Libri

“Padri e figlie”

di Gabriele Ottaviani

Una volta definito e riconosciuto il problema e compresi gli obiettivi, una cosa importante è fare chiarezza dentro di noi. Nel coaching umanistico, fare chiarezza non è solo un procedimento razionale di comprensione intellettuale, e men che meno può esserlo in un contesto come il nostro nel quale il rapporto padre/figlia mette in campo un vortice di emozioni che ci travolge, nel bene e nel male. Ma è una ridefinizione della nostra idea di mondo. Ridefinire alcuni paradigmi ci libera e ci apre a scenari multipli. In tutti i percorsi di crescita un aspetto cruciale è identificato con il reframing o riformulazione. Molte delle idee che abbiamo su noi, sugli altri e sul mondo sono idee limitanti. Con ciò non voglio giudicare le idee di nessuno, ma porre l’attenzione sul desiderio di miglioramento e crescita che va alimentato dalla curiosità, dalla creatività e dal desiderio di auto-superamento. Quando non riesco a evolvere nella mia vita, uno dei primi passi da compiere è scovare quell’idea limitante che mi fa da zavorra e riformularla in modo che la nuova prospettiva mi apra a nuove possibilità. La riformulazione, ovviamente, non è da intendersi in senso lessicale. Non basta cambiare le parole, ma è necessario interiorizzare un’idea nuova per sovrascrivere quella precedente. Senza interiorizzazione non c’è cambiamento. Il reframing non funziona.

Padri e figlie – Allenarsi alla parità di genere, Girolamo Grammatico, Ultra. Esiste la parità di genere? Ancora no. Per tanti motivi. In primo luogo culturali. E le cose non stanno sempre come i pregiudizi  farebbero supporre, o come forse sarebbe più comodo credere, far credere e propagandare: la questione è articolata e complessa, e parte anche dalla famiglia, primo nucleo della società. Girolamo Grammatico si immerge e fa immergere il lettore nell’oceano di contraddizioni e problematiche di questo tema viepiù necessario nel mondo contemporaneo, sperequato, precario e rabbioso, ancora bisognoso di evolversi, cambiare, migliorare: da leggere.

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Libri

“Tre”

catturedi Gabriele Ottaviani

Cane e gatto. Ecco quello che siamo diventati io e Tre…

Tre, Roberto Di Sante, Ultra. Tre è cresciuta a Trastevere e ha tra le molte doti anche un notevole talento da calciatrice, tale che non è stato possibile per nessuno, nemmeno per i più devoti sostenitori della causa giallorossa, smettere di tifare per lei quando ha giocato, e per non poco tempo, nella compagine della Lazio femminile, che ne ha saputo valorizzare assai bene i pregi. Quando Aldo, che crede ormai che la sua vita sia finita, la incontra, non sa che in realtà il suo viaggio verso la felicità è appena cominciato, e… Giornalista appassionato di musica e cinema nonché autore teatrale, Di Sante in questa nuova, limpida, sorprendente e riuscita prova narrativa tesse una raffinata trama di fiaba, gravida di sentimenti senza essere sentimentale. Da leggere.

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Libri

“La febbre del sabato sera”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli stereotipi sono sempre lì e non cambiano nemmeno per Tony Manero, ma nel momento in cui i tempi gloriosi degli studios vanno terminando, e con essi il Codice Hays, arriva un’era memorabile per il cinema italo-americano. Nel 1974, Il padrino – Parte IIè il primo film a raccontare l’epopea di un emigrante italiano, dalla Sicilia fino a Ellis Island: ne seguiamo il percorso, la fuga da una sanguinosa faida a Corleone, fino a quando deve liberarsi di un esponente della Mano Nera, il temutissimo Fanucci, per poter continuare il proprio business. Nel mezzo, la svista all’anagrafe che trasforma il suo nome e cognome, Vito Andolini, in Vito Corleone. Scopriamo come l’uomo diventa il gangster disposto a tutto per prendersi il suo posto nel mondo. Il padrino – Parte IIsegue di due anni l’uscita del primo capitolo, intitolato semplicemente Il padrino. Tratto dal romanzo di successo di Mario Puzo, è affidato (come il suo seguito e, anni dopo, il terzo film della saga) al regista italo-americano Francis Ford Coppola, che ne curerà anche l’adattamento della sceneggiatura non originale, insieme all’autore del libro. Il padrinonon è solo la storia di come Michael Corleone, il figlio eroe di guerra del boss Vito Corleone, diventa il nuovo “Don”, ma è il racconto della fine del sogno americano. «Io credo nell’America» è la significativa prima frase pronunciata nel film, quando il signor Bonasera va da Don Vito a chiedere aiuto per il torto subìto dalla figlia. Otterrà giustizia, quella che i tribunali americani non possono o non vogliono dargli a causa delle sue origini italo-americane, ma in cambio dovrà essere fedele al suo padrino. Coppola e Puzo costruiscono uno scenario in cui mafia e istituzioni legali sono «la faccia della stessa ipocrisia» che – con mezzi differenti, ma non molto – perseguono il medesimo obiettivo: potere e denaro. Il padrino cambierà per sempre lo sguardo con cui non solo gli italo-americani guardano a loro stessi e all’America, ma come tutte le razze e le etnie percepiscono il “sogno americano”. Vito Corleone diventa l’altra faccia della medaglia di Charles Foster Kane, il protagonista di Quarto potere di Orson Welles, uno spregiudicato magnate dell’editoria che persegue il potere personale e l’accumulo di enormi ricchezze. Non è un caso che i due film figurino primo e secondo nella classifica dei migliori film statunitensi dell’American Film Institute (Afi) del 2007. Sebbene la Paramount decise di affidare Il padrinoa un team di italo-americani e diversi attori fossero a loro volta di origini italiane (come Al Pacino o Richard Castellano – che interpretò Clemenza – nipote del boss della famiglia Gambino, Paul Castellano), ciò non impedì che l’Italian American Civil Rights League, guidata da Joe Colombo, organizzasse delle manifestazioni per boicottare il film di Coppola, considerato diffamante per la comunità italo-americana. Lo stesso Joe Colombo sembrava fosse in odore di mafia. Anche altri gruppi e associazioni, che raccoglievano cittadini originari dell’Italia, protestarono contro Il padrino.

La febbre del sabato sera – 40 anni del film icona della disco music, Stefano Cocci, Ultra. Non è un titolo. È una frase formulare. Un cult. Un simbolo. Un modo di essere. Di vivere. Di pensare. Di immaginare l’arte. L’esistenza. Il cinema. Il divertimento. Di mettersi in relazione con l’altro. Con il mondo. Con l’incessante mutamento delle cose. È stato un successo senza precedenti. Ha valicato i decenni, nonostante a tratti mostri un po’ la corda, come un vestito leggermente liso. Forse non è invecchiato benissimo, ma ancora se ne parla. È difficile che non sia stato visto. Anche da chi all’epoca in cui uscì non era nemmeno lo scintillio negli occhi dei suoi genitori. Ha dato vita a una marea di epigoni e una sconfinata serie di illazioni, anche per quelle che sono state le vicende non solo artistiche che hanno coinvolto i suoi protagonisti. Perfettamente figlio del suo tempo e rappresentazione di un vero e proprio spirito fatto d’epoca e di nostalgia, La febbre del sabato sera è, comunque la si pensi, un pezzo di storia. E da qui prende le mosse Cocci per un’esegesi intelligente, brillante, godibilissima, piena di spunti, avvincente, interessante.

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Intervista, Libri

Simone Toscano, il creasogni

1694_simone_toscanodi Gabriele Ottaviani

Simone Toscano, giovane autore televisivo, giornalista e scrittore, ha pubblicato Il Creasogni (pubblicato dalle edizioni Ultra), una delicata e bellissima favola per ogni età che noi di Convenzionali abbiamo già recensito per voi: oggi abbiamo il piacere di intervistarlo.

Com’è nata l’idea del Creasogni?
La prima idea del Creasogni è nata di ritorno da una trasferta di lavoro nel periodo post terremoto dell’Aquila. Mi affascinava l’idea di qualcuno che avesse il dono di creare sogni per gli altri. Buttai giù qualche riga, forse una bozza del primo capitolo o poco più. Poi tutto rimase fermo per anni, finché sentii l’esigenza di riprendere in mano quell’idea e svilupparla, creare il mondo del Creasogni.

Qual è il messaggio del suo libro?
Credo che il messaggio principale sia che il sognare – inteso come sperare, come avere un obiettivo positivo, da raggiungere con entusiasmo – è un dono importantissimo che non dobbiamo perdere, nonostante le durezze della vita, le difficoltà che si possono incontrare. Ecco, il libro è un percorso in cui il protagonista riscopre l’importanza dei piccoli gesti, dei veri valori della vita.

Cosa vorrebbe che rimanesse ai lettori della sua storia?
Proprio questo, vorrei che dopo aver letto questo libro i miei lettori guardassero al mondo in maniera differente, vedendo il bicchiere mezzo pieno, perché “se tu sorridi al mondo allora il mondo ti sorriderà”.

Cosa significa per lei scrivere?
Per me scrivere è il modo più bello per raccontare quello che mi circonda, la società, e anche me stesso. Scrivere è una valvola di sfogo, è il riuscire a mettere nero su bianco quei tanti pensieri che ci volano nella testa, le riflessioni sulla vita.

Quando ha deciso che avrebbe fatto delle parole il suo mestiere?CREASOGNI definitivo_Layout 1
Da bambino. Le parole mi hanno sempre affascinato, fin da piccolissimo scrivevo favole, immaginavo storie. Poi ho scoperto il mondo del giornalismo, ho scoperto che con le parole si poteva raccontare quello che mi accadeva attorno. E non ho più lasciato quella strada.

Che rapporto ha con le nuove tecnologie?
Bellissimo. Ho sempre amato tutte le potenzialità che la tecnologia ci mette davanti e appena arrivato internet in Italia ho subito iniziato ad immergermi in quella realtà, a creare siti web, a proporre versioni online dei giornalini in cui scrivevo. E ancora oggi sono molto attivo, ho un blog su Tgcom24.it e anche per l’Huffington Post. E’ impossibile oggi fare questo mestiere prescindendo dalle nuove tecnologie e dalle nuove forme di comunicazione e giornalismo, un mestiere sempre più crossmediale.

Qual è il momento della giornata in cui preferisce dedicarsi alla scrittura?
Non c’è davvero un momento particolare. Credo che tutto dipenda dal nostro stato d’animo, dalle storie che sentiamo di avere dentro e di voler raccontare. Per lavoro sono abituato ovviamente a scrivere “a comando”, ovvero in qualsiasi ora a seconda delle giuste necessità. Per piacere invece mi piace lasciarmi trasportare dall’idea romantica dell’ispirazione, dello scrivere solo se e quando si ha qualcosa da dire, per evitare di fare puri esercizi di stile autoreferenziali.

Quale storia vorrebbe raccontare? E come mai non l’ha ancora fatto?
Questo è stato il mio primo romanzo, il primo passo di un nuovo meraviglioso cammino che ho intrapreso. C’è una storia che vorrei raccontare e che farò, quella di una mia amica che ha affrontato e non ancora del tutto superato dei momenti difficili sul piano fisico. Ecco, una storia di speranza, anche questa, una storia che trasmette un entusiasmo contagioso, di chi non si è abbattuto e continua a non farlo nonostante tante cose siano andate per il verso sbagliato. La storia di chi anzi è di esempio per quanti troppo spesso si lamentano per piccoli problemi, perdendo di vista i valori più alti, più belli, la bellezza della vita.

Si è ispirato a qualcuno in particolare per il personaggio del SignorEttore?
Non c’è stata una fonte di ispirazione unica. Ovviamente dentro il libro ci sono tantissimi riferimenti a dati autobiografici o di persone che conosco. I paesaggi, alcuni nomi, alcune caratteristiche fisiche, sono mutuati dalla mia realtà, dal mio mondo. La storia invece è un percorso di crescita che chiunque di noi può ritrovarsi ad affrontare in determinati momenti della propria vita.

Perché sognare è così importante?
E’ importante perché vuol dire sperare. Vuol dire avere davanti un qualcosa verso cui tendere con il sorriso. Se non c’è l’approccio positivo allora il sogno diventa un incubo. Ecco, se noi vediamo il sogno non come “avere la testa fra le nuvole” ma come “obiettivo positivo”, allora tutti possiamo averne, a qualsiasi età, anche a novant’anni.

Esiste secondo lei qualcuno davvero capace di realizzare, creare o donare sogni?
Può sembrare una frase fatta ma credo che siamo noi stessi spesso ad avere questo potere, per noi e per gli altri. Ovvio, dipende da quale è il sogno, ma se vediamo il sogno come “obiettivo positivo” allora il cammino verso quell’obiettivo – al netto delle difficoltà esterne – sta a noi. Noi possiamo decidere se e come incamminarci, se da soli o in compagnia.

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Libri

“Il Creasogni”

CREASOGNI definitivo_Layout 1di Gabriele Ottaviani

«Andiamo! Andiamo! Dai!». Quelle grida squarciarono l’alba. Grida di bambini, che correvano e si divertivano mentre continuavano a ripetersi l’un l’altro di «andare». Dove, poi, non era chiaro. Era sabato mattina, e nonostante fosse un giorno molto impegnativo – perché tutti di sabato vogliono un sogno per la notte che verrà o per il sonnellino pomeridiano –, Ettore era rimasto nel letto e stava ancora dormendo. Che poi, in quell’«ancora» non c’era nulla di strano, considerando che erano appena le sei. «Come mai questi bambini sono già in piedi a quest’ora, di sabato mattina?», pensò Ettore mentre teneva ancora gli occhi chiusi e il naso sepolto nel cuscino. Era in uno di quei momenti in cui l’immaginario è sospeso tra sonno e realtà. Sì, forse quei bambini se li era proprio inventati. «Mah, li avrò davvero immaginati», biascicò. «Dai, chi arriva ultimo paga per tutti!». Eccole di nuovo, quelle grida. Questa volta in realtà non erano «grida», ma «un grido»: unico, di un solo bambino, che evidentemente aveva staccato un gruppo ben più folto di ragazzini – le cui risate si sentivano in lontananza –, a cui voleva farla «pagare» nel vero senso della parola. «Chi arriva ultimo paga anche per gli altri», continuava a ripetere. Inutile, ogni tentativo di continuare a dormire, a quel punto, era vano. «Cerino, vai a vedere tu», provò a dire Ettore. Ma quello non pareva avere la minima intenzione di muoversi. Passarono i secondi, poi i minuti, e il silenzio si impadronì di nuovo della stanza. Finalmente un po’ di pace: poteva ricominciare a sonnecchiare ancora per un’oretta buona. «Catello, Catello vieni! Catello, vieni dai, c’è il circo!», tuonarono d’improvviso delle nuove e festanti voci di bambini bussando violentemente alla porta di casa, quasi volessero buttarla giù. «Uuhm… ancora…», disse Ettore. «Catellooo! Daiii!». Niente. I bambini del paese continuavano a chiamarlo, ma di Catello neppure l’ombra, nessun segnale. Né un rumore o un respiro: nulla di nulla. «Catello, ti stanno chiamando!», gridò a questo punto Ettore adirato, sperando di togliersi il prima possibile quel chiasso di torno consegnando ai ragazzi il loro amico. «Catellooo, è per te, vai alla porta». Niente. «Catello? Ci sei?». Ancora nulla. Era chiaro che il tempo del riposo era finito ormai. Quindi si alzò, deciso a risolvere la questione.

Il SignorEttore di Mangiatrecase è la persona che tutti noi vorremmo incontrare almeno una volta nella vita, quando la nostra testa se ne va in giro in cerca dei suoi perché e rotola, rotola, rotola senza mai cessare il suo movimento, senza un attimo di pace, abbarbicata nella realtà che la stringe e la stritola, nei problemi da cui non riesca a staccarsi, a sollevarsi via, che non sa abbandonare al loro destino, lasciarseli scivolare addosso come fa l’acqua sulle piume delle papere, che pure bagnate non si impregnano mai. Il SignorEttore, come lo chiamano i suoi compaesani, tutto attaccato, in un fiato solo, non è più capace di sognare, però è capace di crearli, i sogni. E lo fa per gli altri. A ognuno il suo. Li impasta come pagnotte, li fa sbocciare come fiori, li imbandisce come tavole apparecchiate per chi è solo, ha fame e non ha di che mangiare. Illusioni su misura, ma non c’è mercimonio. Sono per tutti. Tranne che per sé. Per lui, che vive con un cagnetto e un bimbo. Spuntati entrambi dal nulla, si direbbe. Il SignorEttore non sogna più, forse perché ha un dolore pungente nel cuore. Un cuore grande. Tant’è che quando arriva lo scossone si risveglia. Perché ci si può anche provare a vivere senza sentimenti quando si sta tanto male, ma non ci si può certo riuscire. Simone Toscano, autore e giornalista, scrive per Ultra una favola bellissima, per grandi e piccini, che conquista dalla prima riga, per non dire dalla copertina, che sembra una carta da gioco di Dixit, un quadro di Magritte, un frame di un film d’animazione di Tomm Moore. E non si riesce a staccarsene fino all’ultima pagina. Una storia profonda e lieve, lirica, tenera, commovente, forte, delicata come un petalo, un romanzo fatto di sogni, di vita e d’amore. Il Creasogni è da leggere. Per lasciarsi andare all’emozione.

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