Libri

“Storia di Anna”

81e31cZ+GBL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Le perle brillarono sul letto. Vuotando la valigia si erano nascoste nelle pieghe del lenzuolo. Sentì il cuore battere ancora più forte. Prese in mano il gioiello, lo strinse; si gettò sul letto, nascose la faccia in un cuscino. Le tornò in mente il sommo della duna. Quando si strofinava la sabbia sulle cosce per togliersi dalla pelle l’odore del sesso. Quando aveva visto i due ombrelloni vuoti. Il sole illuminava la barella, in fondo alla spiaggia. Il vento portava la voce delle due ragazze. “È morto”. Sentì di nuovo quel terrore: che fosse morto Giovannino. Lo sentì crescere dentro di sé, e ancora non era scemata la paura di aver perso la collana. Come se la marea fosse incalzata da un’altra e non potesse calare, come se la seconda marea, più forte della prima, penetrasse in spiaggia, e oltre la spiaggia, e travolgesse ogni cosa. Avrebbe vissuto con la paura della perdita. Con una lama nell’animo, che levava la pelle alla sua ragione. Questa volta un ciglio di lei l’aveva trattenuta di qua, nella salute. Ma ci sarebbe riuscita ancora se quella paura fosse tornata? Era stato così difficile reagire. Il dolore alla testa… fiaccava. Uno spasimo alle tempie, come se si stringessero fino a toccarsi: come se una fosse incudine per l’altra, battuta dal maglio dell’ossessione.

Storia di Anna, Giuliano Gallini, Nutrimenti. Una sera non mi riuscì di trattenermi. Certo – gridai, rivolto a Malnate -: il suo atteggiamento dilettantesco, in fondo da turista, gli dava modo di assumere nei riguardi di Ferrara un tono di longanimità e di indulgenza che gli invidiavo. Ma come lo vedeva, lui che parlava tanto di tesori di rettitudine, bontà, eccetera, un caso successo a me, proprio a me, appena poche mattine avanti? Avevo avuto la bella idea – cominciai a raccontare – dì trasferirmi con carte e libri nella sala di consultazione della Biblioteca Comunale di via Scienze: un posto che bazzicavo fino dagli anni del ginnasio, e dove mi sentivo un po’ come a casa. Tutti molto gentili, con me, fra quelle vecchie pareti. Dopo che mi ero iscritto a Lettere, il direttore dottor Ballola aveva cominciato a considerarmi del mestiere. Gli bastava salutarmi, e subito veniva a sedermisi a fianco per mettermi a parte dei progressi di certe sue ormai decennali ricerche attorno al materiale biografico dell’Ariosto custodito nel suo studiolo particolare, ricerche con le quali si proclamava sicuro di superare decisamente i pur cospicui risultati raggiunti in questo campo dal Catalano. Quanto poi ai vari inservienti, costoro agivano nei miei confronti con tale confidenza e famigliarità da dispensarmi non solamente dalla noia di riempire i moduli per i libri, ma da lasciarmi addirittura fumare di tanto in tanto una sigaretta. Dunque, come dicevo, quella mattina mi era venuta la bella idea di passarla in biblioteca. Senonché avevo avuto appena il tempo di sedermi a un tavolo della sala di consultazione e di tirar fuori quanto mi occorreva, che uno degli inservienti, tale Poledrelli, un tipo sui sessant’anni, grosso, gioviale, celebre mangiatore di pastasciutta e incapace di mettere insieme due parole che non fossero in dialetto, mi si era avvicinato per intimarmi d’andarmene, e subito. Tutto impettito, facendo rientrare il pancione e riuscendo persino a esprimersi in lingua, l’ottimo Poledrelli aveva spiegato a voce alta, ufficiale, come il signor direttore avesse dato in proposito ordini tassativi: ragione per cui – aveva ripetuto – facessi senz’altro il piacere di alzarmi e di sgomberare. Quella mattina la sala di consultazione risultava particolarmente affollata di ragazzi delle Medie. La scena era stata seguita, in un silenzio sepolcrale, da non meno di cinquanta paia d’occhi e da altrettante paia d’orecchie. Ebbene, anche per questo motivo – seguitai – non era stato affatto piacevole per me tirarmi su, raccogliere dal tavolo la mia roba, rimettere tutto quanto nella cartella, e quindi raggiungere, passo dopo passo, il portone a vetri d’entrata. Va bene: quel disgraziato di Poledrelli non aveva eseguito che degli ordini. Però stesse molto attento, lui, Malnate, se per caso gli fosse capitato di conoscerlo (chissà che anche Poledrelli non appartenesse alla cerchia della maestra Trotti!), stesse molto attento, lui, a non lasciarsi fregare dalla falsa apparenza di bonarietà di quel suo faccione plebeo. Dentro quel petto vasto come un armadio albergava un cuoricino grande così: ricco di linfa popolare, d’accordo, ma per niente fidato. E poi, e poi! – incalzai -. Non era perlomeno fuori di posto che lui venisse adesso a fare la predica non dico ad Alberto, la famiglia del quale si era sempre tenuta in disparte dalla vita associata cittadina, ma a me che, al contrario, ero nato e cresciuto in un ambiente perfino troppo disposto ad aprirsi, a mescolarsi con gli altri in tutto e per tutto? Mio padre, volontario di guerra, aveva preso la tessera del Fascio nel ’19; io stesso ero appartenuto fino a ieri al G.U.F. Siccome dunque eravamo sempre stati della gente molto normale, noialtri, anzi addirittura banale nella sua normalità, sarebbe stato davvero assurdo che adesso, di punto in bianco, si pretendesse proprio da noi un comportamento al di fuori della norma. Convocato in Federazione per sentirsi annunciare la propria espulsione dal partito, espulso quindi dal Circolo dei Negozianti come indesiderabile: sarebbe stato veramente strano che mio padre, poveretto, opponesse a un simile trattamento un volto meno angosciato e smarrito di quello che gli conoscevo. E mio fratello Ernesto, che se aveva voluto entrare all’università aveva dovuto emigrare in Francia, iscrivendosi al Politecnico di Grenoble? E Fanny, mia sorella, appena tredicenne, costretta a proseguire il ginnasio nella scuola israelitica di via Vignatagliata? Anche da loro, strappati bruscamente ai compagni di scuola, agli amici d’infanzia, ci si aspettava per caso un comportamento d’eccezione? Lasciamo perdere! Una delle forme più odiose di antisemitismo era appunto questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza come gli altri, e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all’ambiente circostante, lamentare che fossero tali e quali come gli altri, nemmeno un poco diversi dalla media comune… È grazie a Bassani, e dunque, naturalmente, in primo luogo a quella gemma rara e preziosa, da custodirsi con cura, che è Il giardino dei Finzi-Contini, che Anna inizia a conoscere la città nella quale, in primo luogo per motivi di lavoro, si è trasferita, ossia la bella Ferrara. Mentre passeggia per le vie che hanno conosciuto la signoria estense incontra Marco: è l’amore. Si arriva al matrimonio, alla nascita di un figlio. La vita, quella vera, sembra aver finalmente deciso di iniziare a mantenere le promesse che fa a ognuno nel momento stesso in cui si viene al mondo, pare aver stabilito che sia l’ora d’iniziare sul serio a essere felici. Inevitabile però che si presenti un ma, una nuvola, via via sempre più gravida di pioggia, a inquinare il nitore del suo cielo: Anna, infatti, matura via via sempre maggiori ansie, angosce, timori, paure, ossessioni, finché… Personaggio autenticamente bassaniano nell’accezione più ampia e variegata del lemma, ma che ricorda al tempo stesso anche eroine di Fausta Cialente, Laudomia Bonanni e tante altre autrici e numerosi autori della storia letteraria italiana e non solo, Anna è la protagonista magnetica di un romanzo ottimo e di amplissimo respiro. Da non perdere.

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