Libri

“Il nemico”

41GyNLcbZxL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il compagno Stalin dice testualmente che sarebbe opportuno avere un proprio servizio di spionaggio per procurarsi le informazioni sui piani dell’avversario.

Il nemico – Intrighi, sospetti e misteri nel Pci della guerra fredda, Vindice Lecis, Nutrimenti. Nel millenovecentocinquantuno, tre anni dopo l’attentato di cui rimase vittima, e che se Bartali non avesse vinto il Tour de France probabilmente avrebbe gettato, almeno così si dice da sempre, il paese nel baratro della guerra civile, Palmiro Togliatti, leader del partito comunista italiano, il più grande fra tutte le omologhe formazioni presenti nelle nazioni al di qua della cortina di ferro, ebbe un’altra gatta da pelare non di poco conto. Nella sua casa vennero sistemati dei microfoni spia dal capo della Commissione di Vigilanza, su precisa indicazione di alcuni uomini ai vertici del partito: si pensava che infatti la sua compagna Nilde Jotti, futura terza carica dello stato, per cui aveva lasciato la moglie, fosse in contatto con ambienti vaticani. Ma non è solo questa la vicenda che racconta questo bel libro, interessante e importante: è piuttosto quella di uno stato e di una società fatto di mille marchiane contraddizioni, in cui la politica, nel bene e nel male, ha un ruolo fondamentale. Da leggere.

Annunci
Standard
Libri

“Le fasi notturne”

51qsJumlDsL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La velocità somigliava a una corrente elettrica che gli fluiva nel sangue, e riconobbe quasi immediatamente di averne bisogno, dimenticando del tutto le indicazioni di Annie per rallentare. Urlò di gioia mentre piccole case, muretti di pietra, le rovine dell’ospizio di Ballagh, campi ordinati e altri incolti, cani da pastore con gli occhi fissi su di lui, cumuli di torba immobili, e due menhir dall’aria imponente gli passavano accanto veloci. Sul breve tratto in pianura che portava alla strada principale per entrare finalmente nel centro abitato, come intuendo la riluttanza del ragazzo a oltrepassare il confine verso la sua vecchia vita, la bicicletta cominciò a perdere slancio. Quando il veicolo prese a vacillare, Kieran saltò giù troppo presto. Insicuro su come scendere, e avendo dimenticato nell’estasi del suo volo in discesa che c’erano dei pedali che poteva usare per prendere velocità e quindi recuperare l’equilibrio, atterrò, incredibilmente, in piedi. Poi camminò con noncuranza per tornare al punto in cui la bicicletta giaceva sulla strada e la risollevò prendendola dal manubrio, che ora gli provocava una sensazione di familiarità tenendolo tra le mani. Riportò a spinta il veicolo indietro risalendo tutte le quattro miglia della strada, parlandogli come se fosse stato un cavallo o un cane, qualcosa di animato e fiducioso, che gli aveva fatto un grande favore e che doveva essere lodato e coccolato per i suoi sforzi. Gerry-Annie non era sulla strada quando arrivò a casa, ma poté vedere le sue tre camicie appese al filo teso da un palo al muro posteriore della casa, con le braccia che si muovevano quasi a salutarlo, i suoi molti alter ego che reagivano con grande gioia a questa trasformazione meravigliosa che aveva avuto luogo dentro di lui.

Le fasi notturne, Jane Urquhart, Nutrimenti, traduzione di Dora Di Marco. Jane Urquhart è una delle più importanti voci della letteratura mondiale. Munro, Oates, O’Brien, Strout e Tyler sono le sue sodali in questo pantheon che fa di loro i più bei petali della rosa dell’empireo della grande narrativa planetaria, autrici dalla sensibilità unica, inimitabile, insostituibile, che non si possono davvero non leggere, a meno di volersi privare dell’infinito piacere del contagio con la più pura bellezza. Jane Urquhart viene dal Canada, e ha dei temi che le sono assai cari, che racconta in maniera intelligente, raffinata, elegante, semplice e lieve ma mai banale, retorica oppure superficiale, anzi, con la profondità di chi sa rendere straordinario anche, se non soprattutto, l’ordinario. Tutti, purtroppo, o forse, chissà, magari per fortuna, dato che se non avesse asperità certo la vita non sarebbe così bella, abbiamo esperienza di rimpianti, rimorsi, perdite, desideri, allontanamenti e separazioni: anche Tam. La splendida protagonista di questo romanzo. Che è bloccata dalla nebbia in aeroporto e pensa al suo amore infelice per Niall. Un uomo non cattivo, ma che ha l’anima ferita dal dolore… Perderlo è peccato.

Standard
Libri

“Due estati”

51qu+KGQNDL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Kaethe Muller si strinse nelle spalle e sorrise con aria d’intesa, le sue labbra senza trucco come grandi muscoli rosa pieni di salute, cosa che senza dubbio era vera. Tutto era imponente, sano e tedesco in lei, e Dory non poté fare a meno di pensare che se loro fossero stati tutti così imponenti, forse non avremmo vinto la guerra. Si chiese che tipo di tedesca fosse Kaethe Muller. Alcuni tedeschi erano stati contro Hitler, ma la maggior parte erano prima di tutto tedeschi e solo in secondo luogo contro Hitler, in licenza dai propri doveri. Dove l’aveva letto? Perché aveva studiato queste cose? Crucchi, mangiacrauti. Winston Churchill aveva detto: “I crucchi te li trovi alla gola o ai piedi”. Cosa intendeva dire? Era una frase razzista? Ike Eisenhower era tedesco; lo era il suo nome, perlomeno, e nessuno poteva essere più americano di lui. Ma perché lo chiamavano ‘Ike’? Il suo nome era Dwight David Eisenhower. Forse ‘Eisenhower’ suonava ebreo ai suoi compagni di West Point, e così per scherzo lo chiamavano ‘Ike’. Il nostro eroe nazionale aveva ricevuto quel soprannome per uno scherzo sugli ebrei? Sperava di sbagliarsi. Ma in fondo anche gli attori ebrei e altri personaggi famosi avevano cambiato il loro nome; dovevano aver saputo qualcosa sugli Stati Uniti anche loro. Joseph Goebbels sosteneva che se le sue argomentazioni sugli ebrei fossero state conosciute nel mondo, si sarebbero diffuse, come una malattia. C’erano due famiglie ebree a Leah. Una gestiva un negozio di rigattiere, l’altra una merceria.

Due estati, Thomas Williams, Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Live free or die. È questo il motto dello stato del New Hampshire, cielo, monti e boschi in pieno New England. Dove si trova Leah, la cittadina in cui vivono Dory e John. Che hanno diciassette e ventun anni. Ed essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro: così, per lo meno, secondo quel che sostiene, stando all’attribuzione unanimemente assegnata al periodo succitato, Bob Dylan. Perché infatti è proprio di gioventù che parla questo romanzo, di gioventù e di estate: del resto, sono stagioni simillime. Calde, belle, fugaci. La seconda guerra mondiale non è finita da molto, John è tornato dal fronte, e la passione con la sua vicina di casa che ne sogna i baci e le carezze da sempre sboccia improvvisa e travolgente. Un giorno però lui balza in sella alla sua moto e parte. Verso ovest. Promettendo a Dory che tornerà. E che la sposerà. Lei resta. Aspetta. E il tempo dell’estate si fa da un lato parentesi sospesa, dall’altro bruciante folata di vento, di vita strappata alla morte, perché l’unico vero peccato di gioventù è ciò che non si è fatto proprio quando si era giovani, nel tempo e nel momento adatto e opportuno. Attraverso una prosa lirica e magnetica Thomas Williams descrive come meglio non si potrebbe il maschile e il femminile, il trasporto e la malinconia, i diversi punti di vista e le differenti priorità di chi è raggomitolato in un amore. Un’occasione da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

Standard
Libri

“Fiori a rovescio”

61mfbFtGixL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Si perdona, ma non si dimentica.

Fiori a rovescio, Stefano Tofani, Nutrimenti. Ammaliante fin dal titolo, profondo, simbolico e bellissimo, di sensibilità rara e commovente, delicatissimo e insieme frizzante, questo romanzo è la storia di Enrico. Che è nato tetraplegico. E quindi da subito ha imparato che la vita è dura e infame. Eppure, nonostante questo, o forse, chissà, proprio per questo motivo, sembra che sia rimasto solo lui capace di sorridere a Cuzzole, un paesino della Toscana che, per l’appunto, si potrebbe dire ridente se non fosse che la stragrande maggioranza dei musi è lunga assai. A parte il fratello e Adele, l’assistente sessuale per disabili, gli altri paiono infatti essere tutti preda di ubbie e livori. Mentre il tempo passa, però, e la storia con l’iniziale maiuscola si innesta in quella quotidiana, umana e individuale nello spazio di un trentennio o giù di lì, sempre più forte si fa strada il conclamato concetto che solo l’amore risana e nutre davvero… Da non perdere.

Standard
Libri

“Il ragazzo detective”

51uuZK3SpRL._SX311_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il centro di nessun posto mi sembra un luogo più confortante delle estremità di nessun posto, che, logicamente, si troveranno più vicine a un qualche posto. Certo, se si preferisce essere in qualche posto, allora questa mia preferenza deve sembrare folle. Posso sentire i membri dell’Accademia in questo momento gridare dai loro banchi di legno dell’auditorium dell’Accademia: Signore! Chi, di mente dritta, sceglierebbe il centro di nessun posto alle sue estremità, dove, almeno, si può intravedere un qualche posto, dove chiunque di mente dritta preferirebbe essere? Ma, signori, direi loro, se e quando sarò liberato dalle catene a cui sono legato davanti alla stanza, accanto al leggio, signori, io sono di mente manca. Al che, il presidente dell’Accademia sbotterebbe, definendola la cosa più stupida che abbia mai sentito. Non potrei essere più d’accordo, dovrei dire, anche se capissi cosa significa. O anche senza alcuno sforzo di immaginazione, del resto. Qui davanti al Gray’s Papaya tra la Ventitreesima e la Terza Avenue, un ragazzo con una faccia simile alla mia, solo più rotondo, non rasato e senza rughe, esamina con occhi esattamente come i miei le persone che passano. Ora discende la strada stupito. Rimango immobile, come un funzionario del governo, come un ispettore postale, mentre mi passa accanto. Vedo ciò che vede. So quello che sa. Mon semblable. Aperto come il mare. Cosa provo per lui? Tutto. Cosa posso fare per lui? Niente. Non si accorge di me. Cammina attraverso di me, attraverso il mio corpo. Forse è meglio così. Un ragazzo come quello? Quel ragazzo potrebbe fare qualsiasi cosa.

Il ragazzo detective – Un’infanzia a New York, Roger Rosenblatt, Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Roger Rosenblatt, scrittore e docente, autore delle prose più varie, è nato nel millenovecentoquaranta, quando il suo paese stava per entrare in guerra per combattere il nazifascismo: ha attraversato il cosiddetto secolo breve, ha visto il mondo e la società mutare. In questo libro parla di sé: passeggia, in maniera quasi neghittosa, per la Grande Mela. Che però non è lo sfondo. È la protagonista. Quella vera. La sua guida è un vademecum per le emozioni, il viaggio che compie e che fa compiere al lettore, che conduce per mano con invidiabile sicurezza, è prima di tutto un itinerario sinestetico nei ricordi, e nelle storie che germogliano come fiori policromi a ogni angolo della metropoli tentacolare, spersonalizzante, umana, troppo umana, la stessa – in cui si riverberano fior fior di riferimenti colti, letterari e non solo – che gli si squadernava dinnanzi agli occhi curiosi di bimbo esplorava il quartiere immaginando di essere un detective a caccia di banditi… Semplicemente un incanto.

Standard
Libri

“Topografia del caso Moro”

61Vmt16lBxL._SX336_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dagli atti della questura risulta che la prima chiamata da parte dei vigili del fuoco è delle 10.08. Una volta all’interno i vigili notano che si tratta di un appartamento decisamente particolare, disseminato di volantini delle Brigate Rosse. E di molto altro. A sorprendere è soprattutto la causa della perdita d’acqua: in bagno il rubinetto della doccia è aperto al massimo e appoggiato a una scopa posta trasversalmente sulla vasca, con il getto rivolto verso il muro in corrispondenza di una fessura fra le mattonelle della parete. Dinamica che sembra avere poco di incidentale. C’è a questo punto una seconda chiamata alla questura che descrive la situazione oggettivamente inquietante. Anche il comandante dei vigili del fuoco, Elveno Pastorelli, viene avvertito. In via Gradoli si precipitano il sostituto procuratore Luciano Infelisi e il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, oltre a funzionari della Digos e personale del gabinetto di polizia scientifica, per esaminare la gran mole di materiale sparso nell’appartamento composto da due piccole stanze, cucinino e bagno. Quel che appare subito evidente è che all’interno 11 di via Gradoli 96 le Brigate Rosse hanno piazzato una base di straordinaria rilevanza e, come si dice in gergo, ancora calda. Persa casualmente per un incidente domestico? O abbandonata volontariamente? Le circostanze che portano al disvelamento del covo di via Gradoli appaiono ancora oggi enigmatiche. E per alcuni aspetti bizzarre. Tenuto conto che per un caso, o più verosimilmente grazie alla soffiata di un informatore, nel covo di via Gradoli si poteva entrare con un mese di anticipo, il percorso che porta alla scoperta della base delle Br è costellato di non poche stranezze.

Topografia del caso Moro – Da via Fani a via Caetani, Roberto Fagiolo, Nutimenti. È orrenda notizia di questi giorni l’infame insulto al ricordo degli uomini – assassinati con una gragnuola di proiettili – della scorta di Aldo Moro, il più autorevole personaggio della Democrazia Cristiana negli anni a cavallo fra la prima e la seconda metà della cosiddetta prima repubblica che la mattina del sedici di marzo del millenovecentosettantotto fu rapito dalle Brigate Rosse a Roma, in zona Camilluccia, a quell’incrocio con via Stresa dove ci si dovrebbe fermare per forza, a meno di non essere degli scriteriati totali, anche se non ci fosse, come invece c’è, il segnale di STOP, perché, lo si scrive per esperienza, è dannatamente cieco, non distante dall’abitazione ch condivideva con la sua famiglia che non lo ha più rivisto vivo, presso via del Forte Trionfale, e dalla chiesa che era solito frequentare, e laddove è stata appunto di recente ignobilmente danneggiata la targa commemorativa della strage, e fatto ritrovare cadavere nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani, dinnanzi alla biblioteca di storia moderna e contemporanea, a metà strada tra il Bottegone, sede del PCI, e piazza del Gesù, dove si stagliava – o meglio si staglia: il palazzo c’è ancora, non c’è più la DC… – lo stabile sede della formazione scudocrociata: la tragica vicenda, vero e proprio spartiacque nella storia politica italiana del ventesimo secolo, parla anche attraverso i luoghi capitolini in cui si è svolta, covi e non solo, via Carlo Belli, via Massimi, via Newton, via Montalcini, via Firenze, via Gradoli, largo Argentina, via Foà, pizaa Belli, via Savoia, viale Giulio Cesare… Roberto Fagiolo indaga la storia e la cronaca, con stile intenso: da non perdere. Per non dimenticare. Mai.

Standard
Libri

“Una cartolina da Detroit”

61Iwe6AJb7L.jpgdi Gabriele Ottaviani

Tra la vergogna e la morte imminente, alla fine decisero di portarla all’ospedale. Rimase due mesi ricoverata. Il tempo sufficiente per affezionarsi a una delle infermiere che si prendevano cura di lei. La donna la riempiva di attenzioni, e Nandinha, pregandola di non farla tornare a casa, finì per raccontarle che il vero colpevole della sua gravidanza era suo padre. L’infermiera andò alla polizia; la polizia andò a parlare con il padre; il padre negò l’accusa e raccontò per filo e per segno la storia del marinaio. La polizia andò a parlare con la madre; la madre disse un gran bene del padre e raccontò per filo e per segno la storia del marinaio. Due giorni dopo, arrestarono un marinaio che corrispondeva per filo e per segno alla descrizione fatta da Nandinha: nome, data di nascita, fisionomia, le due dita della mano sinistra, la nave sulla quale era imbarcato.

Una cartolina da Detroit, João Ricardo Pedro, Nutrimenti, traduzione di Giorgio De Marchis. Tra luce e ombra, normalità e follia, realtà e immaginazione, la storia con l’iniziale maiuscola che si mescola a quella privata, così come la tragica memoria collettiva a quella individuale, e alla stessa stregua dei disturbi mentali del protagonista con l’assurdità del dolore inatteso, malanni che si fanno efficace modalità per ragionare sull’irragionevole, squadernando dinnanzi agli occhi del lettore tutte le possibilità a cui sa attingere il linguaggio della letteratura per descrivere e comunicare un’emozione grazie a una prosa formidabile, potente, accurata, semplice, elegante, mai banale, Pedro ripercorre una vicenda amara come fiele, fin nelle sue più intime fibre. Sono trascorsi oltre trent’anni dal disastro ferroviario di Alcafache. Una tragedia per il Portogallo tutto, e non solo. Era, guarda un po’, l’undici di settembre. Del millenovecentoottantacinque. Alle diciotto e trentasette in un tratto a binario unico due treni collidono. Il bilancio è di quarantanove morti e sessantaquattro dispersi. E João si ritrova ancora una volta a pensare all’ultimo istante prima dell’irreparabile, alla telefonata della polizia per comunicare che lo zaino di sua sorella Marta è stato ritrovato tra i rottami del disastro. Non sa spiegarsi perché Marta abbia preso quel treno, né perché l’amica da cui passava le vacanze si sia uccisa nella vasca da bagno. Non può far altro che indagare… Devastante e magnifico.

Standard