualcun altro che scrive si trova sempre. Ecco, sindacalizzare queste categorie mi sembra una sfida tanto difficile quanto importante.

Siamo una società che ha paura della morte e ancor di più dell’invecchiamento: per questo ha prolungato la gioventù. Chi aveva quarant’anni nel 1980 era considerato a tutti gli effetti un adulto fatto e finito, di norma aveva una casa di proprietà, un lavoro stabile e dei figli. Ora quei bambini hanno quarant’anni, sono considerati ancora giovani come se avessero tutta la vita davanti e non ne fossero già anche biologicamente a metà (senza scomodare padre Dante…), di solito hanno avuto un’infanzia più privilegiata dei loro genitori, che li hanno fatti studiare in genere più di quanto abbiano potuto fare loro, ma in mano si ritrovano meno, e con ogni probabilità prima dei  settantacinque anni, un’età in cui comunque la stanchezza si fa sentire eccome, non potranno lasciare il lavoro – non liberando dunque posti per i giovani… – né vedranno la pensione, ammesso e non concesso che l’avranno mai. Mentre su quella dei genitori spesso sono costretti a contare: Ronald Reagan disse un giorno in tutt’altro contesto mistakes were made (così hanno intitolato anche due episodi di Brothers and sisters…), ossia sono stati fatti degli sbagli: anche secondo lei? E quali?

Forse il peccato originale è stato considerare il mondo dell’istruzione come un mondo a parte, un luogo idilliaco che aveva a che fare più con la realizzazione delle proprie aspirazioni che con il mercato del lavoro. E sicuramente dare meno tutele al lavoratore per creare più occasioni di lavoro, agitando lo spauracchio della disoccupazione per stralciare tutta una serie di diritti considerati irrinunciabili, non è stata una grande idea, visti i risultati: oggi dire “tredicesima” è un po’ come evocare il drago di Komodo (tutti sanno che esiste, nessuno ne ha mai visto uno), eppure non mi sembra che il problema della disoccupazione sia stato risolto, tutt’altro. Vorrei però fare anche autocritica: l’errore della mia generazione è stato indulgere in una certa romantizzazione del precariato, come se posto fisso, mutuo e famiglia fossero robe da vecchi, orpelli novecenteschi, e invece che figo il coworking, che meraviglia la stanzetta subaffittata nel quartiere modaiolo, che bello essere liberi e non avere responsabilità: è una narrazione che dai venticinque ai trenta funziona, dai trenta ai trentacinque può forse tenere, ma dai trentacinque ai quaranta crolla miseramente.

Una risata ci salverà?

Non so se l’ironia ci salverà, ma sicuramente demistifica, dissacra, smitizza: è già molto.

I trentenni di oggi credono all’amore? Sognano ancora? E cosa?

Se ci credano non lo so, ma di sicuro ci cascano ancora: che arrivi con una lettera vergata a mano oppure con un match su Tinder, l’amore il modo di fregarti lo trova sempre.

La generazione venuta al mondo negli anni Ottanta è più immatura delle precedenti?

La maturità è un atteggiamento mentale soggettivo, la facoltà di costruire qualcosa per sé stessi e per gli altri è invece un insieme di condizioni oggettive. Mi sembra che, in maniera un po’ sbrigativa, si liquidi come “immaturità” l’assenza di queste condizioni: il problema è più ampio, non nasce dalla generazione dei trenta-quarantenni né ricade solo su di loro ma, come dicevamo prima, sull’intero Paese.

Qual è il messaggio del suo libro?

È una domanda non semplice, che girerei volentieri al lettore. Personalmente, mi interessava tentare un ritratto generazionale e raccontare la storia individuale di Anna, che attraverso varie vicissitudini riuscirà a trovare il coraggio che le è sempre mancato, ma resto convinta che i libri siano innanzitutto di chi li legge. Prendiamo un’opera maestra come “Addio alle armi” di Hemingway: per alcuni è un grande romanzo di guerra, per altri un grande romanzo d’amore. Il tema di un libro, il suo messaggio e la sua ragione ultima sono negli occhi del lettore.

Cosa spera per il futuro delle sue figlie?

Avendo due figlie femmine, un futuro di parità salariale in cui la maternità possa essere scelta e non destino biologico mi sembra già un obiettivo ambizioso. Se proprio vogliamo esagerare, una politica in cui le donne contino come decisori reali e non solo come esemplari della riserva faunistica “donne” che ogni tanto salta per fare del mero “pinkwashing”, ovvero operazioni di facciata, puramente propagandistiche, per mostrare di aver a cuore la questione femminile.

Prossimi progetti?

Mettere in quarantena tutte le idee che inevitabilmente sono arrivate in questa quarantena. Poi, con calma, vedere se c’è qualcosa di buono, e ripartire da lì.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Ho sempre sul comodino un romanzo di Fruttero&Lucentini: li rileggo tutti da anni, a rotazione, senza preferitismi. In queste settimane ho riletto A che punto è la notte, il cui titolo – una citazione biblica di rara potenza evocativa – si attagliava così bene a questo tempo sospeso e incerto, in cui tutti i giorni ci chiedevamo “quando finirà?”. A febbraio sono stata qualche giorno a Venezia e così, per abbinare libro e città, mi sono portata dietro L’amante senza fissa dimora che è ambientato tra calli e campielli. Più in generale, non c’è settimana in cui non rilegga un passo de La prevalenza del cretino, praticamente la mia Bibbia laica. Di F&L non smetteranno mai di stupirmi l’eleganza, l’esattezza della scrittura, la leggerezza ariosa di quelle pagine così profonde e piene di intelligenza. I miei gusti cinematografici sono invece meno netti e risentono di tutta una serie di dettagli squisitamente personali: dove ho visto un determinato film, con chi, in che periodo… minuzie del genere. Ed è appunto per motivi squisitamente personali che dico Casablanca: perché l’ho visto a Parigi in un cinemino del quartiere latino durante una notte bianca, perché quando sono uscita era l’alba e ho mangiato un croissant buonissimo, e perché, dopotutto, avremo sempre Parigi.

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Intervista, Libri

Alberto Albertini e “la classe avversa”

la classe avversadi Gabriele Ottaviani

Alberto Albertini ha scritto La classe avversa: Convenzionali lo intervista per voi.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: davvero?

Davvero. Dopo averti chiesto come ti chiami, la seconda domanda che ti pone uno sconosciuto che t’incontra per la prima volta è: “che lavoro fai?”.  Il lavoro determina la nostra identità, il nostro “essere nel mondo” direbbero i filosofi. Ci qualifica, ci fa sentire parte di una società, di una comunità, con un ruolo, un senso, uno scopo. Allevia i sensi di colpa, la paura di essere inutile e che la vita non abbia una narrazione e una finalità, che sia vana, che vinca la morte. A volte anche con esiti nefasti, di operosità frenetica e ossessiva che vuole appunto colmare un senso di vuoto.

Il lavoro nobilita: è ancora così?

Nobilita se piace. Primo Levi direbbe che la felicità in terra è un lavoro che si ama. Chi può davvero dirlo? Spesso il problema è a monte, ancora in fase scolastica: quanti hanno assecondato le proprie passioni e quanti invece i genitori, una suggestione, chi spiegava quale sarebbe stata la “professione del futuro”? Poi puntualmente sovvertita dall’arrivo di un futuro che nessuno si aspettava. Il coronavirus insegna.
“Diventa ciò che sei”: un motto da sapienza delfica, millenaria e sempre attuale, elementare oso dire. Ma quanti riescono davvero a diventarlo? Nessuno sbaglierebbe se seguisse i propri talenti, le proprie inclinazioni. Qualunque esse siano.

Qual è il male peggiore che mina l’organismo del mondo del lavoro?

Lo sguardo estrattivo, predatorio, da ecocidio, dell’uomo “dominator et possessor mundi”, la finanza spietata che mira esclusivamente al profitto. Dislocamento della produzione dove costa meno, budget annuali, ritorno dell’investimento a breve (l’orizzonte temporale si è accorciato, non si lavora più per il futuro, per i “nipoti”), rapporti impersonali, “algoritmocrazia”, decisioni prese tramite operazioni matematiche, obbligate e poi applicate alla lettera da esecutori che ne ignorano l’origine. Aziende-stato talmente forti e indipendenti da essere in grado di battere moneta (Libra di Facebook, per fare un esempio), ma davanti alle quali ci si sente come di fronte al castello di Kafka.

Quali sono i condizionamenti esterni più pressanti a cui sono sottoposti i lavoratori in Italia e in generale gli individui?

La paura della concorrenza cinese, della crisi senza fine, del mercato che non assorbe la produzione (spesso eccessiva, la logica “push” si chiama, spingo sul mercato prodotti e servizi, in quantità abnormi, induco il bisogno, promuovo una necessità, non mi preoccupo di verificare cosa vuole davvero il potenziale acquirente, di cosa davvero ha bisogno). “Il cavallo non beve”, si diceva una volta, la scusa buona per figurare una minaccia, evocare il fantasma, farlo diventare un perenne condizionamento esterno e costringere i lavoratori, in ogni categoria e settore, a inseguire, a non essere mai all’altezza, a non raggiungere mai l’obiettivo, a una frustrazione senza fine. Oggi poi, con l’emergenza sanitaria, si è tutto moltiplicato.

Chi sono il Poeta (detto anche il Conte), cioè il protagonista, e Franco?

Due lati di una medaglia. Il poeta è più riflessivo, Franco più impulsivo. Franco sbotta, è il ribelle, la voce della coscienza, fa un po’ il giullare, quello che può permettersi di dire la verità anche al re, a volte di sbeffeggiarlo. Ci insegna com’è difficile ma anche salutare pensare con la propria testa, dichiarare il proprio punto di vista diverso mentre tutti si adeguano, tacciono, subiscono. Il poeta invece ha tempi lunghi, incassa ed elabora, a volte ciò che ha dentro germoglia, lo intossica. Non sfogarsi fa male. Ma ha una formazione umanista, capisce meglio gli altri, è empatico e anche idealista, un visionario, nel senso inglese di “vision”, cioè con un obiettivo a lungo termine, e nel senso italiano, un sognatore. Nella vita servono anche loro. Gli artisti, ha detto Papa Francesco, con la creatività ci indicano la strada.

Che microcosmo è quello della provincia italiana?

Tanti campanili ma ognuno con un vocabolario e linguaggio (e dunque anche la capacità “aumentata” di leggere il mondo, penso al tesoro dei dialetti, per me che ho una laurea in filologia moderna è un patrimonio di sapienza), e ognuno con altrettante tradizioni, conoscenze tramandate nei secoli per primati artigianali (anzi, artistici), un’immensa eredità intesa nel senso inglese di “heritage”, eredità culturale, di trasmissione del sapere. Di conseguenza anche tante aziende medio piccole guidate da imprenditori spesso ruspanti, formatisi da soli, ma che hanno l’istinto, il fiuto per le persone e i loro talenti, sanno cogliere un’opportunità, una sfida al momento giusto, anche rischiando, anche con stile audace. Siamo ancora i migliori subfornitori, se non fornitori diretti, in alcuni settori (moda, arredo, meccanica di precisione, alimentari, ad esempio), proprio grazie alla cura che mettiamo in ciò che facciamo, rendendolo il più creativo possibile, artistico appunto, bello nel senso greco di “kalokagathia”: il bello che diventa anche buono.

Lei da oltre trent’anni lavora nell’industria: com’è cambiato il settore? In cosa è migliorato, in cosa è peggiorato, di cosa ha bisogno?

L’industria si è molto internazionalizzata e questo scambio e dialogo continuo con il mondo l’ha fatta crescere, in tutti i settori. L’imprenditore italiano si muove pressoché in ogni Paese del mondo, soddisfa tutti i clienti, è un campione di flessibilità, di arguzia, di inventiva. Niente lo spaventa. Forse è peggiorato nell’insieme, però non per demerito dei singoli imprenditori, perché per certi componenti dipendiamo molto dall’estero, abbiamo dovuto rinunciare ad alcune produzioni perché non erano più competitive, non erano considerate strategiche ed essenziali, e oggi, in piena emergenza, questa scarsa autarchia si fa sentire. Avremmo bisogno di una politica più lungimirante. Credo ci sia stata una percezione errata da parte dello Stato nei confronti del lavoro: man mano cresceva il benessere economico si dava per scontato che le fabbriche sarebbero durate in eterno, avrebbero assunto regolarmente, che il lavoro era un “servizio”, oggi si direbbe una “commodity”, a disposizione di tutti. In realtà serve anche l’appoggio di scelte politiche con prospettive a lungo termine, ad esempio alleanze e accordi con altri Stati. Penso alla capacità che invece ha la Germania, come nazione, di negoziare per conto delle proprie aziende esportazioni in altri Paesi e di conseguenza organizzare le relative linee e assicurazioni del credito. Dall’altra parte ci vuole anche un maggior senso di responsabilità dei singoli, un impegno continuo, una reciprocità e un senso etico che non dia mai il lavoro per scontato.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

Da un’esigenza personale, catartica, una nemesi privata. Rendere esemplare una storia privata e sofferta (se riesco a farne un romanzo sono salvo, mi dissi cinque anni fa), comprensibile anche dagli altri, oso dire universale, perché possa servire da monito, da lezione. Insieme raccogliere quanto sentito da amici e conoscenti (e che spesso non si dice per omertà, per “quieto vivere”, per consuetudine e tradizione, perché si teme il conflitto, che in realtà cova ancora più feroce sotto la cenere), e così facendo suggerire come funziona (spesso male) un mondo chiuso qual è quelle delle fabbriche famigliari dove, come diceva Ottiero Ottieri decenni fa, “chi è fuori non sa e chi è dentro non parla”.

Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere ai suoi lettori?

Di rinascita, di riscatto, il coraggio di cambiare, di assecondare le proprie passioni.

Ha ancora senso parlare di lotta di classe in Italia?

Un tempo c’erano forti contrapposizioni sindacali e di classe che costringevano a scelte nette da entrambe le parti, senza conciliazione e dialogo. Ognuno vittima del proprio ruolo, anche di una maschera. Ma gli imprenditori erano patriarchi, socialisti dentro e le aziende grandi famiglie che coltivavano un forte senso di appartenenza, ognuno orgoglioso per il posto che occupava nella fabbrica, si sentiva utile, c’era una crescita personale e collettiva. Leo Longanesi, negli anni Cinquanta, diceva che il vero operaio socialista non si interessava alla Mercedes del capitalista dal quale dipendeva. Era una “comunità” per usare un termine caro a Adriano Olivetti. Seppur non così frequenti, oggi le migliori aziende sono come quelle di un tempo, dunque al loro interno il concetto di classe è molto attenuato. In altre si accentua perché c’è una gestione nociva, accentratrice che esaspera il conflitto creando schieramenti omogenei.

Che ruolo ha la famiglia nella società italiana? E nel suo sistema produttivo?

“La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Tengo famiglia”, scrisse sempre Leo Longanesi con la sua ironia tagliente. La famiglia è sacra in Italia, più che sul lavoro forse siamo una Repubblica fondata sulla famiglia. Nel sistema produttivo è ancora cardine, la base del capitalismo italiano. Fatica però a gestire il passaggio generazionale. Nessun uomo riesce davvero a pensare alla propria morte, Freud insegna, tantomeno lo fa l’imprenditore fondatore che l’ha fatta nascere, è la sua figlia prediletta. Il limite dei “padroni” italiani è l’incapacità di trovare un’armonia e una conciliazione interna, non sempre riescono a preparare la successione in modo adeguato e per tempo. Così può capitare che il mercato, la banca che vanta il maggior credito, un cliente importante per il quale l’azienda è strategica, li costringa a cambiare, a rinnovarsi in modo traumatico e troppo rapido, magari anche con una quotazione in borsa, certamente con un cambio gestionale, di persone e di metodi, manager che portano un altro stile, più impersonale e orientato al breve periodo, alla remunerazione immediata.

Quale sarà il suo prossimo romanzo?

Sto lavorando sul tema della “genitorialità”, in tutte le sue declinazioni e accezioni, nei suoi lati più oscuri e in quelli che danno un senso alla vita.

Il libro e il film del cuore, e perché.

I libri sono tanti, ne ho diecimila, difficile sceglierli, sono un lettore onnivoro e compulsivo. Ricordo però un Moby Dick letto nell’infanzia, forse in una edizione ridotta, mai più riletto per paura di non ritrovare la gioia e il piacere fisico che mi aveva dato allora.
Il film del cuore è Le ali della libertà (The Shawshank Redemption in originale, tratto da un racconto di Stephen King Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank), perché anch’io sono Andy Dufresne, un folle che lavoro per l’utopia, la cattedrale che non vedrà finita, per un obiettivo a lungo termine mentre tutti gli dicono di mollare, che il suo sogno non ha senso.

 

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Intervista, Libri

“Una storia straordinaria”: Roma, il cinema e l’amore

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Diego Galdino è l’autore di Una storia straordinaria: Convenzionali lo intervista per voi.

Chi sono Luca e Silvia? Quali sono gli aspetti di loro che più le piacciono?

Luca e Silvia all’inizio del romanzo sono due ragazzi normalissimi che vivono la loro quotidianità serenamente, dividendosi tra la famiglia, gli amici, il lavoro, la città di Roma e la loro grande passione per il cinema. Poi improvvisamente un destino infame sembra togliere loro tutte le certezze e la vita vissuta fino a quel momento. Quello che mi piace di Luca e Silvia è la medesima cosa, la capacità di capire e accettare che solo l’amore può riportare tutto al posto giusto, non come prima, ma addirittura meglio.

Qual è la Storia straordinaria del titolo del suo romanzo? E che caratteristiche ha una storia per essere definita straordinaria?

Credo che la straordinarietà di questa storia sia il modo di vivere l’amore dei due protagonisti attraverso i cinque sensi, nel vero ‘senso’ della parola. Per scrivere una storia straordinaria devi riuscire a pensare a qualcosa che non sia stato ancora scritto.

Roma non è solo uno sfondo nel suo romanzo, ma una vera protagonista: che rapporto ha con la città?

Come dicevano i latini ubi maior, minor cessat e per me Roma, insieme all’amore, è la cosa più grande di tutte. Non mi so vedere in nessun altro posto che non sia lei.

Luca e Silvia, nel loro continuo sfiorarsi nel corso del romanzo, sono accomunati da tanti elementi, tra cui uno fondamentale, il cinema: cosa rappresenta per lei?

Il cinema è una parte inscindibile della mia vita, come l’arte, la lettura e fare il caffè.

Come si supera una ferita, una perdita, un dolore?

Cercando di lasciarseli alle spalle dando tutto quello che abbiamo dentro di noi per arrivare sempre prima di loro.

I sensi nel suo romanzo hanno un ruolo centrale: cosa apprendiamo attraverso di essi?

A vivere il sentimento con la giusta lentezza assaporando, annusando, guardando, toccando, ascoltando ogni singolo momento come se dovessimo far capire al mondo intero la gioia che proviamo nell’essere innamorati.

Quali emozioni spera di suscitare nei suoi lettori?

Gioia, speranza, resilienza, qualcosa di bello che possa restare per sempre nei loro cuori e nelle loro menti.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Il libro è Persuasione di Jane Austen, perché credo nelle seconde possibilità e perché ci siamo scelti reciprocamente. Il film è Notting Hill perché credo nell’amore indefinitamente.

 

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Intervista, Libri

“H”: intervista all’autore

Johann Lerchenwalddi Gabriele Ottaviani

Johann Lerchenwald ha scritto H – Come Hitler vedeva i suoi tedeschi: Convenzionali lo intervista per voi.

Chi era Adolf Hitler?

In tutte le biografie Hitler ci viene presentato a priori come un parto dell’Inferno. Per quanto poco si sappia della sua esistenza anteriore alla fondazione del Partito, si dà per scontato che già allora avesse avuto delle inclinazioni rivelatrici del celebre mostro che sarebbe diventato poi. E, più tardi, è sempre quello che lui stesso voleva far credere di essere, tolto qualche dubbio sull’autenticità dei suoi famosi attacchi di collera. Studiandolo a fondo, ho potuto appurare che fino all’età di trent’anni era un soggetto un po’ nevrotico, sì, ma per il resto normale. Normale, non comune. Perché, nonostante i suoi limiti, mostrava di possedere quelle caratteristiche che Thomas Mann è costretto suo malgrado a riconoscergli in Fratello Hitler: le caratteristiche che contraddistinguono solitamente l’artista. E a farlo diventare quello che infine divenne non furono solo e in primo luogo le predisposizioni personali o le circostanze storiche, ma i tedeschi: i tedeschi con la loro buona fede e ingenuità. Non è certamente lodevole che egli ne abbia approfittato in modo così cinico e megalomane. Il suo freddo calcolo e la sua diabolica capacità di leggere nell’animo altrui hanno potuto però dispiegare tutta la loro potenza solo grazie a quella miscela unica di stolta fede nell’autorità e presunto idealismo che del piccolo borghese ignaro fece un criminale esecutore di ordini.

Cosa ha permesso la sua ascesa al potere?

Certamente il Trattato di Versailles, la crisi economica mondiale e anche la smania personale di dimostrare ai genitori, da tempo defunti, di cosa fosse capace, smania che, quando ebbe finalmente individuato il suo campo d’azione, si tramutò presto in mania di grandezza. Ma, perché Hitler potesse raggiungere i suoi scopi, gli necessitava il materiale umano pronto a farsi plasmare. E questo, lui, che come austriaco aveva ben poco di tedesco, lo trovò in un popolo contraddistinto da due fondamentali caratteristiche: la radicale insofferenza d’ogni tipo di disordine e la totale sprovvedutezza nei confronti di tutto quello che la sua forma mentis non prevedeva. Una sprovvedutezza che si poteva riscontrare indistintamente nelle persone semplici e in quelle colte e benestanti. Basti pensare all’immaturità che l’allora forse più alto rappresentante dello spirito tedesco, Thomas Mann, tradiva ancora nel 1919 nelle sue Considerazioni di un impolitico e anche al fatto che, due settimane dopo la presa del potere da parte dei Nazisti, se ne fosse partito ignaro per un giro di conferenze in Europa, rimanendo poi arcisorpreso di non poter tornare a casa, se non a rischio della pelle. Hitler, che aveva potuto ampiamente osservare queste due caratteristiche tedesche durante la prima guerra mondiale, al momento giusto le sfruttò fino in fondo, facendo rigare dritto vari premi Nobel e lo Stato maggiore dell’esercito, grandi industriali e studiosi illustri, lui che fino a qualche anno prima era un nullatenente senza titoli né nobiliari né di studio e senza alcun piano di vita concreto.

In cosa si riconosceva in lui la Germania del suo tempo?

La Germania del suo tempo non si riconosceva per nulla in lui. Anzi, per carattere, mentalità, forma mentis, egli era completamente incomprensibile ai tedeschi. Seppe però individuare con occhio clinico quello che essi volevano sentirsi dire e quello che erano disposti a fare. E seppe abbindolarli e piegarli all’obbedienza con una facilità che a lui per primo parve stupefacente. Si pensi solo a quella frase più volte pronunciata in occasione di discorsi pubblici: Se un miracolo c’è, questo consiste unicamente nel fatto che io ho trovato voi e voi avete trovato me!

Il tedesco ha la parola Fremdschämen, ossia imbarazzo per colpa d’altri: in che rapporto è oggi la Germania con la sua Storia? La popolazione che abita nei territori dell’ex BRD ha vedute diverse da chi ha conosciuto la DDR?

La parola Fremdschämen, imbarazzo per la colpa d’altri, non si presta per indicare il rapporto che la Germania di oggi ha con la sua storia. Da un lato perché la storia non è stata fatta da degli estranei, bensì da fratelli e sorelle, padri e madri, nonni e nonne… Inoltre, però, e in primo luogo, perché la vergogna dei tedeschi nei confronti del proprio passato non è un sentimento spontaneo, derivante dalla comprensione di quanto è accaduto, ma un diktat, imposto dall’alto subito dopo la guerra, per essere riammessi al più presto nell’economia mondiale. Quell’ottuso mea culpa, perpetuato per decenni fino a oggi, ha piuttosto partorito un malessere diffuso e inespresso che nasconde la vecchia insidia di sentirsi accusati dal mondo intero, mentre in realtà si è convinti di essere i più bravi. Un tipo di malessere che all’epoca favorì non poco l’ascesa di Hitler.

Per quanto riguarda invece la popolazione dell’ex-DDR, le considerazioni sono due. Da un lato il regime comunista, rovesciando tutta la colpa sui padroni capitalisti e scagionando il popolo operaio, ha fatto sì che in quelle regioni sopravvivessero uno spirito e una gaiezza senza riscontro nella BRD. Dall’altro, i tedeschi orientali che, dopo la caduta del muro, all’indomani di un breve periodo di euforia, sono stati annullati moralmente ed economicamente, appaiono ricettivi alle suggestioni neonaziste demonizzanti lo straniero e tutto quello che minaccia la Cultura tedesca, con ciò rivelando una maturità umana e politica non molto maggiore di quella posseduta dai tedeschi all’avvento del nazismo. Un bel pasticcio. Se mi consente, intenderei concludere l’intervista con una domanda libera a me stesso: Come viene accolto questo libro?

Prego.

Per ovvi motivi, la grande stampa tedesca lo ha finora passato sotto silenzio. Mentre, all’opposto, l’accoglienza riservatagli da numerosi lettori è stata molto incoraggiante. Invece l’edizione italiana, preceduta da una introduzione dello storico Franco Cardini, ha immediatamente richiamato l’attenzione di personaggi di spicco della scena culturale quali Augias, Galimberti, Cacciari, Elkann. Ma, sul più bello, c’è capitato fra capo e collo il Coronavirus, che ha bloccato ogni iniziativa culturale.  Per fortuna, accanto alle diverse notevoli recensioni in rete, si è aperta la prospettiva di un’edizione francese, cosa che mitiga il senso di essere stati danneggiati. In questi giorni l’originale tedesco viene infatti valutato da Olivier Mannoni, traduttore di Gallimard, di Fayard e altre importanti case editrici francesi.  Incrociamo le dita! Sono sempre convinto che, appena il libro avrà raggiunto la visibilità che merita e a cui è destinato,  sarà inevitabile che metta in moto una slavina.

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Intervista, Libri

Julia von Lucadou e la tuffatrice

3..Julia von Lucadou©.Maria Ursprungdi Gabriele Ottaviani

Julia von Lucadou (foto di Maria Ursprung) è l’autrice dello splendido La tuffatrice: Convenzionali è entusiasta di intervistarla.

Lei vive tra Svizzera, Germania e Stati Uniti: dov’è adesso e come vive l’emergenza Covid?

Fortunatamente per me e il clima, di recente ho ridotto la mia situazione di vita a un paese e un posto: Colonia, Germania. Mi sento fortunata a essere andata via da New York prima che il Coronavirus colpisse, le notizie di caos e disperazione da lì sono molto scoraggianti e sono preoccupata per i miei amici. In questo momento, come quasi tutti gli altri, sto in casa senza carta igienica, rincorrendo il mio compagno per l’appartamento per fare esercizio, conversando profondamente con le mie piante in vaso e preoccupandomi della salute delle persone che amo.

Chi sono Riva e Hitomi, le sue protagoniste?

Riva è un’atleta, o almeno lo era. Era una stella dei lanci dai grattacieli – uno sport che ho inventato per il libro – ma all’improvviso ha lasciato senza spiegazioni. Hitomi, una giovane psicologa, è stata assunta per riportare Riva in carreggiata. Osserva Riva nel suo appartamento e analizza i suoi parametri digitalizzati per capire cosa sia andato storto e risolvere il problema. Hanno età e status simili, ma si comportano in modo molto diverso: Hitomi crede acriticamente nel seguire le regole mentre Riva sembra mettere in discussione sempre più i valori della loro società. I loro destini sono legati: se Hitomi non riuscirà a riportare Riva a lanciarsi dai grattacieli, entrambe saranno espulse dal comfort e dalla stabilità delle loro case in città verso le baraccopoli di periferia fuori dal centro dove vive la popolazione povera e priva di successo.

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

Come la protagonista Riva, alcuni anni fa ho iniziato a mettere in discussione i miei valori. Lavorando dodici ore al giorno in televisione, mi sono resa conto che stavo sfruttando il mio corpo e la mia mente in nome della produttività. Avevo interiorizzato questa ideologia capitalistica in cui il valore di una persona è determinato da quanto lavora o da quanti soldi fa. Quando mi sono resa conto di quanto fosse malsano, ho lasciato il mio lavoro in tv e ho iniziato a scrivere questo libro per capire cosa fosse successo a me e a molti altri intorno a me. Il romanzo è stato un ottimo modo per meditare e riflettere sulle questioni che avevo in mente.

Pensa che il mondo che ha immaginato sia davvero solo una distopia? Sembra molto realistico, purtroppo… Come possiamo evitare le esasperazioni che ha descritto così bene, e cosa pensa del potere della popolarità e dei social network?

Il mondo distopico nel mio romanzo è profondamente radicato nel presente. Nel libro esagero elementi del nostro mondo per poterli vedere più chiaramente, per vedere come potevano svilupparsi. In Italia o in Germania non viviamo ancora in uno stato di completa sorveglianza, ma i semi sono già lì: permettiamo felicemente alle aziende private di invadere la nostra privacy ogni giorno sui nostri dispositivi digitali, per esempio. Inoltre, giudichiamo severamente noi stessi e gli altri ogni giorno sui social media, confrontandoci con standard impossibili. C’è un esagerato senso di competizione e di perfezionismo nel nostro sistema neoliberista. Nel tentativo di essere efficienti come macchine potremmo perdere l’umanità – come Hitomi nel libro.

Di cosa pensa che la società abbia bisogno al giorno d’oggi?

Siamo nel mezzo di una crisi. Molti di noi sono ansiosi e preoccupati per il futuro, per la nostra salute, per la nostra stabilità finanziaria – per una buona ragione. Penso che ciò di cui abbiamo bisogno ora sia l’un l’altro, dobbiamo ricordare che siamo tutti insieme e tutti abbiamo qualche responsabilità sociale. E forse dobbiamo ripensare alcuni valori capitalistici che premiano i comportamenti rischiosi, competitivi ed egoistici. La crisi del Covid ci ha mostrato che le persone essenziali per la nostra sopravvivenza non sono i banchieri e i CEO delle giganti società di vendita al dettaglio. Perché non premiamo di conseguenza gli operatori sanitari e gli educatori? Lo sviluppo nei regimi autocratici mostra che una crisi come questa può essere facilmente sfruttata per rafforzare il controllo e manipolare le persone. Non lasciamoci dominare dalla paura, non lasciarci sedurre dalla promessa di una facile stabilità. Non iniziamo a tracciare tutti. Non diffondiamo teorie della cospirazione. Ricordiamo i nostri diritti umani. Non perdiamo la speranza.

Qual è il prossimo libro che sta per scrivere?

Sono una fan dei segreti. Per interessarmi a un progetto questo deve rimanere misterioso anche per me, non voglio sapere esattamente di cosa si tratta o cosa accadrà esattamente ai miei personaggi. Quindi tutto quello che posso dire è: ho le orecchie ben tese e ascolto.

Qual è il suo libro preferito? E anche il suo film preferito? E perché?

Il mio libro e film preferito cambia quasi ogni volta che leggo o guardo un film. Immagino di essere facilmente sedotta dall’arte. (ride) L’altro giorno ho visto il mio film preferito del momento, la bellissima e strana storia d’amore ungherese On body and soul. L’ultimo libro che ho letto e che ho adorato è stato Florida di Lauren Groff, un compendio di storie brevi ambientato nel lussureggiante e caldo stato americano della Florida.

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Intervista, Libri

Julia von Lucadou and Die Hochhausspringerin

3..Julia von Lucadou©.Maria Ursprungby Gabriele Ottaviani

Julia von Lucadou (photo by Maria Ursprung) is the author of a marvellous book, Die Hochhausspringerin: Convenzionali is so happy to interview her.

You live between Switzerland, Germany and US: where are you now and how are you living the Covid emergency?

Fortunately for me and the climate, I recently narrowed down my living situation to one country and one place: Köln, Germany. I feel lucky to have gotten out of New York City before the corona virus hit – the reports of chaos and despair from there are very discouraging and I am worried for my friends. Right now I am, like almost everyone else, staying at home with no toilet paper, chasing my partner around the apartment for exercise, having deep conversations with my potted plants and worrying about the health of people I love.

Who are Riva and Hitomi, your protagonists?

Riva is an athlete, or at least she used to be. She was a star of high-rise diving – a sport I invented for the book – but she suddenly quit without explanation. Hitomi, a young psychologist, has been hired to get Riva back on track. She surveils Riva in her apartment and analyzes her digital data to figure out what went wrong and fix it. Both are of similar age and status but behave very differently: Hitomi believes uncritically in following the rules whereas Riva seems to question the values of their society more and more. Their fates are tethered: If Hitomi doesn’t manage to get Riva back to high-rise diving, both will be expelled from the comfort and stability of their homes in the city to the peripheries – a slum outside the city where the poor and unsuccessful live.

Why did you decide to write this book?

Like my protagonist Riva, some years ago I started to question my own values. When working 12 hours a day in television, I realized that I was exploiting my own body and mind in the name of productivity. I had internalized this capitalistic ideology where a person’s value is determined by how much they work or how much money they make. When I realized how unhealthy that was, I quit my job in television and started writing this book to figure out what had happened to me – and to a lot of others around me. The novel was a great way to reflect and think through issues that were on my mind.

Do you think the world you imagined is really just a dystopia? It seems very realistic, unfortunately… How can we avoid the exasperations you have described so well, and what do you think about the power of popularity and social network?

The dystopian world in my novel is deeply rooted in the present. In the book I exaggerate elements of our world to be able to see them more clearly, to see how they could develop. We, in Italy or Germany, don’t live in a state of complete surveillance yet but the seeds are already there: We happily let private companies invade our privacy every day on our digital devices, for example. We also judge ourselves and others harshly every day on social media, comparing ourselves to impossible standards. There is a sense of exceeding competition and perfectionism to our neo-liberal system. In trying to perform like machines we might lose humanity – like Hitomi in the book.

What do you think society needs nowadays?

We are in the middle of a crisis. A lot of us are anxious and worried about the future, about our health, about our financial stability – for good reason. I think what we need now is each other, we need to remember that we are all in this together and all have some social responsibility. And maybe we need to rethink some capitalistic values that reward risky, competitive and selfish behavior. The corona crisis has shown us that the people essential to our survival are not the bankers and CEOs of giant retail companies. Why do we not reward care workers and educators accordingly? The development in autocratic regimes shows that a crisis like this can be easily exploited to tighten control and manipulate people. Let’s not be ruled by fear, let’s not be seduced by the promise of easy stability. Let’s not start tracking everyone. Let’s not spread conspiracy theories. Let’s remember our human rights. Let’s not lose hope.

Which is the next book you are going to write?

I am a fan of secrets. To keep myself interested in a project it has to stay mysterious even to me, I don’t want to know exactly what it is about or what exactly will happen to my characters. So all I can say is: I have my ears to the ground and I am listening.

Which is your favourite book? And your favourite movie, too? And why?

My favourite book and movie change almost every time I read or watch a movie. I guess I am easily seduced by art. (laughs) The other day I watched my now favourite film, the beautiful and strange Hungarian love story On body and soul. The last book I read and loved to pieces was Lauren Groff’s Florida, a highly atmospheric compendium of short stories set in the lush and hot American state of Florida.

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