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“Taccuino delle piccole occupazioni”

taccuino_cover_HR_rgbdi Gabriele Ottaviani

Venga qui, ho trovato una cosa interessante. Tirai un lungo sospiro e toccai la teiera per assicurarmi che sì, era tutto a posto. Poi mi girai e imboccai il corridoio con passo veloce.

Taccuino delle piccole occupazioni, Graziano Graziani, Tunué. Come Papa Paolo III, Aurelio Lomi, Gioachino Rossini, Balthus, Michèle Morgan, Martin Suter, Antonio Sabàto jr., Pedro Sánchez, il premio Nobel – per i suoi scritti eminentemente lirici, ispirati da un profondo legame con il mondo della cultura ellenica: questa la motivazione dell’Accademia assegnatrice – Giorgos Seferis (se si considera il calendario giuliano), Cameron, il personaggio di Modern family interpretato da Eric Stonestreet, Marco e Aurora, i protagonisti dell’ottimo Gli anni incompiuti di Francesco Falconi e tanti altri, nella vita vera e in quella che non lo è, ma chissà che forse proprio per questo motivo non sia ancora più reale, Girolamo, il riuscito, policromo e assai ben caratterizzato personaggio principale della bella, intensa, profonda, raffinata, variegata, sensibile, interessante e intrigante opera di Graziano Graziani, è nato in un giorno che non c’è sempre, ossia solo in anni speciali, come quello che stiamo vivendo: il ventinove di febbraio. Il che sin da subito, con ogni evidenza, determina una sua certa confidenza con il senso stesso dell’alterità, dell’eccezione rispetto alla consuetudine: si sente, sovente, come se non fosse sempre presente, in primo luogo a sé medesimo, mentre osserva il mondo, coacervo e crogiuolo di occasioni mancate. Come quella con Viola, amore trovato, perso, ritrovato e smarrito ancora, fata Morgana inavvicinabile, battigia sferzata e velata dalla risacca, e… Inserito nella prestigiosa longlist di quest’anno di una delle più importanti rassegne letterarie italiane, il Premio Comisso, giunto alla trentanovesima edizione, il libro di Graziano Graziani, documentarista, autore, scrittore, critico e fra i conduttori di Fahrenheit, è una piacevolissima e stimolante lettura.

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“Configurazione Tundra”

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Il mio Altrove è questa città, questa casa, la sua vita.

Configurazione Tundra, Elena Giorgiana Mirabelli, Tunué. Si sa, la ricerca della felicità è un diritto inalienabile dell’essere umano, ed è ciò a cui ognuno punta, sovente non riuscendovi. La tecnologia, che aiuta l’uomo in tanti modi, si pone l’obiettivo di realizzare anche questo fine: almeno, stando all’idea da cui prende le mosse il progetto Bioma, teorizzato da Marta Fiani e imperniato sul suggestivo ma al tempo stesso destabilizzante e avveniristico concetto di un’architettura che guidi l’uomo verso l’appagamento delle sue brame modificandone azioni, atteggiamenti e comportamenti. La città che ha reso realtà questa visione è Tundra, forma collettiva e urbana, dove si trova l’appartamento in cui vive Diana, residenza appartenuta a Lea, la figlia di Marta Fiani. Diana, varcandone la soglia, però, non entra solo in contatto con una struttura materica, ma anche con un universo di ricordi, e… Distopico e al tempo stesso attuale, profondo, filosofico, ricchissimo di livelli di lettura e di chiavi d’interpretazione, lo scritto di Elena Giorgiana Mirabelli, dottoressa, non a caso, proprio in filosofia, e al debutto come romanziera, inserito nella prestigiosa longlist di quest’anno di una delle più importanti rassegne letterarie italiane, il Premio Comisso, giunto alla trentanovesima edizione, è intenso, intrigante, avvincente.

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“Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena”

mio_padre_montata_STORE_800hdi Gabriele Ottaviani

Per tutta la notte viaggiammo attorno all’isola…

Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, Michelle Steinbeck, Tunué, traduzione di Hilary Basso. In finale al Deutscher Buchpreis, allo Schweizer Buchpreis, all’Edinburgh International Book Festival e only God knows quanta strada ancora, con pieno merito, farà questo romanzo caleidoscopico, divertente, dolce, malinconico, struggente, emozionante, commovente, destabilizzante, straniante, potente, solenne, raffinatissimo, un esordio prezioso come una pepita d’oro scintillante trovata nella mota di una gora romita, quando ormai si sono perse le speranze di poter mettere insieme il pranzo con la cena: è la storia di Loribeth che non vuole crescere, e soprattutto non sa farlo, perché da quanto il padre l’ha abbandonata non riesce a fare altro che avere paura. Di tutto. E un giorno le toccherò finanche occuparsi d’un bimbo. Ma… Sublime.

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“Il giorno della nutria”

nutria_montata_STORE_800h.pngdi Gabriele Ottaviani

Come prima cosa volle essere penetrato, usammo il Luan. Ma era un nostro segreto.

Il giorno della nutria, Andrea Zandomeneghi, Tunué. Dirige una rivista, scrive sul Foglio, è giovane ed evidentemente talentuoso, è all’esordio come romanziere e fa subito centro, come un arciere per cui le frecce e i bersagli non hanno segreti, e che anzi tende la corda con invidiabile souplesse, manifestata per il tramite di una prosa prorompente: è di Capalbio, ma il turismo altolocato pare lontano anni luce dalla dimensione di questa vicenda a tinte fosche e al tempo stesso vivide e sorprendenti, e nella splendida località maremmana sulla costa toscana dell’Argentario ambienta la storia di Davide, un cefalgico cronico che campa di psicofarmaci e alcol e vive con la madre malata che brama che le si induca la morte e col nipote e che un giorno, dopo essersi come al solito ubriacato col figlio della badante della genitrice e col prete della cittadina, si ritrova sul pianerottolo non la proverbiale testa di cavallo bensì una nutria congelata e spellata. È l’inizio di una deflagrante ossessione: da non perdere.

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“Ricrescite”

41YX3CaTeEL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Guardo e mi riempio e aspetto segni.

Ricrescite, Sergio Nelli, Tunuè. Prefazione di Antonio Moresco. La crisi è un’opportunità, e non è difatti certo un caso che l’ideogramma orientale che rappresenta i due concetti, antitetici solo in apparenza, sia in realtà il medesimo: Sergio Nelli è questo che racconta, con una scrittura che riesce a toccare ogni corda dell’animo, in quanto capace di farsi proteiforme, di volta in volta diversa, altra, articolata ma mai difficile o respingente, anzi, sorprendente e sorprendentemente empatica, filosofica, lirica. L’uomo è un animale sociale, una creatura che vive nel tempo e nel mondo, e del resto, si sa, solo chi cadde può dare altrui l’edificante spettacolo del rialzarsi. Potente, intenso, induce a riflettere, meditare, ragionare, migliorare. Sé e il mondo.

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“Dimentica di respirare”

dimentica_cover_HR_CMYK.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il primo minuto passò veloce, il secondo anche, il terzo, dopo la pacca di Maurizio, lo sentii più lento. Feci ok come d’accordo e cercai di pensare al colore delle pareti di casa sua. Poi pensai alla tendina della doccia, a quei piccoli disegnetti che la ornavano. Un altro ok. Poi iniziai a contare i mattoncini della vasca della piscina, ne contai una trentina, persi il conto, non sapevo più dov’ero rimasto, ricominciai dall’angolo in alto a destra. Maurizio mi toccò la spalla. Io formai un ok con le dita della mano destra. Una fitta alle costole mi fece irrigidire i muscoli. Questa cosa non sarebbe sfuggita di certo a Maurizio, lo sapevo. Pensai a Maurizio, a come avevo messo in dubbio le sue capacità di allenatore, chissà se mi avrebbe mai perdonato, chissà cosa ne sarà di me. Un’altra pacca, ok. Quanto era? Avevo perso il filo del tempo. Però ora iniziavo a sentirmi a corto di aria. «Al prossimo ok salgo» mi dissi. Quando tornai su, Maurizio mi disse di espirare, a lungo, poi di respirare bene. Tossii un po’. Robert e Maurizio si scambiarono uno sguardo soddisfatto. «Stai imparando» mi disse Maurizio. «Quanto ho fatto?» chiesi io, era l’unica cosa che volevo sapere. Non avendo risposta, mi girai verso Robert. «Allora?» chiesi alzando un po’ il tono della voce. Robert sorrise e guardò Maurizio, che rispose al suo posto: «Hai fatto quanto hai fatto». Ero deluso, misurare il tempo di apnea era fondamentale per me, un risultato da mettere nero su bianco sul foglio delle conquiste. Schizzai acqua dando un pugno all’acqua. Maurizio mi picchiettò la fronte con il dito e disse: «Hai fatto un buon tempo, vedrai che la prossima volta conterai meglio i tuoi ok». Poi aggiunse: «Prima di scendere in mare, devi dimenticarti il tuo naturale bisogno di respirare. Hai mai sentito di un pesce che conta i secondi?».

Dimentica di respirare, Kareen De Martin Pinter, Tunué. È tutta la vita che trattiene il fiato. Che non respira. Per gioco. Per dono. Per natura. Giuliano fa dell’apnea la sua esistenza. È un campione. Un giorno, da ragazzo, incontra Maurizio, allenatore, mentore, maestro di vita, demiurgo difficile a perscrutarsi, che lo rende un campione. Non esiste record che non batta. Non esiste abisso oceanico in cui verticalmente non si immerga. Alla vigilia di una gara cruciale però si sveglia con la tosse. Che non passa. Arriva la diagnosi. Fatale. E allora Giuliano è pronto per l’ultimo tuffo. Ma… Potente, vibrante, intimo, sacro, raffinato, elegante, sottile, magnetico, variegato, variopinto, allegorico, sensibilissimo, delicato, pieno di grazia: un’opera maiuscola.

 

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“L’amore a vent’anni”

amore_venti_cover_HR_RGB (1)di Gabriele Ottaviani

Intanto Silvia non sapeva cosa dire quando si è accorta che Marta si è presentata con me e con Eric e con Marco e non con Vins, che invece ha salutato come fossero amici di vecchia data. Come va la tesi?, le ha chiesto lui. Bene, sto trovando degli spunti interessanti, le ha detto lei, che era un anno più grande di noi. Hai messo anche Bulgakov, alla fine?, ha chiesto lui. Sì, ha risposto lei, l’ho preso in prestito ieri ma devo ancora leggerlo. Silvia si era girata e li spiava nella coda dell’occhio, Vins sembrava essersene accorto e chissà che quella sera, a pensarci adesso, non gli fosse girata nella testa l’idea che lei fosse gelosa del loro rapporto. Silvia aveva un’espressione che conoscevo già, gli occhi bui e i denti che si stringevano tanto da mostrare a tutti la mascella, l’espressione di una che rimane sorpresa, che credeva di sapere tutto o quasi di qualcuno, di un’amica magari, e invece scopre che ci sono cose di quell’amica che lei non conosce, che quell’amica preferisce raccontare ad altri. Una volta dentro ci siamo un po’ divisi, senza però perderci di vista. In una galleria, su una sorta di grande prato in erba sintetica abbiamo visto un ripiano di legno che sarà stato lungo quattro o cinque metri, diviso a metà da una rete, sembrava un tavolo da ping pong per bambini. Una delle due metà, però, era occupata da una specie di teschio di coccodrillo, mentre l’altra era vuota. Marco è stato il primo ad accorgersi che nella parte vuota c’erano quattro impronte, come quelle che si fanno sulla sabbia, dove mettere le mani e i piedi. Bisognava mettersi come quel coccodrillo, a pancia in giù, e da lì in poi il coccodrillo avrebbe imitato tutti i tuoi movimenti. Marco ci guardava e rideva, diceva Dai, fatemi un video, mentre faceva fare le flessioni al coccodrillo. Nella stessa sala c’erano due file di alberi finti che ogni mezz’ora era come se prendessero vita, si illuminavano e facevano su e giù come se venissero fuori dal prato.

L’amore a vent’anni, Giorgio Biferali, Tunué. Nella longlist del premio Strega, proposto da Lucio Villari. Chi c’è passato se lo ricorda. Non può essere altrimenti. È come un marchio a fuoco sulla pelle. Non va più via. È molto più di una sensazione. È molto più di un sentimento. È persino molto più di un dolore. Perché un dolore passa prima o poi, più o meno, forse, la ferita, bene o male, si rimargina, smette di sanguinare. Ma la cicatrice resta. Sempiterna e sfrontata. Non ti abbandona mai. Così è l’amore a vent’anni. Il primo adulto tra quelli immaturi, il primo immaturo tra quelli adulti. Quello forte. Quello sbagliato. Quello impossibile. Quello infelice. Quello che ti illude crudele, che ti mozza il respiro, che ti abbranca le gambe e ti fa cadere, inaspettatamente, a tradimento, senza possibilità di attutire il colpo, invischiato in un pantano di disperata desolazione proprio mentre corri forsennatamente perché ti senti invincibile, in quell’età che a tratti poi rimpiangerai ma alla quale di certo non torneresti per tutto l’oro del mondo: meglio una lenta, insensata e inesorabile agonia, piuttosto. Chi non ha ancora vissuto quel momento non sa. Non può sapere. Non può capire. Può solo immaginare. E comunque ciò che crederà non risponderà mai al reale. Perché la vita è beffarda. Crudele. Cattiva. Ingiusta. Dispettosa. Sorprendente. Unica. Inimitabile. Insostituibile. Non ammette repliche. Non consente di tornare indietro. Ha un solo verso, una sola direzione. Il futuro. Che nessuno può conoscere. E appena lo si conosce diventa già passato. E anche dell’amore non si sa niente. Si sa solo che è tutto. Giulio pensa di sapere molto dell’amore. Ne ha letto nei libri. L’ha visto rappresentato in mille modi e maniere nei film. Ma poi incontra Silvia. E… Giorgio Biferali dà voce alla verità con un’opera in cui non è possibile non immedesimarsi, e che lascia letteralmente senza fiato, perché pare di leggere la propria biografia non autorizzata, come se qualcuno avesse messo nero su bianco i pensieri che nemmeno ci si era accorti di pensare.

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“Tabù”

41FVXIw8kBL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Baciare Dolly è bello soprattutto perché lei con la bocca ci gioca, si diverte a lasciare la sua libera di scivolare e strisciare sopra le tue labbra, scansarle, frizionarle. La passione con cui torna a baciarti, il segnale della fine dei preliminari, è davvero uno squillo di guerra. Quando è sotto, rannicchia le gambe corte e serra i polpacci attorno ai tuoi fianchi e ti cavalca a rovescio come certi virtuosi cavallerizzi. A Xanadu le camere da letto hanno una peculiarità: sono munite di finestre su tutti i lati, che possiamo decidere di oscurare oppure lasciare scoperte, se qualcuno vuol guardare. È il progetto di Danilo, e non ha mai infastidito nessuno. Ora, mentre Dolly e io scopiamo, alla finestra, che ho lasciato scoperta, c’è Vanna. È la più sfacciata: essendo interessata soprattutto a me, ritiene suo diritto compensatorio stare lì a guardare tutte le volte che faccio l’amore con un’altra. Ogni volta, senza eccezioni. Né Dolly, o una delle altre, può alzarsi dal letto, andare al vano della finestra e morderle le labbra, il nostro segnale, una specie di safeword canina escogitata da Danilo, per indicare che una presenza non è o non è più gradita. L’unica volta che il morso è stato dato, e non da Dolly, Vanna, toccandosi il labbro ferito, si lagnò: «Se non viene a vedermi nessuno, non per questo perdo il diritto di vedere voi». In effetti tutti la guardano solo quando le vengono gli attacchi di tristezza e si mette seduta sul letto a piangere. In una situazione del genere non si può negarle il voyeurismo integrale. Adesso Dolly me lo sta succhiando e, guardando la finestra, mi accorgo che Vanna se n’è andata. Sento delle voci…

Tabù, Giordano Tedoldi, TunuéIl sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi all’estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino. Così sosteneva Anaïs Nin. Per Freud invece si può dire che non ci sia nessun individuo sano che non aggiunga al normale scopo sessuale qualche elemento che si possa chiamare perverso; e la universalità di questo fatto basta per sé sola a farci comprendere quanto sia inappropriato l’uso della parola perversione come termine riprovativo. Oltre al fatto che, sempre secondo l’autore dell’Interpretazione dei sogni, quando una coppia fa l’amore, sono presenti almeno quattro persone: la coppia in questione e le due persone a cui stanno pensando. Inutile nascondersi: il sesso è un aspetto fondamentale e irrinunciabile della vita. È il primo motore niente affatto immobile di moltissime azioni. E Tedoldi lo sa. E con una magistrale e proteiforme indaga senza ipocrisie la legge del desiderio e del piacere fin nei suoi più celati meandri. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Suttaterra”

SuttaterraCoverdi Gabriele Ottaviani

La Madonna indossava una lunga tunica d’oro. Il robusto collo, marrone come il volto, singultava poco visibile come a rinchiudere vocalizzi indiavolati. Le ricadeva sul viso un velo anch’esso aureo. Bucavano il ricamo metallico un paio di corna di caprone, e spuntavano dalle maniche due mani oltremodo bianche, le mani di qualcuno che ha già superato la morte. Dal cielo verso la collina, l’Alemanna si scendeva verso l’altura, librando come una piuma incenerita dai piccoli fuocherelli, sino a conficcarvi i suoi piedi lividi e nudi, e lacerati da tre diverse stimmate. Fu però la faccia di Lei ad atterrire più di ogni cosa Giuseppe. Il volto infatti si incattivì e si dichiarò demoniaco. Denti appuntiti, e tra le fauci un bolo color petrolio brulicava di anime rimpicciolite. Il ragazzo raccolse frenetico il santino dalla tasca e lo guardò: l’immagine era ora identica a quella dell’apparizione. Quando ripose il santino ed ebbe il coraggio di alzare il capo, la Madonna dell’Alemanna si era alla fine irrigidita a mo’ di una statua. Gli occhi vuoti di principi fissavano ora inerti il lungomare e i dintorni della collina da dove troneggiava. Diede un’ulteriore guardata verso la patrona e si sentì arreso. Poi, memore delle parole del nano, rinnovò le sue intenzioni e accese l’auto avviandosi lungo la strada alla destra del bivio, in quella notte recata direttamente dalla Madonna. La via per il lungomare Federico II di Svevia, devastata e colma di rialzi, era rischiarata dalla sola luce dei fanali.

Suttaterra, Orazio Labbate, Tunuè. Milton, West Virginia. Giuseppe Buscemi ha chiare origini italiane, pleonastico a dirsi. Vive lì, nel bel mezzo dell’Appalachia, nel trentacinquesimo per ordine d’ingresso nella confederazione degli Stati Uniti d’America, the mountain state con capitale Charleston, incastonato tra Pennsylvania, Maryland, Ohio, Kentucky e Virginia. Ha trent’anni. Fa il beccamorto. È il figlio di un predicatore. Ha un chiodo fisso in testa. Sua moglie. La amava. Non c’è più. È morta. Da un anno. Toglie il sonno, la vita e la pace il dolore che riecheggia cupo e non si azzittisce mai, tintinna tragico e incessante nel cuore. Poi, però, un giorno, Giuseppe riceve una lettera. Della moglie. Morta. Che gli dice di andare da lei. Laddove si sono sposati. In quella che per Camilleri è Fela, e che viene ingiustamente ricordata più che altro solo per il petrolchimico. A Gela, in Sicilia. Giuseppe ha paura. È sconcertato. Al tempo stesso, il fuoco d’amore che lo fa ardere e lo rende più verde dell’erba, per dirla con Saffo, non gli consente l’indifferenza. Parte. E inizia un viaggio che è prima di tutto un percorso di transizione, crescita ed espiazione. Elencare le suggestioni che questo romanzo genera quando si legge è partita persa in partenza, perché il loro numero è pressoché immenso: Cesarotti, Shelley, Consolo, Argento, Lynch, Ligotti, D’Arrigo, Rossetti, Poe e mille altri ancora. Ma non si tratta di mero citazionismo, né di sterile vacuità: originalissima, la voce di Labbate è stentorea e assoluta, si immerge laddove non c’è più luce, per fare emergere il nucleo della paura. E della disperata speranza. Spiazzante e sensazionale.

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“Mescolo tutto”

Mescolo_tutto_Coverdi Gabriele Ottaviani

«Io penso tu sia fortunato!» Inarca sopracciglia, confuso dall’enunciato. «Sai,» dico, «esistono persone impossibilitate a compiere ventisette anni. Io stessa non credo c’arriverò mai». Storce labbra sottili, sormontate da peletti mal rasati. «E che ne sai, forse non c’arrivo neppure io! Schioppo domani, così», schiocca le dita. A secernersi istanti in muto sospiro. Nel mentre incomincia a fischiettare la canzone trasmessa in radio, m’accorgo del suo proseguire. Il volume è tenuto talmente raso da rendere impossibile distinguere frasi articolate. «Alessio…» «Dimmi, Maria», concentrando iridi su asfalto delimitato da abitazioni. Palazzoni bigi in forme anfrattuose. «Volevo chiederti… Vivi solo?» «Sì, perché?» «Sai, siccome non so… Se non t’arreca troppo disturbo, potrei stare da te stanotte?» «Da me?» «Insomma, voglio dire… Guarda… Anche se vuoi scoparmi per me va bene, ma insomma, in un letto e dopo una bella doccia, ok?» azzardo. «Sei sempre così diretta?» acconsente al seguire di secondi in riflessione. «Posso domandarti io una cosa, ora? Non hai paura? Neppure mi conosci…» Ticchettio di pioggia improvvisamente aumentata su rivestimento dell’auto coincide con sinfonia in radio, annientandola. Non ci tengo a rispondere, ma l’insistente modo in cui fissa è costrizione a proferire parola. «Sai…» porto dita tra ciuffi, «Sono una… Un po’… Diciamo… Spavalda!» dichiaro. Irresponsabile sarebbe stata definizione più consona. Col termine spavalda cablo epiteto perfetto a descrivere protagonista d’un romanzo d’avventure.

Mescolo tutto, Yasmin Incretolli, Tunué. È giovanissima, ed esordisce nella narrativa con un testo che di ordinario non ha assolutamente nulla, anzi. Mescola davvero ogni cosa, ogni suggestione possibile, ma il risultato finale non è il guazzabuglio che sovente si palesa di fronte agli occhi del lettore, dello spettatore o in generale del fruitore dell’opera d’arte nel momento in cui il creatore di essa, non riuscendo a governare con la giusta misura il materiale e l’abbondanza di temi, spesso di forte impatto, che sono alla base del suo progetto, va in accumulo: tutt’altro. È come la superficie di un cristallo il romanzo della Incretolli, una statua neoclassica sotto la cui scorza premono per esplodere passioni potenti: inventando una lingua magnifica, e sempre inattesa, narra la storia di Maria, diciannovenne autolesionista, con le punte delle dita sul bordo del trampolino della vita. Imperdibile.

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