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“Vicine di casa”

di Gabriele Ottaviani

Il bambino che piange nell’appartamento accanto sta cominciando a infastidirmi parecchio…

Vicine di casa, Caroline Corcoran, Piemme, traduzione di Gloria Pastorino. Già è praticamente impossibile conoscere fino in fondo sé stessi, figuriamoci chi ci sta letteralmente accanto: l’apparenza, poi, specie se perfetta, è ingannevole più d’ogni altra cosa, e se la letteratura è così importante nella vita è perché dà voce all’irrefrenabile curiosità di dare dei connotati ai volti illuminati dalle luci nelle case che non ci appartengono. Sia Lexie che Harriet, condomine in un esclusivo quartiere londinese, divise solo da una parete sottile che lascia filtrare i suoni delle altrui esistenze, che paiono reciprocamente più verdi della propria, come la proverbiale erba del vicino, pensano che sarebbe molto bello vestire i panni dell’inquilina dall’altra parte del pianerottolo. Quello che non sanno però è che l’aspetto che più le accomuna è il vuoto che hanno nel cuore, che cercano di colmare: tuttavia… Ottimo e avvincente.

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“La ragazza che seguiva gli stormi”

di Gabriele Ottaviani

Non è per il lavoro, è per la violenza che abbiamo fatto alla natura…

La ragazza che seguiva gli stormi, Charlotte McConaghy, Piemme, traduzione di Laura Prandino. La migrazione più lunga del mondo è appannaggio esclusivo delle sterne artiche, volatili che ogni anno vanno dall’Artide all’Antartide andata e ritorno, in cerca di un posto in cui trovare salvezza: che è poi lo stesso desiderio di Franny, la cui vita è tutt’uno con la natura, in continuo e costante pericolo. Ha bisogno dunque di qualcuno che la accompagni là dove davvero solo le sterne osano, per scoprire e riscoprire il senso del viaggio in un’esistenza sempre più avara di riferimenti: poetico.

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“Le nostre vite”

di Gabriele Ottaviani

E Stefano provò un desiderio improvviso, senza nome. Un improvviso e insensato bisogno di futuro, di tempo da spendere, di minuti. Poi salirono a casa di lui.

Le nostre vite, Francesco Carofiglio, Piemme. Vive a Parigi, insegna filosofia alla Sorbona, il suo ultimo saggio è un bestseller internazionale, è alla soglia dei cinquanta e l’esistenza sembra sorridergli con la benevolenza del successo, ma Stefano è sempre il ragazzo che a diciannove anni ha visto esplodere la sua famiglia e per un incidente ha perso tutto, in primo luogo la memoria. Anche Nina, che affronta i marosi dell’adolescenza, età il cui unico pregio è quello d’essere breve, e che, se non uccide, rende più forti, è un’anima spezzata: e Francesco Carofiglio, con pagine di un lirismo incantevole, strazianti e necessarie, ci mostra la strada del perdono, della compassione, della pace, della salvezza, attraverso la cappa soffocante del dolore. Magistrale.

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“Lo schema Ponzi”

di Gabriele Ottaviani

Io non avevo idea di cosa fosse il cinema…

Lo schema Ponzi – Romanzo di una truffa, Paolo Bernardelli, Filippo Mazzotti, Piemme. L’esplosione di un serbatoio di melassa della capacità di milioni di litri genera morte e distruzione nei primi anni del secolo ventesimo a Boston, città nella quale, a strettissimo giro, un’altra gigantesca ondata si spande inesorabile, una tempesta di ricchezza e benessere, latrice però di danni incalcolabili. Dietro a tutto questo c’è un uomo, animato da un’insaziabile brama di riscatto, un emigrato italiano, Carlo Ponzi, che si fa chiamare Charles, ha fascino e affabilità da vendere, mezza laurea in giurisprudenza e l’intuizione vincente, avvalendosi di buoni e francobolli, di indurre i notabili della metropoli a scommettere su di lui, ottenendo in cambio, per la fiducia nell’affidargli il proprio danaro, interessi stellari. La sua storia, però, si incrocia con quella di un altro uomo, parimenti determinato e desiderio di risollevarsi… Da non perdere.

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“Nel profondo”

di Gabriele Ottaviani

Ma siamo noi… Riflessi in uno specchio…

Nel profondo, Manfredo Occhionero, Giancarlo Brun, Alpine Studio. Una promessa è una promessa, e se poi è stata fatta a un amico vale ancora di più: un gruppo di speleologi non esita dunque nemmeno un istante prima di intraprendere la spettacolare avventura dell’escursione di Spluga della Preta, una fra le grotte più famose d’Italia, per trovarne a fondo valle l’uscita, scoprendo, naturalmente, passo dopo passo, anche molto di sé e dell’ambiente che li circonda. Maestoso.

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“Il piano B”

di Gabriele Ottaviani

Un’altra questione annosa per i ciclisti mi si presenta davanti in tutta la sua gravità: i cani…

Il piano B – Ripartire con un viaggio in bici, Ivan Saracca, Alpine Studio. La stagione della sostenibilità e dell’attenzione all’ambiente rappresenta il tempo della nuova giovinezza per le due ruote, antesignane dell’ecologia prestata ai viaggi, elemento cardine anche di un tessuto narrativo di riscoperta del paesaggio, di ciò che esso rappresenta a livello culturale, sociale, economico, politico, artistico ed emotivo con ritmi più rilassati: Saracca disegna una mappa di itinerari e fornisce una cornucopia di utilissimi consigli che inducono alla riflessione e invitano a lasciarsi andare e a riconsiderare un altro modo di entrare in contatto con l’altro e la natura. Da leggere.

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“Dubito ergo sum”

di Gabriele Ottaviani

Tutto scorre, dice Eraclito. Ma è davvero così?

Dubito ergo sum – Brevi lezioni per vivere con filosofia, Mauro Bonazzi, Solferino. Mauro Bonazzi è docente di Storia della filosofia antica all’Università di Utrecht e all’Università Statale di Milano, ha insegnato anche a Clermont-Ferrand, Bordeaux e Lille, nonché all’École Pratique des Hautes Études di Parigi, è specialista del pensiero politico antico, di Platone e del platonismo, collabora con il Corriere della Sera ed è autore di molteplici pubblicazioni: con questo nuovo volume, un saggio agile, profondo e divulgativo, attraversa il pensiero di alcuni fra i più grandi personaggi della storia della filosofia per mostrare a tutti i lettori come il dubbio, l’assenza di certezze e la curiosità siano gli elementi fondamentali di una decisiva forza propulsiva, quella che porta a ragionare, a porsi domande, a indagare, migliorarsi, cercare di capire di più di sé e del mondo che ci circonda. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“La notte, il sonno, la morte e le stelle”

di Gabriele Ottaviani

Thom abbracciandolo forte sentì le sue costole, la fragilità del suo essere…

La notte, il sonno, la morte e le stelle, Joyce Carol Oates, La nave di Teseo. Tutto ha inizio con un’esile gamba muliebre che viene percorsa con levità da un rasoio: è con quest’immagine che si apre Brothers & sisters, eccellente family drama del piccolo schermo che, ormai diversi anni fa, raccontando la storia di un clan californiano, padre repubblicano imprenditore nel settore della frutta, madre democratica irresistibilmente invadente e cinque figli adulti ma immaturi, ognuno a suo modo, narrava raggiungendo vette mai più toccate l’America sotto choc per l’infamia dell’11 settembre, e l’Occidente tutto, dunque ciascuno di noi, alle prese con la perdita delle certezze e dei riferimenti, con i segreti, la fragilità, il lutto, la memoria, i conflitti, l’identità e l’amore. Impossibile non riconoscersi, grazie anche al pregio finissimo della sceneggiatura: cambiando quel che dev’essere cambiato, la più grande scrittrice che esista sul pianeta, la cui voce è poderosa, unica, originale, inconfondibile, solenne, ammaliante, delicatissima, capace di far risuonare sempre, anche nei marosi più tempestosi dell’anima, un sontuoso, schietto e limpido canto, torna sugli scaffali con una saga lirica e densa che tocca, denuncia e sublima ciascheduno dei nervi scoperti della nostra società, in primo luogo il razzismo, strisciante, feroce, asfissiante, aberrante, volgare, abietto, letale, miserabile. Anche qui c’è un patriarca repubblicano, anche qui c’è una morte improvvisa e violenta con cui fare i conti, anche qui c’è una nuova esistenza da ricostruire per una moglie e per i figli, cinque come le dita d’una mano, diversi ma uniti, nonostante tutto, e grazie a ogni cosa: maestoso, necessario, monumentale, torrenziale, empatico, prorompente e, sotto ogni aspetto, semplicemente impeccabile. Traduzione, formidabile, di Carlo Prosperi. Splendida e simbolicamente evocativa la copertina. Assolutamente da non perdere.

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Fiorenza Pistocchi e “il tocco del piccolo angelo”

di Gabriele Ottaviani

Il tocco del piccolo angelo è il nuovo libro di Fiorenza Pistocchi: Convenzionali con gioia la intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

È un giallo/noir, un genere che mi ha sempre affascinata e che ho letto e continuo a leggere con piacere. L’esigenza di scrivere nasce proprio dalla passione per la lettura: leggere buoni libri fa venire la voglia di mettersi alla prova. Così sono nati i miei romanzi. Con un po’ di incoscienza ho presentato il primo ad alcune case editrici. Neos edizioni lo ha apprezzato e pubblicato, e da allora ha pubblicato tutte le mie opere. “Il tocco del piccolo angelo”, in particolare, nasce dall’idea di raccontare la storia di una donna che cerca la sua strada, dopo un periodo difficile della sua vita. Nel romanzo c’è anche un delitto di cui bisogna trovare il colpevole.

Chi è Linette?

Linette Rossetti è una giovane ex carcerata, appena uscita da San Vittore. Ha un passato burrascoso, fatto di droga, di spaccio e di prostituzione, ma desidera rifarsi una vita perché ha avuto una bambina, e finalmente sente di potersi mantenere sulla strada giusta. I suoi problemi nascono da un’infanzia difficile, da un’adolescenza segnata dalla morte dei genitori e da una giovinezza buttata via nel mondo della criminalità. In carcere frequenta un corso gestito da una massaggiatrice volontaria e diventa massoterapista. Scoprirà di avere qualche capacità non proprio “normale”, grazie alle sue doti di empatia e di ascolto delle persone che si affidano alle sue mani. La sua vicenda personale si intreccia con quella del giallo vero e proprio, con qualche sfumatura irrazionale.

Chi è Diego?

Diego Perego è un giovane commissario, dal carattere burbero, di poche parole, spesso sarcastico con i suoi sottoposti. Però è un bravo investigatore, e quando una donna viene trovata morta sotto un viadotto della tangenziale, si mette subito in caccia dell’assassino. Ha una situazione problematica a livello sentimentale, infatti viene lasciato dalla fidanzata, che gli rimprovera di non avere mai tempo per lei. Nervoso e alla ricerca di qualcosa che neppure lui sa, si imbatte in Linette, che in parte lo aiuterà nelle indagini, e ne viene affascinato. È vero amore? Non si sa e solo il lettore potrà scoprirlo

Milano non è solo lo sfondo delle vicende, ne è a sua volta protagonista: di che città si tratta, e com’è cambiata nel tempo?

I due protagonisti vivono a Milano, Linette a Lambrate e Diego a Crescenzago, due quartieri una volta periferici e ora sottoposti a profonde trasformazioni. Lambrate, uno dei quartieri operai e popolari della Milano di una volta, ora è diventato un polo creativo e artistico, con nuove attività, gestite soprattutto da giovani. Un quartiere ravvivato da iniziative culturali e imprenditoriali, ma in cui gli abitanti conservano ancora un rapporto personale tra loro. Crescenzago si affaccia sulle rive del canale Martesana, una zona in cui nell’Ottocento i milanesi di famiglie ricche costruivano le loro “ville di delizia”, per stare in campagna. Oggi è intensamente popolato e in via di recupero urbanistico, in alcune sue parti. In passato ha accolto l’immigrazione interna degli anni ’60, dal Sud dell’Italia. Oggi è un quartiere multietnico, con grande varietà di popolazioni che si confrontano con la vita della città, con criticità che sono ancora da risolvere. Poi c’è la Milano in cui, pur vivendo in quartieri lontani dal centro, si trovano ad agire i protagonisti: la città del Duomo, della moda, della metropolitana che porta la gente da una parte all’altra della metropoli, una città europea e internazionale, in cui può accadere di tutto. 

Qual è l’aspetto della scrittura che la affascina di più?

La scrittura è un mezzo per raccontare delle storie; storie di persone, di luoghi, di fatti. Spesso per lo scrittore è un modo per trasmettere un po’ della propria visione della vita, del proprio modo di pensare e di sentire. Per me è diventata un’esigenza: un modo per dare ordine alla mia vita e per divertirmi. Quello che mi attrae maggiormente della scrittura è la sua potenza evocativa: quando progetto una trama, quando studio quali caratteristiche dovrà avere un personaggio, io vedo la storia, i luoghi e il personaggio come se fossero vivi e presenti davanti a me. Se riesco a far vivere queste sensazioni anche a chi legge, ne ricavo grande soddisfazione. Per questo mi piace avere un dialogo intenso con i miei lettori. 

Quale messaggio spera che i suoi lettori colgano tra le pagine del romanzo?

In genere non mi prefiggo uno specifico messaggio all’inizio della scrittura di un romanzo, tuttavia, quando giungo al termine della stesura, mi accorgo che un messaggio c’è sempre. Poiché sono una persona ottimista e ho fiducia nel genere umano, il messaggio è spesso positivo. In questo romanzo credo di aver comunicato l’idea che c’è sempre speranza per tutti, che gli affetti sono i sentimenti migliori che possiamo esprimere e provare, che l’amore materno è più potente di ogni ostacolo.

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“Stirpe e vergogna”

di Gabriele Ottaviani

Mamma, ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?

Stirpe e vergogna, Michela Marzano, Rizzoli. La scoperta è casuale: lei si è sempre sentita di sinistra, ha sempre saputo di esserlo, ha sempre conosciuto la sua famiglia come il terreno fertile da cui le sue convinzioni sono germogliate attraverso la cura dell’insegnamento e dell’esempio, ha un fratello gay, che dunque il regime avrebbe marchiato con un triangolo rosa, eppure quando vede un vecchio certificato di nascita si accorge che c’è un tassello che non torna, che c’è una verità nascosta, che il senso di colpa, quella vergogna per altrui manchevolezza, quella sobbollente Fremdschämen che sentiva di avere avviluppata addosso da sempre ma non sapeva perché la opprimesse ha forse ora finalmente un nome con cui fare pace. Un nome, s’è detto: è proprio quello il problema, il tassello, l’anello, parafrasando Montale, che non tiene. Un nome, dunque. Un nome di battesimo. Non il primo, uno fra i tanti, l’ultimo, ma definito per sempre. Benito. Michela Marzano racconta del lungo processo di accettazione dell’identità delle cose rimosse, perdute, poggiate in un angolo, abbandonate, dimenticato, del dubbio, della menzogna, dell’incoerenza e dell’incoscienza, della polvere sotto ai tappeti di tante normalissime case, abitate da tante normalissime famiglie: splendido.

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