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“Viva Margherita”

7033823_1647364di Gabriele Ottaviani

Le serate a Trieste erano piacevolissime: le più divertenti erano quelle in cui si discuteva di politica. La pensavamo allo stesso modo, ma non eravamo d’accordo su nulla, nella migliore tradizione della sinistra. Margherita mi imputava di massimalismo, io lei di ingenuità, Aldo entrambi di inconcludente idealismo. E forse avevamo ragione tutti e tre.

Aldo era il marito, ma Margherita preferiva chiamarlo compagno. Cultura enciclopedica, mai un momento di saccenza. Anche perché per lui il più intelligente del gruppo è sempre stato il cane. L’autore, Corrado Lamberti, il trenta di aprile del millenovecentosettantanove era invece dal canto suo a suo dire solo un illustre sconosciuto – giovane insegnante di fisica, fresco di ruolo, in un istituto superiore comasco, da tre anni padre di Simone e sin da ragazzino innamorato e consorte di Giusi, che del frugoletto è la mamma – che si presentava per proporre un progetto alla porta dell’osservatorio astronomico di Trieste. Di cui Margherita era direttrice. Così è iniziata una lunga amicizia, basata sull’assoluta franchezza: Margherita gli presentò un articolo sperando che lui lo bocciasse. E lui lo fece. Di primo maggio, per giunta, giorno di festa per definizione, dopo aver partecipato a un pezzo di corteo perché gli sembrava brutto non andarci del tutto anche se aveva un appuntamento, sotto a una bandierona rossa sventolante dalla sommità di una delle cupole del succitato osservatorio (una era diventata deposito di cibo per gatti: per gli umani poteva anche mancare, d’altronde non veniva usato nemmeno lo scolapasta in casa, ma per gli amici a quattro zampe mai). E non è più da tempo un illustre sconosciuto, gli hanno dedicato persino un pianeta. Margherita invece sconosciuta non lo è stata mai, illustre sempre. Una scienziata appassionata. Un monumento alla laicità – mai laicista, irrispettosa, chiusa in una torre d’avorio – e alla coerenza, in ogni campo, dall’alimentazione vegetariana agli ideali politici. Una donna che voleva trasmettere conoscenza. Sapere. Cultura. Stimolare il progresso. Le menti. La curiosità, la ragione, l’intelletto, il pensiero. E che ci è riuscita. Con schiettezza. Semplicità. Una senza peli sulla lingua. Una che non ha mai badato alla gloria. Una che se uno meritava di essere mandato a quel paese ce lo mandava dritto filato senza stare a perdere tempo, ché il tempo è prezioso, fosse stato anche il presidente del consiglio dei ministri, specie se prendeva in giro una donna. Si guardasse lui, nanetto coi capelli tinti e la faccia rifatta, lo apostrofò in una particolare occasione. Indovinate con chi ce l’aveva… Una maestra. Prima di tutto di vita. Di libertà. Di valori. Di dignità. Una che ha sempre avuto a cuore gli ultimi, i meno fortunati, e che per loro si è sempre impegnata. Una che a cinquant’anni suonati ha preso a spintonate da sola senza paura che finisse male un gruppo di teppisti – poi condannati a una multa salata: prese la targa della loro macchina… – che maltrattava un cagnolino, e quello stesso cagnolino se lo è poi portato a casa, dove ha vissuto per quasi tre lustri. Dick, sguardo buono ma cuore fragile, traumatizzato dalle violenze subite, triste. A parte quando giocava a frisbee in giardino. Con Margherita e Aldo, è chiaro. Trecentocinquanta lanci, non uno di più non uno di meno, anche se a volte a causa di altri impegni erano costretti a sbrigarsi, e quindi a buggerarlo saltando qualche numero, senza mai evitare di sentirsi in colpa per quella piccola truffa, per quei momenti sottratti alla terapia ludica che si erano inventati per rinforzargli la zampa che quei maledetti gli avevano irrimediabilmente offeso, facendo venire i frisbee dall’America grazie a un’amica, perché in Italia ancora non si trovavano, nei negozi di articoli sportivi. Margherita non c’è più. Ma c’è ancora. E ci sarà. Perché ha lasciato un’eredità che va oltre le nozioni. Viva Margherita, Sperling & Kupfer, è, con la sua freschezza, chiarezza espositiva e limpidezza senza ombra di dubbio il miglior omaggio che le si potesse tributare: si legge d’un fiato, come un bel romanzo.

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