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“Ultimo parallelo”

di Gabriele Ottaviani

È evidente che hanno perso l’orientamento interiore anche se la rotta disegna una perfetta linea retta. Intorno a loro è solo luce e bianco. E più s’inoltrano verso l’interno del continente e più questa sensazione assume toni inquietanti. Alle loro spalle svaniscono in un’atmosfera lattiginosa le montagne che hanno appena attraversato. Non c’è terra visibile, non c’è momento del giorno né posizione del sole che possa rassicurarli sull’ora o sul cammino trascorso e non c’è neppure meta individuabile se non nei calcoli di Bowers, effettuati con orologi che discordano e senza l’aiuto del sole, che scorre parallelo all’orizzonte con variazioni così impercettibili da risultare inaffidabile.

Ultimo parallelo, Filippo Tuena, Il saggiatore. Con una prefazione dell’autore e un’appendice di brani inediti. Là dove non osano nemmeno le aquile, là dove il mondo finisce: è la storia, epica, simbolica e universale pur nel suo essere particolarissima, dell’Antartide e della sua mancata conquista da parte di un manipolo di uomini certo non fatti per viver come bruti ma anzi bramosi di essere artefici del proprio destino quella che Filippo Tuena magistralmente racconta, quella del capitano britannico Robert Falcon Scott, che, centonove anni e pochi giorni fa, dopo un viaggio di settecentocinquanta miglia, durante il quale non si è tirato indietro nemmeno di fronte al più misero abbrutimento, immerso nel ghiaccio a perdita d’occhio, raggiunge il polo sud insieme a quattro compagni e scopre di non essere il primo, anzi, di essere il primo dei perdenti. Perché già Amundsen aveva infisso nella candida coltre il suo vessillo affinché garrisse a imperitura memoria… Splendido.

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“Le galanti”

511hhkGVHpL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli amanti litigano, si azzuffano, tendono a compenetrare i corpi, ad acquisire vantaggi gli uni sugli altri, a esercitare il predominio. Strapazzano, disprezzano, abbandonano; poi, improvvisamente, senza che nulla sia cambiato nei ruoli e nelle priorità, accarezzano, illanguidiscono, perdonano. E poi tornano a soffrire, perché la quiete non seduce. È in queste circostanze che Peitho interviene nuovamente, esercitando l’eloquenza – «mi perdoni? È stato semplicemente un gesto avventato» suggerisce all’amante che deve farsi perdonare il tradimento. «Non ti credo» risponde lei. E di nuovo lui: «ma ti sembro il tipo?». Lei, risentita, tace, poi aggiunge: «prego, accomodati», indicando l’uscita. E si aspetta che lui se ne vada. Poiché la cosa non avviene, è lei che alza le spalle, abbandona il campo di battaglia ed esce dalla comune. L’argomento sembra chiuso. Peitho liquidato. Gli amanti si sono lasciati. Ora, Pothos l’infallibile s’insinua nelle solitudini di entrambi gli amanti. E il mal d’amore domina, scorazza per le distese desertiche battute da venti radenti. I due assaporano l’amaro della solitudine e della distanza. La condizione non è sostenibile; l’angoscia monta: rimarremo soli per sempre ignorando tutto l’uno dell’altra? Questo è Pothos, il suo sguardo languido, il suo corpo che tende a qualcosa, che è sempre sul punto di abbattersi ma che, per sua natura, resiste alla delusione. Uscendo dalla Centrale Montemartini, sono salito sullo scooter e ho infilato il casco. Ho messo in moto. I meccanismi del desiderio mi portano lontano dal confronto con la statua del languore e ragiono sul libro nuovo. Parto dall’idea che se senti la mancanza sei innamorato. Vale anche per l’arte. Se vorresti possedere una di queste cose, idem; se lei ti possiede, idem.

Le galanti – Quasi un’autobiografia, Filippo Tuena, Il saggiatore. Filippo Tuena è scrittore e saggista, che con l’arte della parola sa creare mondi immaginari e immaginifici, realtà altre, suggestioni intriganti ed emozionanti: il suo percorso, fatto di discese ardite e risalite, passa in quest’occasione attraverso i personaggi principali della sua produzione e non solo, inducendo a una riflessione intensa e profonda, prendendo le mosse proprio dalla letteratura, dal suo potere salvifico e insieme creativo, in cui si riverbera la fragilità dell’individuo, sulla condizione umana, con toni intimi che sanno elevarsi sino all’universalità.

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“Com’è trascorsa la notte”

com-e-trascorsa-la-notte.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono sempre in mezzo agli intrecci pruriginosi di costoro, sopporto i pianti le malinconie le gelosie le passioni e dal mio baule estraggo l’anima e la forma di quel che recitano. Mi vogliono pronta a ogni cambio di costume, a ogni mutar di scena. Ingrassano e dimagriscono a seconda dei loro umori, e devo scucire, imbastire e cucire sul momento la loro seconda pelle. E quando se ne spogliano e me la consegnano sa di acre sudore, e io vi leggo il loro disagio, la paura e la rabbia per non avere saputo far meglio, neppure sulle tavole del palcoscenico.

Com’è trascorsa la notte – Il sogno, Filippo Tuena, Il saggiatore. Filippo Tuena (Tutti i sognatori,  Le variazioni Reinach,  Ultimo parallelo, Memoriali sul caso Schumann) sembra aver davvero fatto suo l’abusato adagio di Italo Calvino, lo scarno agglomerato di parole che è diventato frase formulare e finanche slogan commerciale nella nostra contemporaneità che si è fatta avvezza a reificare e a mercificare ogni cosa. Un classico non finisce mai di dire quel che ha da dire, in buona sostanza: ma per Tuena Sogno di una notte di mezza estate, il testo shakespeariano celeberrimo, rappresentato sempre, comunque e dovunque, elemento cardine di un certo immaginario collettivo culturale, sociale, artistico, persino politico, per le sue variegate e roride valenze metaforiche, non è semplicemente un testo da cui prendere le mosse per poi dire, scrivere, fare, raccontare altro. È un fertile sostrato che rievoca per dare voce alla sua natura di romanziere, che nutre la letteratura e che della letteratura si nutre e si bea. Se è certamente questo romanzo infatti un grande e commosso tributo nei confronti dell’arte della parola, un atto d’amore per la già più volte nominata letteratura, che con le pagine rende oggetto tangibile, e dunque rassicurante, l’esigenza effimera, fondamentale e impalpabile del bello, di qualcosa d’altro che non sia solo la quotidianità, che certo non soddisfa la fame di vita e di conoscenza di tutte le componenti dell’animo dell’uomo, è altrettanto vero che l’amore qui viene declinato anche attraverso un canto. Struggente. Ineffabile. Strozzato. Appassionato. Che i numi arrivino in soccorso, c’è una donna da riconquistare, che sfugge come l’acqua d’un torrente, inarrestabile, vivificante, salvifica. Costruito su più livelli con precisione da orologiaio e ricco di chiavi di lettura (ognuno di certo potrà trovarvi la sua, quella che più gli si addice), il testo di Tuena è un viaggio onirico e immaginifico dall’abisso al sublime.

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