Libri

“Voglio essere Charlie”

voglio essere charliedi Gabriele Ottaviani

Mercoledì 7 gennaio 2015

Avevo l’età di mia figlia quando eravamo a Teheran. Era l’estate del 1980. Cosa mi spiegarono allora i miei genitori? Ho cercato di ricordarmelo. Ho dovuto scriverci un romanzo. Quali tracce questo episodio lascerà nella memoria di mia figlia? A parte la parola “fusillade”, intendo. Nella sua classe c’è una bambina musulmana. Mia figlia mi racconta che si danno la mano per andare a mensa. Ecco, i bambini trovano da soli i modi di capire. Lo fanno con semplicità, attraverso dei gesti. Gesti universali di fratellanza, di sorellanza. Ecco cosa ci serve oggi: dei gesti più che delle parole.

Parigi è sconvolta ma non è terrorizzata.

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Giovedì 8 gennaio 2015

Scrivere, scrivere, scrivere. Non so fare altro. Non voglio fare altro. È il mio modo di essere solidale con chi disegnava, disegnava, disegnava e non potrà più farlo. Le parole che leggete sono il frutto di questa rabbia, di questo sconforto, ma anche di questo credo incrollabile nel potere della scrittura. Anche quando sembra inutile, o stupido, o insignificante. Non amo scrivere di getto, seguendo il mare in tempesta dei miei umori e pensieri, ho sempre paura di scrivere qualcosa di banale, ingenuo o qualcosa di sbagliato. La mia scrittura ha bisogno di tempi lunghi di maturazione. Cresce con ritmi diversi rispetto al vivere quotidiano, eppure adesso sento la necessità di farlo, di rischiare. Scrivo senza nemmeno rileggere.

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È la commistione tra politica e religione (non gli affari sporchi) che la Francia repubblicana rigetta categoricamente e che produce la contrapposizione violenta che da ieri si sta manifestando in tutta la sua drammaticità. Varie persone al telefono mi hanno chiesto: «ma c’era proprio bisogno di pubblicare quelle vignette? Non è un modo per andare a cercarsele?». Ecco, la risposta è sì, c’era proprio bisogno. “Je suis Charlie” significa questo, la libertà di esprimersi prima di tutto, e in questa libertà c’è il credo repubblicano, il cuore stesso della mentalità francese, insieme a una forma di umorismo molto particolare; un umorismo impertinente, un po’ sconcio, provocatorio, qualcosa che fa ridere, ma che disturba anche. Ridere è importante. Essere disturbati è importante. Si rischia altrimenti di restare paralizzati nelle proprie piccole convinzioni, nei pregiudizi apparentemente innocui che facilmente si trasformano in intolleranza. Nessuno è immune da questo. La mancanza di senso dell’umorismo apre le porte alle dittature, in questo caso alle teocrazie.

La libertà passa attraverso la possibilità di esprimere il proprio pensiero. Ai violenti il pensiero libero non piace. E quindi uccidono. Ma il cervo della poesia del Trilussa perdeva le corna, non le idee che aveva nel cervello. Chiara Mezzalama, sull’onda dell’emozione, dà alle stampe per Edizioni Estemporanee un testo agile e importante, che si legge con facilità, come se si bevesse un bicchier d’acqua, ma che ti lavora dentro, ti fa riflettere. Il titolo: Voglio essere Charlie – La libertà d’espressione: diario minimo di una scrittrice italiana a Parigi. Per non dimenticare.

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