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“American Pop”

di Gabriele Ottaviani

Secondo un’intervista del 5 maggio 1986, Elizabeth Peterson, unica erede del Peterson Radio Network, non sapeva niente di quello che sarebbe successo in seguito quella sera. “Erano due dei miei più cari amici. Non avrei mai voluto che nessuno dei due si facesse del male. Lui non le ha fatto nulla. Sinceramente, sono offesa da quello che sta insinuando. Come ha detto che si chiama? Non mi sembra abbastanza adulto per essere davvero un giornalista”.

American Pop, Snowden Wright, Nutrimenti. Traduzione di Anna Mioni. La cultura pop è, soprattutto, almeno nell’immaginario collettivo occidentale, cultura a stelle e strisce: e volendo fotografare il panorama di riti, abitudini e consuetudini che affonda le sue radici nella terra dove sono migrati al di là dell’oceano europei che in patria non potevano avere fortuna è difficile non accorgersi della ricorrenza pressoché senza soluzione di continuità della comparsa di una sinuosa e simbolica silhouette di bottiglia. Quel nettare scuro e frizzante che disseta facendo venir voglia di bere è la tangibile espressione della Weltanschauung di una società che fa della produttività la cartina al tornasole della sua scala di valori, e che si rispecchia nella storia di una famiglia che, fra drammi, miserie, trionfi e vizi, fa splendida mostra di sé in questo romanzo di amplissimo respiro che avvince, convince e non manca di far riflettere, attualissimo nonostante l’ambientazione fra le due guerre mondiali. Da non farsi sfuggire.

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“Dieci storie quasi vere”

di Gabriele Ottaviani

“Se fosse vero, come qualcuno sostiene, che le azioni automatiche non sono mai veramente inconsce, perché qualcuna dovrebbe essere priva di conseguenze?”, diceva la terapista nel tentativo, convinto e sincero, di alleviare il mio senso di colpa. Mi piaceva come pronunciava le frasi, in modo lento e pacato, scandendo le parole. A volte riusciva anche a convincermi. “Perché non dovresti fare questo viaggio?”, mi aveva detto una delle ultime volte che l’avevo vista. “Non credi di esserti punita abbastanza?”.

Dieci storie quasi vere, Daniela Gambaro, Nutrimenti. Uomini, donne, madri, padri, figli, fratelli, sorelle, vite, immortalate nel dipanarsi lento, fluido, inesorabile ed emozionante del quotidiano, carico di significati e sensazioni, con una prosa lieve ma niente affatto superficiale, capace di caratterizzare con pochi cenni in modo precisissimo ambienti, personaggi, situazioni, stati d’animo, in modo tale da poter scrivere di tutto, senza retorica: sono vicende possibili quelle che racconta con sensibilità Daniela Gambaro, accadimenti che potrebbero succedere a ciascuno di noi, portandoci a interrogarci su chi siamo, e in particolar modo su chi vorremmo essere. Intenso.

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“Il più grande spettacolo del mondo”

di Gabriele Ottaviani

Sempre sorridendo, la signora Dallas aveva aperto la propria copia del libro di ortografia e aveva cominciato con gli esercizi. La mente di Morris Bird III nel frattempo era persa nei pensieri. Si era fissato i piedi e si era accorto di essersi dimenticato di togliersi gli stivali. Pensava a come la nonna si era fidata di lui. Non avrebbe controllato l’armadio. Sapeva che non lo avrebbe fatto. Lo sapeva per certo come sapeva il proprio nome. Avrebbe voluto poter correre a casa e baciare sua nonna e dirle la verità. Non voleva mentirle, ma cos’altro avrebbe potuto fare? Quel pomeriggio avrebbe fatto quella passeggiata. Non poteva permettere a nulla di mettergli i bastoni fra le ruote. Anche a costo di sentirsi ancora più un microbo, sarebbe andato dove si era ripromesso di andare. Aveva chiuso gli occhi per un secondo o due e la parola che gli era comparsa davanti era stata bugiardo. Subito aveva aperto gli occhi. Si era guardato intorno. La signora Dallas stava conducendo gli esercizi nel solito modo. A partire dal primo bambino al primo banco della prima fila, ogni bambino doveva fare lo spelling della parola letta dalla signora Dallas. La prima fila aveva già completato l’esercizio. E così anche i quattro bambini in seconda fila.

Il più grande spettacolo del mondo, Don Robertson, Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Morris Bird III, il pronipote del Morris Bird di Paradise Falls, il fidanzato della Julie Sutton di Julie, nel millenovecentoquarantaquattro, l’anno di Acque del sud, Angoscia, Arsenico e vecchi merletti, Avvenne domani, Le chiavi del paradiso, Da quando te ne andasti, Due donne e un purosangue, Due ragazze e un marinaio, La fiamma del peccato, La fidanzata di tutti, Gran Premio, La grande combattente, Incontriamoci a Saint Louis, La signora Skeffington, Sinceramente tua, La valle della vendetta, Vertigine e tanti altri film, mentre la guerra infuria ma alla Casa Bianca, grazie a Dio, perché The plot against America è fortunatamente rimasto solo un incubo ucronico e distopico alla pari di The man in the high castle, c’è e ci resta Franklin Delano Roosevelt, attraversa Cleveland per andare a trovare il suo migliore amico, e nel frattempo, con inusitato e irresistibile candore, vive una quotidianità teneramente avventurosa e disarmante nel corso della quale medita sull’amore, l’amicizia, il coraggio, l’onore, la morte e molto ancora. C’è poco da dire: del romanzo di Robertson il più grande spettacolo del mondo non è solo il titolo, ma anche, se non soprattutto, la più precisa delle definizioni.

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“Il libro di Katerina”

di Gabriele Ottaviani

Il grande è appena adolescente quando sua madre, a quasi trentanove anni, rimane di nuovo incinta. All’epoca una gravidanza a quasi quarant’anni era considerata a rischio, comunque lei aspetta il suo terzo bambino felicissima, sperando che questa volta Dio le conceda la femmina che tanto desidera. Per una non meglio spiegata complicazione, il feto morirà poco prima dell’ottavo mese e la madre se ne renderà conto giorni dopo, a causa del terribile odore di marcio che si sprigionava dalle sue gambe. In tutta fretta, con il rischio di setticemia e in stato di isteria perché crede che la sua bambina possa, debba essere salvata, verrà trasportata in una clinica di Salonicco dove sarà sottoposta a un’asportazione urgente dell’utero. Quando si riprenderà, qualcosa dentro di lei si è rotto, si è lacerato. Chi lo sa? Può essere che fosse lacerato da tempo e si nascondesse dietro alla sua riservatezza, al fatto che sembrava nascondersi dal mondo. La diagnosi sarà schizofrenia post-partum. E via in un’altra clinica, solo che in questa la tengono legata, quando finisce l’effetto delle iniezioni, e una volta alla settimana le fanno l’elettroshock. Per un pelo scampa alla lobotomia che consigliano due medici specializzati in quella barbarie che si chiama psicochirurgia, perché suo marito punterà i piedi e pretenderà di occuparsene lui stesso. Sarà più difficile di quello che immagina, in alcuni momenti disumanamente difficile. Sua moglie, distrutta psicologicamente, alterna a periodi di spaventosa apatia e immobilità – sta seduta per ore e giorni, senza parlare, fissando il vuoto – attacchi di aggressività contro sé stessa e gli altri, basati su idee inesistenti: che i suoi figli stanno complottando di ucciderla perché sono gelosi della sorellina, che suo marito è un ladro che si è introdotto in casa per violentarla, o altre volte è Lucifero in persona. I suoi figli passeranno momenti molto difficili non sapendo come curare la madre, che sembra non comprendere il loro amore. E il grande, in particolare, si prenderà cura di lei per tutta la vita…

Il libro di Katerina, Auguste Korteau, Nutrimenti, traduzione di Michela Corvino. Ha due fratelli e una sorella, la famiglia è ricca, i genitori sono anaffettivi: nasce il giovedì santo, data decisamente carica di significati, sia che si creda sia che non si abbia fede, quantomeno in Gesù Cristo, dell’anno del Signore millenovecentocinquantatré, durante il governo conservatore del feldmaresciallo a riposo Alexander Papagos, nel pieno della restaurata dinastia Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg. Ed essendo greci sono esperti di spade di Damocle: quella che pende sul clan di cui fa parte Katerina Chorianos ha il nome di malattia mentale, e prendendo le mosse dalla storia di sua madre Korteau dà vita a un romanzo familiare doloroso ma acceso da sprazzi d’ironia, un affresco straziante, magnetico e intenso della vita di un intero paese. Monumentale.

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“Afferra il coniglio”

di Gabriele Ottaviani

Ti guardano tutti mentre allarghi l’asciugamano arancione grande quanto un salotto, e senza dire una parola accettano il tuo diritto a un territorio più ampio. Ti guardano tutti mentre entri in mare, il passo non cambia mentre l’aria si trasforma in acqua, prosegui con lo stesso ritmo, mentre intorno a te una massa di mortali si abitua alla temperatura con gesti inappropriati, rapidi come giocattoli che presto resteranno senza batteria. Tutti ti guardano e io guardo loro, allo stesso tempo invidiosa e orgogliosa, vorrei dirgli: “Ora basta”. Non sei affatto speciale. La spiaggia è piena di gambe più lunghe, seni più grossi e altri miracoli, analogamente sopravvalutati, della simmetria umana. Ma tu porti dentro di te la promessa di un mondo differente, di quelle specialità cui anela la massa di uomini mediocri. Porti in te qualcosa di loro, una sciocchezza in cui credono, che si raccontano per giustificare il fatto che esistono. Tu porti la storia. Tutti ne vogliono, non è vero? Che qualcuno dia un tema, un’idea e un luogo dell’azione? Un inizio e una fine, un senso. Ecco perché li odi. Che cosa è accaduto veramente sull’isola? Ho raccontato questa storia a me stessa tante volte, ho cominciato a raccontala nel momento in cui ho visto i tuoi capelli biondi nell’aula e ho capito che non eravamo più niente. Cercavo un significato per ciò che era accaduto. Ma cosa era accaduto? L’acqua, tutta quell’acqua, che non era più parte della spiaggia, ma parte del mare e dell’oceano. I tuoi capelli, il tuo costume rosso, il fiocco sul retro del collo. No, aspetta, non così veloce. Ci arriveremo. Lascia per prima cosa che descriva alcuni giorni leggeri, di mare, quando stavamo sedute sul pavimento della nostra stanza in quel brutto hotel con la facciata che si scrostava dai tempi del socialismo. Ci eravamo procurate una bottiglia di gin e del succo al mirtillo. Impariamo a rollare uno spinello. Io tossisco, tu ridi…

Afferra il coniglio, Lana Bastašić, Nutrimenti, traduzione di Elisa Copetti. Chi scrive ha avuto la fortuna di visitare in più occasioni la Bosnia, in particolare Banja Luka, città dal grande fascino, che nella mente solletica le corde di una dolceamara nostalgia, e dalle molte contraddizioni, come del resto sono tutti quei territori distanti ma vicinissimi, volti segnati dalle rughe del tempo del conflitto, della speranza, di una pacificazione ancora non avvenuta rispetto a un passato articolato e complesso: la Bosnia è come la felicità secondo il personaggio principale, incantevole, del più bel film di Peter Sellers, essenzialmente e primariamente uno stato mentale. E può andare lontana mille miglia, ma la protagonista di questo avvincente, intimo e potente romanzo, la porta difatti sempre con sé: del resto non si può, né forse si deve, fuggire da quel che si è. Pertanto, attraversando la vita, definisce il suo profilo e quello di chi la circonda, cercando il suo posto nel mondo e la felicità. Bello e solenne. 

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“Grand Hotel Europa”

di Gabriele Ottaviani

“Il protagonista non toccherebbe la sua partner, che è scandalosamente nuda. La prende con il suo sguardo imperioso. Le si avvicina e comincia ad accarezzare le sue curve senza sfiorarle la pelle. Le sue grandi mani avide scivolano a qualche insopportabile millimetro dalle sue cosce, i fianchi, la schiena, il collo…”. “E quando ogni tanto la tocca per sbaglio, lei rabbrividisce di piacere”. “Le piacerebbe. No, lui non la tocca. E ogni volta che lei cerca di contorcersi verso le sue mani, lui schiva i suoi movimenti in modo agile e terribilmente provocante. Poi avvicina la bocca alle sue tettine…”. “E le morde i capezzoli”. “No, tira fuori la punta della lingua e l’avvicina in modo esasperante a un millimetro dal suo capezzolo durissimo”. “I suoi capezzoli sono duri come semi d’arancia”. “Come sassolini ardenti”. “Oh, sì”. “Fanno quasi male, tanto sono duri. E mentre il nostro perfido eroe evita irresistibilmente di prendere in bocca questi capezzoli infuocati, la sua mano scende con falsa innocenza a non afferrare sfacciatamente la fichetta…”. “Che sussulta di desiderio come una piccola medusa”. “Come la bocca di un neonato”. “Allora non ce la faccio più e comincio a spogliarti furiosamente”. “Il protagonista la trattiene, si alza, si mette in piedi davanti a lei, la guarda come un lupo e si apre la cerniera dei pantaloni”. “Come sei duro”. “Il suo sesso è un’arma. Con gli occhi la costringe ad aprire le gambe”. “Così?”.

Grand Hotel Europa, Ilja Leonard Pfeijffer, Nutrimenti, traduzione di Claudia Cozzi. Identità e nostalgia sono i temi fondamentali di questo magistrale e amarissimo romanzo che declina sotto moltissimi punti di vista e sfaccettature assai numerose la decadenza morale, economica, sociale, politica, culturale, umana e sentimentale dell’Europa, un’opera talmente piena di storia che sembra non lasciare spazio a un’idea di futuro eppure al tempo stesso è profondamente allegorica, particolare e universale, inducendo alla meditazione sulle umane sorti, che di rado, per non dire quasi mai, sono progressive, partendo dalla metafora di un amore finito e dalla dorata, almeno in apparenza, reclusione in un albergo del protagonista… Magnetico e sublime. 

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“Paura verticale”

di Gabriele Ottaviani

Barbara, come faceva di solito la sera prima di spegnere la luce, era seduta a gambe incrociate sul letto, con il MacBook in grembo. Saltava da un sito all’altro, leggendo le ultime notizie di New York Times, Politico, The Hill, The Huffington Post, Cnn, BuzzFeed. Aveva preso altri antidolorifici per il gomito, che le faceva ancora male da morire. Nonostante la preghiera di Chris Vallins, non si era rivolta a nessun dottore. Era una semplice caduta. Niente di grave. Le persone cadevano di continuo. E il suo gomito funzionava ancora. Lo sapeva con certezza perché quando era tornata a casa aveva usato il braccio destro per svuotare una bottiglia di chardonnay in un bicchiere. Aveva avuto difficoltà a togliersi dalla testa Chris Vallins per il resto della giornata. Provava delle cose per lui che non voleva provare. Fattela passare, si disse.

Paura verticale, Linwood Barclay, Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Se non amate gli ascensori rischiate che questo libro vi crei un po’ d’ansia. Ma se supererete questo problema, non c’è dubbio che l’esperienza della lettura si rivelerà piacevolissima: sembra un incidente casuale e tragico quello che sconvolge un giorno come tanti, in apparenza, Manhattan. Ma poi ne segue un altro, e un altro ancora, e… Deflagrante, à bout de souffle, geniale, splendido.

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“Il terzo matrimonio”

di Gabriele Ottaviani

“Ah è così”, ha detto il più teorico della banda. Gaëtan e io lo chiamavamo il ‘nostro ayatollah’, ma lui era maoista, o stalinista, o entrambe le cose. Era un virtuoso dell’azione. “Non c’è tempo per la lotta?”, si è lamentato, sogghignando, ferito nella sua ideologia. “Che fine hanno fatto i giorni in cui ci rimproveravi il nostro immobilismo, Gaëtan? E l’inefficienza?”. “Lo faccio ancora”, ha detto Gaëtan, “nel frattempo avevo una casa da restaurare. Ho finito. Voi?”. “Siamo ben lontani dall’aver finito”, ha detto il nostro ayatollah. “Le persone come voi che abbandonano di continuo danneggiano molto la lotta”. “Svegliati, amico”, ha riso Gaëtan, “guardati intorno. Vedi ancora una lotta? A parte quella di arrivare per primi sulla pista da ballo?”. “Questo starnazzare lo vedi in qualsiasi discoteca”, ha detto il nostro ayatollah. “È un aneddoto. Peggio: un aneddoto borghese”. “Smettila dai, stronza”, ha detto Gaëtan. Ho visto il suo buon umore sparire come cocaina nelle quinte di una sfilata di moda. La metà delle volte che beveva diventava aggressivo. La sera prima, quando era tutto già impeccabilmente pronto per la festa con un inatteso largo anticipo, aveva svuotato una bottiglia di chablis camminando per casa. Con un’euforia che cresceva di stanza in stanza, piena di orgoglio e di impazienza. In questo momento stava sparendo l’ultimo residuo di tale euforia: “La mia famiglia è qui, i nostri vicini sono qui, l’agente di quartiere è appena passato a salutare, i nostri amici si stanno divertendo un mondo, persino voi vi siete presentati. Dov’è la lotta?”. Pur con un ampio sorriso sempre stampato sulla faccia, provavo la stessa irritazione di Gaëtan. Chi credevano di essere, quelle checche politiche? Templari? La Cia? La mafia? Membro una volta membro per sempre? Risuonava come uno slogan, per il loro fronte di finocchi. “Pensi veramente”, ha detto il nostro ayatollah, “che imitare gli schemi di comportamento eterosessuali ti avvicini anche solo di un centimetro alla liberazione?”. “Schemi di comportamento eterosessuali?”, ha ruggito Gaëtan. Vedevo i primi astanti già voltarsi verso di noi.

Il terzo matrimonio, Tom Lanoye, Nutrimenti, traduzione di Franco Paris. Gay, vedovo, introverso, rassegnato, disilluso e persino a tratti cinico, provato dalla vita, non più giovane né più sano, senza lavoro, senza soldi, con gli ormoni, nonostante tutto, in subbuglio e una casa di proprietà non solo elegante ma finanche dichiarata nientedimeno che patrimonio storico della città di Anversa: Maarten Seebregs sembra essere il profilo ideale quando un tale Vandessel si mette in contatto con lui per proporgli, dietro lauto compenso, di sposare una giovane africana, dalla beltà efebica, bramosa di diventare cittadina belga. Ma non è che l’inizio di un’agrodolce meditazione sulla fragilità dell’essere umani, in una società che per giunta pare essere sempre più moderna ma solo a parole, non nei fatti: un gioiello splendente e sorprendente. 

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“L’ultima corriera per la saggezza”

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“Ma quando provai ad allungare una mano sul tavolo per afferrare e tirare per i piedi quel pazzo che stava lì a sparare, e farlo cadere a faccia in giù da quell’idiota che era, Hitler cominciò a saltellare come un gatto sopra una stufa, a tal punto era nervoso, e lo mancai di tanto così”. Tenne l’indice e il pollice distanziati di pochissimo. “Prima che potessi riprovarci, ecco che un intero squadrone di camicie brune con le pistole sfoderate si lancia contro me e gli altri, gente del governo e tutto il resto”. Prendendo fiato, continuò il proprio resoconto. “Hitler portò i politici in una stanza, mentre il resto di noi venne tenuto fermo sotto il tiro delle pistole; ci dissero di stare zitti e continuare a bere le nostre birre. Quando io e altri provammo a dire che quello che stava accadendo non era giusto, fummo picchiati e minacciarono di spararci”. ero ammaliato – questa è la parola giusta – e lo ascoltavo tutt’orecchi, così come quando mi aveva raccontato della Strega di Novembre che aveva travolto la sua nave; solo che in questo novembre la strega si chiamava Adolf Hitler.

L’ultima corriera per la saggezza, Ivan Doig, Nutrimenti. Ivan Doig, nominato al National Book Award per This House of Sky, figlio di una cuoca, persa quando aveva solo sei anni, e di un cowboy, nato nel millenovecentotrentanove e morto cinque anni fa, è uno scrittore sublime ancora troppo poco noto in Italia, nonostante la sua produzione letteraria sia maiuscola, celebre e celebrata, insignita di tanti riconoscimenti (è stato definito una figura di rilevanza centrale nel racconto letterario dell’epica del West – la gran parte dei suoi sedici volumi è ambientata sul selvaggio e suggestivo sfondo del Montana – americano, amalgama in maniera sopraffina leggenda e realtà, finzione e storia, avventura e tradizione, che si dipana attraverso riti, abitudini, liturgie): la sua prosa è una cornucopia inesauribile come il gonnellino di Eta Beta, da cui, per quante volte vi ci si immerga, non si riemerge mai a mani vuote, senza qualche gemma preziosa. Tradotto con particolare delicatezza da Nicola Manuppelli, con cui in quest’occasione collabora, per il libro delle dediche di Donal, una poeta straordinario dalla voce unica e lirica come Pasquale Panella, benché sia un romanzo di finzione L’ultima corriera per la saggezza pare forse in assoluto, almeno per quanto se n’è potuto leggere sinora, l’opera più autobiografica – fermo restando che naturalmente nessun prodotto umano può non essere autobiografico, perché l’artefice non può non diluirvi parte di sé, nemmeno volendo: l’anima è come le impronte digitali, ognuno ha la sua, e non si può dire che non ne resti segno – di Doig: Donny è un coraggioso ragazzino orfano dai capelli rossi, una simpatica, irresistibile e tenerissima canaglia cresciuta in un ranch del Montana dalla nonna cuoca che, ammalandosi, lo manda a un tratto a vivere dalla zia Kate in Wisconsin. Quella donna non le è mai piaciuta, ma spera che possa occuparsi di lui, e… Bello come una ballad di Springsteen, come un tramonto sul Grand Canyon, come Una storia vera di David Lynch: da non perdere.

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“La banda Gordon”

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Il Capitano diede un’altra occhiata alla parete. Lev Davidovic era sempre lassù, seduto. Aveva una mano sulla fronte per proteggersi dal sole e guardava in alto, verso un gheppio che stava immobile di fronte alla parete. Con battiti velocissimi e impercettibili delle ali, sfruttando il movimento dell’aria calda che si dirige verso l’alto, riusciva a restare sospeso sfidando la legge della gravità universale. I suoi occhi avevano messo a fuoco gli spostamenti della preda. Da un momento all’altro poteva gettarsi in picchiata per arpionare con il becco l’animale che stava puntando. Il grande rivoluzionario russo osservava con estrema attenzione l’immobilità apparente del rapace e la sua concentrazione sull’obiettivo. In quel momento, per il gheppio, tutto il mondo, o almeno la sua idea di mondo, si era ridotta alla relazione tra preda e predatore. Il Capitano era sicuro che nella mente di Lev Davidovic quel piccolo episodio aveva innescato un ragionamento di grande acutezza. Vai a sapere quale. Di certo c’era che non si stava preoccupando della presenza dei nuovi arrivati. Se avesse avuto qualcosa da ridire certamente lo avrebbe fatto capire. Il Capitano si sentì tranquillizzato.

La banda Gordon, Marco Dell’Omo, Nutrimenti. La Resistenza è la nostra storia. La Resistenza ha costruito la nuova Italia, libera, democratica, repubblicana. La Resistenza è la scelta giusta rispetto all’opzione sbagliata della violenza, della sopraffazione, del pensiero unico. La Resistenza è un passato che non si può né si deve dimenticare. E che, senza retorica, senza infingimenti, senza oblii, deve essere raccontato. Ricordato. Tramandato. Le spalle di Piero Vinci sono ormai ingobbite dall’onere del tempo e dalla fatica di vivere. È anziano. È un generale. È stato persino, ma ora non più, pedinato dai servizi segreti. La sua personale clessidra pare a corto di sabbia, ma non gli fa difetto, viceversa, il desiderio di raccontare la sua storia, quando abitava all’Aquila e, nell’anno del Signore millenovecentoquarantadue, decise di fondare insieme ad altri giovani la banda Gordon: lo scopo è uno, sconfiggere i tedeschi e il Duce. Si muove tra vero e verosimile questo romanzo appassionante, travolgente, emozionante, entusiasmante, epico, lirico, intriso di ideali e di vita: imprescindibile, oggi più che mai.

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