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“A Torino con Cesare Pavese”

di Gabriele Ottaviani

Va aggiunto che Pavese fu educato ad apprezzare il dialetto come mezzo di espressione alternativo, e per certi versi superiore, rispetto al modello linguistico imperante. In quell’epoca di patriottismo degenere e arrogante, fu Monti (suo professore ai tempi del liceo) a indirizzarlo alla valorizzazione della parlata locale e paesana rispetto a quella nazionalista. Pavese, come tutti gli allievi di Monti, sentì così molto forte l’influenza di questo insegnamento, al punto che nei primi componimenti si respira l’aria della campagna con il suo vivace e ricco dialetto. Anzi, questi componimenti risultano essere addirittura troppo legati alla provincia, a quella tradizione piemontese popolare chiusa in se stessa, piatta (senza un doppio simbolico) e di conseguenza antidemocratica. Infatti, non appena Pavese venne a contatto con il mezzo linguistico aggressivo, anticonformista e graffiante delle periferie americane, lo preferì di gran lunga a quella parlata troppo arroccata nel suo immobile difensivismo antifascista.

A Torino con Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo, Giulio Perrone editore. Uno dei più grandi intellettuali che la storia abbia mai avuto il privilegio di conoscere e far conoscere, che inutilmente ha chiesto, nel giorno in cui ha deciso di abbandonare quest’atomo opaco del male, che non si facessero troppi pettegolezzi, è indubbiamente legato a filo doppio, benché spesso ce lo si prefiguri nell’immaginazione col profilo a stagliarsi in primo piano dinnanzi ai dolci pendii delle Langhe, alla città della Mole Antonelliana, sobria, affascinante, sabauda, esoterica: Pierluigi Vaccaneo, dottore in lettere moderne, esperto in nuovi media e divulgazione culturale, direttore della fondazione che porta il nome dell’autore dei Dialoghi con Leucò e molto altro ancora regala a tutti noi lettori un’esegesi maestosa, dotta, precisa, interessante. Da non perdere.

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