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“Una splendida figliola come me”

LT-farrell-figliola_exedi Gabriele Ottaviani

Be’, magari ti credi che non ce la facevo a entrare di nuovo lì dentro tutta sola. E invece ce l’ho fatta, che poi con quella plastica stesa dappertutto e senza la torcia elettrica era così buio che manco te l’immagini. E mentre andavo verso quell’ufficio continuavo a sbattere contro un sacco di robe pelose, e mi sentivo la pelle come se si voleva scollare dalla schiena. Però ce l’ho fatta lo stesso, sono entrata nell’ufficio e ho acceso quella lampada colla luce bassissima, e non mi sono manco girata verso quell’orribile gorilla. Poi però ho visto un grosso scoiattolo di legno ficcato in un angolo in mezzo alla polvere. Allora l’ho tirato su per vedere se pesava abbastanza per quello che volevo fare, e l’ho posato sulla scrivania così ce l’avevo a portata di mano. Poi sono tornata indietro fino alla porta e mi sono messa ad aspettare ch’arrivava Jay Morton.

Henry Farrell, Una splendida figliola come me, La Tartaruga. Traduzione di Sergio Claudio Perroni. «Tradurre è un po’ tradire». Ogni volta che qualcuno lo diceva in sua presenza, Sergio Claudio Perroni gli riservava il rispetto/dispetto dovuto a un occasionale incontro fra Benjamin e Peynet, alticci entrambi al bistrot delle frasi fatte. Non ne conseguiva una delle sue proverbiali rampogne perché il privilegio era riservato al «Gialluca» di turno – nomignolo affibbiato agli amici più cari, uomini o donne che fossero – reo di aver messo una virgola nel posto sbagliato o di aver usato un termine improprio, tanto più se si trattava di un anglicismo non necessario (quando mai son necessari?). Una smorfia di sarcasmo segnalava, essa sì, la distanza di Perroni dal tradimento volontario dell’opera letteraria, stramba idea, all’opposto della sua acribia di traduttore principe dall’inglese e dal francese, oltre che di editor e custode appassionato e severo della bellezza della nostra lingua… Così comincia lo splendido ricordo scritto da Oscar Iarussi su Minima&Moralia martedì due di luglio dell’anno del Signore duemiladiciannove per celebrare Sergio Claudio Perroni, colui che ci ha consegnato uno dei migliori passaggi di letteratura di sempre, un intellettuale che manca come l’aria a chi soffoca, come il mare a chi lo ama, come il cielo a chi non può vederlo: La gente se ne va, smette di colpo, lascia in asso cuori, persone appena cominciate, bambini da finire, tutte cose che non potranno più esserlo, che fingeranno di esserlo, che lo saranno solo per mancanza e mai per presenza, perché lasciare altri a metà è quello che riesce meglio a tutti, finiscono per farlo tutti, lasciare qualcuno solo, lasciarlo ancora più solo, finché non toccherà anche a lui andarsene, lasciare un altro solo, lasciare un altro vuoto, d’altronde siamo qui per questo, siamo fatti per questo, per andarcene sul più bello di qualcun altro, promesse d’assenza sempre mantenute, cose che non smettono mai di essere state. Per fortuna, almeno, abbiamo le sue traduzioni, e questa, come sempre è monumentale: Henry Farrell, scrittore e sceneggiatore morto a pochi mesi dall’ottantaseiesimo compleanno in California quasi tre lustri fa, senza il quale non sarebbe mai esistito Che fine ha fatto Baby Jane?, e sarebbe stato un vero peccato. Qui, ispirando Truffaut, narra la vicenda di Camilla. È giovane. È bellissima. Ha avuto un’infanzia tremenda, in una famiglia incestuosa e disgraziata nell’Arkansas, dall’altra parte della luna rispetto al sogno americano. È in galera da un paio d’anni per un omicidio che dice di non aver commesso. Un giovane professore associato di sociologia all’Università della California si interessa al suo caso nell’ambito di un progetto di ricerca sulle assassine e… Impeccabile e imperdibile.

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