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“Yeruldelgger – La morte nomade”

yeruldelgger-3-673x1024di Gabriele Ottaviani

«Forza, basta, compare, non è ancora il momento di morire». Bouthillette giaceva semicosciente. Zarza verificò la contrazione delle pupille e il ritmo rallentato del cuore. Ipotermia grave. Aveva venti minuti davanti a sé prima che le condizioni del professore peggiorassero. Gli tolse a uno a uno i vestiti, lo lasciò nudo come un verme e poi lo aiutò ad alzarsi. Bouthillette sentì subito il calore del sole avvolgere il suo corpo paralizzato e ritrovò un po’ di forza. Zarza lo aiutò a camminare fino alla grande facciata a vetri, un po’ in disparte tra gli alberi, cosicché la casa non avesse nessuno di fronte. Il pianterreno e il primo piano si affacciavano sul lago grazie a immense vetrate panoramiche. Zarza diede un’occhiata all’interno. Un grande loft moderno e freddo, attraversato da una scala di cemento grezzo che saliva al primo piano. Mobili di design e quadri contemporanei. Fece scivolare il vetro ed entrò sorreggendo per la spalla il professore inebetito.

Yeruldelgger – La morte nomade, Ian Manook, Fazi. Traduzione di Maurizio Ferrara. La Mongolia è bella e selvaggia e per noi occidentali un po’ ignota. Ian Manook, al secolo Patrick Manoukian, sessantanovenne quest’anno, cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi in cui ha vissuto i fermenti del maggio rivoluzionario di cinquant’anni fa, in una famiglia operaia, scrittore da sempre ma sempre restio a pubblicare, figlio dell’emigrazione e della diaspora armena, giornalista e grande viaggiatore, nel millenovecentoottantasette ha creato un’agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige assieme al figlio Julien, e le Éditions de Tournon, società che, per quel che concerne il settore dell’animazione e del fumetto, in Francia rappresenta un vero e proprio punto di riferimento: e ci racconta – è ormai arrivato al terzo (e purtroppo, a quanto pare, ultimo) volume della serie, in corso di pubblicazione in diversi paesi e amatissima, con pieno merito, sia dal pubblico che dalla critica, perché ben scritta, ben caratterizzata, coinvolgente, suggestiva, variegata, raffinata, classica ma non canonica, esotica, violenta, originale, affascinante, ricca di riferimenti, capace di far evadere dalla quotidianità e di valicare i confini della letteratura di genere, di far riflettere e immedesimare – proprio quella terra da cui è nato un glorioso impero, senza sbocco al mare, immensa – ma pare piccola, perché stretta fra Russia e Cina – e per lo più disabitata, fatta di steppe, deserti e taiga ma non solo. Stremato da anni di lotta inutile contro la criminalità, la corruzione, il mercimonio di ogni cosa, l’abiura delle tradizioni, la spersonalizzazione e l’immoralità, il commissario Yeruldelgger ha lasciato la polizia di Ulan Bator, la città, la capitale, la metropoli, ha piantato la sua yurta nel deserto e ha il solo desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ma continua a imbattersi in delitti che paiono rimandare ad antichi e macabri rituali… Imprescindibile.

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