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“L’altro bambino”

CopBC_BAMBINO_piatto okdi Gabriele Ottaviani

A volte però pensava di non volerla, questa nuova vita. Avrebbe preferito essere morta. Per lei i morti continuavano a condurre un’esistenza non diversa da quella che avevano patito in precedenza, ma più scialba e meno piena, precaria. Era giunta a quella conclusione sulla morte dopo abbondante riflessione, ma non ne aveva ricavato alcun conforto. Bevve un sorso con preoccupazione. Fino a poco tempo prima non aveva mai bevuto tanto. Qualcosa a quattordici anni, e al massimo una decina di cocktail nell’arco dell’anno precedente. A quattordici anni, in una giornata di pioggia estiva, aveva bevuto quasi un litro di gin in una piscina cadente insieme a un ragazzo dai capelli rossi. Indossava un grazioso costume da bagno a scacchi e un pullover. Su una parete della piscina qualcuno aveva inciso le parole palle pulciose. Dopo aver bevuto, il ragazzo dai capelli rossi le si era sdraiato sopra completamente vestito. Al risveglio, Pearl non era sicura di essere stata introdotta alla sessualità. Aveva imboccato la via di casa e si era fatta un bagno bollente. Nulla le procurava dolore. A lungo si era trattenuta sotto il getto dell’acqua calda. Era convinta di essere incinta. Quando poi aveva scoperto di non esserlo si era messa in testa di essere sterile. Ci aveva creduto fino a poco tempo prima. Adesso sapeva di non essere sterile. Adesso aveva un bambino. Gliel’aveva dato Walker.

L’altro bambino, Joy Williams, Black coffee. Introduzione di Karen Russell. Traduzione di Sara Reggiani. Quarantuno anni fa Joy Williams, nata a Chelmsford, Massachusetts, e residente fra Tucson, Arizona, e Laramie, nello stato del Wyoming tanto caro alla formidabile Annie Proulx, considerata una delle più grandi scrittrici americane viventi da autori quali Don DeLillo, Donald Barthelme, Raymond Carver e Jay McInerney, non esattamente quattro imbrattacarte da strapazzo o influencer prezzolati, insomma, autrice di un poker di romanzi e altrettante antologie di short stories, di una raccolta di saggi e finanche di una guida turistica niente affatto convenzionale delle Florida Keys, è in rampa di lancio, i suoi racconti fanno splendida mostra di sé sulle colonne delle riviste più prestigiose e i suoi romanzi vengono pubblicati e premiati: finché sul New York Times non compare, del tutto incomprensibilmente, irragionevolmente e inspiegabilmente, perché tutto si può dire di questo libro tranne proprio che sia ermetico (oscuro forse in certi passaggi, profetico quasi come un culto misterico, non centrato su una trama dallo sviluppo classico e lineare, bensì sulle suggestioni che coinvolgono e sconvolgono l’animo della protagonista, ma senza dubbio chiarissimo nel tessere corrispondenze con le corde più intime della sensibilità), anzi, come invece venne sostenuto, una recensione che stronca L’altro bambino e che blocca a lungo la carriera, poi oggetto di una rivalutazione fortissima, di questa formidabile voce narrativa, che nel frangente specifico fa tuffare il lettore nell’oceano di fragilità credibilissime e in cui è facile immedesimarsi di Pearl, che incontriamo per la prima volta mentre sorseggia un gin tonic col neonato nell’incavo del braccio, preda del male di vivere che tutto corrode. Ma… Impeccabile e imprescindibile.

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“Due estati”

51qu+KGQNDL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Kaethe Muller si strinse nelle spalle e sorrise con aria d’intesa, le sue labbra senza trucco come grandi muscoli rosa pieni di salute, cosa che senza dubbio era vera. Tutto era imponente, sano e tedesco in lei, e Dory non poté fare a meno di pensare che se loro fossero stati tutti così imponenti, forse non avremmo vinto la guerra. Si chiese che tipo di tedesca fosse Kaethe Muller. Alcuni tedeschi erano stati contro Hitler, ma la maggior parte erano prima di tutto tedeschi e solo in secondo luogo contro Hitler, in licenza dai propri doveri. Dove l’aveva letto? Perché aveva studiato queste cose? Crucchi, mangiacrauti. Winston Churchill aveva detto: “I crucchi te li trovi alla gola o ai piedi”. Cosa intendeva dire? Era una frase razzista? Ike Eisenhower era tedesco; lo era il suo nome, perlomeno, e nessuno poteva essere più americano di lui. Ma perché lo chiamavano ‘Ike’? Il suo nome era Dwight David Eisenhower. Forse ‘Eisenhower’ suonava ebreo ai suoi compagni di West Point, e così per scherzo lo chiamavano ‘Ike’. Il nostro eroe nazionale aveva ricevuto quel soprannome per uno scherzo sugli ebrei? Sperava di sbagliarsi. Ma in fondo anche gli attori ebrei e altri personaggi famosi avevano cambiato il loro nome; dovevano aver saputo qualcosa sugli Stati Uniti anche loro. Joseph Goebbels sosteneva che se le sue argomentazioni sugli ebrei fossero state conosciute nel mondo, si sarebbero diffuse, come una malattia. C’erano due famiglie ebree a Leah. Una gestiva un negozio di rigattiere, l’altra una merceria.

Due estati, Thomas Williams, Nutrimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Live free or die. È questo il motto dello stato del New Hampshire, cielo, monti e boschi in pieno New England. Dove si trova Leah, la cittadina in cui vivono Dory e John. Che hanno diciassette e ventun anni. Ed essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro: così, per lo meno, secondo quel che sostiene, stando all’attribuzione unanimemente assegnata al periodo succitato, Bob Dylan. Perché infatti è proprio di gioventù che parla questo romanzo, di gioventù e di estate: del resto, sono stagioni simillime. Calde, belle, fugaci. La seconda guerra mondiale non è finita da molto, John è tornato dal fronte, e la passione con la sua vicina di casa che ne sogna i baci e le carezze da sempre sboccia improvvisa e travolgente. Un giorno però lui balza in sella alla sua moto e parte. Verso ovest. Promettendo a Dory che tornerà. E che la sposerà. Lei resta. Aspetta. E il tempo dell’estate si fa da un lato parentesi sospesa, dall’altro bruciante folata di vento, di vita strappata alla morte, perché l’unico vero peccato di gioventù è ciò che non si è fatto proprio quando si era giovani, nel tempo e nel momento adatto e opportuno. Attraverso una prosa lirica e magnetica Thomas Williams descrive come meglio non si potrebbe il maschile e il femminile, il trasporto e la malinconia, i diversi punti di vista e le differenti priorità di chi è raggomitolato in un amore. Un’occasione da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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“Terra di confine”

51UQ1YBRcCL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se un uomo si spacca la schiena a scavare avrà da mangiare: è tutto quello che riescono a vedere.

Ken Loach è passato di qui, con ogni probabilità. Ma anche il dottore della Cittadella, che lo si accosti o meno nella memoria alle fattezze e soprattutto alla formidabile voce di Alberto Lupo. Gynmawr, Galles, estrema propaggine del mondo, verrebbe da dire. Harry vi ha fatto per tutta la vita il ferroviere. Gli viene un infarto. Soffre. È a letto. In camera. Pressoché muto. Il figlio, che grazie a lui ha potuto studiare, e fa il ricercatore a Oxford, torna. E vede che è cambiato tutto. E non è cambiato niente. Devastante e commovente fino alle lacrime sin dalle primissime pagine, è la più bella storia d’amore che ci sia, quella tra un padre e suo figlio, non solo credibile e al tempo stesso immaginifica, ma anche così ben caratterizzata in ogni dettaglio che la si sente vibrare sotto la pelle. Impeccabile. Terra di confine, Raymond Williams (scomparso trent’anni fa, ma questo libro pare essere scritto domani), Paginauno. Traduzione  e postfazione di Carmine Mezzacappa. Non si può non amarlo, anche se obbliga a guardare in faccia la realtà. E a fare il bilancio della propria vita.

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“L’ospite d’onore”

51xOFP1K9FL._SX340_BO1,204,203,200_ (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Come si fa ad attirare a sé una cosa così, si domandò, una cosa che potrebbe cambiare tutto, che potrebbe cambiarti la vita?

L’ospite d’onore, Joy Williams, Black coffee. Traduzione di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti. Carver e Cheever li conosciamo tutti. E sono solo i primi nomi che sovvengono al livello della coscienza e della mente se si pensa, finanche distrattamente, alla letteratura che si esprime per racconti. Due pietre miliari. Joy Williams invece non è un nome noto. Ed è un peccato mortale. Ma anche una fortuna immensa. Bisogna sempre diffidare di chi, quando gli si confessa che non si è letto un determinato libro, sgrana gli occhi come un capriolo dinnanzi alla doppietta del vigliacco cacciatore (acchiappami senza spararmi, se ci riesci, altrimenti il confronto è dispari, verrebbe da dire immedesimandosi nell’ungulato…). Bisogna sempre diffidare di chi, con spocchia, punta il dito. È una fortuna aver ancora qualcosa di sensazionale da leggere, non una colpa. La colpa, al massimo, risiederebbe nell’ignorare che finalmente in Italia c’è l’antologia completa dei racconti di Joy Williams, questo monumentale e strepitoso volume. Attraverso cui passa la vita in tutti i suoi colori, come la luce bianca che si parcellizza per il tramite di un prisma. Qui il prisma è la scrittura esaltante di un’autrice geniale, che conduce il lettore fin sulla soglia dell’incommensurabile.

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“Quattro lettere d’amore”

download (6).jpegdi Gabriele Ottaviani

I sogni, mio padre ne era convinto, sono l’altro te stesso che risponde.

Quattro lettere d’amore, Niall Williams, Neri Pozza, traduzione di Mariapaola Dèttore. C’è chi cerca Dio tutta la vita, desiderando con ognuna della sue poche mortali forze che gli parli, che gli dia un segno, un comando, un ordine, una speranza, che gli indichi la via nel marasma della vita in cui non è minimamente in grado di orientarsi. E non ha la fortuna di ascoltarne mai la voce. E invece a qualcuno Dio parla, eccome, anche più di una volta. Quello che gli dice, però, e a cui chiaramente non si può non ubbidire, genera conseguenze pesantissime non tanto sulla sua vita quanto su quella dei suoi cari. È al padre di Nicholas che Dio si rivolge, e non in un’unica occasione, imponendogli di lasciare il suo lavoro per dedicarsi anima e corpo alla pittura, con esiti che non mancano di farsi sentire su sua moglie e su suo figlio, all’inizio della storia un dodicenne come tanti, la cui anima gemella, Isabel, nel frattempo, ancora, come lui, non sa quale sia l’imperscrutabile disegno che è stato approntato per loro, e che li attende, ma deve fare i conti con un senso di colpa che non la abbandonerà mai, come se per ogni suo attimo di gioia dovesse pagare un prezzo, e il fio da scontare ricadesse inevitabilmente su chi ama più di sé medesima. Nicholas e Isabel sono due personaggi straordinari, geniali, come del resto è questo romanzo armonioso come una sinfonia, vibrante e multiforme, lirico e intenso, finanche mozzafiato.

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“A united kingdom”

a-united-kingdom-lamore-che-ha-cambiato-la-storia_8663_.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Non me ne potrebbe importare di meno”, rispose.

A united kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, Susan Williams, Newton Compton, traduzione di Adriana Altavilla. E stando a quel che viene raccontato, e che pare essere la realtà, visto poi come è proseguita la loro vita, davvero per Ruth non aveva nessun significato. Era l’unica risposta possibile a quella domanda che le veniva posta. Ossia se si chiedesse, o meglio se fosse preoccupata, dato il contesto temporale, sociale, culturale nel quale viveva insieme all’uomo che amava e che tutti volevano che lasciasse nemmeno fosse il peggiore dei delinquenti possibili, riguardo al colore della pelle che avrebbe avuto il bimbo che portava in grembo. Lei londinese, lui futuro re di quello che diverrà Botswana. Nell’Inghilterra coloniale del Novecento. Una storia vera. Potente. Straordinaria. Tradotta di recente in un film che non le rende giustizia, purtroppo, nemmeno un po’. Il libro, invece, caratterizzato da una stesura lineare, chiara, divulgativa, piacevole eppure niente affatto banale o semplicistica, è da leggere. Questa vicenda deve essere conosciuta. Deve essere raccontata. Deve indurre a riflettere. Perché nessuno sceglie dove nascere. Né da chi. E tantomeno è impossibile scegliere di innamorarsi, oppure no, di una persona anziché di un’altra, checché ne dicano tanti soloni senza cuore né testa.

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“Navi perdute”

navi_perdute_01di Gabriele Ottaviani

È piacevole sentire il cappellano dire, almeno una volta, che non sa qualcosa.

Navi perdute, Naomi J. Williams, Neri Pozza (traduzione a cura di Maddalena Togliani). Jean-François de Galaup, conte di La Pérouse, salpa da Brest nel millesettecentoottantacinque su ordine del governo francese alla guida degli equipaggi di due fregate per ripercorrere il leggendario viaggio di esplorazione del capitano inglese James Cook. Patagonia. Capo Horn. L’isola di Pasqua. I mari del Giappone. Epidemie. Battaglie. Morti. Scomparse. Al largo delle coste australiane. Nel millesettecentoottantotto. Un mistero, su cui dopo anni si cerca di fare luce. Un gran bel romanzo quello della Williams: solido, compiuto, storico nel senso più ampio e alto del termine. Trascinante, è da non perdere.

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