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“Buonvino e il caso del bambino scomparso”

di Gabriele Ottaviani

Buonvino era alle prese con uno dei suoi micidiali mal di testa…

Buonvino e il caso del bambino scomparso, Walter Veltroni, Marsilio. Walter Veltroni fa film interessanti, ha diretto un giornale dalla storia più che gloriosa, ama il cinema, che ha studiato, è stato un valido politico e un bravo sindaco e scrive bene, come bene conosce Roma: il commissario Buonvino, un anno dopo aver risolto il caso, orribile, dei corpi smembrati, per il quale sono stati tributati, a lui e alla sua squadra, i giusti meriti, passeggia rilassato, quasi neghittosamente, in una capitale che sta affacciandosi alla prima estate post-pandemica dell’era recente, quando una ragazza gli chiede aiuto, e lo catapulta nel passato… Da non perdere.

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“Odiare l’odio”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Poi esistono gli odiatori di ogni diversità, a cominciare da quella sessuale. Un esempio? Basta consultare il profilo Instagram «Le perle degli omofobi», gestito da due ragazze che hanno avuto il torto di postare una loro foto mentre si baciano: «Non voglio avere un (sic) onda di invertiti che poi mi rompono il cazzo. Per essere come voi serve il manganello. Tanto vi piacciono le cose lunghe. Ve lo diamo sui denti e magari guarite». Oppure: «Se sei frocio nel 2020 non ti lamentare se poi ti accadono certe cose… Te le cerchi!…»; «Poverette sono malate, bisognerebbe aiutarle a capire il senso della vita». La diversità degli altri vista come malattia. Che si cura con le medicine, o con le botte. O gli insulti. Sono decine i casi registrati in Italia nell’ultimo anno. E ha fatto scalpore la foto, pubblicata dalla madre, di una ragazza inglese lesbica picchiata, per l’ennesima volta, in ragione della sua scelta sessuale. E poi, a partire dagli immigrati, è la politica a usare toni belluini. Marilisa D’Amico è co-fondatrice di Vox e professore ordinario di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano. Quando è stata pubblicata la ricerca del suo istituto ha dichiarato: «I dati emersi dalla Mappa 4.0 mostrano una drammatica correlazione tra il linguaggio dei politici sempre più caratterizzato da toni intolleranti e discriminatori con l’aumento dei tweet razzisti e xenofobi. Ciò non solo sembra creare un clima culturale sempre più ostile al “diverso”, ma legittima la diffusione dei discorsi d’odio lesivi dei principi di uguaglianza e di solidarietà, ai quali è ispirata la nostra Costituzione. Ancora, le parole d’odio, che si moltiplicano sul web, si traducono in scelte politiche e normative che hanno un’incidenza sui diritti dei migranti in arrivo e sulle fondamenta dello Stato di diritto». Il leader della Lega, protagonista assoluto di questo imbarbarimento del linguaggio politico, fino all’uso del citofono per esporre al pubblico ludibrio una persona, dovrebbe riflettere su questi dati. Ma neanche chi si dichiara di sinistra ha lesinato odio, in una preoccupante omologazione di linguaggio. Agghiacciante quello che si è scatenato contro l’allenatore del Bologna, colpevole di aver dichiarato il proprio voto per la Lega. Si sono lette cose come «La chemio ha effetti collaterali, bisogna capirlo» o «Mihajlovic sosterrà Salvini in Emilia-Romagna, con un tumore già ci convive». O anche i tweet che deridevano il deputato leghista Buonanno, morto in un incidente d’auto.

Odiare l’odio, Walter Veltroni, Rizzoli. Il sottotitolo – Dalle grandi persecuzioni del Novecento alla violenza sui social: le conseguenze tragiche di una malattia del nostro tempo – non potrebbe essere più chiaro, preciso, efficace e adatto ai tempi, dato che molto spesso diamo prova in molti modi e maniere di essere una società che mostra al prossimo un volto volgare, rabbioso, invidioso, violento, meschino, razzista, ipocrita, falso, materiale, che crede più facilmente a una notizia falsa che a una vera, che è sempre più social e sempre meno solidale. L’odio è un sentimento umano, e quindi come tale non è un’esclusiva dei nostri tempi, è parte della natura dell’individuo: il progresso della contemporaneità però, fornendo un gran numero di possibilità, di opportunità, di mezzi, che in quanto tali non sono né buoni né cattivi, la qualifica si deve all’uso che se ne fa e all’atteggiamento con cui ce ne si avvale, sembra persino aver sdoganato l’impudicizia. Un tempo infatti ci si vergognava di provare sentimenti malvagi, che venivano repressi e celati: ora la società dell’ostentazione invece si gloria anche della propria inverecondia, dimostrando di aver imboccato una rotta che non può che portare in luoghi oscuri. Se il sentimento dell’odio è dunque naturale, è naturale anche odiarlo: di più, verrebbe da pensare che, come sa chi ha avuto l’opportunità di studiare per esempio un po’ di latino, una doppia negazione affermi, e dunque da un doppio male nasca un bene, pertanto odiando l’odio si finisce per intraprendere il sentiero della solidarietà, ginestra che in fondo sa fiorire persino sulle riarse pendici di un vulcano. Politico, giornalista, regista, scrittore, Veltroni riflette sul male e sulla necessità di combatterlo, con sobrietà e onestà intellettuale e senza retorica: da leggere.

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“Quando”

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Venne il gran giorno. Giovanni si era vestito da solo e aspettava gli altri seduto in terrazza. Si sentiva come il protagonista del Grande Gatsby, libro che aveva letto e apprezzato da ragazzo, in un’età della vita in cui divorava, bulimicamente, saggi e romanzi. E siccome aveva amato tutte le opere di Francis Scott Fitzgerald, gli sembravano appropriate in quel momento le parole conclusive di Anthony in Belli e dannati: “Gliel’ho fatta vedere. È stata una lotta dura, ma non ho ceduto e ce l’ho fatta”. Gli avevano portato dei vestiti scelti da Daniela. Non erano, in verità, molto diversi da quelli dei suoi tempi. Camicia bianca, pantaloni blu, calzini lunghi dello stesso colore e mocassini neri.

Quando, Walter Veltroni, Rizzoli. Il giorno dei funerali del segretario del più grande partito comunista d’occidente, Enrico Berlinguer, è anche la data nella quale la vita del nostro protagonista si ferma. Si interrompe. Messa in pausa come una vecchia musicassetta. Non finisce, resta in attesa. Di poter ricominciare. Passano giorni, settimane, mesi, anni, decenni. L’incidente è stato serio, grave, doloroso. Poi, d’un tratto, il risveglio, la rinascita, l’alba di un nuovo giorno, il ritorno alle soglie della coscienza, della consapevolezza. Il nuovo inizio, la necessità di tentare di riconoscersi in un mondo che non è più riconoscibile. Che non è quello che ricorda. E per ripartire è necessario riannodare i fili del passato e cercare di colmare le lacune, andando letteralmente alla ricerca del tempo perduto con gli strumenti di cui si è in possesso, strumenti fatti di emozioni, di sentimenti, di passioni, di politica, d’amore. Lieve, intenso, chiaro, mai banale, niente affatto retorico o egoriferito, profondamente sincero, il romanzo di Walter Veltroni, di rara leggibilità, fa immergere in una storia che ha in sé, coniugandole mirabilmente come una miscellanea di sapori diversi ma armoniosamente ben accostati, la concretezza del quotidiano e la nostalgia per i rassicuranti ideali con cui si è cresciuti e per le epoche che non si sono potute vivere. Da non perdere.

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“La vita in novanta minuti”

veltronicalcio_300dpi-bassa-defdi Gabriele Ottaviani

Date una palla a un bambino e capirete cos’è la felicità. E non meravigliatevi quando vedete qualcuno piangere per una partita persa. Il calcio è il gioco più serio che sia mai stato inventato.

(dalla Premessa)

[…]

Facevo il chierichetto in parrocchia, a Nettuno. C’era, nell’oratorio, un campetto di terra battuta, circondato da mura di cemento. La palla non usciva mai, sbatteva e tornava in campo. Io passavo lì molto tempo a palleggiare, fare dribbling, tirare rigori e punizioni. Ma il mio cuore era diviso tra calcio e baseball. A Nettuno gli americani sbarcati per liberarci avevano portato non solo la libertà, il boogie woogie e le sigarette ma anche il baseball, loro sport nazionale. Per generazioni si è tramandata questa passione, venuta dal mare.

Quindi abbiamo rischiato di perdere l’ala destra che tutti gli italiani ricordano?

In effetti sì. vennero i dirigenti di una squadra importante, il Santa Monica, e chiesero a mio padre se potevano ingaggiarmi. Io ero un buon lanciatore, mancino, come sarei stato anche con i piedi. Il mio esempio era un mito del baseball nettunense, Alfredo Lauri. Mio padre chiese qualche giorno per riflettere, non era certo un tipo impulsivo. Poi prese la sua decisione: ero troppo piccolo, non era il caso. E grazie a quel padre apprensivo o forse solo responsabile sono arrivato fino a Madrid.

Com’era la sua famiglia?

Mio padre si alzava la mattina alle quattro e andava a lavorare, faceva il muratore. Eravamo sette figli. Dormivamo in una casa modesta ma non ci hanno mai fatto mancare nulla. Ricordo il calore rassicurante della stufetta di legno che riscaldava l’ambiente e tre dei miei fratelli che dormivano nello stesso letto. Ricordo quando mio padre tornava a casa, stanco, si lavava e ci preparava la bruschetta. Gli piaceva cucinare. Mia madre mi urlava di smettere di giocare e di andare a lavorare, che servivano i soldi a casa. Eravamo quasi una squadra di calcio, a tavola.

Suo padre la seguiva agli inizi?

Ma come poteva, pover’uomo? C’era mio zio, che faceva il barbiere, che mi accompagnava in giro. Io mentre giocavo per il Nettuno fui visionato da quello che chiamavano il «mago del Tirreno», Domenico Bivi. Mi caricò su una Lambretta e mi portò ad Anzio. Non una grande distanza, ma un grande salto di qualità. Feci vari provini con squadre come il Bologna, la Sanbenedettese e anche la Roma. Herrera mi vide e disse che sì, tecnicamente ero bravo, ma non avevo il fisico da calciatore. La stessa risposta che si ripeteva sempre. Fu un periodo difficile. Tra il no di papà all’America e le porte sbattute dalle squadre blasonate mi chiesi se stavo facendo la cosa giusta.

Quando arrivò la svolta?

Mio cugino aveva un bar a Lavinio e organizzava dei tornei di calcetto. Mi chiamò e io trovai Di Bartolomei, Giordano, Di Chiara. Andavano in ferie lì, erano già nelle giovanili delle loro squadre, fortissimi. Mi sembrava un sogno. Fatto sta che sostenni un nuovo provino, questa volta con Liedholm, e fui preso. Ero un giocatore della Roma. Per mio padre, che aveva anche il cuore giallorosso, fu il momento più bello della vita.

Si ricorda l’esordio?

Tutto, ricordo. C’erano le targhe alterne e da Nettuno partì praticamente tutta la città in treno per venire all’Olimpico. Era un Roma-Torino. Io mi procurai un rigore, poi Domenghini sbagliò, ma, come si sa, può capitare.

[…]

Il suo rimpianto principale?

Che mio padre e mia madre non fossero alla partita di addio. Sarebbero stati orgogliosi di me. Loro hanno lavorato tutta la vita solo per noi. E io ho cercato di renderli felici. Quando giocavo, da ragazzo, mi guadagnavo qualcosa lavorando in un negozio di casalinghi. Con la bicicletta portavo bombole di gas che pesavano quindici chili. Mi davano una piccola mancia che io mettevo sul tavolo di casa, quando tornavo. Allora ero orgoglioso di quello che facevo per loro. Quando sono diventato professionista ho acquistato una casa dove vivevamo tutti insieme. Mio padre era in pensione ma non riusciva a smettere di fare qualcosa. Per cui si era preso l’incarico di curare la manutenzione di tutto. Una volta tornai e trovai che lui aveva installato la caldaia con dei tubi particolari, uno giallo e uno rosso. E in giardino aveva messo dei fiori, uno giallo e uno rosso. E mi guardava, sorridendo.

(dall’intervista a Bruno Conti)

Walter Veltroni, La vita in novanta minuti – La poesia del calcio raccontata dai grandi campioni, BUR. Zoff, Albertosi, Buffon, Gentile, Bergomi, Cannavaro, Cabrini, Mazzola, Rivera, Conti, Tardelli, Antognoni, Beccalossi, Manfredonia, Falcão, Donadoni, Boninsegna, Rossi, Boniek, Giordano, Baggio, Vialli, Montella, Del Piero, Ibrahimović, Bagnoli, Capello, Ancelotti, Gasperini, Lippi, Prandelli, Sarri, Di Francesco, Ranieri, Ventura. Per la serie l’imbarazzo della scelta, sia in campo che in panchina. Una formazione che ogni tifoso e ogni dirigente probabilmente sognerebbe di avere a disposizione a ogni partita – una volta si sarebbe detto ogni domenica, ma adesso si gioca più nel resto della settimana che non nel giorno del Signore – per poter mettere sempre in campo quelli più in forma. Walter Veltroni, che il mestiere del giornalista e del narratore, anche grazie alla sua produzione filmica, lo conosce a menadito, ha intervistato per il Corriere dello Sport – Stadio, su incarico del direttore Alessandro Vocalelli, i grandi campioni di cui sopra: conversazioni interessanti, intelligenti, mai banali, autentiche, schiette, qui raccolte per la prima volta tutte insieme appassionatamente, è il caso di dirlo, chiacchierate informali, e forse proprio per questo assai significative, che mostrano attraverso lo sport e i suoi valori, eternati magnificamente da tanti letterati, su tutti l’immenso Osvaldo Soriano, le persone, le loro passioni, la loro statura umana e morale, la gratitudine onesta per la fortuna avuta di poter fare di un gioco fanciullesco e di un amore intenso e irrazionale per cui si piange e ci si accalora il lavoro di una vita. Per tutti i tifosi, quale che sia la loro bandiera.

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