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“Un tango per il duce”

41TCugcJK+L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un fascista non si nasconde né si maschera.

Un tango per il duce, Marco Ferrari, Voland. La guerra è finita. Mussolini è morto. Ammazzato. Appeso. A Piazzale Loreto. Ma anche no. Nel senso che in realtà quello è un sosia. Il vero duce scappa come un topo dalla nave che affonda. Attraversa l’oceano. Va in Argentina. Dà vita a una nuova vita. La sua. La seconda. Si stabilisce a Romagna Argentina, un romito borgo della pampa popolato di immigrati che non sanno pressoché nulla della guerra. Lo accolgono, e lui, con la sua proverbiale e roboante prosopopea, allestisce la propria personale crociata dei pezzenti. Alla riconquista della Roma perduta. E… Da non perdere: brillante, intelligente, arguto, appassionante.

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“Vita e morte delle aragoste”

41aKwsDQQvL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando fu abbastanza vicino, in un punto ben rumoroso del corridoio gommato della metro, Vincenzo chiese alla mamma di Lucas se si ricordasse di lui, e lei si fermò, lo guardò incredula, poi con un sorriso imbarazzato. – Dovrei? – Abitavamo sopra di lei, un paio d’anni fa. Io e il mio amico. – Lei chi? – Lei lei– Vincenzo la indicò col mento. – Lei io? Lui annuì. – Non mi ricordo. Sopra di me dove? E allora, mentre la guardava sorreggere la scatola col ginocchio per attutirne il peso, Teapot ragionò sul fatto che una donna più bella, più bassa e più giovane della madre di Lucas, per quanto simile, poteva non essere la madre di Lucas. – Non è la mamma di Lucas, vero? Quella prese tempo, inarcò le sopracciglia e, di colpo, riprese a camminare. – Lucas un bambino di dieci anni? – Sì. – Che ha i capelli a scodella, parla tanto ed è un cristiano convinto? – Non lo so – disse Teapot. – Cioè, l’ultima volta aveva i capelli a scodella. L’ex mamma di Lucas scoppiò a ridere e uscì dalla metro che ancora rideva, nel sole del primo pomeriggio, parecchio dietro sua zia sordomuta che correva come un giocattolo a molla.

Vita e morte delle aragoste, Nicola H. Cosentino, Voland. Bisogna che tutto cambi perché niente cambi. Probabilmente sarebbe stato più azzeccato il titolo L’Aragosta anziché Il Gattopardo per l’opera che ha reso in modo universale e sempiterno e con pieno merito celebre Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che però di fatto di quella gioia non poté godere mai. Perché le aragoste sono come si dice che siano gli incisivi per esempio di certi lagomorfi, non smettono mai di crescere. E quindi si adattano sempre, mutando di continuo il carapace, che abbandonano svuotato di sé come lo scudo del soldato di Archiloco, che molto più che all’arma teneva alla vita, e che promette di procurarsene di certo uno non peggiore quanto prima. Si sa, bisogna un po’ morir per poter vivere. E vogliono vivere, tra la provincia che ha dato loro i natali e la grande città, due amici, due protagonisti indimenticabili, inetti alla vita, muri di gomma in cui si rispecchia tutta la complessa e paurosa contemporaneità. Da non perdere.

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“Il latte della madre”

41AgEUDzYPL._SX341_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma forse l’esilio mi salvò. Per qualche ragione a me ignota prolungò la mia esistenza. Solo una volta era successo che una mia paziente morisse, e se fossi rimasta nel tritacarne cittadino avrei dovuto imparare a considerare quei fatti come qualcosa di normale. Come un’inevitabile statistica medica. Ricordo in ogni dettaglio l’assurdità di quell’unica morte. Le doglie si prolungavano, un fatto in sé usuale. La donna era stremata, senza più forze, il polso debole, il battito cardiaco del bambino non si sentiva quasi più. Decisi di fare un cesareo. In sala operatoria mi assisteva uno studente che aveva ancora molto da imparare. L’anestesia fece effetto, praticai il taglio ed estrassi il bambino. Era sano e forte. Bisognava solo ricucire la ferita. Feci un cenno con la testa per fargli capire che non mi serviva più il suo aiuto. E davanti ai miei occhi lo studente si tolse i guanti sterili, sopra il ventre aperto della donna, e tutto il talco sudato all’interno cadde nella ferita. Con gli occhi sgranati, senza capacitarsi della propria azione, guardava il talco mescolarsi al sangue. Mi lanciai sulla ferita e cercai di pulirla, ma c’era poco da fare. Sebbene alla donna fossero state somministrate immediatamente le medicine, dopo un paio di giorno le fu diagnosticata una sepsi, un avvelenamento diffuso dell’organismo, e non si riuscì a salvarla. Il primario registrò il fatto come incidente, perché lo studente era figlio di un alto funzionario e suo buon amico. Davanti a me si aprì la grande strada della scienza che portava a Leningrado.

Il latte della madre, Nora Ikstena, Voland, traduzione di Margherita Carbonaro. Sono tre anni che le truppe naziste occupano la Lettonia. Poi, finalmente, nell’ottobre del millenovecentoquarantaquattro, sono costrette ad andarsene, e arriva l’Armata Rossa, che varca le soglie della splendida Riga, città stupenda, capitale bellissima, con un meraviglioso distretto liberty. Molte cose cambiano, alcune restano uguali, altre migliorano, certe peggiorano. È questa la linea di partenza di questo romanzo in cui una madre e una figlia dialogano cercando disperatamente di fare pace e di trovarla, rievocando la figura della nonna, attraversando la storia con l’iniziale maiuscola mentre percorrono gli impervi sentieri della propria vita, e di mezzo secolo d’umanità, fatta di abbandono, depressione, speranza e richiesta d’amore. Da non perdere.

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“Un romanzo inglese”

images.jpgdi Gabriele Ottaviani

Torno a Londra per un po’. La città rinasce “come se non fosse successo niente”. Londra ha la disinvoltura delle belle donne che fingono di non aver tremato davanti a un pericolo. Si esce senza puntare il naso al cielo, si riscoprono i rumori della metropoli in tempo di pace, la circolazione delle automobili più numerose, gli edifici distrutti nei bombardamenti in fase di ricostruzione. L’orgoglio del paese risiede nei grandi monumenti della capitale rimasti intatti. Ci eravamo abituati al suono delle sirene, al rombo assassino dell’aviazione tedesca, alla puzza di zolfo e polvere, di fumo acre. Ora ci sono i gas delle auto e dei bus, l’odore di fritto e, a tratti, la sensazione di una ventata d’aria di mare che ci sorprende portando con sé, sparsi e chiassosi, i gabbiani affamati. I titoli dei giornali a tutta pagina non possono passare sotto silenzio il debito pubblico e il crollo della sterlina. È là, dietro l’angolo, il grande fallimento. Edward non fa che parlarne. La nostra vecchia Inghilterra è come un castello di carte sul punto di crollare. Le notizie pericolose riportate sui quotidiani sono minuscole bombe a orologeria. Non vogliamo sentir parlare di questa crisi finanziaria che annunciano senza troppa convinzione. Fin quando potremo considerarci inglesi della vecchia generazione, vittoriani, potremo evitare di guardare la realtà. Credere che il paese sia stabile come un matrimonio borghese sotto il regno della regina Vittoria. Credere che l’essenziale sia resistere mantenendo gli stessi schemi di sempre. Gli affari di Edward ripartono. Abbastanza bene, quasi come prima della guerra.

Un romanzo inglese, Stéphanie Hochet, Voland. Traduzione di Roberto Lana. Anna ed Edward sono una coppia. Classe media. Hanno un figlio. Di due anni. È tempo di guerra. Il millenovecentodiciassette, per la precisione. Il luogo è la campagna inglese. Il piccolo ha bisogno di una governante. I coniugi scelgono una persona. Anna va a prenderla alla stazione. E rimane sorpresa dal fatto che non si tratti di una donna, come aveva inopinatamente dato per scontato, bensì, con ogni evidenza, di un uomo. George. Che in breve tempo, al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni, saprà dimostrare di essere veramente affidabile. Unico. Insostituibile. Tanto che Edward, ovviamente, ne è geloso. Arriva finanche a pensare che possa avere una relazione con Anna… Parlare di maternità, identità sessuale ed emancipazione femminile senza essere retorici o banali è impresa assai ardua: non per Stéphanie Hochet, però, che dà alle stampe un ottimo romanzo. Belli i personaggi, il ritmo, gli ambienti, la cura, lo stile. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

 

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“A proposito di Majorana”

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Pensi che si possa arrivare a essere un altro?

A proposito di Majorana, Javier Argüello, Voland, traduzione di Tiziana Camerani e Francesco Ferrucci. Che cos’è la realtà? Che cos’è la finzione? Cosa sono i desideri? Cosa rappresenta la parola identità? Quanto siamo liberi di disporre di noi stessi? Dove finisce la nostra libertà? È possibile davvero sparire senza lasciare traccia? E quali motivazioni inderogabili possono condurre a una simile scelta? Il caso di Majorana è emblematico, paradigmatico, pirandelliano, kafkiano, un divertissement di Borges: fisico geniale, di lui nell’anno infame dell’approvazione delle leggi razziali nell’Italia fascista, quello stesso malandato Stivale che ancora oggi è impregnato di antisemitismo e parla di visite in sinagoga come di sceneggiate, si perdono le tracce. Ottant’anni dopo un annoiato redattore di necrologi viene mandato dall’Argentina a Napoli per indagare. E… Brillantissimo anello di congiunzione tra divulgazione scientifica e romanzo giallo, diverte e appassiona. Da non perdere.

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“Il musicista oscuro”

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Ultimamente ho qualche vuoto di memoria…

Il musicista oscuro, Giacomo Melloni, Voland. È un folle fallito. Fa il custode in un museo perché con quello che vorrebbe che fosse il suo mestiere non guadagna un copeco che sia uno. Sarebbe un musicista, ma è senza arte né parte. Ha una donna, Silvana, che non perde occasione di vessare, che viene descritta come brutta e grassa. Persino lei, però, alla fine si stanca. E lo lascia. La solitudine accentua la spirale negativa e autodistruttiva nella quale è completamente immerso. In cerca di un capro espiatorio, il suo vicino di casa e collega, che invece pare un moderno re Mida, capace di rendere aurea ogni cosa che tocca, è il bersaglio ideale. Ma… La scrittura di Melloni è chirurgica e scintillante: il tema dell’ossessione è certamente in assoluto uno dei più ricorrenti nella letteratura di ogni tempo e luogo, ma la voce dell’autore è stentorea e originale. Una lettura che fa riflettere, coinvolgente, ad alta tensione.

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“Cronache infedeli”

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Sa cosa succede oggi? Una scimmia diventerà presidente.

Cronache infedeli, Flavio Fusi, Voland. Flavio Fusi, figlio di Torquato Fusi, partigiano e parlamentare del PCI, è un giornalista. Volto storico del telegiornale della terza rete della televisione pubblica italiana, è stato inviato più o meno in tutto il mondo, corrispondente della Rai dall’America Latina e dagli Stati Uniti, ha seguito la caduta del muro di Berlino, è stato in Sudafrica quando Mandela è diventato presidente, nei Balcani, nella Russia postcomunista, ha dovuto purtroppo dare notizie di cui non avrebbe mai voluto venire a conoscenza, come il tremendo assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. È la sua storia, vera e dunque anche menzognera, perché ognuno di noi interviene sul reale con le sue esperienze, che sono filtro, punto di vista, modalità interpretativa, quella che racchiude in questa collezione di memorie, un diario avvincente, onesto, intimo, doloroso, potente.

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“Il monastero”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ad Astrachan il tramonto pare un trancio di salmone alla brace…

Il monastero, Zachar Prilepin, Voland. A cura di Nicoletta Marcialis. Le isole Solovki, a centosessanta chilometri dal circolo polare artico, sono dominate dalla meravigliosa mole di un convento di monaci. Gli albori del regime bolscevico, però, cambieranno subito lo scenario: sarà qui, infatti, che nascerà il gulag per eccellenza, il campo di concentramento dei dissidenti nei confronti del potere. E non solo. Sono gli anni Venti del secolo scorso, e il protagonista del romanzo si trova proprio lì. Si chiama Artëm, e deve scontare una pena di tre anni. È in mezzo a ladri e assassini, il lavoro è durissimo, la fame straziante. È un giovane uomo dalla morale integerrima, ma sembra che tutto intorno a lui le regole siano diventate altre rispetto a quelle del mondo di fuori. Perché ciò che conta è sopravvivere, in un universo che è simbolo e sintesi dell’altrove, e della Russia medesima. Un romanzo corale potentissimo, scritto in stato di grazia, labirintico e appassionante.

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“Imperfetto passato”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Conversazione tra due amiche captata per strada: – Il dottore ha detto che potrei morire, ma anche no. – Ah! E tu non farci caso.

Imperfetto passato, Grisha Bruskin, Voland, a cura di Alessandro Niero. La luce della luna, quadro di impressionante bellezza, gli è stato ispirato dal vividissimo ricordo dei prozii Revekka e Iosif morti insieme a novantaquattro anni dopo una vita d’amore inghiottendo del veleno come gli antichi romani. L’infanzia. Il disagio per il fatto di essere ebreo. La famiglia, quella d’origine e quella che costruisce con la donna amata. Gli amici. I viaggi. Gli ideali. L’arte. Aneddoti – come l’amica che, stupendosi che Jeff Koons, notando il vestito di Ungaro che indossava e trovandolo talmente bello da volerne regalare uno simile alla moglie, gli chiese se dunque anche la sua consorte usasse andare pure in giro vestita, visto che si trattava di Cicciolina… – esilaranti, dolceamari, gustosi, memorie emozionanti e commoventi, frammenti di vita e d’amore, uno zibaldone impreziosito da immagini straordinariamente suggestive in bianco e nero, che rappresentano la sua esistenza, l’album degli affetti, la sua produzione artistica nell’epoca della guerra fredda, dell’Unione Sovietica, dell’inganno – così lui lo chiama – della perestrojka. Di tutto questo e molto altro si compone questo libro, che è più che altro un puzzle, un collage, una pinacoteca. Interessantissimo.

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“Di notte”

41MihyVz29L._SX350_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Tutto di notte è così irrequieto, dice.

Di notte, Mercedes Lauenstein, Voland, traduzione a cura di Elisabetta Del Bello. Adele. Albert. Hanna. Maria. Daniel. Fedora. Hardy, dentista in pensione da un anno. Chiara, che conserva gli occhiali con cui la nonna ha visto le ultime immagini della sua vita. Katy. Egon, semplicemente e lucidamente folle. Johanna. Thomas. Leoni. David, che da un anno ha perso il suo compagno, Ivo, che amava i vulcani. Nadèche. Max. Gustav. Annalena. Julian. Lara. Jule. Aziz. Jenny. Nicol. Aleko. Venticinque protagonisti. Ognuno col suo nome, ognuno con la sua storia. Più una. Che nome non ha. Che raccoglie le loro storie. Che bussa alle porte dove vede la luce accesa. Di notte. A Monaco. Perché il buio completo le fa terrore. Le luci nelle case degli altri, invece, le anime di notte, la rassicurano, la incuriosiscono, le fanno ritrovare il proprio posto nel mondo. E per i suoi interlocutori è lo stesso. Dicono cose che il sole cancellerebbe, renderebbe vergognose, impossibili a palesarsi, a essere confessate, invisibili come le luci delle stelle più fioche. È giovane. È una creatura reale e insieme simbolica, allegoria del mestiere dell’autore. Un esordio straordinario, un’apologia dell’inquietudine assolutamente da non perdere.

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