Cinema, Intervista, Teatro

“La necessità creativa di essere precari”: intervista ad Antonio Zavatteri

unnameddi Gabriele Ottaviani

Le sue prossime avventure avranno luogo in teatro, ma è attore anche di cinema e televisione. D’altronde, per l’appunto, è attore, il mezzo è solo un tramite – ognuno con le sue specificità – attraverso cui comunicare: noi di Convenzionali siamo felici e onorati di intervistare Antonio Zavatteri.

Dal tre all’otto novembre, al Teatro Parioli, Cyrano: che versione sarà del testo di Rostand?

Il lavoro che abbiamo fatto è uno spettacolo che rispetta abbastanza fedelmente la drammaturgia originale, anche se molto ridotta: il testo integrale è sterminato, sia nel numero di personaggi previsti che nella quantità di scene. Abbiamo deciso di utilizzare una traduzione classica, quella di Mario Giobbe, meravigliosa anche nel suo essere vagamente arcaica, ma cercando di affrontare tutto in modo concreto e moderno, con una recitazione non formale ma che non neghi la musica contenuta nella poesia e nella rima. Uno spettacolo insomma che fondamentalmente si caratterizza più sull’azione e la relazione fra attori e personaggi che non su un teatro di regia formale.

Qual è secondo lei l’aspetto più bello e singolare di questo personaggio che è diventato un riferimento, un modello, un termine di paragone?

De Bergerac è uno dei personaggi più conosciuti del teatro in assoluto, una sorta di simbolo del libero pensiero, dell’indipendenza dal potere e del coraggio senza limiti, una specie di supereroe della guerra e della parola, però quello che più mi ha interessato nello studio di Cyrano è la sua fragilità e le incapacità di relazione (in particolare naturalmente con Rossana, la donna di cui rimarrà innamorato segretamente per tutta la sua vita). Soprattutto credo sia interessante non tanto l’aspetto romantico di questa impossibilità, ma il dolore che produce in lui la consapevolezza della propria inadeguatezza.

Cosa la spinge ad accettare ogni volta una nuova sfida, che sia da attore o da regista?

Credo che sia la paura, o qualcosa di simile alla paura, nel senso che mi provoca un brivido e uno strano piacere affrontare le novità, naturalmente non senza fatica. Amo dover affrontare drammaturgie diverse, compagni di scena, registi e situazioni produttive nuove. Una delle principali ragioni per cui ho scelto di fare questo lavoro nella vita è la continua incertezza che produce, è un po’ una contraddizione rispetto ad uno dei più grandi problemi di questi anni, la precarietà: per me è necessaria, naturalmente non solo relativa all’occupazione o disoccupazione, ma in senso più ampio, in senso creativo.

Lei ha fatto parte del cast di molte rappresentazioni teatrali tratte da Shakespeare: quale personaggio le è rimasto più nel cuore?

Sono due i personaggi che mi hanno ‘segnato’ di più, il primo, con grande frustrazione per non essere riuscito a provare soddisfazione nel farlo, Angelo di Misura per misura (frustrazione aumentata dal fatto di ritenerlo uno dei più bei personaggi della produzione di Shakespeare in uno dei drammi che più amo), mentre il secondo è Iago, con cui ho debuttato quest’estate al Festival della Versiliana. Con quest’ultimo ho ancora un rapporto troppo fresco e non abbastanza esplorato per averne una sensazione precisa, ma provo un’attrazione profonda per questa creazione shakespeariana. Da Iago sono affascinato, e incuriosito dalle motivazioni che lo spingono a fare quello che fa, e credo che non abbiano davvero a che fare con la gelosia (affettiva di Emilia, o carrieristica di Cassio), o tantomeno con il disprezzo della diversità di Otello, ma soprattutto con una specie di desiderio della rovina, della distruzione in quanto tale. Non credo sia giusto cercare motivazioni eccessivamente psicologiche in un personaggio del teatro di Shakespeare, ma mi diverte pensare che Iago sia pervaso, inconsapevolmente, da un nuovo, per lui, sentimento di sconfitta e di vuoto della propria esistenza, ma senza depressione, con uno strano divertimento.

Che esperienza è stata quella “hollywoodiana” (ma girata a Roma) di Zoolander 2?

In Zoolander 2 ho girato solo una piccola scena, però mi sono divertito molto, nonostante il ‘clima’ non fosse dei più rilassati. È impressionante il set, la quantità di persone coinvolte, l’organizzazione di questa macchina gigantesca. Trovarmi a recitare di fronte a Ben Stiller, Penelope Cruz e Owen Wilson devo confessare che mi ha agitato abbastanza, tanto da farmi perdere la memoria delle poche parole che dovevo dire, ma poi è andata davvero bene. Purtroppo non ho potuto girare un’altra scena prevista nel film perché l’impegno si accavallava con un altro lavoro, e questo mi è spiaciuto molto.

La televisione entra nelle case della gente, che ospita la finzione degli sceneggiati in mezzo alla propria quotidianità, il teatro e il cinema sono invece riti collettivi: in ogni modo si entra in contatto con la sfera più intima delle persone. Lei sente questa responsabilità? Come si fa bene il mestiere dell’attore o del regista?

Sia che si faccia teatro o cinema o televisione la responsabilità è totale, certo nei limiti dell’importanza sociale che hanno questi strumenti di comunicazione, ma avendo scelto di fare questo nella vita non posso pensarla diversamente. E per responsabilità intendo appunto fare bene il proprio mestiere. In Italia la qualità generale della recitazione è in crescita, ma per molti anni c’è stata una degenerazione della nostra attività. Fare bene il mestiere dell’attore e del regista dipende principalmente da un fattore di cui non si ha il controllo, il talento: quello che possiamo fare è studiare, vedere, scoprire maestri senza lasciarsi però incantare e senza subirne un fascino deleterio.

Perché lei ha cominciato a recitare?

Io ho iniziato a recitare abbastanza tardi, e l’inizio non è stato particolarmente romantico: dopo le scuole superiori ero stato assunto come impiegato da una società dell’ENI a Metanopoli, San Donato Milanese, e da subito ho sentito che la mia vita non poteva e non doveva essere usata in quel modo, per me era una condizione insopportabile, quindi mi sono proprio cercato con forza qualcosa di profondamente diverso, e ho trovato questo. Non si può dire insomma che io sia stato reclutato dal sacro fuoco dell’arte, certo fin da bambino gli attori dei film che vedevo mi incuriosivano tanto, ma non ci avevo mai pensato davvero.

Il gioiellino, Diaz, Banana, Mia madre, Io e lei, Pecore in erba, tanto per fare qualche titolo: spesso il suo volto compare in molte valide pellicole del cinema italiano. Qual è lo stato di salute del nostro cinema? Cosa dovrebbero fare secondo lei le istituzioni per aiutare l’arte?

Se ne fa poco, non conosco bene i sistemi produttivi del cinema e le difficoltà che incontrano, ma se ne fa poco. Il problema principale di oggi purtroppo credo sia la mancanza di pubblico; il pubblico che frequenta il cinema che non sia quello di intrattenimento delle grandi sale, dei blockbuster americani, è sempre più ristretto, elitario e poco popolare, come il teatro in qualche modo. Forse la carenza di pubblico è sia la causa del problema che il risultato di anni di crisi qualitativa, ma penso che il lavoro da fare dovrebbe essere principalmente sulla distribuzione, e la diffusione. E poi, ovviamente, i soldi. Fare il cinema costa, anche quello low budget, e ci vorrebbero più fondi pubblici ma soprattutto trovare modi per far fruttare meglio le produzioni.

Che cosa pensa della Festa del cinema di Roma di quest’anno?

Non conosco bene il programma e purtroppo non riuscirò ad andare (mi piace moltissimo andare ai festival) ma da quello che leggo mi pare che il nuovo direttore Antonio Monda abbia fatto un bel lavoro, con molti film interessanti e senza una imposizione massiccia di star solo in quanto tali. Mi sembra interessante anche la scelta di presentare le anteprime di due importanti serie televisive (tra cui la seconda stagione di Fargo), visto che, a dispetto dei cinefili puri, è comunque un formato particolarmente creativo e che ha avuto un’esplosione gigantesca di grande interesse popolare. Ecco, detto questo io però sono d’accordo con chi afferma che Io e lei di Maria Sole Tognazzi avrebbe potuto tranquillamente essere inserito fra i titoli in programma.

Come sarà la versione che lei dirigerà a teatro della fortunata pièce Le prénom?
Le prénom è un testo bellissimo, il film francese (qui in Italia distribuito con il titolo Cena tra amici) ha una quantità enorme di fan, quindi il confronto e il paragone sarà inevitabile. Io ho cercato in tutti i modi di dimenticare il film e per fare questo ho voluto fortemente una traduzione fatta apposta per lo spettacolo, e ho voluto fortemente che fosse Fausto Paravidino a scriverla. Fausto scrive come pochi, in Italia ma non solo, e non semplicemente come creatore di storie e drammaturgie: amo molto il suo linguaggio, e ha fatto un lavoro meraviglioso. Insomma, con questi ingredienti, con un cast perfetto (Alberto Giusta, Alessia Giuliani, Aldo Ottobrino, Davide Lorino e Gisella Szaniszlò) e le scene di Laura Benzi il gioco diventa semplice. Sarà uno spettacolo divertente, spero (se non lo fosse sarebbe un fallimento), ma insisto a sostenere che non è uno spettacolo di intrattenimento, e sebbene abbia tutte le caratteristiche di una commedia preferisco affrontare il lavoro ispirandomi più al ‘realismo’ di Cassavetes che non all’espressionismo da commedia deprimente a cui siamo soliti assistere.

Cosa si augura per il futuro?

Vorrei continuare ad incontrare persone e artisti con cui crescere e imparare, vorrei viaggiare e vedere spettacoli e drammaturgie nuove, e vorrei essere in grado, ed essere messo in grado, di fare quello che mi piace e come più mi piace riuscendo ad annullare nemici parassitari che talvolta me lo impediscono, e non parlo di persone ma di meccanismi interni ed esterni con cui chiunque faccia questo lavoro deve fare i conti.

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