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“Un giorno, quando sarò grande”

cover_fondidi Gabriele Ottaviani

Quando la bambina e il padre si riuniscono a formare la famiglia intera, cementata da sorrisi e carezze, Fausto comprende. Comprende finalmente cos’è l’invidia, il desiderio vorace di essere al posto di un altro, l’odio feroce verso qualcuno solo perché possiede qualcosa di irraggiungibile. Realizza che di momenti magici come quello, di cui forse quel bambino neppure si ricorderà mai, anche lui ne ha avuto qualcuno in una fase della sua vita così lontana che pare davvero di qualcun altro. Non riesce a metterne a fuoco uno in particolare, ma ricorda quel calore, quel senso di gioia e di completezza, di sicurezza assoluta che un bambino può provare solo tra le braccia della madre. Quella è invidia. Non c’è lo sbigottimento che istupidisce il viso dei suoi colleghi o la meraviglia che strappa loro un sorrisetto ebete mentre contemplano un oggetto. C’è invece una rabbia sorda, un senso di deprivazione che arde tra le ossa e lo porta inspiegabilmente a odiare quel bambino per la fortuna che gli è capitata e che quello sciocco neppure riesce ad apprezzare. C’è un desiderio sfrenato di essere al posto suo, di farsi abbracciare da quella donna, fosse pure la più estranea tra gli estranei, purché manifesti anche a lui un frammento di quell’amore, purché trasmetta anche a lui quel calore benefico, quel flusso magico capace di decidere in un istante l’esistenza di un individuo. Certo che è invidia, intensa e dolorosa come sa essere un sentimento che nasce dalla collisione tra desiderio e privazione. E Fausto si sente derubato. Perché vorrebbe anche lui un momento come quello. Perché in quel momento il mondo è perfetto, la vita è perfetta e non c’è altro, niente altro da desiderare. Ed è un frammento di vita così elevato da farsi eterno e da illudere di poter perpetuarsi in eterno.

Un giorno, quando sarò grande, Fabrizio Fondi, IoScrittore. Fabrizio Fondi, consulente del lavoro e scrittore pluripremiato, vive e lavora nella città nella quale è venuto al mondo, la bella Orbetello, e con stile duro, potente, coinvolgente e convincente racconta le vicende che sbocciano nella terra, che non dà frutto da sola come se si stesse nell’età dell’oro, bensì solo se lavorata con impegno e veemenza, del Frontone, una comunità che accoglie e aiuta ragazzi difficili, in balìa dell’esistenza, per il loro bene (che di solito è la scusa per fare quanto di più turpe sia pensabile…). Almeno così pare. Almeno così dicono. In realtà i maestri della comunità isolano i ragazzi, inculcano in loro il concetto che il mondo sia solo un luogo ostile, ingiusto, da cui è bene tenersi lontani, così come dai sentimenti. Ma non è possibile né giusto, specie quando si è giovani, rinunciare all’umanità, a costo di soffrire una volta e un’altra ancora, è molto più perverso tirare i remi in barca, nel bene e nel male. E allora… Straziante e commovente sino alle lacrime, è da leggere.

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