Cinema

“I’m your man”

di Erminio Fischetti

Ben scritto, ben diretto, ben interpretato, ben confezionato, comico, malinconico, un po’ à la Philip Dick, un po’ come quelle commedie hollywoodiane con Katharine Hepburn e Cary Grant, riuscita, brillante, gradevole, interessante e mai pedante critica al consumismo a ogni costo che promette di fornire la soddisfazione a tutti i nostri desideri, anche quelli che non sappiamo nemmeno di voler esprimere, nonché intelligente apologo sull’amore e l’umanità, I’m your man, di Maria Schrader, regista della serie rivelazione di Netflix, Unorthodox, e attrice vincitrice di un Orso d’Argento per il film Aimée & Jaguar, dopo il successo di pubblico, critica e giuria alla Berlinale approda in Italia in sala dal 14 ottobre per Koch Media. Nel cast, fra gli altri, Maren Eggert, Dan Stevens, Sandra Hüller e Hans Löw, che interpretano i ruoli principali della storia che narra le vicende di Alma, scienziata del Pergamon, splendido e prestigioso museo della capitale tedesca, che per ottenere dei fondi per le sue ricerche si lascia convincere a prendere parte a uno studio piuttosto particolare, accettando di vivere per alcune settimane con un robot umanoide creato su misura per renderla felice. Ma… Da vedere.

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Cinema

“The Arch.”

di Gabriele Ottaviani

Il destino dell’umanità prende forma attraverso l’architettura, che definisce lo spazio della vita regalandole la bellezza col visionario obiettivo di renderla sempre più autentica, nel senso di una sempre maggiore aderenza al sogno che si ha di sé stessi e del proprio avvenire: è questo The Arch., film evento, primo lungometraggio realizzato e prodotto da Alessandra Stefani, fondatrice della Scarabeo Entertainment, casa di produzione cinematografica indipendente, in sala oggi, domani e dopodomani, che narra la storia di Dada, archetipico architetto italiano che parte per l’Australia e inizia da lì un viaggio affascinante nel mondo che fa sì che incontri grandi architetti, quasi figure oracolari, che raccontano il proprio ideale etico ed estetico. Da vedere.

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“Pino”

di Gabriele Ottaviani

Pino Pascali è un personaggio straordinariamente interessante, una figura complessa, articolata, intrigante, avvincente, emozionante e ricca di chiavi di lettura e di livelli di interpretazione, che però è scomparsa troppo presto ed è decisamente troppo poco nota, a parte qualche sporadica incursione nella toponomastica di alcune delle nostre città, anche se oggi la sua terra, la Puglia, gli dedica un museo. Eclettico performer, artista geniale ed evocativo, è il protagonista del suggestivo e stimolante documentario di Walter Fasano, bello e pluripremiato in ambito nazionale e internazionale, sessanta minuti in compagnia delle voci di Suzanne Vega, Monica Guerritore, Michele Riondino e tanti altri, Pino, che MUBI, meritoria piattaforma che come tutte le sue omologhe ha salvato la popolazione planetaria da ancor più devastanti cicatrici nell’emotività provata dalla reclusione pandemica dispensando bellezza, e proponendo il meglio della settima arte, consente a tutti i suoi abbonati di vedere. Da non perdere.

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“The noise of engines”

di Gabriele Ottaviani

The noise of engines. Al prestigioso festival di San Sebastian, celebrato anche dall’ultimo Woody Allen. Attraverso un’estetica raffinata ed evocativa che ricorda a tratti lo Xavier Dolan di Laurence Anyways questo film intenso e suggestivo, ricco di chiavi di lettura e di livelli di interpretazione, scritto con raffinatezza e ben recitato, edifica un’atmosfera rarefatta ed enigmatica che prende le mosse da un desiderio ardente di autodeterminazione e che si dipana anche attraverso l’indagine che riguarda il manifestarsi, nei luoghi più impensabili, di immagini sessualmente esplicite… Da vedere.

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“Nobody has to know”

di Gabriele Ottaviani

Nobody has to know. A Toronto. Di e con Bouli Lanners, insieme a un’ottima Michelle Fairley, forse soprattutto nota al grande pubblico per Game of Thrones. Quale trauma maggiore che perdere la memoria, smarrire tutti i ricordi, la propria identità? Questo è il tema centrale di questa intensa, raffinatissima e riuscita opera, coproduzione franco-belga-inglese, che tratta con meravigliosa tenerezza la riscrittura del passato di un uomo preda di una feroce amnesia attraverso una storia d’amore. Incantevole.

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“Inexorable”

di Gabriele Ottaviani

Inexorable. A Toronto. Di Fabrice Du Welz: crudele, intenso, potentissimo, un tuffo nei meandri più oscuri della follia, dell’ossessione, della tensione, anche erotica, dell’abiezione e della disperazione, il film, ben scritto, ben diretto, ben caratterizzato soprattutto per quel che concerne fotografia e musiche, ben interpretato da un nutrito e valido cast in cui spiccano Alba Gaïa Bellugi, Jackie Berroyer, Mélanie Doutey, Benoît Poelvoorde, Catherine Salée e Anaël Snoek, è ricco di livelli di lettura e chiavi di intepretazione, coinvolgente e trascinante. Da vedere.

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“Figli del sole”

di Gabriele Ottaviani

Figli del sole. In sala da oggi per l’ottima Europictures. Intenso, profondo, emozionante, potente, ben scritto, ben diretto, ben recitato, di Majid Majidi, con Roohollah Zamani, vincitore del premio Marcello Mastroianni, e Ali Nassirian nei ruoli principali, passato dal Lido nella scorsa edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e scelto, riuscendo pure a entrare nel novero dei quindici semifinalisti, per rappresentare l’Iran nella categoria per il miglior film internazionale agli Oscar di quest’anno, che ha visto il non certo immeritato trionfo dell’ultimo gioiello firmato Vinterberg, Un altro giro, racconta con piglio lirico la storia di un gruppo di ragazzi di Teheran che vivono di espedienti: il loro destino in apparenza irrimediabilmente segnato potrebbe d’improvviso cambiare, ma… Da non perdere.

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“Il gioco del destino e della fantasia”

di Gabriele Ottaviani

Il gioco del destino e della fantasia. In trentuno sale italiane. Da oggi al cinema per Tucker Film. Intenso, raffinato, potente, lirico, elegante, dolente, profondo, emozionante, delicato, appassionante, il riuscitissimo, enigmatico, stimolante, vibrante, magistrale film a episodi – eccellenti, specialmente i primi due, ricchissimi di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione per quel che concerne l’esegesi capillare della contraddittoria e fragilissima condizione umana, tra storie d’amore, passione, gelosia, vendetta, riscatto, rivalsa, rimpianto, manipolazione, paura per il futuro, incertezza e malinconia – di  Ryūsuke Hamaguchi, premiato nel duemilaventuno, davvero per lui un anno meritatamente fortunato, per questa pellicola, ben scritta, ben diretta, ben recitata, passata anche dall’ottimo Far East Festival di Udine, a Berlino con l’Orso d’argento gran premio della giuria, ma anche a Cannes per la sceneggiatura di Drive my car, racconta con toni elegiaci la ricerca del proprio posto nel mondo di donne e uomini che anelano e bramano compagnia e temono per converso la solitudine della rassegnazione all’impotenza contro il cinismo della realtà: impeccabile e imperdibile.

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“Walk with angels”

di Gabriele Ottaviani

Walk with angels. Passato da Locarno. Il documentario polacco di Tomasz Wysokiński indaga con cura sopraffina il drammatico fenomeno dell’infanzia violata in Sudafrica, con enfasi ed empatia, ma senza retorica: travolgente, emozionante, destabilizzante, doloroso, intensissimo, potente e imprescindibile.

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“Heavens above”

di Gabriele Ottaviani

Heavens above. Passato da Locarno. Scorretta, ironica, intelligente, sapida, fresca, lieve ma niente affatto superficiale, anzi, profondissima, caustica, brillante, irriverente, certo non blasfema ma sicuramente sacrilega, la commedia di Srdan Dragojević si dipana attraverso il tempo e lo spazio nella Serbia postcomunista narrando di tre miracoli surreali, un operaio che dopo un incidente si ritrova la testa cinta da un’aureola, un condannato a morte che cerca la salvezza per il tramite di un cellulare e un pittore le cui opere tolgono la fame alle persone: da non perdere.

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