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“Rosso pompeiano”

rosso_pompeianoalinoviRiceviamo e pubblichiamo il contributo di Giuseppe Mario Tripodi

Grondava sudore dalla fronte, dalla nuca e dal torace … e mi accorsi che il suo discorso molto pensato e costruito scrupolosamente coglieva poco l’animo dei presenti. I compagni erano in ansia aspettando il momento di far scattare l’applauso che le parole però non suscitavano.

Abdon Alinovi, Rosso Pompeiano, Reggio Calabria, Città del Sole 2015. Il passo, alle pp. 441/442 del libro di Alinovi, racconta del comizio di Giorgio Amendola nell’agosto del 1945 al cinema Odeon di Salerno e fa tornare in mente tanti altri anche nella Calabria degli anni Sessanta del secolo scorso. L’oratore impegnava intelletto e corpo fino allo stremo, la voce si arrochiva con il passare dei minuti, anche in inverno il sudore lo irrorava come fosse un contadino alle prese con i lavori campestri: grande spreco di calorie alla ricerca di un intesa carismatica con l’uditorio che, da parte sua, sottolineava con applausi e urla di assenso i passaggi più impegnativi della perorazione. La conclusione, in ‘crescendo’, lasciava spossati oratore e ascoltatori che poi, maestro l’uno e coristi gli altri, eseguivano alcune canzoni del repertorio rivoluzionario e ristoravano le loro ciancicate corde vocali e il loro corpo assetato con sani ed asprigni bicchieri di vino rosso. Alinovi non rispondeva a nessuna di queste tipologie: diversamente da Amendola, un po’ monotono, il timbro argentino della sua voce concedeva inizialmente qualcosa alle attese dell’uditorio ma poi, quasi per compensarsi del  credito emotivo che aveva elargito, incatenava giovani e meno giovani al suo argomentare geometrico, serrato e consequenziale. Sui potrebbe dire di lui quello che scrive su Togliatti: Oratoria nuovissima …, né tribunalizia, né imperativa, ragionata secondo una scala di concetti espressi nel modo più semplice e comprensibile, all’operaio come al più fine degli intellettuali (274). Il libro, più di 500 pagine, potrebbe essere definito una ‘autobiografia del politico da giovane’ perché si ferma sostanzialmente alla fine degli anni quaranta quando l’autore aveva venticinque anni o poco più! Ma quanta strada aveva già percorso Abdon in quegli anni, specialmente dal 1941 in avanti, e quante persone aveva incontrato che, a distanza di settantacinque anni, presenta a sua volta al lettore. La sua autobiografia è mediata attraverso le vite degli altri, rispecchiata in quella del popolo comunista che riempie le pagine assumendo sembianze di fabbri, sarti, ciabattini, carrettieri, ferrovieri, braccianti, ceramisti, fornai, camiciaie, insegnanti, casalinghe, studenti, insegnanti, professionisti di vario conio: tutti accomunati dall’aspirazione alla libertà politica conculcata dalla dittatura fascista e alla fondazione di una Italia più libera e più giusta. Altro polo della narrazione è costituito dalle decine di dirigenti del partito comunista e della sinistra, da Togliatti a Gramsci, da Pietro Mancini a Pietro Nenni, da Giorgio Amendola a Mario  Alicata, da Mauro Scoccimarro a Luigi Longo, da Di Vittorio ad Antonello Trombadori, passando per grandi dirigenti dell’area intorno a Salerno e Napoli onusti di storia anch’essi (da Salvatore Cacciapuoti a Maurizio  Valenzi, tanto per fare qualche nome),  ovviamente non solo regionale. Centinaia e centinaia di compagni di lotta di cui l’autore dispiega vicende politiche ed anche anagrafiche da districare con il bloc-notes in mano per non perdere il filo delle parentele e delle endogamie, non solo politiche. A fare da anello di congiunzione tra questi due piani antropologici, il popolo e i suoi dirigenti, una importante figura trascurata dalla pur pletorica storiografia comunista, maestro informale di Alinovi e pronubo delle sue future scelte politiche: Mario Garuglieri, artigiano calzaturiere fiorentino (lui parlava di ‘borghesia artigiana’, 476, alludendo anche a sé stesso), classe 1893. Orgoglioso del suo mestiere, aveva difeso la sua bottega, sita tra l’Arno e  Piazza della Signoria, dallo sfregio che gli stavano infliggendo nel 1921 un manipolo di criminali fascisti che già avevano al loro attivo l’omicidio del giovane (30 anni) dirigente comunista Spartaco Lavagnini; sicché il capo di quel branco di malfattori finì ferito da trincetto e la sua pistola fu usata da Mario aprirsi una via di fuga tra i suoi assalitori, uno dei quali finì ucciso. Garuglieri fu prima a Turi, compagno di carcere di Gramsci, e poi al confino di Eboli dove, nicodemiticamente, continuò l’opposizione al fascismo e dove, dopo l’otto settembre del 1943, mise in cammino il nucleo di combattenti politici che guideranno il partito comunista salernitano per diversi decenni; rientrato a Firenze aveva partecipato alla Resistenza e alla rinascita del PCI ( l’autore lo incontra al V congresso nazionale del partito che si tenne a Roma alla fine del 1945) per poi morire sessantenne, consumato dal suo tremendo viatico e dall’amarezza per il dilagare dell’antico settarismo che ancora una volta aveva finito per prosperare dentro il partito. Tra le presenze rilevanti del libro dobbiamo menzionare almeno Rocco Scotellaro e Pietro Ingrao. Alinovi conobbe Scotellaro, figlio di calzolaio  (Aveva nelle maniche pronto / sempre un trincetto tagliente / era per la pancia dell’agente …, del fisco, naturalmente) a Tricarico durante il suo breve noviziato da cancelliere presso la locale pretura: … mi anticipava le sue composizioni poetiche ispirate alla terra, al mondo contadino e alla sua civiltà … la sapienza nel rapporto con la terra e natura … (226). Divennero amici, assieme celebrarono il Primo Maggio 1943 dal palco allestito sulla piazza del paese. Il ricordo è chiuso (295) dalla lirica Sempre nuova è l’alba, apparsa per la prima volta in Si è fatto giorno (Milano, Mondadori, 1954, p. 96). Ingrao, compagno e contraddittore di tante assisi, è il destinatario di una lunga lettera aperta (366-374) stesa in occasione del suo compleanno centenario con la quale, tra l’altro, Abdon passa in rassegna momenti poco felici nella vita del partito: ad esempio la radiazione del gruppo raccolto attorno alla rivista ‘Il Manifesto’ quando trasformeremo il ruolo politico del Comitato Centrale in una funzione tribunalizia. E sarà condanna, anche se in versione ipocrita: la ferita ancora mi duole … (369). Autocritica, l’antico vizio-virtù di quella grande formazione politica, anche per le scelte fatte alla fine degli anni Sessanta: Ci furono grandezze di cui siamo stati protagonisti, ma anche pochezze; penso al Sessantotto, ai movimenti studenteschi, giovanili e di intellettuali che in gran parte del mondo annunciavano un nuovo tempo … (368). Particolari e calate nei tempi le figure femminili: da Penelope Parlapiano (nomina sunt omina, ci verrebbe da dire) moglie di Mario Garuglieri, alla maestra Assunta, madre di Abdon ed eroica traghettatrice della famiglia della famiglia dal 1934, anno della vedovanza, al secondo dopoguerra, ad una giovanissima Maria Antonietta Macciocchi piombata a Salerno al seguito di Pietro Amendola nel 1934 e perfettamente inserita nella frenetica e complicata vita del partito. Questo e molto altro contengono le 530 pagine del libro di Alinovi; soprattutto una ostinazione a collegare il passato grande  e terribile al presente sciroccoso di nuove schiavitù operaie (caso Prato), di nuovi movimenti politici disgregatori (la Lega, che ieri oltraggiava il tricolore e oggi pretenderebbe il marchio dell’italianità, suscitando al Sud le sopite bassezze  di un municipalismo retrogrado, 372); presente dunque misero per tante altre cose che appare ad Alinovi  … senza storia, senza passato, e, soprattutto, senza visione di un futuro necessario e possibile (360).

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