Libri

“Un altare per la madre”

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Davanti alla chiesa si era formata una piccola folla… 

Un altare per la madre, Ferdinando Camon, Garzanti. La morte non è niente, sono solo scivolato nella stanza accanto, ricordami con il sorriso che hai sempre dedicato al pensiero di me, perché il tuo sorriso è la mia pace, non piangere se mi ami, non sono lì dove riposano le mie spoglie, sono nel vento, nelle cose più belle, sono là dove tu mi vuoi, sono sempre accanto a te: ci ripetiamo queste e molte altre frasi di simile tenore, attribuendole spesso a una bocca che non potrà più schiudersi per noi, quando dobbiamo affrontare il fatto che qualcuno che abbiamo amato, che amiamo e che con ogni probabilità non smetteremo mai di amare non ci possa più comparire dinnanzi agli occhi, non possiamo più baciarlo, abbracciarlo, toccarlo, accarezzargli le guance e i capelli, non possiamo più sentirne la voce e più abbiamo bisogno di ricordarlo più temiamo di dimenticarlo, di non riuscire a trattenerne con noi tutti i dettagli. Del resto le persone non possono far altro che andarsene, non è colpa loro, il tempo, la vita, la natura, tutto è fatto così, e sarebbe ingiusto altrimenti: questo testo solenne e tragico, ma al tempo stesso pieno di grazia e portatore di pace, rassicurante e rassicurato, assurto a quintessenza della dimensione più sublime dell’amore, definito capolavoro in tutto il mondo, finanche da Carver, che di colpi da maestro se ne intendeva eccome, essendone sovente autore, racconta la creazione di un rito di salvezza di rara tenerezza. Quando infatti in un mondo rurale muore la madre, colei che genera e dà vita, tutti gli altri, col loro lavoro, la richiamano, perché esista ancora. Perché esiste ancora. Magnifico, magnetico, monumentale, commovente sino alle lacrime, eccellente.

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“Un altare per la madre”

NULL045274-160x241.jpgdi Gabriele Ottaviani

In quella assurdità era la nostra impotenza: tutto esisteva ancora, tranne lei.

Quando c’era tutti si può dire che chi più chi meno la ignorassero, conducessero la propria vita rapportandosi a lei senza astio, ma con gentile e amorevole indifferenza, non avendo nemmeno gli strumenti per poter realizzare la necessità di uno scarto ulteriore nella relazione, non per disinteresse o mancanza di cura ma perché quell’equilibrio stranamente foderato di pudore sembrava normale, lì dove l’esternazione del sentimento era vista come qualcosa di bizzarro ed esagerato, dando per scontato che ci fosse, che sarebbe rimasta, che ci sarebbe stata in eterno (impossibile per lei come per chiunque altro, ma nulla appare irrealizzabile quando ci si vuol credere), che avrebbe fatto sempre quello che si doveva, la cosa giusta, la migliore, per tutti, eccezion fatta, forse, proprio per sé medesima, votata com’era al sacrificio per il sorriso degli altri, che amava e comunque ancora continua ad amare, vivendo pur non essendoci più, fulcro di ogni leva, pietra d’angolo d’ogni parete. E infatti ora invece che non c’è più, che è finita sotto terra nella sua bara, portata a spalla con andatura oscillante, come quella che, stanca, lei ha sempre avuto durante tutto il corso della sua esistenza, la gara è a chi faccia più sforzi per trattenerla. Per non lasciarla andare. Via. Lontano. Laddove non c’è niente, o forse la nuova e più vera vita. Laddove non si sa. In un mondo duro, aspro, umile e povero come quello della campagna, dove si raccolgono anche coriandoli di giornale e accanto al fuoco si inventano storie partendo da un brandello smangiucchiato di foto, un universo basato su consuetudini e riti, il rito, di fondamentale importanza perché crea e alimenta il legame, questa volta è tutto per lei, per cui il bene l’hai provato ma non l’hai detto, e quindi anche se la testa ti dice di no il cuore non può fare a meno di farti chiedere a te stesso se sia bastato, se sia tutto qui, se lei l’abbia saputo. Lei, la madre. Da richiamarsi in vita per sempre, a gran voce, con un monumento e in quanto ella stessa monumento, simbolo concreto della memoria, amalgama di tutte le cose e di tutti gli amori. Scompare, muore. E muore anche il sole, con lei, sembra. Garzanti ripubblica in una splendida edizione il libro che ha vinto nel millenovecentosettantotto, sempre per la casa editrice milanese, il premio Strega. E francamente non avrebbe potuto perderlo, né quell’anno né mai. Perché è anche qualcosa di più di un semplice capolavoro scritto magnificamente. È il più straordinario, semplice, sacro, sincero, vero, vibrante, straziante, commovente, sfolgorante, intenso, tenero, dolce e bruciante atto d’amore e al tempo stesso di elaborazione del senso proprio della perdita che si sia con ogni probabilità mai visto: non ci si può staccare dalle pagine, che si susseguono davanti agli occhi come farfalle in forsennato volo, è praticamente impossibile non piangere tantissimo. Ferdinando Camon, Un altare per la madre.

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