Cinema, Intervista

Alessandro Zoppo e la commedia della convivenza

alessandro-zoppo.jpgdi Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha la grande gioia di intervistare Alessandro Zoppo, uno dei direttori artistici del Karawan Fest 2018, che si tiene a Roma, dal 20 al 24 giugno 2018, giunto alla settima edizione. Il festival porta il grande cinema nei cortili dei quartieri Tor Pignattara e Pigneto, proponendo visioni non convenzionali per trattare i temi della convivenza e dell’incontro tra culture in tono non drammatico. Proiezioni di lungometraggi, tra cui due anteprime, laboratori, incontri, una mostra fotografica, reading di poesia, un tour per il quartiere, musica e ogni sera dalle ore 20.00 il Karawan Bistrot, aperitivo e dj set, in una delle aree più multietniche della Capitale, per il secondo anno consecutivo sostenuto dal Mibact con il bando MigrArti. Programma completo e mappa delle location al link ufficiale: www.karawanfest.it

Qual è l’obiettivo di questo festival? 

L’obiettivo di Karawan è raccontare con la chiave della commedia le tematiche della convivenza, dell’identità, dell’incontro tra culture diverse. Le differenze sono una ricchezza e più ci integriamo con altre culture, più le comprendiamo. Karawan non a caso nasce e vive nel territorio di Tor Pignattara, laboratorio della società italiana di domani, con numerose comunità straniere residenti che ne fanno una sorta di piccola “Babele” a un passo dal centro storico di Roma. L’evento è inoltre site specific: ci spostiamo ogni sera in un cortile diverso, trovando ospitalità in condomini privati così come in spazi pubblici e mettendo in relazione le energie più positive nel territorio. Karawan è movimento, convivialità, sorriso, la periferia come giardino e non come deserto.

Cosa rappresentano i concetti di centro e periferia e qual è la dialettica che intercorre fra di loro?

Fin dagli esordi, uno dei nostri obiettivi è proprio quello di stimolare una riflessione sui concetti di centro e periferia. Per noi la periferia è entrata e non uscita. Non vogliamo vederla come sobborgo del centro, ma come punto di preparazione allo stesso. Vogliamo contribuire a costruire, attraverso il cinema, una discussione divertente, avvincente, mai scontata, su concetti come margine, spazio pubblico e partecipazione attiva. Tanto da sentirci noi “nativi” degli stranieri e da far diventare i cosiddetti “stranieri” ambasciatori della cultura del luogo dove vivono, lavorano e crescono i propri figli. Anche questo è un ribaltamento di prospettiva tra centro e periferia.

Cosa significa ‘essere migrante’? 

In ore di inquietanti censimenti e tolleranza zero, ti rispondo con le parole di Fabrizio De Andrè: «I dizionari di psicologia definiscono il continuo spostarsi senza altra meta che non sia lo stesso movimento “dromomania”, attribuendole il significato di fuga dall’angoscia. Posso accettare la definizione, se per ‘angoscia’ si intende il timore della morte, ma ben vengano popoli che la esorcizzano con il viaggio eterno intorno al mondo. Senza armi. Certo, è vero, gli zingari rubano. Neanche loro possono sottrarsi a quell’impulso di saccheggio che è nel DNA della razza umana. Però non mi è mai capitato di leggere o sentire di uno zingaro che abbia rubato tramite banca».

Quali spunti di riflessione sperate che il pubblico ricavi dalla visione dei film del festival? 

Considerare la città e le periferie come un habitat aperto e inclusivo; aprirsi all’altro senza timore; ridere, perché sul dramma bisogna anche saperlo fare.

 

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“Tully”

dimsdi Gabriele Ottaviani

Marlo è nata il sette di giugno del millenovecentosettantasette, è bellissima, forte e responsabile ma si sente esausta, pessima, noiosa, banale, inadeguata, appesantita e sfiorita, ha una casa con giardino un po’ fuori New York, un impiego nelle risorse umane di un’azienda che produce barrette proteiche, un marito, Drew, che l’ama riamato, lavora tanto e per ingenua e non malevola immatura noncuranza non l’aiuta né se ne (pre)occupa granché, dando per scontati lei e il fatto che lei pensi a tutto – benché sia quel che si dice “l’uomo giusto”, la persona solida, “la panchina, dopo una giovinezza passata a provare tutti i cavalli della giostra” -, una laurea in lettere con cui non ha fatto molto – anche se non si può dire che abbia rimpianti o sogni non realizzati, che almeno le consentirebbero di sfogarsi prendendosela col mondo -, una figlioletta, Sarah, un maschietto, Jonah – che nonostante siano stati da diversi dottori continua ad avere problemi comportamentali: tutti lo definiscono, cosa che fa giustamente infuriare Marlo, strano, atipico, particolare, con quel finto sorriso di circostanza che si riserva a chi si sostiene di trovare delizioso ma che non si vuole nel proprio circondario, che sia il giardino o la prestigiosa scuola elementare abbondantemente finanziata dal fratello di Marlo, che ha condiviso con lei un’infanzia aspra e dura con tre matrigne ma ora ha la casa perfetta, la moglie perfetta, la bambinaia perfetta e un sacco di soldi e di sfizi –, e una bimba in arrivo, che si chiamerà Mia come la nonna scomparsa. Ha bisogno di aiuto: e con l’arrivo della tata notturna, Tully, tutto sembra risolversi. Però… Charlize Theron, nel classico ruolo che più o meno ogni diva superati i quarant’anni a quanto pare desidera interpretare, e di solito ci riesce producendo, come in questo caso, in prima persona la pellicola, ossia quello della mamma amorevole ma affaticata e niente affatto glam (è persino ingrassata di ventidue chili), protagonista di un film, in sala dal ventotto di giugno, dal mood indie low budget che amalgamando dramma e buoni sentimenti e qualche colpetto di scena vuole tratteggiare una quotidianità riconoscibile ed empatica, è brava e soprattutto credibile, e l’opera di Jason Reitman si lascia guardare, ma non si può certo purtroppo definire originale o perfetta: il problema principale è che è altalenante (la scrittura ha evidentemente delle falle), passa da frangenti assai riusciti e furberie degne di Scapino, soprattutto per quel che concerne l’accattivante colonna sonora (Call me maybe, Girls just want to have fun…), a cadute di stile piuttosto marchiane. Peccato.

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“Thelma”

thelma_jpg_363x200_crop_q85.jpgdi Gabriele Ottaviani

È bellissima, ha appena iniziato l’università, studia biologia a Oslo, è figlia di un medico e di una donna costretta sulla sedia a rotelle che sono assai presenti per non dire soffocanti, nonostante la geografica distanza, è stata educata come una cristiana molto – per non dire troppo, quasi in modo anacronistico e oscurantista, al di là della facciata di liberalità – osservante, si sente sola e quando incontra Anja, altrettanto giovane e bella, pensa che quell’amicizia sia qualcosa di più, il che le crea un notevole turbamento. Inoltre comincia ad accusare degli strani malesseri, e pian piano prende consapevolezza del fatto che ha – o pare avere – dei poteri sovrannaturali, che succede – o pare che succeda – che i suoi desideri più intimi, repressi e feroci si concretizzino ed esplodano. Del resto non si dice che quando proprio Dio vuole punirci fa in modo che i nostri aneliti si avverino? Ma la questione non è nemmeno così semplice: infatti… Thelma, coproduzione franco-scandinava (e si vede il tocco d’oltralpe) dell’assai affascinante e altrettanto talentuoso Joachim Trier passata da Toronto e Londra, in sala dal ventuno di giugno per Teodora, ha delle lungaggini e delle imperfezioni, ma è ben scritto, ben diretto, ben recitato, cupo, intrigante, angosciante, un po’ ripetitivo nelle modalità espressive ma ricchissimo di atmosfere di estrema suggestione, intenso, profondo, seducente. Da vedere.

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“Equilibrium”

35267642_2057017334562901_2652117574858309632_ndi Gabriele Ottaviani

Giovanni Allevi: Equilibrium – The film concert. In sala dal diciotto al venti di giugno. Un evento da non perdere per tutti gli appassionati di cinema e di musica. Anzi, di arte in genere. Perché racconta in maniera asciutta, semplice, chiara ed efficace una genesi, la storia di una nascita, di una creazione, quella, attraverso riflessioni venate di una profonda filosofia, pensieri e, naturalmente, la sublime lirica del linguaggio universale delle sette note, dell’ultima opera sinfonica di uno dei compositori italiani più amati al mondo. Da vedere.

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“La stanza delle meraviglie”

julianne-moore-wonderstruck.jpgdi Giulia Cantarini

Tratto dal romanzo/graphic novel di Brian Selznick (già autore dell’Hugo Cabret trasposto sul grande schermo da Scorsese), La stanza delle meraviglie di Todd Haynes, in sala da domani, intreccia le storie parallele di due bambini:  Rose (Millicent Simmonds) è una ragazzina sorda che colleziona ritagli di giornale e articoli sulla celebre attrice del muto Lillian Mayhew (Julianne Moore) nel 1927, anno in cui i film sonori cominciano a profilarsi all’orizzonte del cinema, e desidera fuggire dalla prigione dorata in cui è rinchiusa dal padre e dalla disabilità; cinquant’anni dopo Ben (Oakes Fegley), un ragazzino del Minnesota che ha perso l’udito in seguito a un incidente, rimasto orfano di madre (Michelle Williams), cerca di trovare informazioni sul padre che non ha mai conosciuto.

Se nel volume di Selznick il romanzo puro (storia di Ben) si alternava alla pura narrazione per immagini (storia di Rose), il film di Haynes gioca sulla contrapposizione tra lo stile e le tecniche del cinema muto e in bianco e nero, e il dinamismo saturato di colore degli anni ’70, come nella splendida sequenza in cui Ben esce dalla stazione per vedere per la prima volta New York. I parallelismi tra le storie dei due bambini – entrambi non udenti, a entrambi manca la madre, entrambi alla ricerca di qualcosa che hanno perduto nella città di New York – si ricongiungono nel Museo di Storia naturale, per dare soluzione ai misteri delle loro identità.

Se la trama del film può apparire a tratti artificiosa e meno coinvolgente di quanto sperato, il regista (indiscusso maestro nel ricreare ambienti d’epoca) e la sua eccellente troupe (il direttore della fotografia Edward Lachman, la costumista Sandy Powell, lo scenografo Mark Friedberg e il compositore Carter Burwell) riescono a catturare le atmosfere della New York degli anni ’20 e ’70, nelle epoche forse di maggiore splendore e di maggiore degrado della città, celebrata come fondamentale coprotagonista del film anche grazie alla presenza  dell’impressionante “Panorama” della città costruito nel Museo di Queens in occasione della Fiera Mondiale del 1964. È questa l’immagine che, forse più di tutte, dà fascino a una storia di viaggi fisici quanto temporali, di ricerca e di crescita.

 

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Nasce il Premio Paolo Villaggio

Logo LFF - CopiaPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Giunti ormai alla quinta edizione del Lamezia Film Fest – che si terrà a Lamezia Terme dal 13 al 17 novembre e che rientra nel progetto Vacantiandu, finanziato dalla Regione Calabria per il triennio 2017-2019 nell’ambito degli interventi tesi a valorizzare i luoghi di interesse storico e archeologico e promosso dall’Associazione teatrale I Vacantusi –, quest’anno la manifestazione diretta da GianLorenzo Franzi impreziosisce il suo programma istituendo il prestigioso Premio Paolo Villaggio.

Ideato dallo stesso direttore artistico, in collaborazione con la famiglia del grande attore, il Premio vuole essere non solo un omaggio a uno dei più grandi interpreti della storia del nostro cinema ma anche a uno dei generi che in Italia ha avuto maggior fortuna, la commedia appunto. Più nello specifico, il premio è dedicato a quella commedia che ha saputo fare sua la lezione della Commedia all’italiana – così come è stata negli anni codificata dalla Trinità Risi-Scola-Monicelli – sapendo, però, aggiornarsi ai nostri tempi e trasfigurando, quindi, la realtà politico-culturale in una comicità grottesca e surreale, seguendo appunto i canoni dettati da Fantozzi.

Era doveroso ricordare Paolo Villaggio, il suo mondo, la sua caratura d’interprete, la sua poetica e tutto quello che ha significato e significa tutt’oggi per il cinema e non solo” – spiega il direttore Franzì. Per questo, il premio vuole mettere in evidenza quei film che nascono e crescono declinandosi attraverso una critica sociale, culturale e politica trasfigurata nella comicità surreale, forse più adatta a descrivere il nostro confuso presente. Villaggio, infatti, è stato uno degli interpreti che più di tutti ha saputo interpretare la dimensione sociale, edificando un personaggio che è stato in grado di creare un vero e proprio universo narrativo e poetico, capace di andare oltre i limite del genere comico ed entrando a far parte anche del lessico comune– il termine “fantozziano” nella Treccani è indicato per la definizione “di persona impacciata e servile con i superiori; anche di accadimento penoso e ridicolo”.

A ricevere il premio saranno quindi un autore e/o attore, che meglio avrà saputo incarnare lo spirito “fantozziano” nella sua produzione artistica, e un film (scelto fra tre nominati) con le stesse caratteristiche. Il nome del vincitore e le nominations saranno annunciati durante la 75a Mostra del Cinema di Venezia.

L’istituzione di questo premio è una scelta che ben conferma la linea artistica che il festival ha dimostrato negli anni precedenti: l’attenzione al cinema di oggi, ma con un occhio sempre vigile verso le grandi lezioni del passato. Una tendenza che meglio si esplicita nell’innovativa sezione COLPO D’OCCHIO, il concorso di cortometraggi internazionale a cui sarà possibile iscriversi a partire dal 15 giugno.

Tra le novità di quest’anno, anche la partnership con Le Strade Del Paesaggio, il celebre Festival del fumetto di Cosenza, che si concretizzerà in diverse iniziative che verranno presto comunicate.

 

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“Rabbia furiosa – Er canaro”

canaro-700x430di Gabriele Ottaviani

La storia del canaro della Magliana, quartiere periferico della Capitale già noto per essere il domicilio d’elezione di una compagine non certo di filosofi ilozoisti, è una delle più note e cruente degli ultimi decenni e ha vagamente ispirato il mirabile apologo di Matteo Garrone sulla fragilità umana (temete l’ira dei buoni…) Dogman, che ha visto con pieno merito trionfare il suo protagonista come miglior attore nientedimeno che a Cannes: in sala da oggi c’è però anche una piccola produzione indipendente che certo riproduce con estrema e asciutta crudezza la violenza di quel tipo di mondo, un universo ai margini fatto di legami ambigui, morbosi, malati, di illegalità, di onore, o per meglio dire di una visione distorta di esso, di interessi, di totale assenza di scrupoli e di vendetta. Si tratta di Rabbia furiosa – Er canaro, pellicola prodotta da Apocalypsis che la distribuisce con Paradise Pictures, il terzo lungometraggio del maestro degli effetti speciali Sergio Stivaletti, che vira dall’horror verso il thriller a tinte fosche, con Riccardo De Filippis, Virgilio Olivari, Romina Mondello (To the wonder), Gianni Franco, Giovanni Lombardo Radice, Romuald Klos e Rosario Petix. Fabio è stato in galera al posto di Claudio, che però continua a vessarlo in ogni modo e maniera, e…

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