Cinema

“La vedova Winchester”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

La vedova Winchester. In sala dal ventidue di febbraio. Helen Mirren è la magnetica, elegantissima, carismatica, formidabile protagonista di un ottimo thriller molto soprannaturale e raffinatamente horror, ben fatto sotto ogni aspetto e interessante soprattutto per il potente messaggio allegorico tutto incentrato, oltre che su fatti realmente accaduti, sull’espiazione, il senso di colpa, il potere della mente e non solo, diretto con mano assai sicura dai fratelli Spierig e che vede nei ruoli principali anche Jason Clarke, Sarah Snook e Angus Sampson, in cui il premio Oscar interpreta, nell’aprile del millenovecentosei, la ricchissima – ma ha tratto la sua fortuna da strumenti di morte – vedova dell’industriale delle armi Winchester, che ha reso la sua dimora californiana di sette piani, ampliata per quasi otto lustri fino alla sua morte, nel millenovecentoventidue, una sorta di labirinto di Cnosso. Però non è Dedalo a progettarla, bensì gli spiriti. E… Da non perdere.

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Cinema

“Cinquanta sfumature di rosso”

di Gabriele Ottaviani

Alizarina, amaranto, bordeaux, borgogna, carminio, castagno, ciliegia, corallo, cremisi, fucsia, bordesto lillato, granata, incarnato prugna, lacca di garanza, magenta, malva, melograno, porpora, rosa, rosa shocking, cardinale, corsa, cadmio, di Persia, Falun, mattone, pompeiano, Valentino, veneziano, ruggine, sangria, scarlatto, terra cotta, vermiglione, vinaccia, pomodoro, semaforo e chi più ne ha più ne metta: eccole, le gradazioni di tono del colore della passione. Cinquanta sfumature di rosso, in sala da domani, è il terzo capitolo, dopo il grigio e il nero, della trilogia nata dai fortunatissimi volumi più o meno softcore scritti da E. L. James, il secondo diretto da James Foley  – e sceneggiato, se così si può dire, visto che la scrittura è imbarazzante, e non è nemmeno la cosa peggiore…, dal marito dell’autrice, Niall Leonard – dopo che Sam Taylor-Johnson se n’è andata più o meno sbattendo la porta una volta completato il primo episodio scritto da Kelly Marcel. Con Dakota Johnson, Jamie Dornan, Arielle Kebbel, Kim Basinger (solo evocata…), Tyler Hoechlin, Luke Grimes (in confronto il suo ruolo nell’ottimo Brothers & sisters era taumaturgico), Eric Johnson, Marcia Gay Harden (bella carriera…), Brant Daugherty, Rita Ora, Max Martini, Eloise Mumford, Callum Keith Rennie, Dylan Neal, Robinne Lee, Michelle Harrison, Bruce Altman, Fay Masterson, Andrew Airlie, Amy Prince-Francis, Victor Rasuk e molti altri: come sempre, ha delle canoniche ma ottime musiche, e qui il bel Dornan canta persino, ma vorrebbe essere romantico e non lo è, drammatico e non lo è, thriller e non lo è, erotico e non lo è nemmeno per sbaglio, anzi, probabilmente finanche i quaccheri sono più farfalloni. E non è che le prove attoriali siano da Oscar, anzi. Anastasia e Christian ora, fissati alcuni limiti alla perversione (risibile, roba da educande nel duemiladiciotto…) di lui, sembrano andare d’amore e d’accordo. Ma, si sa, l’armonia e i miliardi di miliardi generano invidia… Aberrante sotto ogni aspetto, onestamente, e, lo si dice con rammarico, e non volendo mancare di rispetto al lavoro, che è sempre sacro per definizione, di ognuno, indifendibile. Però dal punto di vista dell’involontariamente comico, da vedersi rigorosamente in gruppo al fine di sbeffeggiarlo, è un capolavoro da applausi a scena spalancata.

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“A casa tutti bene”

71201_ppldi Gabriele Ottaviani

Elettra ha quarantacinque anni, è libera e sincera, seria e misurata, è l’ex moglie di Carlo e la mamma di Luna, che ha un amico speciale in Edoardo. Alba è la mamma di Carlo, Paolo e Sara, è la moglie di Pietro (la cui sorella è Maria, deliziosa e un po’ macchiettistica vedova di Marcello – da cui ha avuto Sandro, tenerissimo, che sta con Beatrice, e Riccardo, semplicemente imbarazzante, che sta con Luana, diversamente raffinata -, fratello di Umberto, padre di Isabella, madre di fatto single di Cristina), ha settantun anni, è amorevole, generosa, straordinaria, incantevole sopra ogni cosa, è, e non a caso l’interprete è la stessa, magnifica, una sorta di Beatrice di scoliana memoria (La famiglia, film citato a più riprese, nel tono di talune battute e in alcune sequenze). Sara è la sorella di Paolo e Carlo, è la moglie del bel Diego da cui ha avuto Vittorio, ha quarantatré anni, è premurosa e sognatrice, ossessionata dalla perfezione, dimentica della felicità e incapace di vedere ciò che le balena dinnanzi agli occhi incontrovertibilmente. Paolo ha quarantadue anni, è bellissimo, creativo e inquieto, fa lo scrittore un po’ dannato e parla per frasi fatte. Carlo, affascinante e troppo buono e calmo, ha cinquant’anni e sta con Ginevra, un’insopportabile e immotivatamente stupida insicura, che gli ha dato Anna. A casa si nasce, si vive, si muore, si tira a campare, si cresce, si canta, si mangia, si beve, ci si arrangia, ci si incontra, ci si scontra, ci si urla addosso, da casa si parte, si esce, a casa si va, si viene, si arriva, si resta, si torna. A casa ci si ama, ci si detesta, ci si invidia, ci si mente, ci si tradisce, ci si parla sopra, ci si perdona, ci si maltratta, ci si tiene i segreti e ci si sbatte in faccia la verità col preciso scopo di colpire laddove fa più male. A casa ci si ritrova. A casa non si dice tutto. Anzi. A casa si sta bene. A casa tutti bene. Del resto è così che si risponde alle persone a cui non si vuole dare preoccupazioni. O più spesso motivo per spettegolare. Sono riuniti in un’isola, Ischia, bella, bellissima, per una festa, le emozionanti nozze d’oro della coppia adorabile da cui tutto ha avuto origine, ma poi il maltempo – ahimè, succede… – non consente loro di ripartire immediatamente come avrebbero voluto. E forse dovuto. E si sa che in uno spazio angusto che non dà via d’uscita la tensione non può che salire fino alla detonazione. È il nuovo film di Gabriele Muccino, che ricorda molto, forse anche eccessivamente, il mood di pellicole come L’ultimo bacio, Baciami ancora e Ricordati di me: eccessivo in tutto, non spiacevole ma inferiore alle attese, classico, corale, interpretato bene da alcuni, male da altri, nel complesso, specie per quel che concerne scenografia e costumi, abbastanza ben confezionato, parzialmente riuscito (è vero che le parole, specie d’amore, suonano risibili e retoriche a chi le ode non essendo parte del nucleo che di quel sentimento vive e al cui interno ce le si rivolge, ma se alcuni dialoghi sono ben fatti altri sono sfortunatamente inascoltabili), urlato come ci si aspetta, a tratti, naturalmente, troppo, fin quasi alla caricatura, così come in certi momenti pare pervaso da una fastidiosa e sottile vena di misoginia, credibile, specie nella rappresentazione delle dinamiche interpersonali, ma iperbolico, specie laddove invece la sottrazione, che però non è cifra mucciniana, nel bene e nel male, avrebbe probabilmente aiutato. Con le inconfondibili e assai canoniche musiche di Nicola Piovani, la fotografia evocativa di Shane Hurlbut e un cast composto da Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore (che collabora alla sceneggiatura altrimenti al cento per cento maschile, e si vede, di Muccino e Costella), Gianfelice Imparato, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Sandra Milo,  Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino e Gianmarco Tognazzi. In sala, e non poteva essere altrimenti, dal quattordici di febbraio.

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Cinema

“Roma Golpe Capitale”

artwork-roma-golpe-capitaledi Gabriele Ottaviani

Francesco Cordio (L’altra faccia della medaglia, Lo Stato della follia, Tutti giù per aria) dirige Roma Golpe Capitale, al di là della connotazione politica un interessante documentario, fatto con cura e con la collaborazione di molti artisti e le testimonianze di Angeli, Caselli, Tricarico, Caudo, Danese, Granieri, Luna, Tonelli e Yawn, che racconta quello che sembra essere un vicolo cieco, l’ineluttabilità della corruzione nelle alte sfere del potere italiano, nella fattispecie il governo di Roma – vacca da mungere per molti, per non dire quasi tutti – all’epoca, tra il duemilatredici e il duemilaquindici, del sindaco, non impeccabile nella gestione della città, Ignazio Marino, il chirurgo che cinque anni fa sconfisse al ballottaggio Gianni Alemanno (alla guida della capitale con una coalizione di centrodestra), riportò il centrosinistra alla vittoria (dopo i due mandati di Rutelli e gli altrettanti di Veltroni), e fu fatto fuori, verrebbe da pensare, perché personaggio scomodo, a partire da una questione, dagli accenti risibili, di scontrini e Panda rosse in divieto di sosta. Ma in realtà non viene presentata solo la pars destruens, bensì appare evidente anche la rivendicazione della necessità di non arrendersi alla pessima china presa dalle cose, e quella dell’impegno costante, quello di molti che pagano un prezzo caro per la lotta alla bruttezza e alla criminalità. Da vedere. In sala.

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Cinema

“Chiamami col tuo nome”

photodi Gabriele Ottaviani

Che ci sia Ivory dietro si vede lontano un miglio, proprio a livello di découpage. E infatti rispetto agli altri film del pur talentuosissimo regista italiano, che ha senza dubbio una sua cifra assolutamente personale, quest’opera, davvero molto buona da tutti i punti di vista, per la capacità di raccontare con classe, credibilità, sopraffina eleganza e struggente carnalità l’innamoramento, la passione, l’erotismo, il crogiuolo di sensazioni e sentimenti il cui ribollire è sintomo della nascita e dell’emersione inarrestabile di qualcosa che si fa fatica ad ammettere anche con sé medesimi, ma cui è inevitabile, ineluttabile, del tutto fluido e naturale concedersi, segna un salto di qualità impressionante e un deciso cambio di rotta, pur nel contesto della cosiddetta trilogia del desiderio. La sceneggiatura, la scenografia, la fotografia, i suoni, le musiche, i costumi, i colori, la ricostruzione del tempo e del suo specifico mood, la colonna sonora, la fedeltà al taglio parziale che comunque si sceglie di dare del romanzo omonimo ed eccellente (talmente bello che forse si poteva rendere persino ancora meglio), il cui autore, André Aciman, il Proust del nostro tempo, si incontra anche sullo schermo, in un piccolo e riuscito cameo, la resa dell’importanza degli oggetti, dei profumi, degli umori, della tangibilità di un amore che strazia e insieme vivifica, la recitazione: tutto appare realmente di livello altissimo. È l’estate del millenovecentoottantatré, quella del governo Craxi: presso l’augusta magione, da qualche parte nel nord Italia, di una famiglia discretamente ebraica e dalle variegate origini, che lì, a due passi da Crema e Sirmione, è solita passare le vacanze, arriva come da tradizione un giovane studioso per un soggiorno estivo di ricerca e studio della durata di sei settimane. Si chiama Oliver. Ha ventiquattro anni. È bellissimo. Appare sicuro di sé. Anche troppo. E l’incontro con Elio, diciassette anni e tanta smania di vivere, non può che essere fatale. Guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, Chiamami col tuo nome, che è viatico e comunione: in sala da oggi, di Luca Guadagnino, premiato e in procinto di esserlo un po’ dappertutto, candidato a soli quattro Oscar (avrebbe meritato assai di più), con un cast sensazionale in cui spiccano Armie Hammer, molto più che il semplice oggetto d’una bollente e irresistibile bramosia, e Timothée Chalamet. In una parola, imperdibile.

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Cinema

“L’uomo sul treno”

liamdi Gabriele Ottaviani

Michael ha sessant’anni. Una moglie che fa l’agente immobiliare. Un figlio che vuole mandare al college. È stato nelle forze dell’ordine. Da dieci anni è un assicuratore. Un giorno all’improvviso viene licenziato. Torna a casa sul solito treno, dove conosce, almeno di vista, quasi tutti, per lo più pendolari (in inglese commuters) come lui. Non ha ancora detto nulla in famiglia. Una donna lo avvicina. È giovane. È bella. Dice di essere una psicologa. Gli propone una ricompensa di centomila dollari. Ma deve fare una cosa. E quando lui, comprensibilmente, tituba arrivano le minacce… Con Liam Neeson (Excalibur, Il Bounty, Delta Force, Duet for One, Mariti e mogli, Schindler’s List, Prima e dopo, I miserabili, Love actually, Chloe, Silence, Sette minuti dopo la mezzanotte), Vera Farmiga (Dust, Running, Joshua, Il bambino con il pigiama a righe, Orphan, The conjuring, The judge), Patrick Wilson (Il fantasma dell’opera, Correndo con le forbici in mano, Prometheus, Angels in America), Sam Neill (Caccia a Ottobre Rosso, Jurassic Park, Il seme della follia, L’uomo che sussurrava ai cavalli, Angel, Non buttiamoci giù, Thor: Ragnarok), Elizabeth McGovern (Gente comune, Ragtime, Il racconto dell’ancella), Jonathan Banks (Frances, Flipper, Io sono tu, Mudbound) e Florence Pugh (Lady Macbeth), L’uomo sul treno (The commuter) è l’ultimo film di Jaume Collet – Serra (La maschera di cera, Paradise beach): da oggi in sala, non è affatto privo di difetti da nessun punto di vista, ma nel complesso dona allo spettatore circa un’ora e tre quarti di pura evasione senza pretese.

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Cinema, Intervista

Paolo Civati: la realtà è un concetto finito

castro-paolo-civati-3983-600x337.jpgdi Gabriele Ottaviani

Paolo Civati è il regista di Castro: si racconta a Convenzionali.

Com’è nato Castro?

CASTRO ha avuto una genesi complessa e articolata. Era partito come film di finzione “Questi son signori”; grazie a Tangram Film, e allo sforzo di tutta la squadra, abbiamo girato un teaser di sei minuti in cui si innescava la storia di una famiglia borghese decaduta, interpretata da Lydia Biondi, Paola Michelini e Vinicio Marchioni, che veniva accolta nell’occupazione. Il teaser era interessante ma riduttivo rispetto al dato reale  delle persone che vivevano in quel posto così, insieme alla sceneggiatrice Giulia Moriggi, abbiamo scritto  il trattamento per un film doc  e abbiamo partecipato al Solinas, arrivando in finale. La Vita nel frattempo correva veloce, il Castro rischiava di essere sgomberato e assieme alla direttrice della fotografia Valentina Summa e al fonico di presa diretta Ludovic Van Pachterbeke abbiamo iniziato a girare, e abbiamo continuato a farlo per un anno e mezzo. In totale il processo creativo  ha preso quattro anni di lavoro. Con Giulia Moriggi abbiamo sempre “raddrizzato il tiro” del percorso che stavamo tracciando, dopo ogni sessione di girato, e con Valentina Summa e  Ludovic Van Pachterbeke abbiamo visto e rivisto il girato, parlato, costruito percorsi umani con gli abitanti del Castro. L’idea era quella di usare il Cinema per raccontare quella realtà, amplificandola e non, unicamente, documentandola. Per questo ci sono voluti tempo, osservazione, ascolto, dedizione, sconforto, depressione, coraggio, ironia, unione, testardaggine, paura, risate nere, tantissime risate nere…

Dove si annida la violenza?

Tutto quello che è umano ci appartiene. Se leggo Omero o Euripide, Dante, Shakespeare o Brecht (etc..) devo ammettere a me stesso che il genere umano è violento.  Basta un essere umano  per determinare un precedente negativo sul passaporto dell’umanità, le cause sono miliardi, siamo tutti potenzialmente violenti, ma la possibilità di scegliere fa la differenza, la cultura alle volte aiuta, e anche dei bravi genitori!

Chi sono gli ultimi?

Tutte le persone che non incidono con la loro presenza, che non hanno abbastanza voce o corpo o occhi per essere ascoltate. Nella nostra società spesso dipende dalla quantità di denaro che hai accumulato, ma un essere umano non è il denaro che possiede, sbaglio?

Come viene filtrata la realtà dall’obiettivo? Il documentario è anche un’opera di finzione?

Il punto di vista è quello che fa la differenza in ogni operazione artistica, la sensibilità di chi osserva è scegliere cosa mettere sotto la lente di ingrandimento. La realtà è un concetto finito, chiuso, troppo soggettivo per avere senso nell’ambito artistico, almeno dal mio punto di vista. La sintesi che arriva allo spettatore, se crea un rapporto di empatia, è quella cosa impalpabile che si verifica nell’istante, una magia segreta e intima che appare nel buio della sala. Ogni macchina da presa crea un filtro, nel nostro caso volevamo fare un film, la coincidenza dei protagonisti con la storia e il luogo, il Castro, hanno fatto si che l’operazione venisse ascritta al genere documentario. Ma non sono interessato a definire il mio lavoro attraverso un genere…

Come si ottiene la fiducia delle persone per fare in modo che queste si esprimano in modo libero e naturale di fronte alla macchina da presa?

In assoluto non esiste un modo, meno male, per ottenere la fiducia. Accade. La delicatezza e l’ascolto aiutano a far durare il rapporto ma le premesse appartengo all’empatia che si crea e alla volontà di trattare ogni persona in maniera civile e responsabile; se le persone capiscono che ti prendi la responsabilità delle loro fragilità si sentono a proprio agio e accettano il gioco del cinema.

Qual è l’aspetto più importante di cui tenere conto in una narrazione?

Il conflitto, sia esso intimo o esposto, e le contraddizioni che genera.

Chi sono i suoi modelli di riferimento?

Kubrick, Dardenne, Fellini, De Sica/Zavattini, Godard, Van Sant, Truffaut, Tarkovskij, Scorsese, Hitchcock, Antonioni, Garrone, Allen, Risi, Bergman, Giovannesi,  Kechiche, Visconti,  Tarantino, Lynch, Tornatore, Bresson,  Minervini, Almodovar, Rossellini, Seidl, Virzì, Kaurismaki, Eisenstein, Bertolucci, Spielberg, Rosi, Kieslowski, Monicelli, Pietrangeli, Solondz, Bolognini, Miyazaki, De Seta, Leigh, Salvatores, Comencini, Coen, Leone, Inarritu, Von Trier…e tantissimi altri… Mi piace il Cinema. Tanto!

Qual è il messaggio del suo film?

Siamo tutti diversi, quanti sono gli esseri umani, ma desideriamo le stesse cose…

Che cosa rappresenta la casa nella nostra cultura?

La base per sentirsi abbastanza forti per fare tutto.

Qual è il vero significato della parola integrazione?

Accettazione, solidarietà, unione.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto lavorando sul mio nuovo film Swisside, sempre con la stessa squadra, e sto per iniziare le prove di uno spettacolo teatrale, The memory of water, scritto da Shelagh Stephenson, con Giulia Michelini, Paola Michelini, e Elisa Di Eusanio (il resto del cast è in via di definizione).

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