Libri

“L’oro e l’oblio”

410rTNB9LPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quello che avevo da dirgli era terribile e l’avrebbe fatto soffrire…

L’oro e l’oblio, Anne Cuneo, Lindau. Un’indagine di Marie Machiavelli. Traduzione di Annalisa Izzo. Non c’è proprio nulla in realtà che faccia pensare a un incidente di volo, eppure è proprio così che le forze dell’ordine archiviano il tragico schianto di un aliante nel quale passa a miglior vita un avvocato giovane, brillante e di belle speranze, almeno stando a quel che, appunto, appare. L’ispettore Léon, per citare Montalbano, non se ne fa persuaso, e quindi chiede a Marie Machiavelli, che ha già nel cognome un destino d’acume, ed è una detective, di investigare. Siamo negli anni Novanta del secolo scorso, l’ultimo del millennio passato, tra Ginevra e Losanna, nella placida e neutrale confederazione elvetica dove molti beni delle famiglie ebraiche in tempo di guerra sono stati consegnati. E fatti sparire… Ottimo.

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Libri

“Frotte di pesci rossi”

51J3RYxOz6L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fukuichi è un uomo della peggior specie. È davvero come una cimice d’acqua gigante.

Frotte di pesci rossi, Okamoto Kanoko, Lindau, traduzione e note a cura di Fujimoto Yūko, prefazione di Dacia Maraini. Anticonvenzionale, ancora inedita in Italia, ribelle, sorprendente, appassionata e appassionante, una vera, preziosissima scoperta, una figura modernissima e preconizzatrice, da non lasciarsi sfuggire assolutamente, una voce stentorea e al tempo medesimo delicatissima, dalle mille sfumature, capace di indagare con precisione chirurgica l’animo umano nella sua innata e caleidoscopica complessità, con questi tre racconti, il primo che dà il titolo alla bella edizione, Nel Settentrione e Il genio famigliare, Okamoto Kanoko, nata da una famiglia di notabili e possidenti nipponici e vissuta a cavallo tra il milleottocentoottantanove e il millenovecentotrentanove, narratrice, saggista e poetessa, si manifesta in tutto il suo incantevole e prezioso splendore. Da leggere.

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Libri

“La donna del ritratto”

51-scuWSvzL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni volta che guardava la casa, doveva pizzicarsi per essere certo di non sognare.

La donna del ritratto, Kate Morton, Sperling & Kupfer, traduzione di Elena Cantoni e Rachele Salerno. Torna in libreria una narratrice la cui carriera è con pieno merito onusta di trofei, perché con stile avvincente e brillante ha saputo e sa affascinare milioni di lettori in tutto il mondo, con una storia che prende le mosse dal milleottocentosessantadue, quando in una meravigliosa magione nella campagna dell’Oxfordshire un gruppo di artisti, guidato dall’indomabile e talentuosissimo Edward, decide di riunirsi per un mese e dedicarsi a dare libero sfogo alla creatività. Il soggiorno, però, si rivelerà decisamente tragico, e per giunta, dopo oltre trenta lustri, alcuni oggetti rinvenuti per caso da una giovane archivista, rimetteranno in discussione quel che si pensava di una vicenda in apparenza morta e sepolta… Accattivante e coinvolgente.

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Libri

“Io sarò qualcuno”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Il tramonto lasciò il posto alla notte…

Io sarò qualcuno, Willy Vlautin, Jimenez. Traduzione di Gianluca Testani. È mezzo indiano e mezzo irlandese, si chiama Horace, vuole diventare qualcuno. Qualcuno di importante. Vuole che il suo nome sia forte. Rispettato. Potente. Sulla bocca di tutti. Noto. Popolare. Che dia un’immagine di successo. Ha vissuto tutta la vita nel ranch dei suoi tutori. Che lo hanno amato. E lo amano. Visceralmente, incondizionatamente, completamente. Ricambiati. Ma in ogni modo lui si sente vuoto. Non riesce a superare il fatto di essere stato abbandonato da chi ha con lui in comune il sangue, senza cui non esisterebbe, non avrebbe un corpo, né guizzanti muscoli. È bravo con i pugni, vuole riuscire a emergere come boxeur professionista. E quindi va via, lontano dalle montagne del Nevada, in cerca delle luci della ribalta sul ring della nobile arte. Ma per quanto distanti si possa finire, da sé medesimi è impossibile separarsi… Monumentale, magnifico, sensazionale, epico, classico e insieme originale. Bellissimo.

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Intervista, Libri

“Frotte di pesci rossi”: intervista alla traduttrice

51J3RYxOz6L._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha recensito per voi lo splendido Frotte di pesci rossi, tradotto da Yūko Fujimoto, di squisita gentilezza, che abbiamo l’enorme piacere e la somma gioia di intervistare.

Che libro è Frotte di pesci rossi?

Si tratta di un’antologia, anzi di un ‘trittico’ di racconti che ho personalmente selezionato e ordinato in successione cronologica. Io li intendo un po’ come una ‘sezione aurea’ dell’ultima – e più squisita – produzione novellistica dell’autrice giapponese, ancora (quasi) del tutto sconosciuta all’estero e (per me inspiegabilmente) inedita fino a oggi qui in Italia.

Come definirebbe la scrittura di Okamoto Kanoko?

È quanto di più simile in Giappone alla écriture artiste dei grandi francesi di fine ‘800/inizio ‘900, direi. Okamoto scrive in una lingua ricca e screziata, in uno stile elegante e complesso, capace d’infiniti sottotoni e sfumature: qualcosa a cui non si è abituati, se si proviene dalle letture di tanti contemporanei ‘minimalisti’ e (volutamente) un po’ sciatti…

Quale aspetto l’ha colpita maggiormente dal suo punto di vista di traduttrice?

Appunto questo, quello di una lingua ormai inconsueta anche ai giapponesi d’oggi, oltre alla dovizia di riferimenti culturali (né soltanto attinenti alla sfera estemo-orientale: anche l’Occidente, come del resto in tutta la letteratura giapponese dell’epoca fra le due Guerre Mondiali, fa sentire la sua eco, benché rarefatta e curiosamente distorta, com’è forse inevitabile…

Che significa tradurre per lei?

Per me, che sono giapponese e che ho essenzialmente esperienze d’insegnamento al mio attivo, rappresenta una prova (piuttosto dura, per la verità) di approccio con un mondo totalmente altro e interessantissimo: quello della mia lingua di adozione, l’italiano – ma non l’italiano delle chiacchiere quotidiane, della spesa al supermercato o della burocrazia, dell’amministrazione pubblica o accademica, bensì l’italiano nella sua forma più nobile, l’italiano della scrittura letteraria. Ed è un esercizio – anzi: un’ascesi, vorrei dire – che esige la presenza di Editor comprensivi e competenti, che credono come me nella ‘collegialità’ di questo tipo di lavoro, che non si può affrontare in completa solitudine, in un dialogo “da sola a sola” (tra te e l’autrice, tra te e una ‘lingua d’arrivo’ che, per quanto la si conosca più o meno bene, offre sempre sorprese: il confronto con uno o più professionisti di madrelingua è essenziale). Ma credo che su questo si possano trovare d’accordo gli ormai numerosi traduttori italiani dal giapponese, che immagino risolvano i loro problemi a monte. Io invece, in quanto giapponese, lavoro “a valle”: è lì che trovo le mie dighe, gli sbarramenti, le chiuse – oltrepassate le quali, il corso del fiume diviene infine più placido, fino al mare…

Che cos’è la letteratura?

Una testimonianza del nostro passare in questo “mondo fluttuante”. Come dice un antico poeta cinese: “come d’inverno le orme di una fila di anatroccoli sulla neve”.

Quale libro vorrebbe tradurre?

Sto pensando – ma non so se l’Editore mi permetterebbe di svelare un segreto… – e mi limito allora a dire qualcosa di più lontano dall’immediato; mi piace da sempre tradurre qualche classico moderno della poesia giapponese: Yosano Akiko, ad esempio, o il mio amato Takamura Kotaro (di cui ho pubblicato vari anni fa un piccolo contributo per “Semicerchio”: cfr. http://www3.unisi.it/semicerchio/upload/SC37_Takamura.pdf, che vedo ora riecheggiato su “Girodivite”: http://www.girodivite.it/La-poesia-della-settimana-Takamura.html ). Ecco, se qualcuno mi consentisse di pubblicarlo, vorrei tradurre integralmente in italiano il Canzoniere per Chieko di Takamura..: ma si legge ancora poesia in Italia?

Quali sono i suoi volumi del cuore?

Per primo, senz’altro il Genji Monogatari, il “Romanzo del Principe Splendente”, capolavoro dell’epoca Heian. Venendo ai giorni nostri, direi Miyao Tomiko, una scrittrice contemporanea estremamente sensibile a tematiche personalistiche e femminili. Il suo romanzo più bello, a mio parere, è Kinone (“Su il sipario”, approssimativamente: il titolo riproduce l’onomatopea del battito di due stecche di legno che danno l’inizio a una rappresentazione di dramma kabuki. Un po’ come il ciak! cinematografico, insomma…).

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Libri

“L’emporio dei piccoli miracoli”

978882006604_Higashino_Emporio piccoli miracoli_300X__exact.jpgdi Gabriele Ottaviani

Questa è la ragione per cui lei crede che sia la sua ultima occasione…

Ci vuole talento anche per fare i ladri, è evidente. Loro tre invece sono un po’ pasticcioni, la macchina con cui dovrebbero fuggire li lascia a piedi e dunque si rifugiano in un emporio che ha da tempo la serranda abbassata e che era gestito da un uomo che dispensava perle di saggezza agli altri. Mentre meditano sul da farsi ricevono attraverso la saracinesca una lettera, cui rispondono, sempre mantenendosi al di là del muro, parlando come Piramo a Tisbe, insomma, ma non immaginano che sia solo l’inizio di una straordinaria avventura basata sull’importanza di ascoltare gli altri e di aprire il cuore: perché abbiamo davvero, in questa vita, concretamente, la possibilità di fare tanto bene. Agli altri, e dunque a noi stessi, perché davvero non c’è nulla che si possegga più sicuramente di ciò che si dona. Solo che il presente di Lepre nella Luna, che firma le missive, è il millenovecentosettantanove, quando è in procinto, ma la sua è in realtà solo un’illusione peregrina, di partecipare alle Olimpiadi di Mosca del millenovecentoottanta, quelle del boicottaggio e di Sara Simeoni, quelle a cui il Giappone, per l’appunto, non ci sarà, mentre loro scrivono da quello che per la ragazza non è che altro che un remoto futuro… L’emporio dei piccoli miracoli, Keigo Higashino, Sperling & Kupfer, traduzione di Stefano Romagnoli: pura poesia. Da non perdere.

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“Il vicario di Wakefield”

vicario-di-wakefield-672x1024di Gabriele Ottaviani

Ora, lo Stato può trovarsi in tali condizioni, o le sue leggi essere così concepite, o ancora può essere tale la mentalità dei potenti, che tutto cospiri all’impresa di danneggiare la monarchia. Poiché, in primo luogo, se il nostro Stato fosse ordinato in modo da favorire l’accumulazione di ricchezza e rendere l’opulento ancora più ricco, ciò accrescerebbe la loro ambizione. Tuttavia, l’accumulo di ricchezza diventa necessariamente la conseguenza quando, come ora accade, affluiscono nel paese più ricchezze dal commercio estero di quante se ne ricavino dall’industria nazionale. Ma il commercio estero può essere gestito vantaggiosamente solo dai ricchi, che contemporaneamente traggono anche tutti gli utili derivanti dall’industria del Paese: cosicché i ricchi, da noi, hanno due fonti di ricchezza, mentre i poveri ne hanno solo una. Per questa ragione, la ricchezza risulta accumularsi in tutti i paesi commerciali, rendendoli col tempo Stati aristocratici. Ancora, persino le leggi di un Paese possono contribuire maggiormente a favorire l’accumulo di ricchezza, come nel caso in cui, grazie ad esse, i legami naturali che vincolano i ricchi ai poveri si spezzano e si impone che i ricchi possano sposarsi solo fra loro; o nel caso in cui gli uomini di cultura non vengano ritenuti qualificati a servire la loro patria in veste di consiglieri semplicemente per difetto di opulenza e perciò la ricchezza è resa oggetto di ambizione dell’uomo saggio. In questo modo, dico, e tali sono i metodi, le ricchezze si accumulano. Ora, il possessore di una ricchezza accumulata, quando sia fornito delle necessità e dei piaceri della vita, non ha altro modo di impiegare le superfluità della sua fortuna se non nell’acquisto di potere. Cioè, in altre parole, creandosi dei dipendenti, comprando la libertà dei bisognosi o dei venali, di uomini che sono disposti a sopportare la mortificazione di una tirannia continua per bisogno. Così, gli uomini molto ricchi generalmente raccolgono intorno ad essi una cerchia di persone poverissime…

Il vicario di Wakefield – Una storia che si presume scritta da lui stesso, Oliver Goldsmith, Fazi, traduzione di Barbara Bartoletti. Pubblicato per la prima volta duecentocinquantadue anni fa, impostosi da subito nel canone, tanto da essere amato in modo del tutto convinto finanche da Goethe e da essere citato in numerose opere di epoche successive, come Middlemarch di George Eliot, Emma di Jane Austen, David Copperfield e Racconto di due città di Charles Dickens, Frankenstein di Mary Shelley, Il Professore e Villette di Charlotte Brontë e persino l’immarcescibile Piccole donne di Louisa May Alcott, in merito al quale la promettente Greta Gerwig sta lavorando a una nuova versione filmica che vede tra le protagoniste l’eccellente Saoirse Ronan, il romanzo, in cui non c’è uno dei sapori della vita che manchi e che non sia esaltato in maniera elegante, raffinata e mirabile, racconta le peripezie, come non manca di far capire da subito il titolo, di un vicario di campagna, sua moglie e i loro sei figli: sono i Primrose, una famiglia come tante nell’Irlanda del secolo decimoottavo, fin quando non avviene un furto, e… Da leggere.

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