danza, Teatro

“Dalle Alpi alle Ande ecco a voi un teatro danzante”

Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

L’associazione Culturale Mover è lieta di presentare Dalle Alpi alle Ande ecco a voi un teatro danzante, spettacolo antologico in cui diversi linguaggi coreutici si fondono alla prosa. Sulla scena si avvicendano Rossella Galluccio, Federica De Francesco, Michela Barone e Giulia  Fabrocile in diverse piéce teatrali: dai tacchi alle punte, attraverso resoconti di viaggio nelle culture  più disparate, eccovi dunque un teatro “danzante”. Regia e testi: Giulia Fabrocile.  Coreografia e danza: Giulia Fabrocile, Rossella Galluccio, Federica De Francesco. Regia e recitazione: Michela Barone. Durata: 50 minuti.

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Teatro

“The boys in the band”

di Gabriele Ottaviani

Quattordici mesi prima dei funerali di Judy Garland, di fatto il primo Pride della storia, dei moti di Stonewall, della nascita del movimento di liberazione omosessuale, faceva la sua comparsa sulle tavole del palcoscenico di Broadway un testo di Mart Crowley, militante nell’accezione più elevata e ampia del termine, il primo che raccontava l’essere gay, impossibilitati alla sincerità dei sentimenti nel mondo ostile fuori dalla porta delle proprie case (ma anche all’interno di esse la sticomitia del pregiudizio si fa gioco al massacro), al grande pubblico, e che, incredibilmente, drammaticamente, nonostante tutto è purtroppo ancora attuale, che avrebbe dovuto restare in cartellone pochi giorni e che è viceversa diventato un cult, una pietra miliare, un punto di riferimento, ha superato le mille repliche, ha ispirato un film del millenovecentosettanta, in Italia distribuito dalla Titanus all’epoca con un evento organizzato alla prima per sole donne, una rilettura ben più recente di Ryan Murphy e ora questa riuscita traduzione con adattamento di Costantino della Gherardesca, diretta con mano sicura da Giorgio Bozzo e ben interpretata da Francesco Aricò, Alberto Malanchino, Paolo Garghentino, Angelo Di Figlia, Ettore Nicoletti, Samuele Cavallo, Federico Antonello, Gabrio Gentilini e Jacopo Adolini: The boys in the band – Festa per il compleanno del caro amico Harold (non sia mai che i titolisti italiani non siano didascalici), in scena fino al primo di maggio nella splendida cornice della Sala Umberto di Roma, nuova tappa di un tour che sta attraversando il paese e non solo, è, sotto ogni punto di vista, assolutamente da non perdere.

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Teatro

“Dive”

di Gabriele Ottaviani

Bello, originale, al di sopra delle pur alte aspettative, intenso, avvincente, appassionante, profondo, militante nell’accezione più ampia ed elevata del termine, ben scritto, ben diretto, ben interpretato, ben confezionato, elegante e coinvolgente, lo spettacolo diretto dalla mano esperta e sicura di Mariano Lamberti, tratto da una pièce di Roberta Calandra, in scena nella splendida cornice romana del Teatro Marconi fino al venti di aprile, Dive, di cui ieri si è celebrata con strepitoso e meritato successo la prima, con Caterina Gramaglia nel ruolo di Mercedes De Acosta, Mariano Gallo, ossia la Priscilla di Drag Race Italia e non solo, nelle vesti di Cecil Beaton, Marit Nissen a interpretare Marlene Dietrich e Tiziana Sensi a ridare vita a Greta Garbo, tra Hollywood Babilonia e Pose, trasla la Golden Age di Hollywood, la città fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e fondata sull’ipocrisia del Codice Hays, che cercava libertà nelle feste a bordo piscina indette da George Cukor, attraverso la seconda guerra mondiale, il maccartismo e Stonewall fino negli Eighties delle Ball Room underground della Grande Mela, dove, per esorcizzare lo stigma dell’HIV, la comunità LGBT+ si riuniva sfidandosi a colpi di vogueing e lip sync, rifugiandosi nella rievocazione di un passato mitico mentre il presente e il futuro atterrivano per la paura. Da non perdere.

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Teatro

“Allegro, non troppo”

di Gabriele Ottaviani

Gay. Ossia gaio, allegro. Cosa ci sia da giubilare però nell’essere discriminati, guardati con sospetto e sufficienza, fatti oggetto di scherno, ritenuti per definizione prede promiscue di insaziabili e indifferenziati impulsi, ben accetti solo se disposti alla composta remissività, come se già non bastasse il fatto di sentirsi sempre e da sempre fuori posto, inadeguati, sbagliati, solo perché i propri sentimenti vanno in una direzione che il resto del mondo reputa fondamentalmente, più o meno apertamente, più o meno consciamente, per lo più indifferentemente un vizio deprecabile, incomprensibile e riprovevole, andrebbe chiesto a chi si è inventato questa definizione. Perché anche il diritto alla spensieratezza, ahimè, purtroppo, per molti ha il sapore amaro della conquista, non è facile né immediato, e non si può né deve dare per scontato. Allegro, non troppo, scritta – benissimo – da Riccardo Pechini con Mariano Lamberti, in scena fino al ventuno di novembre nella splendida cornice romana dell’Off/Off Theatre di via Giulia, dove ieri sera, suggellata dal meritatissimo, scrosciante e interminabile applauso del pubblico al termine della rappresentazione, si è celebrata, dinnanzi al parterre delle grandi occasioni, la prima capitolina di uno spettacolo che da tempo gira, con successo, l’Italia, è una stand up comedy brillante, dura, icastica, emozionante, che, inducendo alla profonda riflessione, mette alla berlina con ironia e autoironia, non lesinando in azzeccatissimi riferimenti alla cultura pop, gli stereotipi, i pregiudizi, l’omofobia, mostro che tutti conosciamo – chi lo nega mente – e dai tanti volti, il più pernicioso dei quali ha l’aspetto di quella, introiettata, che appartiene proprio a numerosi omosessuali, che nella realtà dei fatti sono quanto di più lontano possibile dall’inclusività. Protagonista assoluto, unico attore in scena, mattatore dal talento cristallino che non ha bisogno di presentazioni né conferme, Lorenzo Balducci, in stato di grazia, esplora ogni sfumatura della gamma della recitazione, donandosi al pubblico con eccezionale generosità. Da vedere.

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Teatro

“Fiesta”

di Gabriele Ottaviani

Fino al ventisei di novembre, nella splendida e prestigiosa cornice del teatro Sala Umberto di via della Mercede a Roma, che finalmente, dopo anni di dolore, angoscia e lockdown, torna a ospitare l’arte e la bellezza, è in scena, per la prima volta da quando la sua musica ispiratrice, un’icona, uno stile, un punto di riferimento per l’immaginario collettivo, anche se la fortuna è che resterà per sempre, tra teche, archivi, ricordi, omaggi e tributi, non c’è più, Fiesta, spettacolo gaio, in tutte le accezioni possibili e immaginabili del lemma, nonché ironico, divertente, intelligente, brillante, allegro ed emozionante di Fabio Canino con Diego Longobardi, Sandro Stefanini, Simone Veltroni e Antonio Fiore: un omaggio, un atto d’amore e di autodeterminazione, un viaggio tra sogni e desideri attraverso le canzoni irresistibili, immarcescibili e transgenerazionali, di Raffaella Carrà. Da non perdere.

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Teatro

“Così per caso”

77358055_2700993133301576_3987040655095365632_ndi Gabriele Ottaviani

È il millenovecentoquarantaquattro quando nonostante siano cattolici a Trieste solo per le origini semite del loro cognome e per la spiata di qualche collaborazionista Marta Ascoli e il padre vengono presi e internati, prima nella Risiera di San Sabba e poi nei lager oltreconfine. Anche la madre viene catturata, ma il cognome diverso la salva, è subito rilasciata, non cessa di combattere per la liberazione dei suoi cari, ma invano. Il padre morirà, Marta tornerà a casa, nonostante abbia sperato più volte, in quei giorni terribili in cui le era stata tolta l’identità, sostituita con un numero marchiato a fuoco sulla pelle, che le sue sofferenze finissero. Tornerà, e racconterà, in un libro di rara asciuttezza, una cronaca semplice, cruda, deflagrante, da cui è stato tratto Così per caso, spettacolo ancora oggi in scena al Teatro Portaportese. Regia di Angelita Puliafito, nel cast, che dà vita a una prova sensibile e ricca di pathos, Valeria Mafera, Gloria Luce Chinellato, Alessandra Vagnoli, Manfredi Gelmetti e Cristiano D’Alterio. Da vedere, per non dimenticare, e per tenere sempre a mente che dal male, dalla sua feroce banalità, nessuno può sentirsi al riparo o al sicuro, non si deve pensare che certe cose possano accadere solo a qualcun altro.

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Intervista, Teatro

“Spoglia-Toy”: Lorenzo Balducci

SpogliaToy_1di Gabriele Ottaviani

Dopo il successo di Torino debutta domani ed è in scena fino al ventisei di maggio a Roma all’Eliseo Spoglia-Toy, uno spettacolo di Luciano Melchionna (produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro in collaborazione con SportOpera nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia) con testi di Luciano Melchionna e Giovanni Franci, costumi firmati Milla, scene di Chiara Carnevale, musiche a cura di Riccardo Regoli, installazioni fotografiche di Mario Pellegrino, assistente alla regia Sara Esposito, consulenza sportiva di Sebastiano Gavasso e foto di Tommaso Le Pera. I protagonisti sono Lorenzo Balducci, Orazio Caputo, Mauro F. Cardinali, Adelaide Di Bitonto, Gennaro Di Colandrea, Emanuele Gabrieli, Sebastiano Gavasso, Pierre Jacquemin, Gianluca Merolli, Fabrizio Nevola, Roberto Oliveri, Marcello Paesano e Agostino Pannone. Convenzionali ha chiesto di che spettacolo si tratti e quale sia il suo ruolo, ed è sempre un immenso piacere parlare con lui, a Lorenzo Balducci. Ecco la sua risposta:

onven.PNGLo spettacolo racconta la vita all’interno di uno spogliatoio. Ogni calciatore racconta la sua storia, il pubblico viene guidato all’interno di uno spettacolo itinerante che evidenzia il forte contrasto tra la vita dorata di queste stelle del calcio e i loro racconti privati pieni di dolore, frustrazioni, follie, violenza… Una vita sempre sotto pressione, per essere sempre al top, per essere sempre fedele a quell’immaginario di cui i tifosi hanno bisogno. Il mio monologo (ogni calciatore ne ha uno) si intitola Gay Over, sono un calciatore spagnolo appassionato di videogiochi e pornografia, vive in un modo tutto suo, preferisce tutto ciò che è virtuale all’umano. Odia l’allenatore e ha un fidanzato… virtuale. Oltre al Mister, che è una figura chiave, c’è una figura femminile, l’unica dello spettacolo, che rappresenta uno sguardo spietato, critico e allo stesso tempo ironico su questo mondo.

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Teatro

“Basta una valigia”

IMG-20190420-WA0011Cosa serve per fare uno spettacolo?
Un teatro, le luci, un copione…
Cosa serve a un attore per fare uno spettacolo?
Gli basta una valigia, qualche gag e la sua passione…
“BASTA UNA VALIGIA”
Il racconto divertente di una passione, delle sue dinamiche, degli affetti e dei ricordi di chi, nel circo della vita, cerca di restare in equilibrio tra una lacrima e un sorriso…
Regia Angelita Puliafito
Testo di Cristiano D’Alterio
Tecnico audio e luci Enrico Marcacci
Grafiche Sara Caruso
Bit 13€
Ridotto 10€
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Teatro

“Divina Commedia Opera Musical”

catone copiadi Giulia Cantarini

Arriva a Roma al Teatro Brancaccio fino al 7 aprile, dopo il successo del tour delle precedenti stagioni, La Divina Commedia Opera Musical di Andrea Ortis, che rielabora il poema dantesco per il palcoscenico con l’aiuto di videoproiezioni animate, effetti speciali, scenografie immersive e coreografie acrobatiche.

Il risultato è uno spettacolo di indubbio impatto visivo, impreziosito dalle ottime interpretazioni e splendide voci di tutti gli interpreti, dalla voce narrante di Giancarlo Giannini ad Antonello Angiolillo (Dante) allo stesso regista e autore Andrea Ortis (Virgilio) a Manuela Zanier (Francesca e Matelda), Angelo Minoli (Ulisse e Guido Guinizzelli), Francesco Iaia (Caronte, Ugolino, Cesare e San Bernardo), Mariacarmen Lafigliola (Pia dei Tolomei e La Donna), Brian Boccuni (Catone, L’Uomo [primo atto] e San Tommaso), Daniele Venturini (Pier delle Vigne, Arnaut Daniel e L’Uomo [secondo atto]), e Noemi Bordi (Maria).

Naturalmente, la sfida principale nell’adattare per la scena (in due ore e quindici minuti) l’opera fondante della letteratura italiana è il rapporto con il testo. Quali episodi mantenere? Quali possono essere sacrificati?  Quanto mantenere delle terzine originali? Quanto è accettabile la parafrasi? E qui cominciano, come direbbe il Sommo Poeta, le dolenti note. Premesso che lo splendido poema di Dante presenta ben maggiori difficoltà di adattamento della Bibbia (e anche lì, è stato necessario il genio di Andrew Lloyd Webber per plasmare il capolavoro che è Jesus Christ Superstar), cerchiamo di valutare cosa possiamo aspettarci da questo spettacolo, e di capire fino a che punto la musica e la messa in scena compensino il riadattamento del testo.

Cominciamo dall’Inferno: gli aficionados possono contare sugli immancabili Caronte, Francesca, Ulisse e Ugolino, gioiranno per Pier delle Vigne ma qualcuno, come la sottoscritta, sentirà la mancanza degli Ignavi, delle anime del Limbo, di Farinata degli Uberti e Brunetto Latini. È vero che la figura paterna di Dante è già incarnata pienamente da Virgilio, ma lo splendido incoraggiamento di quest’ultimo al timoroso Dante nel secondo canto va perduto in uno sbrigativo “e allora torna indietro, se vuoi; sei tu che lo scegli” (cito a memoria, sto parafrasando la parafrasi). La ragione per questa selezione dei personaggi è esplicitata nel sestetto che chiude il primo atto, in cui il pellegrino e i peccatori inneggiano alle forme di amore che li hanno condannati o che li salveranno, prima che Dante esca “a riveder le stelle”.

Nel Purgatorio, non sorprendetevi troppo di trovare un ventisettenne muscoloso e succinto assiso in trono accogliere Dante e Virgilio dopo l’iniziale obiezione, e abbandonarsi ai dolci ricordi di Marzia e ai tristi ricordi di Cesare, al posto del vecchio solitario dalla grigia barba a doppia lista che normalmente associamo all’integerrimo Catone. Segue Pia de’ Tolomei, titolare di una splendida aria, mentre brilla per l’assenza il poeta Stazio. Compaiono, in compenso, Guido Guinizzelli e Arnaut d’Aniel, che sviluppano ulteriormente il tema dell’amore per la donna preparando il terreno per l’imminente arrivo di Matelda e Beatrice. Al momento di prepararsi all’ingresso del Paradiso, gli autori Gianmario Pagano e Andrea Ortis inseriscono un inedito momento dedicato a Virgilio, rimasto solo senza Dante, che si prepara a tornare dolorosamente nel Limbo dopo aver proclamato il suo discepolo “signore di sé stesso”.

Nel paradiso terrestre, il fatidico incontro di Dante con Beatrice, al termine della suggestiva processione di anime, si risolve in un parziale anticlimax, specialmente se anche voi credete che il far apparire Beatrice a Dante dopo sessantaquattro canti soltanto per dargli una strigliata di novanta versi sia stata una delle idee più geniali dell’originale dantesco. In compenso, nel Paradiso la scenografia si apre decisamente al pubblico, e valorizza il movimento dei cantanti, acrobati e ballerini più che la videoproiezione. Il finale dello spettacolo è forse quello in cui la musica orchestrale di Marco Frisina è più efficace nel celebrare il trionfo dell’uomo/poeta nel suo percorso dall’errore a Dio e alla libertà attraverso l’amore. Qui lo spettacolo soffre meno che in altre parti del confronto con lo splendido testo originale, delle discutibili parafrasi e della selezione alternata di versi da citare, per valorizzare invece gli aspetti scenici (Lara Carissimi), coreografici (Massimiliano Volpini) e fotografici (Valerio Tiberi).

Nel complesso, si tratta di uno spettacolo coinvolgente, che si sforza, nelle parole del regista, di “creare una fantasia e portare l’azione registica, le visioni e le idee in forma di musical, in maniera armonica, leggendo in chiave moderna il capolavoro di Dante, grande scrittore, poeta, genio e soprattutto uomo”.

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Teatro

“LORO SONO MIE, E IO SONO M…”

loro-sono-mie-e-io-sono-m-.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nella suggestiva cornice del Teatro Ivelise in Via Capo d’Africa a Roma ancora oggi in scena con due repliche alle ore diciassette e alle ventuno LORO SONO MIE, E IO SONO M…, di e con Alessandra Vagnoli, che con grande intensità e invidiabile souplesse tiene saldamente la scena per tutta la durata dell’avvincente monologo, diretto da Angelita Puliafito e ulteriormente impreziosito dalla voce off di Alberto Bognanni, attore e doppiatore, dalle splendide musiche di Marco Olivieri e da un raffinato allestimento, ricco di riferimenti, livelli di lettura e chiavi d’interpretazione: è la storia di lei, una donna con l’iniziale maiuscola, brava e piena di virtù, e di lui, fascinoso ammaliatore, che difficilmente può mettersi nei panni di lei, mentre è assai più semplice e consueto il contrario, quando le ampie vesti si fanno colme di attenzioni, che però sono a vantaggio esclusivo di uno solo. Per chi ha l’onere della cura, infatti, spesso, si tratta di continue ferite, che via via si fanno più profonde… Da non perdere.

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