Intervista, Libri

Rocco Catalano e l’inventarsi acrobati per amore

fb-image-intagram-fb-product-300x300di Gabriele Ottaviani

Rocco Catalano ha scritto il bel Particella 131: Convenzionali ha la gioia di intervistarlo.

Da dove nasce questo romanzo?

Dal bisogno di accompagnare alla saggezza quei pezzi della mia vita che ancora non hanno trovato dimora e non mi restituiscono equilibrio. Una sorta di autoanalisi a basso costo (mi piace crederlo almeno), ma è stato anche il voler mettere assieme tracce di memoria e di nostalgia (perché sono un fottuto nostalgico) e dargli una prospettiva, un linguaggio e farli rivivere anche attraverso le emozioni di chi avrà il piacere di leggere questo mio piccolo esercizio letterario.

Che cosa rappresenta per lei la provincia?

È il luogo dov’è custodita ancora la vita, quella non rubata dalla quotidianità frenetica, è lo spazio dove linguaggi, esperienze, conoscenze e competenze si mescolano e si fanno p/arte/cipazione. È il posto dove c’è ancora spazio per la narrazione, della creazione, dove i “fatti” diventano storie e i protagonisti personaggi, surreali è il posto del “realismo magico”.  Il rischio della provincia è il provincialismo.

Quand’è che ci si può dire cresciuti nella vita?

Io spero di non crescere mai o piuttosto di conservare intatto il Peter Pan che è in me; Picasso diceva che ci si impiega una vita per diventare bambini (naturalmente lui si riferiva in particolare alla pittura). A me rimanere bambino, conservare quel pensiero magico, serve per continuare a sognare, per darmi stimoli e obiettivi. Sono anche consapevole che è un modo per non affrontare alcune cose, una delle quali è la morte, un dolore che non sono riuscito ad affrontare del tutto, ed in questo libro provo a farci due chiacchiere per provare a capire qualcosa in più.

Che cos’è la precarietà?

Dipende da quale prospettiva s’intende valutare o affrontare la questione precarietà; io credo, ad esempio, che sia un’opportunità, ti costringe a non rilassarti a scovare le migliori risorse di cui disponi per andare avanti a migliorarti, a cambiare se necessario. È un brivido, una tensione, come quando ci si inventa acrobati per tenere legato il cuore di chi si ama. Ma la precarietà è anche il dolore e la sofferenza di chi non riesce a trovare soluzione neppure ai propri bisogni  primari e rimane escluso, drammaticamente, dalla società.

Qual è il ruolo dello scrittore nella società?

Dipende dal tipo di scrittura o di lettura; un buon romanzo, probabilmente, è un ottimo compagno per perdersi liberamente.

Che valore hanno i sentimenti?

Per me rimangono l’unica cosa che ancora fa muovere il mondo. Purtroppo siamo talmente condizionati dai soldi da essere avari anche di sentimenti.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Ne sono diversi in verità, anche se Lisbon Story è tra quelli che ricordo più volentieri, forse perché tiene dentro meraviglia, ricerca, amore, speranza, musica, viaggio. Il valore delle proprie cose, dei propri sogni, in questo caso delle immagini, che si scoprono ancora piene vita e prospettiva, se si ha voglia di interrogarsi, mettersi in viaggio (dentro e fuori di sé). È un po’ l’idea del viaggio raccontata nel mio libro, la volontà di guardarmi dentro, di cercare un senso nelle cose che pensavo avessero esaurito la propria carica emotiva. In fondo nulla scompare veramente. Anche per i libri ho qualche difficoltà ad indicarne uno, direi che Viaggio al termine della notte e Anatomia dell’irrequietezza sono stati quelli che più di tutti hanno segnato momenti particolari della mia vita. Sono libri nei quali ho trovato molte emozioni ed impulsi, in particolare nel libro di Chatwin mi ci ritrovo molto; anche per me provare a raccontare (o a spiegare a me stesso) il lato oscuro, prima che il lato chiaro della mia inquietudine, è stato un viaggio da nomade ricco di esperienze talvolta al limite del consentito.

Standard
Libri

“Particella 131”

fb-image-intagram-fb-product-300x300.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Bon jour» furono le parole provenienti dall’ufficio di madame Gabrielle, che mi accompagnò ad incontrare i miei amici. Ci abbracciammo calorosamente e nello stesso tempo mi subissarono di domande sulla vita giù a Potenza, sulla bellezza della nostra terra, sugli amici comuni. Passammo, allora, nel vivo dei compiti e delle mansioni che mi sarebbero stati assegnati di lì a poco, sulle quali non avrei goduto di nessuno sconto. Sollecitati da Tonino ci alzammo per raggiungere presto lo Château. «Mettiti vestiti comodi!» Imperò Tonino. Era terminato il tempo della vacanza. Raggiungemmo l’azienda percorrendo una strada che portava da Reims ad Epernay: la Voie de la Liberté. Nel tragitto mi raccontavano dell’occasione che gli si era presentata che a dire di Tonino era stata un grande affare. «Teng’ intenzion de’ fa nu grand champagne e nù vino rivoluzionario per ‘ste zone e diventà nu grand produttòr!» diceva in quell’idioma a metà tra il dialetto lucano e un francese imperfetto. Arrivammo all’accesso dell’azienda, riconoscibile per via delle due sontuose colonne squadrate di marmo, sebbene inverdite dal tempo, e da una grossa pietra che portava incisi l’anno e il nome dei vecchi proprietari: “1825 -Domaine Philippe et Fernand Louvin”. Proseguimmo sul vialetto acciottolato di ghiaia, tra i curati filari di viti. Giungemmo alla casa che si apriva con un largo spiazzo. Era un palazzo evidentemente centenario, molto elegante anche se malandato. Aveva finestre a battenti dello stesso colore verde scuro del grande portone di legno all’ingresso che si apriva con quei grossi chiavistelli di ferro ormai arrugginiti. Mi invitarono a visitarla.

Particella 131, Rocco Catalano, Universosud. Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Sono sempre quelle le domande che più o meno consciamente agitano l’uomo. Perché ognuno cerca sempre il suo posto nel mondo. La tranquillità. La serenità. Il senso. E la gioia. Che non ha valore se non è condivisa. E ogni giorno allo stesso tempo si cresce e si muore un po’. Perché ogni giorno, in fondo, potrebbe essere l’ultimo. Anche se non ci si pensa mai. Sergio è lieve ma non superficiale, innocente, buffo, goffo, scapestrato, spensierato, è nato in provincia e non si aspetta molto dalla vita: nonostante questo, però, come una febbre d’esistere lo agita, gli brucia dentro. E così vive molteplici esperienze, che lo portano dappertutto. Cade, si sbuccia un ginocchio, ma poi si rialza, più forte di prima. Bildungsroman classico e originale insieme, una sorta di Stand by me tra l’Italia e il profondo nord, travolge come un’onda e lascia senza fiato. Da leggere.

Standard