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“Veniva da Mariupol”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Per le strade viaggiano le carrozze, viene venduto il tradizionale pasticcio di pesce russo, le zingare si offrono di leggere la mano ai passanti. La domenica al parco cittadino suona una banda. Giuseppe De Martino, ricchissimo commerciante italiano, padre di Matilda, ha messo a disposizione della figlia e della sua famiglia un’ala della propria casa nella Nikolaeskaja Ulica, uno degli edifici più rappresentativi dell’intera città. A superarlo in sfarzo c’è solo la «Dacia bianca», in cui vive la sorella di Matilda, Angelina, con il marito greco e i loro bambini. I balli e le feste più eleganti di Mariupol hanno luogo nelle sale e nel giardino della «Dacia bianca», dove si svolgono anche concerti e tombole di beneficienza. Matilda invece abita dai suoi genitori e impartisce lezioni di pianoforte. Jakov, il colto giurista, ha trovato lavoro solo come assistente di un avvocato. Dopo il rientro ha subito ripreso l’attività politica, rimettendosi in contatto con i bolscevichi, la frazione clandestina del Partito operaio socialdemocratico russo. Di come sia stato possibile che Jakov, comunista convinto, abbia potuto sposare la figlia di un grande capitalista e persino vivere sotto lo stesso tetto del suocero – un nemico di classe – Lidija non scrive nulla nei suoi quaderni. Questo non sarà l’unico punto oscuro nella lettura. Teresa Pacelli, la ricca madre di Matilda, guarda dall’alto in basso il genero che proviene dalla nobiltà ucraina decaduta. Storce il naso perché la famiglia di Jakov non ha che la bambinaia Tonja come personale di servizio e perché si accontenta di menù composti di sole tre o quattro portate. A Varsavia sua figlia viveva nell’abbondanza; ora, tornata a casa, deve dare lezioni di pianoforte per guadagnare qualche soldo. In generale la casa dei miei bisnonni italiani Teresa e Giuseppe sembra essere un ricettacolo di parenti poveri. Tra gli inquilini figurano, oltre alla famiglia di Jakov, lo zio Federico, un fratello di Matilda che aiuta il padre negli affari e abita in un modesto appartamentino, la «nonna piccola» della famiglia Pacelli e la «nonna grande» della famiglia Amoretti. La «nonna grande» deve il suo soprannome alla corporatura imponente e alla splendida treccia che le arriva fino alle ginocchia. Un tempo era stata sposata con un aristocratico russo…

Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’orma, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat. Campione di vendite in Germania, il romanzo è struggente, potente, emozionante, straziante, doloroso, intenso, ampio, avvolgente, coinvolgente, induce a riflettere, a pensare, a meditare, a interrogarsi, a guardarsi dentro, ora più che mai, quando popoli rabbiosi si dimenticano del loro passato, delle loro radici, ed edificano muri anziché ponti. Parla di migrazione, frontiere, rifugiati quest’opera totale, che prende le mosse da una ricerca necessaria, uno sprone d’amore: l’autrice non sa praticamente nulla di una donna. Molto importante per lei. Di cui segue le esili tracce. Risale le orme. Ha bisogno di conoscerla. È sua madre. Imperdibile.

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