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“H”

hitlerdi Gabriele Ottaviani

Il responso negativo l’aveva poi colto come un fulmine a ciel sereno. Fu una delusione devastante che gli causò grave imbarazzo e lo precipitò in un totale disorientamento. Non poteva, infatti, confidarsi con nessuno e credette di essersi giocata una volta per tutte l’occasione di conquistare una posizione in società. Al suo ritorno da Vienna, tenne naturalmente nascosto alla madre, in fin di vita, quell’insuccesso. Ma, vedendo il suo volto segnato dal dolore illuminarsi mentre le narrava dettagliatamente come tutto fosse andato bene, si sentì penetrare una lama nel cuore. E quella gioia infantile della madre ignara destò in lui un eterno odio per i professori. Lei era l’unico essere umano che lo amasse incondizionatamente, che lo capisse senza che egli dovesse spiegarsi. E nelle ultime settimane della sua vita, lui, che normalmente non muoveva un dito in casa e si lasciava sempre servire, si era accollato tutti i lavori che lei non poteva più fare: puliva accuratamente i pavimenti, sbrigava le compere, lavava i panni, preparava da mangiare e si sforzava di leggerle ogni desiderio negli occhi. Lei seguiva il suo fare con un’espressione di grata beatitudine che temporaneamente gli faceva scordare le proprie pene. Mai più egli avrebbe provato qualcosa di simile per un essere umano, e la fotografia di lei se la sarebbe portata dietro per tutta la vita. Una volta tornato nella Capitale dell’Impero, in un primo tempo lo aveva afflitto un terribile senso di solitudine che avrebbe potuto essere compreso solo da chi avesse fatto un’analoga esperienza di vicinanza spirituale. Nel corso di lunghe notti insonni intrise il cuscino di lacrime silenziose, non riusciva ad accettare che gli fosse stata presa una tale creatura piena di vita, aperta a ogni verità e bontà, in confronto alla quale tutte le persone che incontrava per strade e caffè gli apparivano misere e presuntuose marionette.

H – Come Hitler vedeva i suoi tedeschi, Johann Lerchenwald, Jouvence. Traduzione di Lodovica San Guedoro e Gerd Hertel. Presentazione di Franco Cardini. Un mostro, il male in persona. Del resto ha compiuto e fatto compiere le più atroci e agghiaccianti nefandezze che la mente umana sia in grado di concepire. Adolf Hitler è stato un criminale, senza se e senza ma. Ma l’hanno votato. Gli hanno dato il potere. Un intero popolo o quasi lo ha sostenuto. Per anni. Rifiutarlo semplicemente come un’abiezione scollata dalla realtà non rischia di fare in modo che si sottovaluti il problema, ossia che si pensi che non essendoci più lui, che in realtà era un omuncolo che non valeva nulla, ossessionato pertanto per questo da una brama spasmodica di rivalsa contro chiunque riteneva avesse ciò che sosteneva, non si sa per quale motivo, gli spettasse di diritto, non sia più necessario tenere alta la guardia contro ogni forma di razzismo e odio? È in primo luogo da questo punto che, fondandosi su un’ampia messe di documenti, prende le mosse questo testo tremendamente inquietante e necessario, che induce alla riflessione.

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Una risposta a "“H”"

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