Cinema, Intervista

Anna Marziano: “Viaggiare come respirare”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Con grande gioia Convenzionali intervista Anna Marziano, regista di Al di là dell’uno: ecco le sue parole.

Al di là dell’uno: da dove nasce questo documentario?

Il nucleo iniziale del film comincia nell’inverno del 2012, in un periodo di grande turbinìo e cambiamento, di luoghi e relazioni, nella mia vita. Allo stesso tempo, le notizie che riportavano di violenze domestiche si susseguivano ogni giorno senza tregua. Tutto attorno a me vedevo incessantemente la violenza ordinaria o extra ordinaria in atto nelle relazioni strette, nell’organizzazione delle relazioni sociali, nei nostri stessi ideali e in come questi venivano diffusi culturalmente. Riflettevo a cosa significhi amare e non amare. Anche per questo ho voluto lavorare in più paesi e ho utilizzato del materiale d’archivio (canzoni, film, libri), per creare una conversazione plurale in cui vari tentativi d’amare contribuiscono a reinventare, pur nella loro incompiutezza, le interazioni con gli altri. Nel 2013 sono partita per una residenza artistica di 4 mesi a Bangalore (India) e lì ho iniziato a registrare le prime conversazioni e a girare le prime cose in 16mm e S8. Il film si è andato poi facendo piano piano, attraverso varie residenze artistiche e nei luoghi in cui vivevo.

Che importanza ha il tema del viaggio?

Il viaggiare è molto presente nel mio vivere e nel mio filmare, volente o nolente. Il fluire delle cose è una sensazione talmente intensa: il viaggio è là, nella vita della mente e del corpo, spostandosi o meno. Basta guardare fuori da una finestra, le cose più vicine. Devo dire che il viaggio opera nella mia vita come una sorta di respirazione ma ciò nonostante non faccio apologie in sé del nomadismo nel suo senso più concreto.

La sua formazione la lega a diversi luoghi: cosa le ha dato ognuno di essi?

A Roma ho imparato molto dall’industria del cinema che ha contribuito ad accrescere la mia determinazione: rischiare di fare quel che mi interessava fare e non fare quello che non mi interessava fare. Ho imparato anche l’aspetto più artigianale/tecnico del maneggiare la pellicola, la macchina da presa e dell’osservare la luce. Questa indipendenza è restata per me essenziale. In Francia agli Ateliers Varan ho finalmente trovato profonda comprensione verso le mie intenzioni, un approccio pragmatico liberatorio, una pratica della coesione di etica ed estetica che da sempre mi premeva. Sono stati per me un vero accompagnamento alla nascita della mia pratica artistica e sono loro molto grata. Sempre in Francia ho poi ricevuto molti stimoli intellettuali e ho trovato straordinari interlocutori e anche sostegno materiale, tutte cose che mi hanno permesso di realizzare i miei lavori. Poi tutto continua in modo più sparpagliato attraverso altri circuiti (amici, conversazioni, residenze artistiche, viaggi, festival, riviste…). Nei vari posti ho avuto la fortuna di incontrare delle persone ­­- inerenti o completamente estranee ai miei studi – che mi hanno ispirata in così tanti modi… E i luoghi attraversati, affascinanti o ostili, mi hanno espansa e arricchita quanto gli atelier di formazione, senza soluzione di continuità. Ma non sarei capace di parlare di tutto questo con concisione: certo, “questo” è primario per me anche rispetto alla pratica artistica.

Perché fa cinema?

È uno strumento che ho trovato per rapportarmi a questa esistenza, al mondo, agli altri. Un modo di essere attiva, in senso harendtiano. Allora mi auguro che tutto ciò (che mi riguarda) non riguardi alla fine solo me.

Cosa caratterizza l’opera documentaria rispetto a quella di finzione? Le due dimensioni sono necessariamente inconciliabili?

Direi piuttosto che è difficile districare queste due dimensioni tanto sono imbricate.

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