Libri

Gobetti, Gramsci e Corrado Alvaro

di Giuseppe Mario Tripodi

Siamo nel 1923, a Roma, nei pressi della redazione del quotidiano «Il Mondo» (direttore Giovanni Amendola, 100.000 lettori)  schierato contro il fascismo; tra i redattori Corrado Alvaro (classe 1895) che, in un foglio di diario estemporaneo, prende un appunto:

Tutto sommato, qui dentro siamo per tre quarti meridionali. Piero Gobetti, arrivato da Torino, ha chiesto di me. È più giovane di me e ha un viso che ricorda un compagno di classe a scuola, di quelli che non si sa come facciano ad essere così precisi, limpidi, privi di turbolenze, e capaci di capire e di imparare e che non si pensa neppure di poter imitare. Qualcuno estremamente saggio e lucido malgrado la giovinezza, e la giovinezza come qualcosa di intatto. Mi vergogno di me che non so niente e non capisco mai abbastanza. Lo incontro al marciapiede davanti al giornale, C’è la sua fidanzata, e uno che guarda di sotto in su, come l’immagine d’un Leopardi passato per la valle padana col socialismo: Antonio Gramsci. Hanno l’aria di essere venuti a vedere cosa offre il mercato. Cauti, attenti. Gobetti mi dice di scrivere per lui. Non conosce la mia ignoranza e la mia mancanza di idee. Non ho che istinto, e quando scrivo qualcosa che abbia un senso è l’istinto che me lo detta, e ne stupisco io stesso. La giovane fidanzata di Gobetti, come lo guarda, con che fiducia, fede, calma nella tempesta. Tutto ciò ha un senso di fragilità, ma di una estrema coscienza della forza dell’uomo pensante. Gobetti è spontaneo, sicuro, e dà la sua stessa sicurezza a Gramsci, che da dietro gli occhiali, con uno sguardo umido di meridionale vi studia, come se vi mettesse a paragone di qualche cosa, come se vedesse qualche cosa dietro di voi. Ci si sente giudicati e pesati, e ci si rifugia volentieri nella fiducia di Gobetti.    

La pagina (ora in Corrado Alvaro, Ultimo Diario (1948-1956), Milano, Bompiani 1966, p. 190) è di estremo interesse.

Colpisce la modestia di una grande personalità che, di fronte alla richiesta di Gobetti di scrivere per la sua rivista o per la sua editrice, confessa alla pagina la sua ignoranza; ma poi, con pochi tratti di penna,  descrive i due giganti del Novecento come non sarebbero stati capaci di fare torme di pseudo storici e di pseudo giornalisti nell’intero secolo che sarebbe venuto dopo.

La saggezza, la lucidità, l’olimpicità priva di turbolenze di un giovane appena ventenne il cui sapere e il cui coraggio, che lo avrebbe portato a morte per mano degli squadristi di Mussolini appena tre anni dopo, vinceranno di mille secoli il silenzio e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane (citazione, ovvia e adeguata, dai Sepolcri di Foscolo).

Ada Gobetti, che guarda al suo compagno di viaggio, con fiducia, fede e calma nella tempesta.

E poi Gramsci, uno che guarda di sotto in su, un Leopardi passato nella valle padana col socialismo.

Gobetti sembra conferire la sua indivisa sicurezza a Gramsci che scruta l’interlocutore e lo trapassa con la profondità del suo sguardo («come se vedesse qualche cosa dietro a voi»).

 E Alvaro, che era stato al fronte ed era stato ferito a dispetto della pletora di imboscati che di quei tempi andavano maramaldeggiando nelle piazze italiane contro gli oppositori del fascismo, se ne sente trafitto da quello sguardo: «Ci si sente giudicati e pesati, e ci si rifugia volentieri nella fiducia di Gobetti».   

E Gramsci, nei Quaderni del carcere, si occuperà di Alvaro in due note di una certa consistenza e coerenti fra di loro:

1) nel Quaderno 6 (§ 27, p. 705 dell’edizione Gerratana, Torino 1975) lo include tra gli adepti di Stracittà, aperti alle culture anglosassoni, in guerra con gli Strapaesani che sostenevano la dignità di essere provinciali («Meschinità da una parte e dall’altra», taglia corto Gramsci, p. 706);

2) nel Quaderno 22 (§ 15, pp. 2178-2180, ed. Gerratana) c’è una lunga nota intitolata Civiltà americana ed europea in cui Gramsci riassume una lunga intervista che Corrado Alvaro aveva fatto a Luigi Pirandello e pubblicato su «L’Italia Letteraria» del 14 aprile 1929; tema: l’influenza della cultura americana in Europa.

Per Pirandello l’America, pur avendo libri e costumi, non ha una cultura: «In America non si fa che rimasticare la vecchia cultura europea!»

La pseudocultura americana può ritagliarsi un ruolo a Berlino, dove la struttura della città non offre resistenze. Ma «A Parigi. Dove esiste una struttura storica e artistica, dove le testimonianze di una civiltà autoctona sono presenti, l’americanismo stride come il belletto sulla vecchia faccia di una mondana».

Gramsci condivide il contenuto dell’intervista pirandelliana: l’americanismo altro non è che «un prolungamento organico e una intensificazione della civiltà europea … non differenza di natura ma solo di grado con l’europeismo».

Ma Alvaro, anche ma non solo per quell’intervista, non entra a pieno titolo nella categoria del «brescianesimo» (di quella categoria di letterato che secondo Gramsci è «in fondo individualismo antistatale e antinazionale anche quando e quantunque  si veli di nazionalismo e di statalismo» Quaderno 23, edizione Gerratana, cit., p. 2197)  nonostante «l’inclusione nella nota del Quaderno 6 che porta la rubrica «I nipotini di Padre Bresciani. Stracittà e strapaese»; intanto perché in quella disputa sta dalla parte «dell’estremo che è più vicino al giusto mezzo» avrebbe detto Aristotele, sta cioè dalla parte di chi combatte una battaglia per la sprovincializzazione della cultura italiana.

D’altra parte nessuna critica dettagliata troviamo nei Quaderni del carcere rivolta alla produzione di Alvaro letterato, come era avvenuto per tutti i «nipotini di Padre Bresciani» chiamati per nome uno per uno.   

L’attenzione di Gramsci all’intervista berlinese di Pirandello è, sia pure indirettamente, una valorizzazione di Corrado Alvaro che

corrispondente della “Stampa” in quello stesso periodo, ci ha lasciato una memoria insostituibile di un Pirandello “visto da vicino”, come sapeva vedere lui, con la capacità che rivelerà in pieno nel racconto della morte del “grande uomo”, come egli chiamava per convinzione, non per devozione enfatica, il grande scrittore. … E tutt’altro che concettualistico e problematico Alvaro ci appare in una luminosa inquadratura conservata in quel libro segreto, in quell’eccezionale diario di in ventennio, 1927-’47, intitolato Quasi una vita, che racchiude tanta storia di un’Europa tarlata e poi lacerata seduto con Pirandello ” a uno dei trecento tavoli di Zoo, una della tante sale da ballo per il piccolo borghese berlinese”, ed egli l’osserva in silenzio tentando di indovinare i suoi pensieri. (Nino Borsellino,  Un esilio volontario, Pirandello-Symposium, Potsdam 2000, p. 2-3, ora anche sul Web)

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