venezia 72

“L’hermine”

l-herminedi Gabriele Ottaviani

L’hermine. Ovvero in francese l’ermellino, la classica pelliccia con la quale sono listate le toghe dei giudici. Michel Racine, nome parlante come solo quelli del teatro plautino sapevano essere (Racine – che però di nome faceva Jean – è stato uno dei più grandi drammaturghi d’oltralpe) è un giudice. Un presidente di corte d’assise. Lo chiamano presidente “doppia cifra”. Perché con lui l’imputato non si becca mai meno di dieci anni. I più lo odiano, lo temono, lo invidiano, lo calunniano. In realtà è semplicemente un uomo serio, preciso, rigoroso, che fa bene il suo lavoro, che pretende dagli altri quello che si aspetta da sé. Ma quando deve presiedere la corte – e il rito teatrale della giustizia che la caratterizza – che dovrà deliberare in merito a un caso di infanticidio e tra le giurate si ritrova accanto l’unica donna che abbia davvero forse mai amato nella sua intera vita (con buona pace della moglie…), le certezze vacillano. Fila via che è un piacere la commedia in concorso: scritta bene, equilibrata, semplice, sobria, compiuta, leggera, elegante, raffinata, variegata, bilanciata in ogni suo aspetto, si fregia dell’interpretazione come di consueto validissima e mai banale di uno dei più grandi attori di Francia, Fabrice Luchini (Gemma Bovery, Molière in bicicletta, Le donne del sesto piano, Nella casa, Potiche, Confidenze troppo intime…). Da non perdere.

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