Libri

“La biografa”

91935-9788865945131di Gabriele Ottaviani

Rimanevano davanti alla finestra, nudi, guardando di sotto.

La biografa, David Constantine, Nutrimenti. Traduzione a cura di Nicola Manuppelli. Eric è morto. Katrin è rimasta sola. Katrin è, o meglio, ormai, era, la sua seconda moglie. Gli ha tenuto la mano nell’ultima fase della sua vita. E ora c’è un vuoto nella sua esistenza. Proprio lei che di esistenze altrui è una grande esperta: è una scrittrice infatti, specializzata in biografie. Ma non quelle di personaggi baciati dal successo, dalla fortuna, dalla gloria: no, vite altre, in penombra, che sarebbero finite nell’oblio più totale, come foglie ormai cadute dal ramo e calpestate, se non ci fosse stata lei a raccontarle. Potrebbe mai non raccontare quella del suo amore? Potrebbe non cercare di elaborare la perdita straziante iniziando una ricerca? E potrebbe mai questa ricerca portarla laddove non avrebbe mai pensato di approdare? Un romanzo semplicemente straripante, un lampo intensissimo di un autore formidabile la cui prosa, tradotta per la prima volta in Italia, ha mille e più sfumature: da non perdere.

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“Brighton”

51mmWtrXC0L._SX316_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era come una lettera imbucata anni prima che avesse girato per tutto quel tempo.

Brighton, Michael Harvey, Nutrimenti, traduzione a cura di Nicola Manuppelli. Codice di avviamento postale: 02135. Nazione: Stati Uniti. Stato: Massachusetts. Contea: Suffolk. Città: Boston, propaggine nordoccidentale. Sono questi i dati di Brighton, un sobborgo difficile. Dove nel millenovecentosettantacinque vive Kevin, un ragazzo di bellissime speranze. Che rimane coinvolto col suo migliore amico nella morte di un uomo. E quindi deve andarsene. La sua vita prosegue, si arricchisce di trofei, ma dopo tanti anni il patto sancito dev’essere violato. Deve rimettere piede fra quelle strade. Perché il passato non è rimasto sepolto… Luminoso come un fulmine, potente come un tuono: semplicemente mozzafiato.

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“Jesse”

51ViJEx-NwL._SX317_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni giorno ti si spezza il cuore quando vedi che tuo figlio non riesce a raggiungere i normali traguardi della crescita.

Jesse, Marianne Leone, Nutrimenti, prefazione di Davide Ferrario, traduzione di Letizia Sacchini. Jesse è allegro. Bello. Dolce. Buono. Simpatico. Sorridente. Gioioso. Bravo a scuola. Gli piace la poesia. Ama il windsurf. Non parla. Soffre di epilessia. È tetraplegico. La madre lo sente, la madre lo sa: un giorno lo troverò morto nel suo letto, ha detto, ha scritto. È esattamente quello che succede. Quando lui ha solo diciassette anni. E lei non è più nulla, perché per chi perde un figlio non c’è la parola, tanto non ha senso che accada. E invece lei le parole le trova. Racconta il viaggio insieme a quel figlio che non c’è più fatto da lei e suo marito per farlo vivere quanto meglio possibile. E quello, ancora più arduo, compiuto dopo, da soli, per sopravvivere. Perché vivendo loro vive anche Jesse. Leggere questo libro è una straziante esigenza morale.

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“Il confine di Giulia”

78364-9788865944653di Gabriele Ottaviani

Andremo anche a Sils Maria, in pellegrinaggio da Nietzsche!

Giulia Bassani è bellissima, le immagini non le rendono giustizia. Abita in Svizzera, a Zurigo, la città del Burghölzli, in un albergo. La sua condizione è piuttosto simile a quella di una dorata prigionia. È una donna in crisi: spera di uscirne grazie all’aiuto della psicologia analitica, detta anche psicologia del profondo, si augura di riuscire a canalizzare quell’energia che si sente ribollire dentro confusamente e che la spossa e stordisce per cambiare e sentirsi meglio, più consapevole. In casi come questo e in un periodo come quello – è gennaio, è il millenovecentotrentuno, la Germania prostrata dalla sconfitta nella prima guerra mondiale e dalla punizione comminatale dalla comunità internazionale, che è riuscita soltanto a fomentare una brama velenosa di rivalsa, sta per concedersi gagliardamente all’abbraccio mortale del criminale austriaco Adolf Hitler – il nome cui rivolgersi è uno: Carl Gustav Jung. Presso il cui studio si reca anche un uomo in crisi: è accusato di tradimento e doppiogiochismo, la sua fede comunista vacilla, quella nell’omonimo partito è ormai in brandelli, vuole cambiare vita, dedicarsi alla letteratura. Si chiama Ignazio. Silone. Lei e lui si incontrano, si conoscono e, a dispetto d’ogni cosa, per una breve parentesi si amano. Tra finzione, atmosfere à la A dangerous method e ricostruzione documentaria l’esordio narrativo di Giuliano Gallini ha il pregio di uno stile ricercato ma mai ampolloso, una fluidità deliziosa, una sensibilità raffinata che racconta con garbo e intelligenza l’universalità dei sentimenti umani. Il confine di Giulia, Nutrimenti. Un gioiello.

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“L’uomo autentico”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli disse che gli aveva detto la verità quando gli aveva promesso che gli avrebbe preparato la vasca e rimboccato le lenzuola, ma in fondo tutto questo poteva aspettare, no? E fece sedere Herman Marshall sul divano della sua casa, un divano a fiori che gli ricordò un po’ il divano a fiori che un tempo avevano avuto lui e Edna; quel divano a fiori era stato così importante, ma lui non riusciva a ricordarsi perché, e in fondo andava bene così. Jobeth si accovacciò davanti alla televisione, l’accese e cominciò a cambiare i canali, e poi c’era questo negro nudo seduto a cavalcioni su una donna bianca nuda, e si stava facendo una sega sulle tette della donna che faceva smorfie e gli leccava lo sperma. “Cristo santo”, disse Herman Marshall, e Jobeth ridacchiò. Lo raggiunse e gli disse che non le importava che cosa lui pensava; gli si voleva sedere in grembo. E lo fece. E baciò Herman Marshall sulla bocca e gli mostrò le tette appassite. E gli disse che lei era una persona con degli istinti come tutte le altre. E quel negro continuava a menarselo e menarselo, con quella specie di pompa che aveva, con cui avrebbe potuto squartare un cavallo. Jobeth premette il viso di Herman Marshall contro le sue tette tristi. Gli disse che aveva bevuto del gin, e che il gin la metteva sempre di buon umore, oh tesoro, Jobeth ti adora. Herman Marshall strofinò il viso contro Jobeth e le sue labbra da nero fecero su e giù, mentre intanto alla televisione due donne bionde si stavano leccando la figa, e una delle due donne indossava un reggicalze nero, e Herman Marshall sentì il cazzo diventargli duro, e Jobeth gli abbassò la cerniera, glielo prese fra le mani e iniziò a menarglielo, e gli disse che in realtà non voleva niente per sé; tutto ciò che voleva era renderlo felice, e aveva i calli alle mani, che però creavano una certa frizione, e Herman Marshall gemette, e le due donne bionde continuavano a leccare, leccare, leccare, e si sentiva una musica, forse suonata da un clarinetto, e le donne della televisione scopavano, scopavano, scopavano, e Herman Marshall chiuse gli occhi e per un attimo vide quella bella, fantastica donna del Rice Hotel, e improvvisamente lasciò fuoriuscire un piccolo, scialbo schizzo di sperma nella mano di Jobeth, e lei gli sorrise e lentamente si portò la mano alla bocca e tirò fuori la lingua e si leccò la mano, e il negro si unì alle due donne bionde e scopò dal culo quella con il reggicalze. Jobeth fece un risolino e parlò di vero amore. Disse a Herman Marshall che si era comportato da vero uomo nell’affrontare la sua tragedia. Sospirò. Si massaggiò i capezzoli con i pollici. Poi spinse il viso di Herman Marshall contro il suo seno e gli disse di succhiare e di leccare; era il minimo che potesse fare. E dopo un po’ lui era di nuovo a casa, nudo sotto la doccia, e l’acqua era calda, e sussultava, e Jobeth era lì con lui, lo stava abbracciando, e il suo corpo era tutto pieno di macchie e rughe ed era curvo (la sua pelle aveva la forma e la consistenza della pelle delle tartarughe, di quei cani col doppio mento, di quei politici stanchi) e gli sussurrava nell’orecchio, e lui aveva in mano una bottiglia di Shiner, e continuava a bere perché non voleva che la birra si mischiasse con l’acqua della doccia.

Don Robertson, L’uomo autentico, introduzione di Stephen King, traduzione – si consenta l’aggettivo: grandiosa – di Nicola Manuppelli, Nutrimenti. Il New York Times, si sa, è una delle testate più prestigiose che si conoscano in tutto il mondo: letto, citato, commentato, ritenuto un punto di riferimento, adorato dagli estimatori e preso di mira dai suoi detrattori e denigratori. Non pare, per esempio, che il neoeletto presidente degli Stati Uniti d’America Donald John Trump ami particolarmente il quotidiano fondato il diciotto di settembre del milleottocentocinquantuno da Henry Jarvis Raymond e George Jones: in una intervista dell’anno scorso al prestigioso giornale nientedimeno che Stephen King, uno che ha fatto conoscere il Maine come solo Jessica Fletcher, nonché uno che di estimatori adoranti e al tempo stesso di detrattori feroci e per partito preso se ne intende eccome, alla domanda su quale fosse il suo scrittore preferito ha risposto Don Robertson. Di Cleveland, Ohio. Un autore e giornalista che non conosce quasi nessuno. E che invece è fondamentale conoscere. Perché la sua lingua, la sua capacità narrativa, la sua costitutiva e caratteristica franchezza espositiva lo rendono uno scrittore non solo di gran pregio, ma anche un simbolo e una compiuta sintesi di molte delle istanze che appartengono alla faccia oscura della luna del sogno americano. L’uomo autentico parla di vecchiaia, di illusioni tradite, di certezze perdute, di risposte mai trovate, di coscienza della fine. E di una redde rationem che dovrebbe di diritto passare negli annali. Scabro, atroce, doloroso, scintillante, potente, maestoso, solenne, tragico. Da non perdere.

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“L’ottava nota”

GGW064.pngdi Gabriele Ottaviani

L’avevano fatto ubriacare e costretto a una crudele veglia funebre col fumo delle sigarette al posto dell’incenso e schizzi di vino invece dell’acqua santa. Seduti di fronte alla salma, riconobbero il maresciallo dei carabinieri in borghese, il padre di Sara, il sindaco Allìa e la giunta al completo.

L’ottava nota, Gianluca Monastra, Nutrimenti. Sono due fratelli. Uno ha avuto fortuna. L’altro no. Uno suona il pianoforte. L’altro il sassofono. Hanno cominciato insieme. Amano il jazz. Si sono trasferiti. Hanno lasciato la Sicilia natia. Sono arrivati a Roma. Si sono separati. Persi. Si sono fatti del male. Si sono fatti delle cose. Si sono detti delle cose. Soprattutto non si sono detti altre cose. E nel momento in cui si ritrovano, riuscire a ricreare l’armonia che un tempo forse c’è stata non è facile. Perché nel frattempo altri detriti sono stati sedimentati come incrostazioni di gromma sulle pareti della loro esistenza dal fiume delle cose che capitano. Diego e Michele sono due bellissimi personaggi, fragili e forti insieme, complessi, che Monastra, giornalista e autore, tratteggia con perizia ritraendo anche l’affresco di un’atmosfera e di un paese intero che ha vissuto un’epoca nella quale i sogni parevano a portata di mano. Intenso.

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“Appunti di meccanica celeste”

GGW062.pngdi Gabriele Ottaviani

La vita di Lulù assomigliava a uno di quei pezzi di cartone intorno ai quali si raccoglie il filo per fare i gomitoli: il destino lo aveva avvolto dentro nu rùmbulu intrecciato di fili grigi e neri, che si sentiva come legato, costretto, recluso in una mente piccola e oscura.

Appunti di meccanica celeste, Domenico Dara, Nutrimenti. Il circo è un mondo altro. Sembra che ogni convenzione, ogni riferimento, ogni accenno a una banale normalità, ammesso e non concesso che l’idea di normalità abbia un suo valore preciso e possa essere ritenuta essa stessa a pieno titolo un valore, e non sia viceversa semplicemente una mera questione di aderenza a una consuetudine statistica, perda l’orientamento nella circolarità del tendone, che chiude il cielo e trasporta gli astanti lì dove l’immaginazione e la realtà si toccano, lì dove il vuoto e il funambolo si sfidano. Arriva il circo a Girifalco, che è vera ma anche un po’ una Macondo del mezzogiorno d’Italia, e l’atmosfera d’incanto si traduce in un desiderio di novità per tutti gli abitanti del paese. Alcuni, poi, vivono in attesa di ricominciare a esistere, perché le loro vite sembrano aver perso l’equilibrio… Con una lingua che è una cornucopia di primizie, un dono e un rito che inizia al mistero dell’amalgama del realismo magico e dei diversi lessici familiari, Dara in trenta capitoli che sono ognuno un romanzo, tali e tante sono la solidità e la compiutezza, fotografa con eleganza e maestria una commedia umana in cui ogni emozione trova cittadinanza. Da leggere.

 

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