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“Trattato di economia affettiva”

411ehVowhEL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il suo cappotto arriva appena sopra le ginocchia e la domenica a camminarci dentro si sente un grande. Quel cappotto è diventato il capo d’abbigliamento di cui, nella vita, più è andato fiero e a distanza di decenni ancora ci entrerebbe in quel cappotto e con quel cappotto indosso come vorrebbe poterti incontrare ancora, Red, parlare con te, con te andare in montagna, litigare per le idee che nella vita hanno preso strade differenti. Tu, Red, sei diventato prete e Nello cosa sia diventato non lo sa, ma è ancora vivo, per poter pensare a te, a voi. Per poter ripensare a quell’infanzia che non è mai così lontana e se adesso lui è quello che è, se la sua vita ha preso direzioni che lo hanno allontanato dal paese dove è nato è perché nell’infanzia ti ha avuto per amico, Red. Nella vostra abissale distanza siete stati amici e Nello ti ha seguito nei boschi, sulle giostre, negli incontri di lettura del Vangelo che tu organizzavi senza adulti intorno e poi, soprattutto, in seminario e, per questo, siete andati alle superiori insieme. Nello sorriderà per sempre a quell’immagine di te che, durante un compito in classe di latino, gli fai no con la testa, intendendo con quel gesto che la risposta sì, la sapevi, ma no, non gliel’avresti suggerita, perché per te la competizione era tutto, era il tuo modo di vivere e, gli dispiace, ma anche se si sforza non riesce a risalire a chi abbia coniato il tuo soprannome Red, per i tuoi capelli rossi. Neppure riesce a ricollocare il tempo preciso in cui hanno cominciato a chiamarti con quel nome di cui tu andavi fiero che ti avrebbe trasformato da Mario in Red per sempre. E quando, a luglio, all’altezza di Lipomo, Corrado riceve una telefonata mentre guida l’auto e si rivolge a Nello, che è in Brianza a passare qualche giorno dai suoi, e Red, dice, cazzo, Red, è morto.

Trattato di economia affettiva, Paolo Nelli, La nave di Teseo. Italia. Anni Settanta. Il boom è passato. C’è Carosello, ma sta per esalare il canto del cigno. Il consumismo è sempre più imperante. Nello è un bambino. La mamma è casalinga. Il papà è operaio. Ci sono tanti problemi, ma la sua infanzia non è infelice. E infatti da adulto ricorda quel tempo di moplen e pane, burro e zucchero come una cornucopia coloratissima, un vestito di Carnevale, un caleidoscopio scintillante. Però, certo, non può avere tutte le cose che molti dei suoi coetanei hanno. Ed è sacrosanto quello che dice Aldo Busi: che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quando si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato. Però è altrettanto vero che certe mancanze restano per sempre come cicatrici. Nello cresce in un contesto in cui tutto è politica, e non si può dire che sia una massima sbagliata, dato che è un atto politico anche mettere un vaso fiorito sul balcone, perché la sua fotosintesi clorofilliana gli farà pulire l’aria per tutti, senza distinzioni, chiunque essi siano, ma per lui in realtà tutto è economia. Perché è a essa legato. Nel bene e nel male. Finanche negli affetti. Quello di Paolo Nelli non è un romanzo. È un miracolo.

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