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“Le dodici vite di Samuel Hawley”

51WoqWi4jmL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

  • Dimmi la cosa peggiore che hai fatto. In tutta la tua vita.
  • Sposare te.

Le dodici vite di Samuel Hawley, Hannah Tinti, Nutrimenti, traduzione di Sandro Ristori. Il corpo di Samuel Hawley, criminale, padre di Loo, uomo dall’esistenza randagia che trova un momento di requie a Olympus, nel Massachussetts, dove finalmente potranno smettere di guardarsi le spalle e Loo potrà cominciare a essere un’adolescente come tutte, con i piccoli strazianti meravigliosi problemi di tutte e di tutti, che se non uccidono rinforzano e danno luce e speranza all’esistenza, che non conoscerà mai, perché è irraggiungibile, la perfezione, ma certo potrà tentare di essere la migliore possibile, è segnato da una dozzina di cicatrici. Una per ogni proiettile che l’ha colpito nel suo arduo passato. Che, come tale, non si può dire mai davvero definitivamente trascorso. E… Epico, monumentale, formidabile.

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“Vita d’albergo”

51JbKtss9CL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi ha anche detto di essere sempre stato un uomo privo di senso pratico. Di affitti precari, scarsa mobilia e padroni di casa invadenti. Aveva fatto due conti e aveva capito che era meglio trasferirsi lì, dopodiché aveva raggiunto un accordo verbale con la direzione. Dopo essere stata esaminata da una gerarchia un po’ sgangherata di gestori e gerenti, la sua proposta era stata accolta dalla famiglia proprietaria: occupare a vita e a un prezzo ragionevole la stanza del poeta, che a quei tempi veniva tenuta vuota come un piccolo museo (con tanto di pitale, calamaio, portastecchini dentro altrettante vetrinette). C’era una sola condizione: doveva impegnarsi a mostrare ogni tanto ai turisti la storica stanza. L’albergo, che non navigava in buone acque, in quel modo ne avrebbe ricavato un reddito decoroso. Con la sua pensione e i suoi risparmi, l’uomo poteva permettersi di pagare la cifra pattuita. “Avrà già notato che ho aggiunto qualcosa. E ho tolto le vetrine, ovviamente. A ogni modo quelle erano cianfrusaglie, quasi tutta roba falsa. Ci eravamo anche accordati che questa stanza non sarebbe stata ristrutturata, così ho potuto prelevare dalle altre stanze qualche mobile di mio gradimento”. Ho osservato di nuovo il pentolino e il fornello in un angolo. Dopo quel racconto, mi è sembrato che si fossero trasfigurati, e assieme a loro anche l’aspetto e perfino l’odore della stanza, che probabilmente continuava ad aleggiare lì dentro, anche se non lo sentivo più. Ho sentito che intorno a me sorgeva una nuova atmosfera domestica e permanente. Ogni cosa rimaneva al suo posto, eppure improvvisamente mi trovavo agli antipodi rispetto a dove avevo creduto di essere. Né sancta sanctorum del poeta remoto, né stanza d’albergo con un passato: stavo facendo una visita nella casa di una persona.

Vita d’albergo, Javier Montes, Nutrimenti, traduzione di Loris Tassi. Un po’ come Margherita Buy in Viaggio sola, il protagonista di questo romanzo sorprendente, straniante, trascinante, simbolico, ironico, sensuale, che gioca con le potenzialità della letteratura in modo sopraffino, ricchissimo di livelli, chiavi di lettura e di interpretazione, originale, brillante, caleidoscopico e godibilissimo, fa il critico di alberghi. Ne valuta i pregi e soprattutto i difetti. Sotto ogni aspetto. Un giorno sbaglia stanza, ed entra in quella della gestrice di un blog che si chiama Vita d’albergo, un titolo che non differisce di molto da quello della di lui rubrica. Solo che si tratta di un blog per soli adulti ad alto tasso erotico. E da lì inizia una rocambolesca ossessione… Da non perdere.

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“Il nemico”

41GyNLcbZxL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il compagno Stalin dice testualmente che sarebbe opportuno avere un proprio servizio di spionaggio per procurarsi le informazioni sui piani dell’avversario.

Il nemico – Intrighi, sospetti e misteri nel Pci della guerra fredda, Vindice Lecis, Nutrimenti. Nel millenovecentocinquantuno, tre anni dopo l’attentato di cui rimase vittima, e che se Bartali non avesse vinto il Tour de France probabilmente avrebbe gettato, almeno così si dice da sempre, il paese nel baratro della guerra civile, Palmiro Togliatti, leader del partito comunista italiano, il più grande fra tutte le omologhe formazioni presenti nelle nazioni al di qua della cortina di ferro, ebbe un’altra gatta da pelare non di poco conto. Nella sua casa vennero sistemati dei microfoni spia dal capo della Commissione di Vigilanza, su precisa indicazione di alcuni uomini ai vertici del partito: si pensava che infatti la sua compagna Nilde Jotti, futura terza carica dello stato, per cui aveva lasciato la moglie, fosse in contatto con ambienti vaticani. Ma non è solo questa la vicenda che racconta questo bel libro, interessante e importante: è piuttosto quella di uno stato e di una società fatto di mille marchiane contraddizioni, in cui la politica, nel bene e nel male, ha un ruolo fondamentale. Da leggere.

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“Le fasi notturne”

51qsJumlDsL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La velocità somigliava a una corrente elettrica che gli fluiva nel sangue, e riconobbe quasi immediatamente di averne bisogno, dimenticando del tutto le indicazioni di Annie per rallentare. Urlò di gioia mentre piccole case, muretti di pietra, le rovine dell’ospizio di Ballagh, campi ordinati e altri incolti, cani da pastore con gli occhi fissi su di lui, cumuli di torba immobili, e due menhir dall’aria imponente gli passavano accanto veloci. Sul breve tratto in pianura che portava alla strada principale per entrare finalmente nel centro abitato, come intuendo la riluttanza del ragazzo a oltrepassare il confine verso la sua vecchia vita, la bicicletta cominciò a perdere slancio. Quando il veicolo prese a vacillare, Kieran saltò giù troppo presto. Insicuro su come scendere, e avendo dimenticato nell’estasi del suo volo in discesa che c’erano dei pedali che poteva usare per prendere velocità e quindi recuperare l’equilibrio, atterrò, incredibilmente, in piedi. Poi camminò con noncuranza per tornare al punto in cui la bicicletta giaceva sulla strada e la risollevò prendendola dal manubrio, che ora gli provocava una sensazione di familiarità tenendolo tra le mani. Riportò a spinta il veicolo indietro risalendo tutte le quattro miglia della strada, parlandogli come se fosse stato un cavallo o un cane, qualcosa di animato e fiducioso, che gli aveva fatto un grande favore e che doveva essere lodato e coccolato per i suoi sforzi. Gerry-Annie non era sulla strada quando arrivò a casa, ma poté vedere le sue tre camicie appese al filo teso da un palo al muro posteriore della casa, con le braccia che si muovevano quasi a salutarlo, i suoi molti alter ego che reagivano con grande gioia a questa trasformazione meravigliosa che aveva avuto luogo dentro di lui.

Le fasi notturne, Jane Urquhart, Nutrimenti, traduzione di Dora Di Marco. Jane Urquhart è una delle più importanti voci della letteratura mondiale. Munro, Oates, O’Brien, Strout e Tyler sono le sue sodali in questo pantheon che fa di loro i più bei petali della rosa dell’empireo della grande narrativa planetaria, autrici dalla sensibilità unica, inimitabile, insostituibile, che non si possono davvero non leggere, a meno di volersi privare dell’infinito piacere del contagio con la più pura bellezza. Jane Urquhart viene dal Canada, e ha dei temi che le sono assai cari, che racconta in maniera intelligente, raffinata, elegante, semplice e lieve ma mai banale, retorica oppure superficiale, anzi, con la profondità di chi sa rendere straordinario anche, se non soprattutto, l’ordinario. Tutti, purtroppo, o forse, chissà, magari per fortuna, dato che se non avesse asperità certo la vita non sarebbe così bella, abbiamo esperienza di rimpianti, rimorsi, perdite, desideri, allontanamenti e separazioni: anche Tam. La splendida protagonista di questo romanzo. Che è bloccata dalla nebbia in aeroporto e pensa al suo amore infelice per Niall. Un uomo non cattivo, ma che ha l’anima ferita dal dolore… Perderlo è peccato.

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“Due estati”

51qu+KGQNDL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Kaethe Muller si strinse nelle spalle e sorrise con aria d’intesa, le sue labbra senza trucco come grandi muscoli rosa pieni di salute, cosa che senza dubbio era vera. Tutto era imponente, sano e tedesco in lei, e Dory non poté fare a meno di pensare che se loro fossero stati tutti così imponenti, forse non avremmo vinto la guerra. Si chiese che tipo di tedesca fosse Kaethe Muller. Alcuni tedeschi erano stati contro Hitler, ma la maggior parte erano prima di tutto tedeschi e solo in secondo luogo contro Hitler, in licenza dai propri doveri. Dove l’aveva letto? Perché aveva studiato queste cose? Crucchi, mangiacrauti. Winston Churchill aveva detto: “I crucchi te li trovi alla gola o ai piedi”. Cosa intendeva dire? Era una frase razzista? Ike Eisenhower era tedesco; lo era il suo nome, perlomeno, e nessuno poteva essere più americano di lui. Ma perché lo chiamavano ‘Ike’? Il suo nome era Dwight David Eisenhower. Forse ‘Eisenhower’ suonava ebreo ai suoi compagni di West Point, e così per scherzo lo chiamavano ‘Ike’. Il nostro eroe nazionale aveva ricevuto quel soprannome per uno scherzo sugli ebrei? Sperava di sbagliarsi. Ma in fondo anche gli attori ebrei e altri personaggi famosi avevano cambiato il loro nome; dovevano aver saputo qualcosa sugli Stati Uniti anche loro. Joseph Goebbels sosteneva che se le sue argomentazioni sugli ebrei fossero state conosciute nel mondo, si sarebbero diffuse, come una malattia. C’erano due famiglie ebree a Leah. Una gestiva un negozio di rigattiere, l’altra una merceria.

Due estati, Thomas Williams, Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Live free or die. È questo il motto dello stato del New Hampshire, cielo, monti e boschi in pieno New England. Dove si trova Leah, la cittadina in cui vivono Dory e John. Che hanno diciassette e ventun anni. Ed essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro: così, per lo meno, secondo quel che sostiene, stando all’attribuzione unanimemente assegnata al periodo succitato, Bob Dylan. Perché infatti è proprio di gioventù che parla questo romanzo, di gioventù e di estate: del resto, sono stagioni simillime. Calde, belle, fugaci. La seconda guerra mondiale non è finita da molto, John è tornato dal fronte, e la passione con la sua vicina di casa che ne sogna i baci e le carezze da sempre sboccia improvvisa e travolgente. Un giorno però lui balza in sella alla sua moto e parte. Verso ovest. Promettendo a Dory che tornerà. E che la sposerà. Lei resta. Aspetta. E il tempo dell’estate si fa da un lato parentesi sospesa, dall’altro bruciante folata di vento, di vita strappata alla morte, perché l’unico vero peccato di gioventù è ciò che non si è fatto proprio quando si era giovani, nel tempo e nel momento adatto e opportuno. Attraverso una prosa lirica e magnetica Thomas Williams descrive come meglio non si potrebbe il maschile e il femminile, il trasporto e la malinconia, i diversi punti di vista e le differenti priorità di chi è raggomitolato in un amore. Un’occasione da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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“Fiori a rovescio”

61mfbFtGixL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Si perdona, ma non si dimentica.

Fiori a rovescio, Stefano Tofani, Nutrimenti. Ammaliante fin dal titolo, profondo, simbolico e bellissimo, di sensibilità rara e commovente, delicatissimo e insieme frizzante, questo romanzo è la storia di Enrico. Che è nato tetraplegico. E quindi da subito ha imparato che la vita è dura e infame. Eppure, nonostante questo, o forse, chissà, proprio per questo motivo, sembra che sia rimasto solo lui capace di sorridere a Cuzzole, un paesino della Toscana che, per l’appunto, si potrebbe dire ridente se non fosse che la stragrande maggioranza dei musi è lunga assai. A parte il fratello e Adele, l’assistente sessuale per disabili, gli altri paiono infatti essere tutti preda di ubbie e livori. Mentre il tempo passa, però, e la storia con l’iniziale maiuscola si innesta in quella quotidiana, umana e individuale nello spazio di un trentennio o giù di lì, sempre più forte si fa strada il conclamato concetto che solo l’amore risana e nutre davvero… Da non perdere.

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“Il ragazzo detective”

51uuZK3SpRL._SX311_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il centro di nessun posto mi sembra un luogo più confortante delle estremità di nessun posto, che, logicamente, si troveranno più vicine a un qualche posto. Certo, se si preferisce essere in qualche posto, allora questa mia preferenza deve sembrare folle. Posso sentire i membri dell’Accademia in questo momento gridare dai loro banchi di legno dell’auditorium dell’Accademia: Signore! Chi, di mente dritta, sceglierebbe il centro di nessun posto alle sue estremità, dove, almeno, si può intravedere un qualche posto, dove chiunque di mente dritta preferirebbe essere? Ma, signori, direi loro, se e quando sarò liberato dalle catene a cui sono legato davanti alla stanza, accanto al leggio, signori, io sono di mente manca. Al che, il presidente dell’Accademia sbotterebbe, definendola la cosa più stupida che abbia mai sentito. Non potrei essere più d’accordo, dovrei dire, anche se capissi cosa significa. O anche senza alcuno sforzo di immaginazione, del resto. Qui davanti al Gray’s Papaya tra la Ventitreesima e la Terza Avenue, un ragazzo con una faccia simile alla mia, solo più rotondo, non rasato e senza rughe, esamina con occhi esattamente come i miei le persone che passano. Ora discende la strada stupito. Rimango immobile, come un funzionario del governo, come un ispettore postale, mentre mi passa accanto. Vedo ciò che vede. So quello che sa. Mon semblable. Aperto come il mare. Cosa provo per lui? Tutto. Cosa posso fare per lui? Niente. Non si accorge di me. Cammina attraverso di me, attraverso il mio corpo. Forse è meglio così. Un ragazzo come quello? Quel ragazzo potrebbe fare qualsiasi cosa.

Il ragazzo detective – Un’infanzia a New York, Roger Rosenblatt, Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Roger Rosenblatt, scrittore e docente, autore delle prose più varie, è nato nel millenovecentoquaranta, quando il suo paese stava per entrare in guerra per combattere il nazifascismo: ha attraversato il cosiddetto secolo breve, ha visto il mondo e la società mutare. In questo libro parla di sé: passeggia, in maniera quasi neghittosa, per la Grande Mela. Che però non è lo sfondo. È la protagonista. Quella vera. La sua guida è un vademecum per le emozioni, il viaggio che compie e che fa compiere al lettore, che conduce per mano con invidiabile sicurezza, è prima di tutto un itinerario sinestetico nei ricordi, e nelle storie che germogliano come fiori policromi a ogni angolo della metropoli tentacolare, spersonalizzante, umana, troppo umana, la stessa – in cui si riverberano fior fior di riferimenti colti, letterari e non solo – che gli si squadernava dinnanzi agli occhi curiosi di bimbo esplorava il quartiere immaginando di essere un detective a caccia di banditi… Semplicemente un incanto.

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