Intervista, Libri

Alessia Turri e il sentimento dell’altrove

51jmgfck9il-_ac_us218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alessia Turri è l’autrice di Wasteland: Convenzionali ha l’immenso piacere di sentire la sua viva voce.

Quando viaggia cosa la colpisce di più?

Le persone, la natura e gli edifici abbandonati. Credo che questi tre elementi raccontino moltissimo di un luogo e della sua società.

Che cosa rappresenta nel suo immaginario l’America?

Per me l’America è prima di tutto spazio e di conseguenza libertà.

La sua percezione degli USA è cambiata dopo aver attraversato la sua personale Wasteland?

Credo che la mia percezione degli USA sia iniziata a cambiare durante uno dei miei primi viaggi, quando mi sono imbattuta in una tavola calda abbandonata. Non so esattamente perché, ma è come se avesse aperto una finestra su un’altra America, meno perfetta, meno costruita, meno invincibile. Un’America più umile, intima, umana.

Chi sono i dimenticati del nostro tempo?

Credo che i veri dimenticati del nostro tempo siano i liberi pensatori. Coloro che hanno il coraggio di seguire le proprie idee, per quanto impopolari, per quanto poco esaltanti possano risultare alla massa. Chi ha il coraggio di mollare una città, un lavoro e tutta una serie di comodità, per trasferirsi nel bel mezzo di un deserto rovente, senza acqua corrente ed elettricità, solo per inseguire il proprio sogno di libertà, dovrebbe essere considerato una persona realizzata. Invece, purtroppo, non è così e la nostra società sembra non poter fare a meno di additare queste persone, definendole strane, pazze, disperate. La libertà, quella vera, fa ancora tanta paura.

Cosa la spinge a raccontare le sue impressioni e le sue emozioni?

Scrivere fa parte del mio modo di fissare le emozioni, gli incontri, i luoghi. Davanti a un personaggio o un paesaggio che mi colpisce, non posso fare a meno di prendere la penna e annotare. La mia memoria funziona così, credo.

A cosa si deve secondo lei l’influenza che l’America ha sull’immaginario collettivo?

Da sempre l’America evoca grandi spazi, libertà e autorealizzazione. Così lontana, così grande, così mitica. Il cinema e la televisione poi, hanno fatto la loro parte, dipingendo un’America spesso troppo perfetta, idealizzata, serena. Inoltre, se pensiamo che anche gran parte della musica che ascoltiamo, viene proprio da qui, non è difficile capire come mai, questo grande paese, così lontano da noi, ci risulti in realtà fin troppo familiare.

Come sono mutati secondo lei gli USA negli ultimi anni?

Parlare di USA in generale non è mai facile, si tratta di un territorio troppo vasto, vario e complesso. La risposta potrebbe variare tantissimo non solo da Stato a Stato, ma anche di Contea in Contea. Basti pensare a realtà come San Diego, paragonate con zone come il Salton Sea, separate da poche miglia, eppure così diverse sotto ogni punto di vista.

Il viaggio che vorrebbe fare, non ha ancora fatto e che farà.

Vorrei mettere una bandierina su ogni Stato Americano. Prima o poi spero di farcela.

C’è un luogo in cui non andrebbe mai?

A casa.

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Libri

“Wasteland”

51JmGfCk9IL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Morire a Ludlow è un po’ come non essere mai esistiti. Seppelliti oltre la ferrovia, dietro un recinto di legno, grande quanto la gabbia di un cane. Non ci sono sentieri per raggiungere il cimitero. Bisogna scavalcare i binari a piedi, di corsa, inciampando tra pietre appuntite e ferraglie roventi. Il cancelletto è aperto e cigola con il vento. Una foresta di croci in legno senza nomi e senza foto. Cinesi, messicani, donne, bambini. Mescolati, confusi, sotterrati e dimenticati. Al posto dei fiori montagnole di ciottoli. Sull’unica croce bianca, il peluches di un orsetto bruno. Fuori dal recinto, una scia di Cadillac corrose, capottate, scappottate, squarciate, sverniciate. Sulla fiancata di una roulotte senza più vetri, una scritta sbiadita: «Rand Mine District Office». Qualche attrezzo spezzato, cartelle di documenti ingialliti, scheletri di sedie e scrivanie ammuffite. Oltre i binari, verso la Route 66, il ghigno di un piccolo demone dipinto sui cocci della stazione, spaventa i vagoni di passaggio. Le fondamenta di una vecchia osteria poggiano sventrate su un letto di sabbia dura, tra friggitrici, antichi freezer e pentole annerite. Poco distante, un hawaiano in camicia e bretelle esplora le stanze distrutte di una strana casetta. Il tetto a punta, le pareti ondulate di un verde acido, i balconi crollati.

Wasteland – Viaggio nella California dimenticata tra città fantasma e deserti addormentati, Alessia Turri, CIERRE. Introduzione di Lucia Turri. California. Il nome di uno degli stati degli USA. Forse, in assoluto, il più celebre. Appena se ne sente il nome vengono alla mente San Francisco. Los Angeles. Hollywood. Beverly Hills. L’oceano Pacifico. Le spiagge bianche punteggiate di palme e popolate di surfisti. Ma lo stato di Sacramento è molto altro, evidentemente. E Alessia Turri, con intensa dovizia di particolari e per il tramite di un corredo meraviglioso di immagini che ricreano l’atmosfera del new journalism di cui è imperatrice assoluta Joan Didion, che non a caso è proprio di Sacramento, come Jessica Chastain e la Greta Gerwig che ha riprodotto con Lady Bird l’adolescenza dei trentenni d’oggi, narra a tutti i suoi lettori l’altra faccia della luna. Non necessariamente oscura, ma certo meno glam. Il che non vuol dire automaticamente meno interessante, anzi. Solo insolita. Inconsueta. Non canonica. Meno spocchiosa. Da scoprire. Fatta di comunità addormentate, città fantasma, prigioni abbandonate, deserti, cespugli di amaranti, terre riarse, vento, sabbia, sole, persone senza fissa dimora, miniere, rifiuti, camperisti, pastori, hippie… Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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