Intervista, Libri

Massimo Bavastro: “Essere genitori vuol dire…”

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Convenzionali ha recensito Il bambino promesso di Massimo Bavastro e ora ha il grandissimo piacere di intervistarne l’autore.

Cosa significa essere genitori?
Provo a rispondere tenendomi lontano dalle generalizzazioni, e dicendo in che modo ci provo io, a essere un buon genitore.
Esserci: suonare la chitarra con i miei figli, prendermi del tempo per pensare ai film da guardare insieme a loro; non mettergli pressione e non fargli sentire il peso del giudizio; abbracciarli, baciarli, fargli sentire che gli voglio bene perché sono i miei figli, ma anche per le persone che sono; ridere con loro quando mi sento di buon umore, e cercare di limitare i danni quando sono di cattivo umore; fargli sentire che è importante che facciano il loro dovere, e verificare che lo facciano; mostrargli quanto è bello vivere di passioni, senza pretendere di trasmettergli le mie; aiutarli a cogliere la bellezza della vita, e mostrargli che se sorridono, gli altri sorrideranno a loro.
Abbracciare la loro mamma e dirle “ti amo” davanti a loro; ma anche litigare con lei di fronte a loro, perché capiscano che se litighiamo non è la fine del mondo, e vedano che si può chiedere scusa e passare oltre. Provare a impedire che si alzino da tavola prima che gli altri abbiano finito di mangiare. E mantenere le promesse.
Quando riesco a farlo la metà delle volte che ci provo, sono contento.
Perché scegliere di avere un figlio oggi in un mondo che non sembra essere affatto a misura di bambino?
E se invece non lo fosse mai stato come adesso? Viviamo in un relativo benessere, e abbiamo la possibilità di scegliere quello che ci piace e di rifiutare quello che non ci piace. Ci sono un sacco di cose che possiamo fare con i nostri figli, basta averne voglia.
Che percorso è quello dell’adozione?
Il percorso burocratico è complicato, lungo, frustrante, assurdo, legato in maniera preponderante al caso. A guardarlo a cose fatte, a distanza di tempo, può apparire perfino comico. Si sa che Kafka rideva a crepapelle quando leggeva i suoi racconti agli amici. Ecco, parlo di quel genere di comicità.
Perché rivolgersi alle adozioni internazionali?
I bambini italiani adottabili sono pochi, e vengono dati in adozione a coppie più giovani di quanto non lo fossimo io e mia moglie quando abbiamo iniziato il nostro percorso. È una scelta obbligata: che però può diventare un’esperienza meravigliosa, fondamentale.
Quali sono i momenti peggiori dell’iter che porta ad adottare un bambino?
Non dimenticherò mai la faccia stolida di un impiegata comunale romana, che mascherava dietro un (mendace) “non posso farci niente” la propria sovrana indifferenza per gli esseri umani.
Che mondo è l’Africa, di cui dai mezzi di comunicazione di massa abbiamo senza dubbio un’immagine filtrata?
“Il bambino promesso” va probabilmente contro una serie di aspettative. Una di queste è che dopo nove mesi in Kenya i protagonisti abbiano capito tutto. In uno degli ultimi capitoli del libro, invece, ci si arrende alla constatazione di non avere capito quasi niente, di non essere riusciti ad entrare davvero in contatto con quel mondo. Probabilmente anche in questo c’è qualcosa che si avvicina all’aver compreso, almeno un po’…
Quali sono le speranze e le paure che un padre e una madre hanno per il proprio figlio?
Abbiamo iniziato le pratiche per l’adozione in Kenya quando presidente degli Stati Uniti era un uomo di origine keniana. Oggi al suo posto c’è un presidente che è stato appoggiato dal Ku Klux Klan. La storia cambia velocemente e in maniera imprevedibile. Cerchiamo di rimanere a distanza di sicurezza dalla paura, e ci teniamo stretto il nostro ottimismo.
In cosa scrivere per il teatro differisce dalla narrativa propriamente detta?
“Il bambino promesso” è pieno di storie, personaggi, avvenimenti; è memoir, libro di viaggio, reportage, romanzo di una crisi famigliare… La difficoltà era quella di tenere insieme tutto questo materiale senza perdersi. E perché tutto si tenesse era necessario lavorare in modo chirurgico non solo sulla struttura, ma anche sulla lingua: trovare la lingua più precisa, più diretta, più nitida.
È un livello di difficoltà che non ho mai dovuto affrontare per i miei spettacoli teatrali, con i quali cerco di emozionare, di far ridere, di far piangere, di toccare corde profonde… ma sempre all’interno di una misura più ridotta, che è la loro durata, mai superiore a un’ora e mezzo. Quindi una differenza fondamentale, in questo caso, è proprio quella delle “dimensioni”.
E poi un testo teatrale, così come una sceneggiatura cinematografica, è una specie di “semi-lavorato”, che si completa attraverso il lavoro degli attori, attraverso le luci, le scenografie, e per opera di un regista che non sono io. Il libro invece si gioca tutto sulla pagina: non c’è niente fuori da lì, nessun trucco, nessuna musica di sottofondo a sottolineare nulla, nessun cambio di luci improvviso a svegliarti…
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“Il bambino promesso”

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Togliendo a Leone la divisa della scuola trovai nella tasca dei pantaloni una ruota spaiata di automobilina. “E questa?”. “L’ho rubacchiata”. “Non si va a scuola per rubacchiare”. “Domani ricomincio il giro dei sassolini”. Affascinata dalla refurtiva quotidiana di Leone, Barbara aveva cominciato a raccoglierla in un barattolo di vetro alto e stretto. Cilindretti rossi e gialli di diverse misure; bacche marroni e minuscoli ovetti di plastica; una perlina; scampoli di gommapiuma di un verde chiaro fortemente artificiale; un frammento di scheda telefonica; un tappo di penna blu; e sassolini, appunto, da cui, a quanto aveva appena annunciato, sarebbe ripartito l’indomani col suo nuovo ciclo di ruberie. La gommapiuma schiacciava contro il vetro del barattolo quei frammenti colorati: sembrava un fuoco d’artificio congelato un attimo dopo lo scoppio. Dopo pranzo portammo i bimbi nella loro cameretta. Thomas si reggeva alla sponda del lettino, per chiacchierare a modo suo con Leone che voleva dormire. Quando Leone non ne poté più si alzò e cominciò a spingere il lettino di Thomas fuori dalla camera. La porta era stretta e non ci riuscì, allora lo spinse nella direzione opposta, verso il ripostiglio. Seduto sul lettino, le due dita in bocca, Thomas guardava Leone, divertito da quella piccola gita fuori programma. Mezz’ora più tardi Nairobi era sotto un diluvio sontuoso. Entrai nella camera dei bimbi per chiudere la finestra, sotto la quale s’era già formata una pozzanghera. Era cominciato all’improvviso e in maniera così violenta che non avevamo fatto in tempo a ritirare i panni stesi, e ora tiravano i fili come animali selvaggi; alcuni si erano liberati dalle mollette e fluttuavano sul pavimento allagato del terrazzo. Il lettino di Thomas stava di sbieco di fronte al ripostiglio: una posizione che denunciava gli sforzi inutili di Leone per spingerlo attraverso la porta. Thomas dormiva a pancia in su, braccia e gambe spalancate come un ranocchio da esperimenti; Leone gli si era addormentato accanto, una gamba sopra quella di suo fratello: incapace di farlo sparire, aveva deciso di infilarsi nel suo lettino. A due metri dalla furia del nubifragio, erano perfettamente immobili. Mi sedetti sul pavimento, incantato da quella quiete, dal ritmo regolare dei loro respiri. Chiusi gli occhi per concentrarmi su quel suono, mentre fuori imperversava la pioggia. E mi tornarono in mente le frasi misteriose che avevano sussurrato quel mattino, a letto, Barbara e Leone: “Mamma… cos’è?”. “Un unicorno”. “Che fa?”. “Vola”. Le avevano dette davvero o me le ero sognate? Riaprii gli occhi e mi accostai alla finestra per guardare fuori. La gente per strada non aveva ombrelli, ma scialli o stracci o sacchi sulla testa, più spesso niente.

Il bambino promesso, Massimo Bavastro, Nutrimenti. Massimo e Barbara sono una coppia. Con loro c’è Leone. Devono partire. Alla volta del Kenya. Per allargare la propria famiglia. A loro, infatti, si aggiungerà Baby Tom. Loro figlio. Prima di poterlo portare via con sé a casa dovranno rimanere lì per nove mesi. La durata di una gravidanza, come se davvero lo mettessero al mondo nella maniera più tradizionale. Costruendo un cordone ombelicale. L’Africa è bellissima, ma anche faticosa. E quando, oltretutto, ci si ritrova a dover attendere, a interrompere la normale routine, si rischia di venire assaliti dalle paure, di andare in crisi… E d’altronde va anche detto che, com’è noto, da un viaggio non si torna mai, se vero viaggio è, uguali a come si è partiti… Intenso, intimo, profondamente autobiografico e autentico, è emozionante, sentimentale senza sentimentalismo, né enfasi o retorica. Siamo tutti frangibili, del resto, ma è dalla ricchezza della fragilità che nasce la solidità della forza.

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“Storia della vela in 100 oggetti”

download (3).jpgdi Gabriele Ottaviani

Furono probabilmente i vichinghi a scoprire l’America molto prima di Cristoforo Colombo. Avevano le barche, la determinazione e il coraggio per farlo.

Storia della vela in 100 oggetti, Barry Pickthall, Nutrimenti, traduzione di Stefano Spila. L’autore è un progettista nautico, un costruttore, un fotografo, un giornalista sportivo, ha scritto numerosi libri sull’argomento ed è stato corrispondente per il Times: insomma, di cose ne sa, eccome. Sulle barche, sugli strumenti, sulla tecnologia, sulla storia e sulle tecniche della navigazione. È una vera e propria autorità nel settore della vela, una disciplina di fascino indubbio, indiscutibile, straordinario, che viene raccontata con estrema competenza e mirabile dovizia di particolari in un volume bellissimo, caratterizzato da un’impaginazione e da una veste grafica magnifica e da immagini straordinarie: è una guida, un vademecum, un percorso, una narrazione in senso diacronico, dialogico e diatopico che procede per tappe e rappresenta una vera e propria evoluzione. Appassionante.

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“Ottobre”

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Alla fine scese il buio, e anche se la tensione non si era placata, la folla si disperse. Per il momento.

Ottobre – Storia della rivoluzione russa, China Miéville, Nutrimenti, traduzione di Dora Di Marco. È l’accadimento che ha stabilito il passaggio, in un paese che fino a sessant’anni prima o poco meno aveva ancora, nemmeno fossimo in epoca medievale, la servitù della gleba, dal regime zarista a quello bolscevico: la rivoluzione d’ottobre in Russia, di cui ricorrono in questi giorni i cento anni. China Miéville è un attivista della sinistra radicale, è un giornalista e scrittore dai mille interessi, ha una vasta produzione letteraria di argomento fantasy che gli ha dato e gli dà molta notorietà: in questa particolare occasione si cimenta con una ricostruzione dallo stile brillante, chiaro, profondo, semplice, avvincente, romanzesco, ricco di citazioni e curiosità di un avvenimento dall’indubbia portata non solo concreta ma anche simbolica, rappresentativa dell’ideologia. Da leggere.

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“La biografa”

91935-9788865945131di Gabriele Ottaviani

Rimanevano davanti alla finestra, nudi, guardando di sotto.

La biografa, David Constantine, Nutrimenti. Traduzione a cura di Nicola Manuppelli. Eric è morto. Katrin è rimasta sola. Katrin è, o meglio, ormai, era, la sua seconda moglie. Gli ha tenuto la mano nell’ultima fase della sua vita. E ora c’è un vuoto nella sua esistenza. Proprio lei che di esistenze altrui è una grande esperta: è una scrittrice infatti, specializzata in biografie. Ma non quelle di personaggi baciati dal successo, dalla fortuna, dalla gloria: no, vite altre, in penombra, che sarebbero finite nell’oblio più totale, come foglie ormai cadute dal ramo e calpestate, se non ci fosse stata lei a raccontarle. Potrebbe mai non raccontare quella del suo amore? Potrebbe non cercare di elaborare la perdita straziante iniziando una ricerca? E potrebbe mai questa ricerca portarla laddove non avrebbe mai pensato di approdare? Un romanzo semplicemente straripante, un lampo intensissimo di un autore formidabile la cui prosa, tradotta per la prima volta in Italia, ha mille e più sfumature: da non perdere.

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“Brighton”

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Era come una lettera imbucata anni prima che avesse girato per tutto quel tempo.

Brighton, Michael Harvey, Nutrimenti, traduzione a cura di Nicola Manuppelli. Codice di avviamento postale: 02135. Nazione: Stati Uniti. Stato: Massachusetts. Contea: Suffolk. Città: Boston, propaggine nordoccidentale. Sono questi i dati di Brighton, un sobborgo difficile. Dove nel millenovecentosettantacinque vive Kevin, un ragazzo di bellissime speranze. Che rimane coinvolto col suo migliore amico nella morte di un uomo. E quindi deve andarsene. La sua vita prosegue, si arricchisce di trofei, ma dopo tanti anni il patto sancito dev’essere violato. Deve rimettere piede fra quelle strade. Perché il passato non è rimasto sepolto… Luminoso come un fulmine, potente come un tuono: semplicemente mozzafiato.

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“Jesse”

51ViJEx-NwL._SX317_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni giorno ti si spezza il cuore quando vedi che tuo figlio non riesce a raggiungere i normali traguardi della crescita.

Jesse, Marianne Leone, Nutrimenti, prefazione di Davide Ferrario, traduzione di Letizia Sacchini. Jesse è allegro. Bello. Dolce. Buono. Simpatico. Sorridente. Gioioso. Bravo a scuola. Gli piace la poesia. Ama il windsurf. Non parla. Soffre di epilessia. È tetraplegico. La madre lo sente, la madre lo sa: un giorno lo troverò morto nel suo letto, ha detto, ha scritto. È esattamente quello che succede. Quando lui ha solo diciassette anni. E lei non è più nulla, perché per chi perde un figlio non c’è la parola, tanto non ha senso che accada. E invece lei le parole le trova. Racconta il viaggio insieme a quel figlio che non c’è più fatto da lei e suo marito per farlo vivere quanto meglio possibile. E quello, ancora più arduo, compiuto dopo, da soli, per sopravvivere. Perché vivendo loro vive anche Jesse. Leggere questo libro è una straziante esigenza morale.

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