Libri

“La seconda occasione”

di Gabriele Ottaviani

Se vi domandassero un’opinione penso che dovreste essere preparata…

La seconda occasione, Edith Wharton, Paginauno. Traduzione di Daniela Marangoni, Rossella Venturi e Sabrina Campolongo, cui si debbono anche la cura del volume e la postfazione. Martin Scorsese lo ha detto e ribadito anche di recente, quando gli è stato fatto notare in maniera piuttosto improvvida, nella penultima edizione della festa del cinema di Roma, che lui realizzasse film esclusivamente imperniati su personaggi maschili: la sardonica e giustamente tagliente risposta del cineasta americano di chiare origini italiane è stata Beh, certo, perché L’età dell’innocenza non se lo ricorda nessuno… In realtà quello che lui ha definito il suo film più violento – cos’è un pugno dinnanzi allo strazio dei sentimenti? – e che è senza dubbio non solo il suo migliore ma anche quello in cui la sua mano è ancora più evidente nonostante le apparenze paiano ingannare e dire esattamente il contrario è tratto dal romanzo di una delle più grandi scrittrici non solo occidentali ma di tutta la storia della letteratura, Edith Wharton, che con la sua prosa chirurgica indaga l’umanità come nessun’altra mai e come testimonia questa raccolta di tre racconti che è una straordinaria occasione di conoscerla, scoprirla, riscoprirla e imbattersi nell’affresco vivido, implacabile e indimenticabile di tre protagoniste maiuscole, che rispondono, ognuna a modo loro, alla domanda delle domande: cosa accadrebbe se si fosse davvero liberi di essere quel che si è? Monumentale.

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“Triangoli imperfetti”

51Jmd2rS4YL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se non la lasci mi butto giù dal tetto. Lui non l’aveva lasciata e lei si era buttata giù dal tetto.

Un giorno a Martin Scorsese fu chiesto quale fosse il film di tutta la sua produzione che considerava in assoluto il più violento. Il cineasta rispose senza esitare: L’età dell’innocenza. Che è anche il più bello, a detta di chi scrive, ma questa è un’altra storia (Winona Ryder è semplicemente leggendaria, anche se va detto che tutto il cast funziona come un orologio svizzero). Ed è tratto da uno scritto di Edith Wharton. Che sa essere sublime e feroce come nessun’altra penna nel raccontare i tormenti dell’anima e le sue marchiane ipocrisie. Qui, in Allegria in casa, Atrofia e Il giorno del funerale, tre racconti uno migliore dell’altro, editi da Paginauno a cura di Elena Racca Bruno sotto il titolo Triangoli imperfetti, racconta la più classica delle storie, una coppia e un terzo incomodo. Ma… Imprescindibile.

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“Uno sguardo indietro”

arton144442-97fe5.jpgdi Gabriele Ottaviani

Cos’è la nostra personalità, avulsa da quella degli amici a cui siamo legati dal destino?

Edith Wharton, Uno sguardo indietro, Elliot. Discendente di un’antica e ricca famiglia di New York, Edith Newbold-Jones, poi per matrimonio – infelice e di fatto breve, anche se la conclusione formale arriverà a distanza di decenni, e lei comunque manterrà il cognome – Wharton, come Edward, banchiere afflitto da seri disturbi mentali, nasce nel milleottocentosessantadue. A quarantacinque anni lascia definitivamente gli Stati Uniti per la Francia. È amica di Henry James, e si dedica alla scrittura. Nelle sue opere ha un forte peso il tessuto sociale, l’ipocrisia di certi ambienti dove tutto è in funzione del censo e del potere, l’esclusività che si fa esclusione, rifiuto, negazione, persino della realtà, la necessità, che lei sentirà anche come sprone per la sua vita, di costruire una maggiore e più solida equità, nei confronti di chi, senza alcun demerito, è ultimo nei ranghi della società. Uno sguardo indietro è la sua autobiografia, che sin dal titolo stabilisce in maniera chiara, netta, decisa e precisa quale sia il senso del suo racconto, dal ritmo romanzesco e vibrante, e al tempo stesso della letteratura. Osservando dalla giusta distanza le cose Edith Wharton si svela al lettore e tratteggia un vivido ritratto di un tempo che è ormai passato ma del quale la nostra contemporaneità è figlia, parlando di quel che conosce e ha vissuto tramanda senza prosopopea la memoria e il suo valore di monumento.

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