Libri

“Sogni di Mevlidò”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quanto a me, continuo a osservare Mevlidò senza lasciarmi distrarre. Non mi prendo la briga di scrutare vanamente il buio. Anche se un baby-soldato è stato sorpreso a sgattaiolare dentro una casa crollata – cosa d’altronde assai strana – la visione non si è prolungata più di mezzo secondo. I baby-soldato fanno molta attenzione a non svelare i loro nascondigli. Ogni tanto ce n’è uno che riesce a dissimularsi dietro una falsa identità e a condurre tra di noi una falsa esistenza fino a che qualcuno non lo smaschera, ma gli altri preferiscono vivere e vagabondare lontano dagli sguardi, adottando le precauzioni più estreme per non farsi notare.

Sogni di Mevlidò, Antoine Volodine, 66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia. Antoine Volodine, prolificissimo anche con gli pseudonimi, racconta con la sua consueta prosa, assai potente, immaginifica, caleidoscopica e non prova del nitore del genio, la vicenda di Mevlidò, un poliziotto segretamente fedele alla causa rivoluzionaria dei terroristi bolscevichi che, in quel di Ulang-Ulan, asfissiante, futuristica, distopica metropoli che si staglia con la sua mole nel panorama di una terra che un tempo è stata la Mongolia e che ora è invece una realtà abbrutita e squallida in cui tutto è mercificato, è incaricato di assicurare alla giustizia, muovendosi tra ordine, caos e ossessioni. Maestoso.

Standard
Libri

“Terminus radioso”

51I4DLU6GuL._SX336_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Di tanto in tanto Kronauer dava un’occhiata fuori dalla finestra. Il muro della casa di Hannko Vogulian era percorso da bagliori, come se da qualche parte nel villaggio, abbastanza lontano dal centro, però, abbastanza lontano dal soviet, una fattoria stesse bruciando. Che ci fai in questo kolchoz, ripeteva Kronauer tra sé e sé, cosa ti trattiene quaggiù, Kronauer? Non capisci niente di questa gente, non capisci niente di quello che succede, se ci rimani invischiato, va a finire che si mette male, questo Soloviei ti imprigiona, ti strega con i suoi sibili magici, c’è solo una cosa da fare, Kronauer, va via con una delle sue figlie, salva una delle sue figlie e scappa con lei, dopodiché, succeda quel che succeda! Salva Samiya Schmidt o Hannko Vogulian o anche Myriam Umarik, una o l’altra, poco importa, fuggite. Attraversa la foresta insieme a lei. Nascondetevi, mettete decine, centinaia di chilometri tra voi e Terminus radioso, non tornate mai indietro. Scappa a tutta velocità finché sei in tempo! Ma tali risoluzioni non portavano a nulla. Continuava a rimanere prostrato sul pavimento di legno, quasi cadaverico, scosso di tanto in tanto da brividi o da un mugolio, e continuava ad ascoltare i tre cilindri che giravano a ciclo continuo, senza riconoscervi mai nulla di familiare, quando invece ne stava captando le parole per la quinta, la settima, l’undicesima volta. Continuava ad ascoltarli e, come un moribondo che riceva dei consigli di cui non saprebbe che farsi, tremava e mugolava.

Terminus radioso, Antoine Volodine, 66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia. La Seconda Unione Sovietica si affaccia su un precipizio ricolmo della desolazione che in prima persona ha contribuito a creare. Un mondo distopico, asettico, mefitico, desolato fin oltre i confini, invisibili a perdita d’occhio. Terminus radioso è l’unico luogo vivo, se così si può dire. L’unico avamposto che si oppone al vuoto che tutto riempie. È un kolchoz. In un universo allegorico e tragicamente concreto, tangibile, riconoscibile, crudele, allucinato e allucinatorio, in cui a ogni cosa ne segue un’altra, ma non esiste davvero né un prima né un dopo, non c’è inizio né fine, in cui tutto sembra ripetersi senza soluzione di continuità, sempre uguale e sempre diverso, mentre le radiazioni di una pila atomica infissa nel terreno regalano un’immortalità paradossale, assurda, squallida come la solitudine di chi non ha armi per opporsi a quel potere di cui è egli stesso amministratore oltre che vittima, si dipanano come matasse vicende di soffocante e angosciosa umanità che appaiono come innumerevoli declinazioni di un incubo. Quello generato dal sonno della ragione. Con una prosa di rara complessità, straordinaria ricchezza, potentissima, elevatissima e di chiara matrice filosofica, Volodine fa immergere il lettore in una realtà irreale ma credibile che sgomenta e conquista.

Standard
Libri

“Angeli minori”

download (3).jpegdi Gabriele Ottaviani

Qui potete vedere l’angolo che Yaliane Heifetz chiamava il boudoir. Vi troneggiava un televisore che non riceveva più niente da sessant’anni a causa dell’interruzione delle trasmissioni. Laggiù, dove in questo momento fremono felci colossali, Yaliane Heifetz si sedeva ed evocava ricordi di giovinezza, aneddoti vissuti al tempo in cui dirigeva un’agenzia di lotta internazionale contro il capitalismo. La Rosa Matrossian è stata spinta in quell’angolo, il tappetino sotto i suoi piedi è scivolato, lei si è goffamente aggrappata al ripiano che sosteneva il televisore, l’apparecchio è caduto e le ha fracassato il cranio. Oggi non si vedono né l’apparecchio né le carcasse dei divani o delle poltrone, che avrebbero permesso di farsi un’idea delle tranquille serate che avevano luogo in quel boudoir. Dopo i crolli, dapprima del tetto e poi del primo piano, le macerie hanno continuato a lungo a ingombrare il paesaggio, ma adesso sono scomparse. Le piogge e lo scioglimento delle nevi hanno spostato i ruderi, il vento ha disperso polveri essenziali, l’humus ha ammorbidito le rovine, e le molte generazioni di alberi cresciuti nel frattempo hanno cancellato ogni traccia. Più avanti, dietro quel tronco di larice, c’era la scala dove Lioudmila Matrossian è stata respinta dalle vecchie, e dove un’aiuto infermiera si è spezzata il collo proprio come la direttrice che era salita poco prima nel dormitorio. La direttrice era stata ricevuta da un comitato d’accoglienza armato di conchiglie rituali, e subito si era accasciata sotto un letto del dormitorio a sinistra dell’ingresso, le gambe tremanti, ansimante, in una pozza di piscio e di sangue.

Angeli minori, Antoine Volodine, L’orma, traduzione di Albino Crovetto. Un angelo è un messaggero. Qualcuno che porta un annuncio, una novella, che dà un’indicazione, che spalanca le porte su una verità che attendeva soltanto di essere rivelata. Si aspetta il suo arrivo con trepidazione, è una figura che si pone a un livello intermedio fra chi ha bisogno di qualcosa e chi può, almeno nelle speranze, intervenire per fare in modo che quella necessità sia soddisfatta, che quella inquietudine trovi pace. Ma esistono anche angeli con un’ala sola, per così dire, non sono soltanto i massimi sistemi, le esigenze più imprescindibili quelle per cui si chiede soccorso: esistono anche realtà ai margini, quelle degli ultimi, dei figli di un dio minore, quelle che passano sotto silenzio, di cui non ci si avvede, per ignoranza, per indifferenza, per rassegnazione all’inevitabile. Tutto nasce, cresce, si evolve, finisce. Anche il mondo. Ma il futuro non può prescindere dal passato, e se la realtà contingente è apocalittica e postapocalittica è evidente che qualcosa in un tempo più remoto ne ha determinato la generazione: i ricordi ancestrali, magici, occulti si legano dunque inestricabilmente alla consapevolezza di quello che si è perso e che non può che essere vagheggiato, della profondità dei lati oscuri e ardui a comprendersi della coscienza, fatta di mille contraddizioni. Una narrazione potente, articolata, simbolica, mistica, lirica e insieme drammatica, in cui la forza e il dinamismo della parola, la capacità salvifica, demiurgica e generatrice dell’immaginazione, la valenza filosofica della natura delle cose danno vita a un puzzle caleidoscopico, che sfugge a ogni costrizione, genere e definizione, e lascia inevitabilmente senza fiato.

Standard