Libri

“L’ombra del maestro e altri racconti dell’invisibile”

di Gabriele Ottaviani

La vita non ha età…

L’ombra del maestro e altri racconti dell’invisibile, Gianni Eugenio Viola, La lepre. Eh sì, è proprio vero, ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne sogni la nostra filosofia, e Gianni Eugenio Viola lo dimostra con questa elegantissima antologia di racconti, fantastici, perturbanti, intriganti, maestosi, raffinati, ricchissimi di livelli di lettura e chiavi di interpretazione, allegorici, simbolici, in cui indaga la condizione umana in ogni sua peculiarità, narrando di prestigiatori, scrittori, locande misteriose e persino lampadine magiche, penetrando il mistero che seduce tutti i viventi, che cercano inesausti un senso al loro vagare. Eccellente.

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Libri

“Loro fanno l’amore (e io m’incazzo)”

71D6l86mYvLdi Gabriele Ottaviani

Anche la nostra identità sessuale definisce chi siamo.

Loro fanno l’amore (e io m’incazzo) – Ambizioni e smarrimenti di una mamma troppo sincera, Marina Viola, Sonzogno. Facebook è la sintesi e la quintessenza del nostro tempo, lo gnomone che gettando l’ombra sulla parete del quotidiano scandisce il ritmo del nostro vagare incessante alla ricerca della felicità, che per la società attuale, sempre più ipocrita, rabbiosa, invidiosa, superba, prevaricatrice e cattiva pare essere una necessità dalla quale non si possa prescindere, non una condizione anelata, come sarebbe tutto sommato sano, ma una conquista da portare a termine con furia, costi quel che costi, svellendo con l’aratro le zolle dell’altrui sensibilità, di cui si ha il dovere di non curarsi. E se si fallisce, se si viene meno a quest’obbligo, se non si è abbastanza belli, bravi, buoni, veloci, furbi, scaltri, arrampicatori, appariscenti, omologati e soddisfatti, si è colpevoli, sbagliati, inadeguati, perdenti. Il prodotto non vende, non funziona, è un brand che non attira follower. Ecco: basta dare un’occhiata al profilo Facebook di Marina Viola per rendersi conto invece in un battibaleno di una cosa. Cioè di che persona straordinariamente intelligente sia. Non solo brillante, acuta, arguta, simpatica, dotata di talento per la scrittura, di formidabile capacità narrativa, di chiarezza espositiva, di ruvida tenerezza, educazione, scabra dolcezza, empatia senza infingimenti, accogliente e concreta umanità: proprio intelligente, in senso etimologico. Ossia, rifiutando la dittatura dell’ossessiva ostentazione di una perfezione che dev’essere più perfetta della perfezione ostentata dal prossimo, altrimenti non vale, o peggio non è abbastanza, Marina Viola racconta, con scintillii policromi e pirotecnici d’ironia, di sé e del suo mondo sapendo leggere e far leggere attraverso le righe, le apparenze vacue e meramente formali, le cose, le persone, le situazioni. Del resto nessuno ci obbliga realmente ci obbliga a scrivere, anzi, si tratta tutto sommato più che altro di una poco utile vocazione d’infelicità: se si sente però di volerlo fare, va fatto, verrebbe da dire, con sincerità. E Marina Viola lo fa. Nel sottotitolo di questo delizioso volume sostiene di essere una mamma troppo sincera: ma la franchezza non è mai eccessiva, anzi, magari ce ne fosse di più, saremmo tutti più consapevoli e pronti ad affrontare il mondo. D’altro canto, buon sangue non mente. Suo padre era Pepinoeu (ossia l’immenso Giuseppe Viola, per tutti Beppe), per dirla con Gianni Brera, che, com’è noto, gli ha dedicato, il giorno dopo la sua scomparsa, nove giorni prima che compisse soltanto quarantatré anni, in un diciassette ottobre che non sembrava proprio avere nulla di speciale, un giorno come tutti gli altri, iniziato uscendo di casa facendo fischiare le orecchie alle figlie con qualcuno dei suoi baci con lo schiocco, uno dei più celebri, teneri e profondi ricordi di cui si abbia memoria: Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli… Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato sulla corsa; tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva un humour naturale e beffardo: una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore… Giornalista che ha continuato a vivere nelle persone che lo ricordano, che lo hanno amato e amano e in quelle che hanno beneficiato della donazione dei suoi organi, reporter cui è stato intitolato un premio prestigioso vinto negli anni da Ciotti, Mura, Valenti, Stagno, Pizzul, Clerici, Ferrari, Sconcerti, Minà, Dotto, Pardo, Ercolani, Zazzaroni, Caputi, Mazzocchi, Terruzzi, D’Amico, Bizzotto e tanti altri, conduttore, cronista per la radio e la tv, sceneggiatore, dialoghista, autore di testi di canzoni e spettacoli di cabaret per l’allegra brigata del Derby capitanata dal suo amico Enzo Jannacci, Bppe Viola ha evidentemente, come papà Redgrave con Vanessa, trasmesso un esempio di talento e dedizione, un modello di comportamento. Milanese, Marina Viola ha un marito e due cani, vive da decenni in America, è la prima di quattro sorelle, è madre di tre figli, Sofia, che si definisce di genere non binario e preferisce che ci si riferisca a lei usando i pronomi they o them, Luca, che ha la sindrome di Down e un autismo piuttosto serio che talvolta lo porta a compiere qualche bizzarria come andare in giro per casa col pene al vento, ed Emma, che in una società come quella a stelle e strisce in cui ti guardano male se bevi, fumi, dici parolacce e non hai i capelli dell’unica nuance di biondo omologata, ma puoi comprare tutte le armi che vuoi o quasi, comincia a scoprire il sesso. Cosa di cui gli americani parrebbero aver paura più del Babau, con esiti anche esilaranti, come il fatto che le adolescenti chiamino la loro vagina vageigei (una roba – a questo punto perché non chiamarla direttamente chella ca guarda ‘nterra come sul cartellone della tombola? – che nemmeno il direttore marketing delle candele di Gwyneth Paltrow, su cui ci sarebbe molto da dire, ma, si sa, un bel tacer non fu mai scritto…): la nostra eroina, però, è una mamma europea. E allora inforca la bici, rilegge Freud e non solo e, soprattutto, dipinge per tutti noi il meraviglioso affresco delle nostre care imperfezioni, che tutte insieme ritraggono, in ognuna delle sue forme, l’amore. Che, stando a tutto quel che ne sappiamo, è davvero tutto. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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“Trash”

41LxQooimKL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quasi tutto quello che ci circonda contiene materiali plastici: dai vestiti agli elettrodomestici, dalle automobili all’arredamento per la casa, dalle confezioni per alimenti all’elettronica, questi materiali sono ormai onnipresenti nella vita quotidiana. Al punto che c’è chi ha pensato di usarli per realizzare addirittura case intere. La start up colombiana Conceptos Plásticos (il nome è tutto un programma) recupera rifiuti non smaltibili come imballaggi plastici, copertoni di automobili e residui elettronici e, dopo averli triturati, li fonde insieme in una miscela brevettata con cui costruisce mattoni leggeri, ma resistentissimi, pensati per incastrarsi perfettamente tra loro come mattoncini Lego, creando strutture solide e autoreggenti.  I “mattoni” realizzati con questo nuovo materiale hanno uno o più incavi e sporgenze superiori, inferiori e laterali, proprio come i mattoncini del più famoso gioco di costruzioni del mondo o i puzzle tridimensionali. Per tenerli insieme non occorrono malta, sabbia, colla o cemento: i mattoni si incastrano l’uno nell’altro e il gioco è fatto. Le case così costruite sono leggere e termicamente isolate, molto economiche e praticamente fai da te. Conceptos plásticos, che è un collettivo formato da architetti, designer e urbanisti con una forte vocazione sociale e solidale, ha progetti ambiziosi: dare vita a un’architettura sostenibile di massa, ripulendo la Colombia dalla plastica e aiutando migliaia di famiglie povere a costruirsi un tetto (di plastica) sulla testa. I materiali plastici sono oggi il rifiuto più abbondante sul pianeta e anche se alcune nazioni europee come la Svizzera (99,8 per cento), l’Austria (99,6 per cento) e l’Olanda (99,2 per cento) riescono a riciclare o bruciare praticamente tutta quella che usano, per moltissime altre nazioni la situazione è ben diversa e alcuni paesi in via di sviluppo ne sono letteralmente sommersi. La storia della plastica è quella che oggi chiameremmo una storia di successo. Le prime testimonianze dell’uso di gomme derivate da gomme naturali risalgono addirittura al secondo millennio a.C., ma è nei primi anni del Novecento, quando ai polimeri organici si sono affiancate molecole completamente sintetiche dalle prodigiose capacità, che la plastica ha conquistato il mondo. Duttile, resistente ed economica, la plastica – che è un derivato del petrolio – è purtroppo anche “eterna” e così la storia del suo grande successo, scandito da una produzione in continua ascesa che è già passata dal milione e mezzo di tonnellate del 1950 ai circa 322 milioni di tonnellate del 2015, dal punto di vista dell’ambiente si può leggere anche come la storia di una catastrofe senza precedenti. Un po’ di colpa è anche nostra, considerato che a dare il via alla produzione industriale della plastica furono le scoperte del premio Nobel per la chimica Giulio Natta, ingegnere italiano inventore del Moplen (polipropilene isotattico), che è ancora una delle materie plastiche più utilizzate al mondo. Di tutta la plastica prodotta dal 1950 a oggi, solo una minima parte è stata riutilizzata, e la maggior parte è finita sotto terra o negli oceani. In pratica quindi, a vivere nella plastica siamo ormai abituati: è già un po’ casa nostra.

Trash – Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti, Piero Martin, Alessandra Viola, Codice. Viviamo nella società degli imballaggi in cui, come recita la riuscita battuta di una famosa attrice comica, la scatola del telecomando è più grande dell’intero televisore. Dello spreco. Una volta, invece, si era abituati a non sciupare la grazia di Dio, così veniva chiamata, e persino la pasta si vendeva sfusa, in cartocci. Dei rifiuti. La raccolta differenziata in certe parti del mondo è il sostrato su cui si fonda la civiltà. In altri luoghi invece è percepita come un inutile fardello. C’è chi si preoccupa di fare in modo che anche le bucce delle patate divengano utili facendole fermentare nelle compostiere, chi ricava energia finanche dal letame e chi invece sostiene che il carbone, in fondo, non sia poi così inquinante, che il riscaldamento globale è un’esagerazione, che non vale la pena di preoccuparsi, che non si può fermare il progresso o sacrificare il profitto e che riversare liquami nei fiumi non è altro che un peccatuccio veniale. Da sempre l’uomo produce rifiuti. Perché consuma cose. E ogni cosa genera scorie, nulla si crea, del resto, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E per questo serve energia. I rifiuti sono un problema, ma anche un’opportunità. D’altro canto questa parola si scrive con lo stesso ideogramma del lemma “crisi”, sicché… Gli autori di questo esaustivo, istruttivo, divulgativo, coloratissimo testo mantengono davvero quello che il sottotitolo promette, e generano consapevolezza. Da non perdere.

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