Cinema

“Demon Slayer”

di Gabriele Ottaviani

Demon Slayer – The movie: Il treno Mugen. Al cinema per Nexo dal diciassette al diciannove di gennaio, l’anime di maggior successo di sempre, tratto dal manga più venduto degli ultimi cinque anni, è la travolgente, simbolica, onirica, brillante, trascinante, potente, evocativa storia, ricca di livelli di lettura e di chiavi di interpretazione, di Tanjiro e dei suoi compagni che, completata la riabilitazione presso la Villa delle Farfalle, ricevono dal corvo del legame, che altro non è che una sorta in pratica di ricetrasmittente attraverso la quale sono edotti degli incarichi che debbono portare a termine, la loro prossima missione, ovverosia raggiungere il treno Mugen, dove decine di persone sembrano essere scomparse in un brevissimo lasso di tempo. Tanjiro e Nezuko, insieme a Zenitsu e Inosuke, si uniscono a uno dei più potenti spadaccini della squadra ammazzademoni, il Pilastro delle Fiamme Rengoku Kyojuro, per affrontare l’oscura e inquietante presenza a bordo del convoglio… Maestoso.

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“Sissy”

di Gabriele Ottaviani

Sissy è il nuovo film breve di Eitan Pitigliani con Vincenzo Vivenzio, Fortunato Cerlino, Mirella D’Angelo e la bravissima Dea Lanzaro, di soli sette anni, in concorso alla ventiseiesima edizione del Capri Hollywood International Film Festival: prodotto da Martina Borzillo, con il montaggio di Marco Spoletini, le coreografie di Anna Cuocolo, i costumi di Eva Coen, il trucco del due volte candidato agli Oscar Vittorio Sodano, il suono di Andrea Moser, la scenografia di Federico Costantini e Francesca Bottaro, la cinematografia di Antonio De Rosa e le musiche di Avi Belleli, racconta con indicibile grazia e straordinaria tenerezza un amore eterno, quello tra un figlio e una mamma, che sono sempre l’uno accanto all’altro, dovunque il tempo e la vita li conducano. Incantevole.

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“What do we see when we look at the sky?”

di Gabriele Ottaviani

What do we see when we look at the sky?. Passato dalla settantunesima edizione della Berlinale, per la regia di Alexandre Koberidze, con Ani Karseladze, Giorgi Bochorishvili, Oliko Barbakadze, Giorgi Ambroladze, Vakhtang Panchulidze, Sofio Tchanishvili, Irina Chelidze, David Koberidze e, tra gli altri, Sofio Sharashidze, il film, coproduzione tra Germania e Georgia, racconta, con delicati accenti lirici, la favola della storia d’amore tra Lisa e Giorgi, amanti predestinati da un fatidico incontro casuale, ma separati da un altrettanto fatidico sortilegio, invitando lo spettatore a lasciarsi andare alla magia del cinema. Un incanto.

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“House of Gucci”

di Erminio Fischetti

House of Gucci è già candidato con merito a diversi premi, e il film, perfetto esempio di ironico camp, più simile in questo a Dallas, Dynasty o Falcon Crest che non a un prodotto per il grande schermo tout court – si rivela come da pronostico abile nello sfoderare la grande capacità di raccontare attraverso un’accurata confezione – la ricostruzione scenica e scenografica è impeccabile, anche se non perfettamente aderente al vero – e un’ampia gamma di suggestioni figure come quelle di Maurizio Gucci e soprattutto di Patrizia Reggiani, sullo sfondo della Milano da bere e di Tangentopoli, pacchiana, volgare, arricchita, ostentatrice, sopra le righe, eccessiva, in tutto e per tutto. La vicenda è nota: uno dei membri di maggior spicco di una delle più importanti famiglie imprenditoriali che dà il cognome a una prestigiosa maison, emblema di lusso, classe, moda, alta società e made in Italy, viene ammazzato la mattina del 27 marzo 1995, verso le otto e trenta, un anno dopo il divorzio dalla moglie, Patrizia Reggiani, che da quel momento non aveva più il permesso di usare il cognome del marito (ciononostante contravvenne all’ordine, sentendosi “la più Gucci di tutti”: e questo aspetto è ben tratteggiato nella pellicola, che mostra come chi non abbia avuto privilegi di nascita sia molto più interessato a mantenere ciò che ha conquistato). Quel giorno infatti Maurizio Gucci, interpretato da un Adam Driver che riverbera nella sua performance il disagio della figura che incarna, un uomo che appare, nella pellicola di Ridley Scott, ormai da tempo interessato a raccontare i gialli d’Italia (si pensi al rapimento Getty di Tutti i soldi del mondo, film, nonostante l’ottimo cast, meno riuscito di questo, godibile ma comunque imperfetto), persino fragile, si dirige verso l’ufficio della sua nuova società in via Palestro 20, a Milano. Arrivato allo stabile (che nella finzione scenica è il riconoscibilissimo – e inflazionatissimo sullo schermo – palazzo romano – Scott ha girato col suo cast abbondantemente nella Capitale – di Piazza Mincio, eccentrico quartiere Coppedè: uno spettatore italiano non può non cogliere queste marchiane storture, come pure l’utilizzo da parte degli attori di un accento esasperato e di parole a caso in italiano nelle frasi in inglese, elementi tipici della narrazione che gli americani fanno di norma di tutto ciò che è per loro l’indistinto resto del mondo, ma che comunque non danneggiano troppo in questo caso la narrazione in cui il delitto è soprattutto un pretesto per tratteggiare un apologo sull’avidità e l’affresco, mutatis mutandis un po’ com’è stato per The assassination of Gianni Versace, di un mood e un contesto storico), in procinto di entrarvi, saluta il portinaio Giuseppe Onorato e si accinge a salire i pochi scalini d’ingresso. Dietro di lui sopraggiunge un uomo che, impugnando un’arma da fuoco, lo colpisce quattro volte, uccidendolo solo con l’ultimo colpo. Il portinaio che assiste all’omicidio, tentando di intervenire, viene a sua volta colpito e ferito. L’esecutore materiale del delitto organizzato da Ivano Savioni, con la complicità di Pina Auriemma, Benedetto Ceraulo, si appresta dunque a scappare poco lontano, dove una Renault Clio con a bordo il suo complice, Orazio Cicala, lo attende: la mandante è Patrizia Reggiani, socialite di umili origini protagonista di una vera e propria scalata sociale e animata da cupidigia, odio e rancore nei confronti del padre delle figlie, com’è sempre parso evidente anche nelle interviste rilasciate nel corso della sua lunga detenzione – la condanna fu a ventisei anni, ne ha effettivamente scontati diciotto per buona condotta –, per esempio a Daria Bignardi e Franca Leosini, solo per fare due nomi. Il film tende a strutturarsi come una commedia, esasperando gli elementi caricaturali della vicenda e dei personaggi che ne sono protagonisti, dallo zio Aldo Gucci (Al Pacino, assai gigioneggiante parodia di sé medesimo) al figlio di costui, Paolo (Jared Leto: i due spesso sono costretti a pronunciare dialoghi a dir poco improponibili, quando non imbarazzanti), fino a Patrizia Reggiani (una Lady Gaga abilissima sotto ogni aspetto, che ricorda per certi versi anche la Jodie Comer di The last duel, sempre di Scott, altra figura femminile diametralmente opposta ma che altrettanto riesce ad essere protagonista di un mondo di soli uomini e a superarlo): comunque da vedere, soprattutto proprio per l’ottima prova di Lady Gaga. In sala.

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“7 donne e un mistero”

di Gabriele Ottaviani

Commedia noir basata sulla pièce Huit femmes di Robert Thomas, in cui costumi e scenografia sono coloratissimi, la recitazione è ostentatamente da palcoscenico e ogni personaggio, abbinato nei titoli a un fiore, si presenta cantando una canzone e ballando, ormai quasi vent’anni fa Otto donne e un mistero fu una delle opere più riuscite e di ispirazione per François Ozon, con un cast stellare: Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Virginie Ledoyen, Danielle Darrieux, Ludivine Sagnier, Firmine Richard e Dominique Lamure. Mutatis mutandis, a Natale, ed è davvero un bel regalo, sarà in sala, intelligentemente ambientato nell’Italia dell’era fascista, dipanandosi nell’arco delle ore successive all’assassinio di un imprenditore, avvenuto nella villa di proprietà, il rifacimento, ben confezionato sotto ogni aspetto, a cura di Alessandro Genovesi, 7 donne e un mistero, con Margherita Buy, Diana Del Bufalo, Sabrina Impacciatore, Benedetta Porcaroli, Micaela Ramazzotti, Luisa Ranieri e un’incantevole Ornella Vanoni: nell’augusta magione sono riunite tutte le donne che, in un modo o nell’altro, hanno fatto parte della vita del defunto e che invece di festeggiare la vigilia di Natale, come previsto, si ritrovano con un omicidio da risolvere. Tutte sono sospettate e, mentre ognuna cerca di buttare fango sulle altre, rivelando i segreti altrui, sono costrette ad affrontare situazioni che fino ad allora non avevano voluto mettere in luce: ma su chi ricade l’ombra della colpa? Piacevole a vedersi.

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“A place called dignity”

di Gabriele Ottaviani

A place called dignity. Al Tallinn Black Nights Film Festival. Di Matías Rojas Valencia con, fra gli altri, David Gaete, Salvador Insunza, Amalia Kassai, Noa Westermeyer. Intenso, avvincente, emozionante, racconta la storia di Pablo, un dodicenne che frequenta una scuola decisamente appartata rispetto alla realtà del Cile in cui si trova, una colonia, chiamata Dignidad, fondata da immigrati di origine tedesca, diventando ben presto il preferito agli occhi del capo, e sprofondando in un brutale universo di abusi. Ma… Da non perdere.

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“Other people”

di Gabriele Ottaviani

Other people. Coproduzione francese e polacca di Aleksandra Terpinska aggiudicatasi il Premio FIPRESCI al  Tallinn Black Nights Film Festival di quest’anno, prendendo le mosse da un best seller di Dorota Masłowska, la pellicola, nell’arco di centosei minuti, indaga con asciuttezza e puntualità il dramma urbano della vicenda di Kamil, aspirante rapper che condivide la casa con madre e sorella e intreccia una relazione con una ricca e annoiata casalinga. Da vedere.

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IDFA 2021

di Gabriele Ottaviani

L’International Documentary Film Festival Amsterdam è la più grande rassegna di documentari al mondo che si tiene ogni anno nella capitale dei Paesi Bassi per una dozzina di giorni sin dal millenovecentoottantotto: quest’anno ha avuto luogo fra il diciassette e il ventotto di novembre e ha proposto numerose pellicole di grande interesse. Ecco pertanto per voi il racconto delle più significative: Herd, di Omer Daida, racconta la storia di un allevatore di bestiame destinato al macello e abituato alle dure leggi della vita dei campi che esaltano la connessione tra la morte e l’esistenza, mentre sua figlia è pian piano sempre più coinvolta dalle vicende degli animali. Dead Sea Guardians, invece, di Ido Glass e Yoav Kleinman, racconta con elegante asciuttezza la storia di tre nemici carissimi uniti dal desiderio di salvare uno degli ecosistemi più a rischio dell’intero globo, il Mar Morto: That Orchestra with the Broken Instruments è dal canto suo la storia di preparazione, per la regia di Yuval Hameiri, di un concerto a Gerusalemme che vede coinvolte decine di musicisti, ognuno con la sua esperienza, anche conflittuale, di vita. Se Apples and Oranges è poi, per la regia di Yoav Brill, una delicatissima indagine sulla gioventù che decenni or sono ha inseguito il sogno di un mondo migliore dando vita all’utopia del kibbutz e che ora invece si trova a interrogarsi, visto che Israele, stato nato per la pace, ha combattuto numerose guerre, sulla legittimità delle sue politiche, The Round Number racconta in prima persona grazie allo stile asciutto e intenso di David Fisher la seconda generazione dei sopravvissuti alla Shoah in un viaggio lungo una dozzina d’anni, mentre quattro sono quelli della vita di Muhammad “Misha” Alsheikh, giovanissimo musicista che vive tra le culture ebraica, palestinese e russa, raccontati da Avida Livny in The pianist from Ramallah. How to say silence, di Shir Newman, vincitore del Docaviv di Tel Aviv come miglior opera prima, e passato anche da Vienna e da Boston, è invece un’indagine maestosa e profondissima sull’identità e sui segreti di una famiglia a partire dalla foto di una nonna incinta, pronta a dare la vita allo stesso modo in cui, con ironia e delicatezza, Anat Gov, straordinaria drammaturga, si sta preparando alla morte in On this happy note: splendidi e pluripremiati anche Leaving paradise e High maintenance, biopic sul celebre scultore Dani Karavan. Muranow, dal canto suo, di Chen Shelach indaga la storia degli ebrei polacchi con la stessa profonda empatia che Perfect, bellissimo, di Yaniv Segalovich, indaga l’accettazione della propria diversità da parte di Asaf, giovane e affascinante alle prese con un viaggio quotidiano nel mondo della sua disabilità. E se con No Hard Feelings Arthur Abramov racconta la storia di sua mamma, in fuga dal Caucaso e soprattutto da un marito violento, The Pageant conduce con mano sicura lo spettatore tra i palcoscenici e i sipari del concorso di bellezza per le superstiti della Shoah, con uno sguardo al passato che condivide con A private death, che raccoglie materiale d’archivio su decenni di convivenze fra arabi ed ebrei, segnate anche dall’amore. A common goal, infine, di Shuhi Guzik, fa conoscere allo spettatore la nazionale di calcio israeliana, in cui metà dei componenti, compreso il capitano, sono musulmani, con tutto quel che ne consegue. Da non perdere.

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“C’è un soffio di vita soltanto”

di Gabriele Ottaviani

C’è un soffio di vita soltanto. Passato con grande e meritato successo dalla trentanovesima edizione del Torino Film Festival. Di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini. Con Lucy Salani, Porpora Marcasciano, Simone Cangelosi, Ambra Guarnieri, Louise Lisette Ngo Nyoung, Said Halssoussi, Maria Pelizzari. Un documentario bellissimo, commovente e mai retorico che narra di Lucy, che è una nonna di novantacinque anni, che quando era adolescente si chiamava Luciano e stava per essere deportato a Dachau. Straziante, sensazionale, delicatissimo, imperdibile.

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“Caterina Caselli – Una vita, cento vite”

di Gabriele Ottaviani

Caterina Caselli – Una vita, cento vite. Passato con successo dalla scorsa edizione della festa del cinema di Roma, e prossimo all’uscita nelle sale per la sempre meritoria Nexo, che fa del connubio fra le varie forme d’arte e il grande schermo una sua peculiare cifra stilistica, il documentario di Renato De Maria racconta con estrema efficacia in poco più di un’ora e mezza la parabola esistenziale e artistica dell’inossidabile casco d’oro, diva del pop e straordinaria scopritrice di talenti. Da vedere.

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