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“Il rimedio miracoloso”

414GpRyF+7L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Marion indossava il vestito bianco da sposa, seta bianca e raso, che non le si addiceva, che la faceva sembrare grossa e a me estranea; dalla sua figura sporgevano fiocchi e contorni poco familiari. Attraversò tutto lo strano rituale di un matrimonio inglese con una serietà sacramentale che ero troppo giovane ed egoista per comprendere. Per lei era tutto straordinariamente fondamentale e importante; per me non era nulla più che l’intrusione offensiva, complicata e sconcertante di un mondo che stavo già cominciando a criticare con grande amarezza. A che serviva tutto quel trambusto? La pura, indecente pubblicizzazione del fatto che ero stato appassionatamente innamorato di Marion! Credo, però, che Marion fosse solo molto lontanamente consapevole della mia ribollente esasperazione per essermi alla fine comportato “in modo carino”. Ce l’avevo messa tutta per vestirmi all’altezza della situazione; avevo una finanziera tagliata in modo ammirevole, un cilindro nuovo, pantaloni frivoli quanto potevo tollerare – anzi, di più –, un panciotto bianco, una cravatta frivola, dei guanti frivoli. Marion, vedendomi depresso, prese l’insolita iniziativa di sussurrarmi che avevo un aspetto adorabile; sapevo troppo bene di non sembrare me stesso. Sembravo un supplemento speciale a colori del «Men’s Wear» o di «The Tailor and Cutter», Abiti da Cerimonia per Occasioni Formali. Sopportai persino le sconcertanti sensazioni di un colletto poco familiare. Mi sentivo perduto… in un corpo estraneo e, quando mi guardavo per rassicurarmi, l’addome liscio e bianco, le gambe aliene confermavano quell’impressione. Lo zio era il mio testimone e sembrava un banchiere, un piccolo banchiere… in fiore. Aveva una rosa bianca sul bavero. Non fu, credo, particolarmente loquace. O per lo meno, rammento di aver sentito da lui pochissime parole.

Il rimedio miracoloso, H. G. Wells, Fazi, traduzione di Chiara Vatteroni. George è il figlio della governante che si occupa della grande casa di campagna dove viene al mondo e che lascerà per andare a fare l’apprendista nella farmacia dello zio. In seguito approderà anche nella capitale, Londra, e lo spirito imprenditoriale del parente, che propinerà come panacea per ogni male un intruglio di fatto senza alcun pregio taumaturgico, apparirà come profetica e simbolica metafora del globale disfacimento della sua privata esistenza e dell’intera società, raccontato con feroce ironia dannatamente contemporanea. Di stampo autobiografico, è un classico riscoperto da leggere e rileggere.

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“Prime volte”

41nBfCRGYhL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era meraviglioso sentirsi scivolare nella bocca calda di Mike…

Prime volte, K. C. Wells, Triskell, traduzione di Ilaria D’Alimonte. Non è facile accettare di essere gay. Perché spesso il mondo che ti circonda non vede di buon occhio, anche se non dovrebbe importargliene proprio nulla, il fatto che a te piacciano le persone del tuo stesso sesso. Spesso dunque, anche semplicemente perché può succedere di non rendersene – o volersene rendere – conto, occorre del tempo per realizzare. E a Tommy ne è servito un po’. È timido. Si sente sempre un pesce fuor d’acqua. È vissuto in un paesino. Ha lavorato solo nella fattoria del padre. Atlanta, la capitale della Georgia piena di locali, è per lui un mondo nuovo. Ma un giorno incrocia gli occhi di Mike. E… Intenso, leggibilissimo, chiaro, esplicito, credibile, vibrante.

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“Una moglie francese”

51rCxD-+R-L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non ti azzardare a morire stanotte.

Una moglie francese, Robin Wells, Newton Compton. Amélie O’Connor è anziana e sola. Vive in Louisiana, in una casa di riposo. Non chiude mai a chiave la porta della sua stanza, così se un amico desidera venirla a trovare può farlo senza problemi. Un giorno però la viene a trovare Kat. Kat Thompson, l’ex fidanzata del suo defunto marito, Jack. A cui Amélie, che no, non è la protagonista sognante di un film di culto di qualche anno fa né tantomeno la donna del tenente francese, perché in questo caso è lei ad aver avuto i natali nell’Esagono, non il contrario, l’ha strappato nei giorni dell’occupazione nazista e della guerra a Parigi da cui Kat attendeva che tornasse, di là dall’oceano. Ma tutto è cambiato. La sua vita non è stata più la stessa. E lei ora vuole sapere. Però… Potente, emozionante, commovente: un mirabile affresco sul tema del ricordo e soprattutto su quello, rischiosissimo e sdrucciolevole, perché il pericolo della banalizzazione e della retorica, qui magistralmente evitato, è sempre in agguato, del perdono.

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“La fine della solitudine”

514J5tD-J0L._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

All’inizio stesi un rapporto per la mia casa discografica, ma controvoglia. Alla fine misi da parte il documento e scrissi in libertà. Per quanto assurda mi fosse parsa l’idea di starmene lì, accanto a un autore da me un tempo venerato, ora ne traevo forte motivazione. La mia fantasia era come una miniera abbandonata e ora, scendendo col vagone nei suoi cunicoli, mi stupivo di quanto potessi estrarre da laggiù. Avevo già diverse idee e abbozzi, che evidentemente erano rimasti in sonno dentro di me per anni. Romanov mi osservava.

La fine della solitudine, Benedict Wells, Salani. Traduzione di Margherita Belardetti. Jules, Liz e Marty sono tre fratelli. Quando sono bambini rimangono orfani. Un incidente, e mamma e papà non ci sono più. Un attimo e sono morti. E loro improvvisamente si ritrovano a dover crescere soli. Separati l’uno dall’altro. Senza famiglia. Le loro vite si dividono come i rivoli del delta della foce di un fiume, l’origine è comune ma l’esito distinto. Marty si butta nello studio, Liz rifiuta ogni genere di limite, Jules sceglie di fatto di non vivere, accontentandosi di aggiungere un giorno dopo l’altro al rosario di momenti della sua esistenza claustrale, avvitata sul dolore e sull’introversione. Un giorno Jules però incontra Alva: un legame invincibile, come la paura, come tutte le cose belle che ha scelto di evitare per non rischiare di soffrire… Molto più di una classica storia d’amore, il romanzo è una magnifica espressione di talento e passione: da non perdere.

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“La guerra dei mondi”

wells_3d_tn_150_173.pngdi Gabriele Ottaviani

E noi che cosa siamo?

La scienza per definizione è governata da leggi che non ammettono l’opinabilità. Due più due fa sempre quattro. Al massimo può fare dieci, se si conta in base quattro, o undici, se si conta in base tre. Ma certo non può fare cinquantasette. Eppure, basandosi su una continua ricerca, su un incessante desiderio di approfondimento, la scienza è legata a filo doppio al genio. Alla visionarietà. All’ispirazione, che regole non conosce. Al sogno. Alla fantasia. E quando scienza e fantasia si incontrano è possibile che nascano dei capolavori. Come questo. Il libro più famoso del più celebre autore del genere, uno le cui idee sono alla base persino dei viaggi nel tempo di Topolino e Pippo grazie alla macchina di Zapotec e Marlin. H. G. Wells. La guerra dei mondi. Prefazione di Antonio Franchini. Traduzione, nuova e splendida, di Vincenzo Latronico. Edizioni minimum fax. Un racconto talmente geniale che quando Howard Koch ne fece un adattamento trasmesso nel millenovecentotrentotto, nel giorno del Signore trenta di ottobre, dalla CBS per regia e voce di un certo Orson Welles gli statunitensi andarono nel panico. Ed effettivamente viene il panico. Per la bellezza. Una sorta di sindrome di Stendhal per interposta pagina. In questa magnifica edizione, infatti, c’è anche il testo della sceneggiatura. Semplicemente da non perdere. Non necessariamente per farsi trovare pronti nel caso fossimo invasi dai marziani: anche perché, nel bene e nel male, il mondo sembra già pullulare di persone che provengono da altri mondi…

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