Libri

“Douce France”

di Gabriele Ottaviani

Era destino che in Francia dovessi entrarci per un’altra porta, quella del sesso. Già nel 1968 l’avevo percorsa in autostop con un’amica che forse mi corteggiava; a Parigi cercavo di dribblare le occasioni romantiche, la lasciavo in ostello e correvo da solo alle edicole di Saint-Michel o dell’Opéra (il Kiosque des amis) cercando le riviste con gli uomini nudi (“garçons à poil”, anche solo l’espressione mi eccitava). Mi vergognavo, non ebbi nessun incontro; l’amica voleva vedere i meli fioriti della Normandia e sulla spiaggia di Cherbourg ricordammo il negozio di ombrelli della madre di Catherine Deneuve, mentre io sognavo Nino Castelnuovo. Negli anni successivi mi divennero familiari luoghi più succulenti: il Café Moustache vicino alla Gare du Nord, la discoteca Manhattan nel Quartiere Latino, il giardino del Vert Galant sotto il Pont Neuf e soprattutto la sauna in rue Louis-le-Grand, con l’ingresso vicino a una vetrina di Christofle (un giorno del 1978, vestito con un asciugamano intorno alla vita, sentii dalla radio del bar che in Italia avevano rapito Aldo Moro). Parigi era diventata il mio luogo delle delizie, la mia riserva di caccia. Coi baffi neri e la corporatura massiccia, nei locali gay molti mi scambiavano per turco e avevo un certo successo; ci andavo appena potevo (almeno un paio di volte all’anno), risparmiando su ogni cosa, mangiando omelettes au jambon al Deux Saules quando ancora Les Halles erano un mercato con le strutture in ghisa e coi cartelli “défense de pisser”. Poi Anna Baratto mi prestò qualche volta casa sua, dalle parti della fermata metro di Censier-Daubenton, non lontano da rue Mouffetard e dalle sue coloratissime piramidi di frutta e verdura. Risparmiando anche i pochi soldi dell’ostello, potevo permettermi qualche ghiottoneria in più: Fauchon, naturalmente, ma anche i mezzé libanesi dell’Institut du Monde Arabe e le brioches delle Briochères di Saint-Merri, quelle maestose da diciotto franchi dove affondavi fino al mento. Sesso e cibo per me non sono mai stati piaceri disgiunti. Parigi era il contrario di Pisa, che tornando mi pareva piccolissima e ristretta anche di testa (ma non era vero); però era vero che il sesso e il cibo erano gli enzimi che fornivano euforia alle esplorazioni culturali. Passavo ore alla biblioteca di Beaubourg, che avendo i volumi a vista permetteva di scoprire i libri senza bisogno di saperne prima titolo o autore; nel cinema multisala lì vicino vedevo classici colpevolmente trascurati fino a quel momento e novità illuminanti. Soprattutto, frugavo come un topo tra i musei minori: il Settecento del Cognacq-Jay in boulevard des Capucines (prima del trasloco), la sorprendente Fuga in Egitto di Botticelli al Jacquemart-André e poi i musei personali: Monet al Marmottan, Delacroix nella piazzetta Fürstenberg…

Douce France, Gremese. Testi di Dacia Maraini, Paolo di Paolo, Donatella Di Pietrantonio, Luca Doninelli, Alessio Forgione, Daria Galateria, Andrea Inglese, Filippo La Porta, Laura Laurenzi, Diego Marani, Dacia Maraini, Sebastiano Nata, Antonio Pascale, Gabriele Pedullà, Romana Petri, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Lidia Ravera, Giuseppe Samonà, Giuseppe Scaraffia e Walter Siti. Si sa, spesso, per non dire quasi sempre, i parenti, come ricorda il sublime e straordinariamente veridico – addirittura edulcora certe dinamiche… – film del maestro Monicelli, sono serpenti: e l’Italia e la Francia, cugine per eccellenza, non fanno eccezione, e non perdono mai occasione almeno per qualche scaramuccia, specie quando in una competizione una domina sull’altra. Ma come si fa, però, a non amare la Francia, la sua bellezza, la sua storia, la sua cultura, il suo fascino? Venti grandissimi scrittori raccontano il loro rapporto con l’Oltralpe, regalando al lettore ritratti vividi e policromi da non perdere.

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