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“Un’ultima inutile serata”

un-ultima-inutile-serata-400x400.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ho guardato le stelle, pensando ai tamburi e ai piatti e alle trombe, e a un uomo e una donna che ballano.

Un’ultima inutile serata, Andre Dubus, Mattioli 1885. Traduzione di Nicola Manuppelli. Quanto è grande il dolore che accompagna le vite che sono costrette a rimanere annidate ai margini della stanza dove l’esistenza davvero si svolge. Perché non hanno forza. Non hanno coraggio. Non hanno fortuna. Non è loro concessa nemmeno la parvenza d’un’occasione per potersi accostare a quella fonte meravigliosa che rende ogni cosa più bella. Quanto è grande la sofferenza di chi non è libero, di chi ha l’assoluta e precisa percezione che i suoi giorni si stiano accartocciando su sé medesimi come una foglia morta. Di chi non ha amore. Quanto è grande il male che c’è in ognuno di noi, e che talvolta emerge tonante e soffoca ogni barlume di luce. Ma una scintilla c’è sempre, anche quando tutto sembra remare contro, quando la terra pare mancare, sotto i piedi. C’è, di base, in ognuno di questi meravigliosi personaggi, uno straziante conflitto per cercare di strappare un po’ di felicità. Per cambiare. Per essere migliori. Per lottare contro l’ingiustizia. Per credere ancora nell’amicizia. Due novelle, quattro racconti lunghi, sei capolavori: l’ennesimo regalo di Dubus è da conservare insieme a ciò che si ha di più caro.

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