Cinema

“Flee”

di Erminio Fischetti

È stato candidato a tre premi Oscar per categorie di genere filmico diverso: miglior film internazionale, miglior film d’animazione, miglior documentario, è in sala da oggi ed è stupendo e imperdibile. Flee, di Jonas Poher Rasmussen, è un film eccezionale, che racconta la storia di Amin, un docente universitario che sta per sposarsi con il suo compagno ma che è diviso fra la carriera e l’amore, gli affetti, la dimensione privata e quella pubblica. Il passato torna sempre a creargli dolore, panico, sofferenza, non gli dà tregua il ricordo di sé, ragazzo omosessuale che negli anni Novanta fugge dall’Afghanistan il cui regime gli ha arrestato il padre, di cui non sa più nulla da un giorno all’altro, e si rifugia in Russia con l’obiettivo di partire nel più breve tempo possibile da lì alla volta dell’Occidente, per vivere in Europa un’esistenza tranquilla con le persone cui vuole bene. L’inizio è già devastante di per sé perché il film, sviluppato sotto forma di intervista da parte del regista stesso, sul suo divano, è in realtà una favola disperata fatta di flashback e flashforward, una sorta di seduta psicanalitica di scottante attualità sin da quando ad Amin, che solo dopo anni riesce a trovare la forza per raccontare la propria odissea giovanile al suo migliore amico, conserva la propria identità ma al tempo stesso l’anonimato, perché Amin è il simbolo di tutte quelle persone che fuggono dai luoghi in cui viene loro negata una vita degna, viene chiesto cosa significhi per lui la parola casa, e questi risponde che la casa è il posto dove ti senti al sicuro. In questo film tutti gli elementi della nostra società contemporanea vengono messi in luce in modo prepotente, il tema dei migranti, l’omosessualità, il tema della libertà, quello, se possibile ancor più centrale, della salute mentale, perché non puoi vivere bene se non hai i tuoi diritti, se non hai la tua vita, se non hai la possibilità di scegliere come vivere la tua vita, cosa farne. Flee è un film di assoluto spessore e straordinaria capacità di accedere a quelli che sono i luoghi del proprio vissuto e della propria memoria perché proprio quest’ultima su più fronti e più livelli diventa l’elemento cardine del film attraverso il quale la narrazione prende piede: lo stesso utilizzo dell’animazione fa sì difatti che mediante elementi pittorici che ricordano quasi in alcuni frammenti certi celebri quadri astratti i ricordi appaiano più vividi che mai così come la storia, mondiale, globale, che ci riguarda tutti, raccontando il mondo dagli anni Ottanta a questa parte, il mondo che ha a che fare con i diritti civili, con l’amicizia, con l’amore, con la vita stessa. Le sequenze iniziali di Kabul all’inizio degli anni Ottanta, una città in apparenza ricca e felice destinata però a piombare rapidamente nella violenza, sono eccezionali, così come straordinaria è la capacità di accettazione da parte della famiglia, che risponde a un Amin terrorizzato dal dover ammettere di essere sinceramente gay di stare tranquillo, che lo hanno sempre saputo e lo sostengono, stimolandolo a partire per vivere la sua vita. Amin giunge dunque finalmente nell’evoluto e accogliente occidente scandinavo, e a questo punto con grande umanità, credibilità ed efficacia, mentre lui costruisce la propria nuova quotidianità, il film racconta tutti quelli che sono i passaggi esistenziali che vivono anche fisicamente i rifugiati che scappano dalla patria che non li ama, giungono temporaneamente in un altro paese, lottano per poter arrivare nella terra di destinazione, poter incontrare quelli che sono i propri familiari e riprendere una vita negata, bloccata: significativo per Amin è il ricordo dei lunghissimi anni trascorsi in Russia ad aspettare di poter andare via, costretto immobile sul divano a guardare la televisione che parla una lingua sconosciuta, bloccato come la sua vita che non può vivere, che non può raccontare, una vita che lo accomuna a molti rifugiati per il dolore e per il senso di provvisorietà totale, la mancanza di accettazione, non sentirsi cittadino del proprio paese, cittadino del mondo, persona. Flee tocca le corde dei sentimenti più profondi e vivi ed è un film che in meno di un’ora e mezza riesce a far confluire tutto quello che è il racconto di una vita straordinaria, un’esistenza forse ora finalmente in pace, armonizzando in un’unica forma narrativa eccellente e meravigliosa l’elemento personale, quello sociale e quello storico: da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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